Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 174/2003 – Medici universitari opzione attività assistenziale

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni sugli artt. 3 e 5 del d.lgs. 517/1999 (rapporti SSN-università). I giudici rimettenti non avevano motivato sulla perdurante rilevanza delle questioni alla luce di rilevanti sopravvenienze normative intervenute prima dell’ordinanza di rimessione.

    Di cosa si tratta

    Più TAR avevano sollevato questioni sulla norma che obbliga i medici universitari a scegliere tra attività assistenziale intramuraria esclusiva e attività libero-professionale extramuraria, con un termine perentorio fissato indipendentemente dall’individuazione delle strutture disponibili.

    La questione di legittimità costituzionale

    Vengono impugnati gli artt. 3 e 5 commi 1-12 del d.lgs. 21 dicembre 1999, n. 517, in riferimento agli artt. 3, 33, 35, 36, 76 e 97 della Costituzione. I rimettenti erano il TAR Lazio e il TAR Sicilia, sezione di Catania.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara le questioni manifestamente inammissibili: il d.lgs. n. 254/2000 e il d.P.C.m. del 24 maggio 2001 avevano modificato significativamente il quadro normativo di riferimento prima di tutte le ordinanze di rimessione, ma i giudici non avevano spiegato se e come queste modifiche incidessero sulla rilevanza delle questioni.

    Il principio

    Quando sopravvengono modifiche normative rilevanti tra la proposizione della questione e la decisione della Corte, il giudice rimettente deve valutare se tali sopravvenienze incidano sulla rilevanza, pena l’inammissibilità per difetto di motivazione.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’opzione ex art. 5 d.lgs. 517/1999 per i medici universitari?

    I medici universitari delle facoltà di medicina devono scegliere tra l’attività assistenziale intramuraria esclusiva (rapporto di lavoro esclusivo col SSN) oppure l’attività libero-professionale extramuraria. Solo chi sceglie il rapporto esclusivo può ottenere la direzione di strutture e programmi.

    Perché i TAR dubitavano della costituzionalità?

    I rimettenti sostenevano che il termine perentorio per l’opzione fosse irragionevole perché fissato senza la previa individuazione delle strutture per l’attività intramuraria. Si lamentava anche la violazione dell’autonomia universitaria e una disparità rispetto ai docenti di altre facoltà.

    Cos’è un’azienda ospedaliero-universitaria?

    È un ente che integra le funzioni di assistenza sanitaria del SSN con quelle di didattica e ricerca delle facoltà di medicina, con una governance condivisa tra Regione e università.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 173/2003 – Integrazione al minimo pensione cumulo gestione

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 6, terzo comma, del DL 463/1983 relativo ai criteri per l’integrazione al minimo in caso di cumulo di più pensioni della stessa gestione. La questione era già stata respinta con la sentenza n. 18/1998.

    Di cosa si tratta

    Una pensionata titolare di due pensioni (una diretta e una ai superstiti) a carico della stessa gestione INPS contestava i criteri legali per individuare quale pensione integrare al minimo, che la portavano a ricevere un trattamento complessivo inferiore alla soglia di povertà.

    La questione di legittimità costituzionale

    Viene impugnato l’art. 6, terzo comma, del DL 12 settembre 1983, n. 463, convertito in legge n. 638/1983, nella parte in cui, in caso di cumulo di più pensioni della stessa gestione, prevede criteri per l’integrazione al minimo diversi da quelli applicati a pensioni di gestioni diverse. I parametri evocati sono gli artt. 3 e 38 della Costituzione. Il rimettente era il Tribunale di Viterbo.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta infondatezza: i profili di disparità sollevati erano già stati esaminati nella sentenza n. 18/1998. La legge finanziaria 2002 aveva inoltre introdotto una maggiorazione sociale che garantisce a diverse categorie di pensionati un reddito minimo di 516,46 euro mensili dal 1° gennaio 2002.

    Il principio

    Non esiste nel nostro ordinamento un principio costituzionale che garantisca all’assicurato il trattamento pensionistico più favorevole. Il legislatore ha ampia discrezionalità nei criteri per l’integrazione al minimo, purché il trattamento complessivo non scenda al di sotto del minimo vitale.

    Domande e risposte

    Cos’è l’integrazione al minimo della pensione?

    L’integrazione al minimo porta la pensione a un importo minimo garantito (fissato periodicamente dall’INPS) quando, sulla base dei soli contributi versati, il trattamento sarebbe inferiore a tale soglia. Spetta a chi non disponga di altri redditi rilevanti.

    Come si applica in caso di cumulo di più pensioni?

    In caso di due pensioni della stessa gestione (es. pensione diretta + pensione ai superstiti), la legge prevede che l’integrazione spetti sulla pensione diretta, salvo che quella ai superstiti sia basata su almeno 781 contributi settimanali: in tal caso l’integrazione va su quest’ultima.

    Quando è stata introdotta la maggiorazione sociale del 2002?

    L’art. 38 della legge finanziaria 2002 (l. n. 448/2001) ha garantito a diverse categorie di pensionati, compresi i titolari di pensioni integrate al minimo, un reddito mensile minimo di 516,46 euro a decorrere dal 1° gennaio 2002.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 172/2003 – Fermo amministrativo patente scaduta codice della strada

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    La Corte dichiara inammissibili le questioni sull’art. 214 del codice della strada e infondatezza manifesta per quelle sull’art. 126 comma 7. Il fermo del veicolo per due mesi come sanzione accessoria alla guida con patente scaduta è rigoroso ma non irragionevole.

    Di cosa si tratta

    Più giudici di pace avevano messo in discussione la sanzione accessoria del fermo amministrativo del veicolo per due mesi, prevista per chi guida con la patente scaduta. La sanzione è fissa, senza possibilità di modulazione da parte del giudice, e continua anche dopo che il conducente ha rinnovato la patente.

    La questione di legittimità costituzionale

    Vengono impugnati l’art. 126 comma 7 e l’art. 214 commi 1 e 6 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), in riferimento agli artt. 3, 13 e 24 della Costituzione. I rimettenti erano i Giudici di pace di Conegliano, Sorgono e Cividale del Friuli.

    La decisione della Corte

    Sull’art. 214: inammissibile, perché i giudici rimettenti avevano già restituito i veicoli, dimostrando di ritenere possibile un’interpretazione diversa. Sull’art. 126 comma 7: manifestamente infondata; il fermo fisso per guida con patente scaduta è assai rigoroso ma non irragionevole, essendo coerente con la finalità di risposta immediata alle condotte potenzialmente pericolose sulla strada.

    Il principio

    La determinazione delle sanzioni amministrative, anche in misura fissa, rientra nella discrezionalità legislativa. La Corte non può rimodulare le scelte punitive del legislatore se queste non raggiungono la soglia della manifesta irragionevolezza.

    Domande e risposte

    Quanto dura il fermo amministrativo per guida con patente scaduta?

    L’art. 19 del d.lgs. n. 507/1999 ha introdotto un fermo amministrativo del veicolo della durata di due mesi, in aggiunta alla sanzione pecuniaria. La durata è fissa, indipendentemente dalla gravità del caso concreto e dall’avvenuto rinnovo della patente.

    Perché la questione sull’art. 214 è stata dichiarata inammissibile?

    I giudici di pace rimettenti avevano già restituito i veicoli sequestrati durante il giudizio di opposizione, dimostrando di ritenere possibile una lettura della norma diversa da quella censurata.

    Il fermo del veicolo viola la libertà personale ex art. 13 Cost.?

    No. La Corte ribadisce che l’art. 13 Cost. tutela la libertà fisica della persona, non i beni patrimoniali. Il fermo di un veicolo è una misura patrimoniale che non incide sulla libertà personale.

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  • Corte cost. n. 171/2003 – Codice della strada ordinanza difetto di motivazione

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 136 del codice della strada. Il Giudice di pace di Gualdo Tadino si era limitato ad affermare la non manifesta infondatezza senza spiegarne le ragioni, determinando una carenza motivazionale radicale.

    Di cosa si tratta

    Il Giudice di pace di Gualdo Tadino aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 136 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), in riferimento all’art. 3 della Costituzione. L’ordinanza di rimessione non conteneva, però, alcuna motivazione a sostegno della questione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Viene impugnato l’art. 136 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), in riferimento all’art. 3 della Costituzione. Il rimettente era il Giudice di pace di Gualdo Tadino, nell’ambito di un procedimento civile tra Dalipi Ilir e la Prefettura di Perugia.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità: il giudice rimettente si era limitato ad affermare che la questione «non appare manifestamente infondata» senza fornire alcuna spiegazione né sulla rilevanza né sulla non manifesta infondatezza. La carenza motivazionale è radicale e insanabile.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale deve essere adeguatamente motivata sia sulla rilevanza della questione nel giudizio principale sia sulla non manifesta infondatezza della censura. La mera affermazione apodittica non è sufficiente.

    Domande e risposte

    Cosa è necessario per sollevare validamente una questione di costituzionalità?

    Il giudice deve: (1) dimostrare che la norma impugnata è applicabile nel giudizio a quo (rilevanza); (2) spiegare perché la questione non sia manifestamente infondata; (3) indicare con precisione la norma impugnata e i parametri costituzionali violati.

    Cosa succede se l’ordinanza di rimessione non è motivata?

    La Corte dichiara la questione manifestamente inammissibile per difetto di motivazione, senza entrare nel merito della censura costituzionale.

    Cosa prevede l’art. 136 del codice della strada?

    L’art. 136 del d.lgs. n. 285/1992 riguarda la guida di veicoli con targhe straniere sul territorio italiano. Il contenuto specifico della censura non è desumibile dall’ordinanza di rimessione, che era priva di ogni motivazione.

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  • Corte cost. n. 170/2003 – Adozione maggiorenne figli minorenni adottante

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 291 del codice civile che vieta l’adozione di un maggiorenne da parte di chi abbia discendenti legittimi minorenni. La questione era già stata respinta con le sentenze n. 53/1994 e n. 252/1996 e non sono stati prospettati argomenti nuovi.

    Di cosa si tratta

    Un uomo con una figlia minorenne nata dal suo matrimonio in corso voleva adottare la figlia maggiorenne della moglie, stabilmente inserita nel nucleo familiare da circa vent’anni. Il codice civile vieta l’adozione di persone maggiorenni da parte di chi abbia discendenti legittimi o legittimati minorenni.

    La questione di legittimità costituzionale

    Viene impugnato l’art. 291 del codice civile nella parte in cui non prevede l’adozione di maggiorenne da parte di chi abbia discendenti minorenni, in riferimento agli artt. 2, 3 e 30 della Costituzione. Il rimettente era la Corte d’appello di Milano.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta infondatezza: le precedenti sentenze n. 53/1994 e n. 252/1996 avevano già esaminato e rigettato questioni analoghe. La sentenza di Cassazione n. 354/1999 richiamata dal rimettente riguarda una fattispecie diversa e non costituisce elemento di novità sufficiente a mutare l’orientamento.

    Il principio

    L’adozione di persone maggiorenni mantiene la sua funzione tradizionale di «procurare un figlio a chi non lo ha avuto da natura». I figli minorenni dell’adottante non possono esprimere l’assenso richiesto dalla legge, sicché il divieto non è irragionevole.

    Domande e risposte

    Perché il codice civile richiede il consenso dei figli per l’adozione di maggiorenni?

    L’adozione di un maggiorenne produce effetti patrimoniali (come i diritti successori) che incidono direttamente sui figli già esistenti. Il legislatore ha ritenuto che questi debbano poter valutare le conseguenze e prestare o negare il proprio assenso.

    I figli minorenni possono mai acconsentire all’adozione del genitore?

    No: i minorenni non hanno la capacità giuridica di esprimere l’assenso richiesto. La Corte aveva in precedenza ammesso una deroga solo per i figli maggiorenni incapaci di esprimere la volontà, non per i minorenni.

    Qual è la differenza tra adozione di maggiorenni e adozione di minorenni?

    L’adozione dei minorenni è finalizzata al superiore interesse del minore e ha effetti radicalmente diversi. L’adozione dei maggiorenni conserva invece la funzione originaria di continuazione del nome e trasmissione del patrimonio familiare.

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  • Corte cost. n. 169/2003 – Giudizio abbreviato condizionato rinnovabile

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    La Corte dichiara illegittimi gli artt. 438 comma 6 e 458 comma 2 del codice di procedura penale nella parte in cui non permettono all’imputato di rinnovare la richiesta di giudizio abbreviato condizionato prima dell’apertura del dibattimento quando la precedente richiesta sia stata ingiustamente rigettata. La totale mancanza di sindacato giurisdizionale sul rigetto viola il diritto di difesa.

    Di cosa si tratta

    Il giudizio abbreviato è un rito alternativo al dibattimento penale che garantisce all’imputato uno sconto di un terzo della pena. L’imputato può condizionarne la richiesta all’integrazione probatoria. Il problema era che, se il GIP rigettava ingiustificatamente la richiesta, l’imputato perdeva definitivamente il diritto al rito speciale senza alcun rimedio.

    La questione di legittimità costituzionale

    Vengono impugnati gli artt. 458 comma 2, 438 commi 3 e 5, 441 e 442 del codice di procedura penale, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione. I rimettenti erano la Corte d’assise di Catanzaro e il Tribunale di Milano.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 438 comma 6 e 458 comma 2 cpp, estendendo la declaratoria anche all’art. 464 comma 1 secondo periodo cpp. D’ora in poi, se il GIP rigetta la richiesta di abbreviato condizionato, l’imputato può riformularla prima dell’apertura del dibattimento e il giudice dibattimentale può disporre e celebrare il rito abbreviato.

    Il principio

    La decisione del GIP che nega l’accesso al rito abbreviato condizionato non può restare priva di qualsiasi sindacato, pena la violazione dell’art. 24 Cost. Il giudice del dibattimento può riesaminare il rigetto e, se ingiustificato, celebrare egli stesso il rito abbreviato, con risparmio di tempo e risorse processuali.

    Domande e risposte

    Che cos’è il giudizio abbreviato condizionato?

    L’imputato può chiedere il giudizio abbreviato subordinandolo all’integrazione del materiale probatorio con un atto specifico (es. una perizia psichiatrica). Il giudice ammette il rito solo se ritiene l’integrazione necessaria e compatibile con le finalità di economia processuale.

    Qual era il problema prima di questa sentenza?

    Se il GIP rigettava la richiesta di abbreviato condizionato, l’imputato non aveva alcun rimedio: non poteva riproporre la richiesta in dibattimento e perdeva definitivamente il diritto alla riduzione di pena prevista per il rito speciale.

    Come cambia la situazione dopo la sentenza n. 169/2003?

    L’imputato il cui abbreviato condizionato sia stato ingiustamente rigettato può riproporre la richiesta prima della dichiarazione di apertura del dibattimento. Il giudice del dibattimento può valutare il rigetto e, se lo ritiene ingiustificato, disporre e celebrare il giudizio abbreviato.

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  • Corte cost. n. 168/2003 – Parco Appennino tosco-emiliano intesa regionale

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    La Corte dichiara cessata la materia del contendere nel conflitto di attribuzioni sollevato da Emilia-Romagna e Toscana contro il decreto di nomina del Presidente del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano. Il TAR Lazio aveva già annullato il decreto con sentenze passate in giudicato.

    Di cosa si tratta

    Le Regioni Emilia-Romagna e Toscana avevano impugnato davanti alla Corte costituzionale il decreto ministeriale del 22 aprile 2002 con cui era stato nominato il Presidente del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano senza acquisire la previa intesa regionale prevista dalla legge quadro sulle aree protette.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il conflitto riguardava la violazione delle prerogative regionali per omessa acquisizione dell’intesa prevista dall’art. 9, comma 3, della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (legge quadro sulle aree protette), e la violazione del principio di leale cooperazione tra Stato e Regioni (artt. 5, 117 e 118 Cost.).

    La decisione della Corte

    La Corte riunisce i giudizi e dichiara cessata la materia del contendere: il TAR Lazio aveva già annullato il decreto ministeriale con sentenze n. 10793 e n. 10796 del 27 novembre 2002, passate in giudicato per mancato appello al Consiglio di Stato.

    Il principio

    Quando l’atto oggetto del conflitto di attribuzioni è stato annullato dal giudice amministrativo con sentenza definitiva, viene meno l’interesse a decidere e la Corte dichiara cessata la materia del contendere.

    Domande e risposte

    Cos’è il conflitto di attribuzioni tra Stato e Regioni?

    Il conflitto di attribuzioni è lo strumento con cui le Regioni possono ricorrere alla Corte costituzionale quando ritengono che un atto statale invada le loro competenze costituzionalmente garantite, o viceversa. Si distingue dal ricorso in via principale che impugna leggi.

    Cosa si intende per «cessata materia del contendere»?

    Significa che l’oggetto del conflitto è venuto meno per fatti sopravvenuti — nel caso, l’annullamento del decreto da parte del TAR — rendendo inutile e superflua una pronuncia nel merito da parte della Corte.

    Qual era il tipo di intesa richiesta per la nomina del Presidente di un Parco nazionale?

    L’art. 9, comma 3, della legge n. 394/1991 prevede la previa intesa dei Presidenti delle Regioni interessate. Le Regioni nel caso concreto avevano negato l’intesa, reiterando la richiesta di un incontro che il Ministro aveva ignorato prima di emettere il decreto.

  • Corte cost. n. 167/2003 – Riscossione imposte termine notifica cartella

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sugli artt. 17, 23, 24 e 25 del DPR 602/1973 (riscossione imposte sul reddito). Il giudice rimettente aveva già concluso che l’appello era infondato, rendendo irrilevanti le censure costituzionali.

    Di cosa si tratta

    La Commissione tributaria regionale di Napoli dubitava della compatibilità con la Costituzione delle norme sulla riscossione che, nel caso di liquidazione automatica ex art. 36-bis DPR 600/1973, non prevedevano alcun termine perentorio per la notifica della cartella esattoriale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Vengono impugnati gli artt. 17, 23, 24 e 25 del DPR 29 settembre 1973, n. 602 nel testo anteriore alle modifiche del d.lgs. n. 46/1999, in riferimento agli artt. 3, 23, 24, 31, 41, 47, 53 e 97 della Costituzione. Il rimettente era la Commissione tributaria regionale di Napoli.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità: il giudice rimettente aveva già inequivocabilmente pronunciato sull’infondatezza dell’appello e sulla nullità dell’avviso di mora impugnato. Le ulteriori censure costituzionali erano pertanto assolutamente irrilevanti ai fini del logico sviluppo della decisione.

    Il principio

    La questione di legittimità costituzionale è inammissibile per irrilevanza se il giudice rimettente ha già deciso il merito della controversia: in tal caso l’esito del giudizio non dipende dalla risposta della Corte.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 36-bis DPR 600/1973?

    Consente all’amministrazione finanziaria di procedere alla liquidazione automatica delle dichiarazioni dei redditi, correggendo errori e applicando le ritenute. Nel testo previgente, questa procedura non prevedeva un termine perentorio per la notifica della cartella.

    Perché la questione è stata dichiarata inammissibile?

    Il giudice rimettente aveva già affermato che l’appello era infondato per ragioni autonome (invalidità dell’avviso di mora), rendendo del tutto superflua qualsiasi pronuncia della Corte sulle norme impugnate.

    Quando l’assenza di un termine perentorio per la cartella può essere problematica?

    L’assenza di un limite temporale per notificare la cartella può creare incertezza per il contribuente, costretto a conservare indefinitamente la documentazione fiscale. Il d.lgs. n. 46/1999 ha successivamente introdotto termini precisi per la notifica.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 166/2003 – Acconto TFR sostituti d’imposta

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sulla norma che obbliga i sostituti d’imposta a versare un acconto percentuale sui trattamenti di fine rapporto (TFR) maturati al 31 dicembre del 1996 e del 1997. La questione è identica a quella già decisa con sentenza n. 155/2001 e non sono stati addotti motivi nuovi.

    Di cosa si tratta

    Due commissioni tributarie provinciali (Genova e Milano) dubitavano che l’obbligo imposto ai datori di lavoro di versare un acconto sulle imposte dovute dai dipendenti per il TFR maturato al 31 dicembre 1996 e 1997 fosse compatibile con la Costituzione. Il datore di lavoro doveva anticipare all’erario somme calcolate su trattamenti non ancora erogati ai dipendenti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Viene impugnato l’art. 3, comma 211, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, come sostituito dall’art. 2, comma 1, del decreto-legge 28 marzo 1997, n. 79, convertito in legge 28 maggio 1997, n. 140. I parametri evocati sono gli artt. 3 e 53 della Costituzione. I rimettenti erano la Commissione tributaria provinciale di Genova e quella di Milano.

    La decisione della Corte

    La Corte riunisce i giudizi e dichiara la manifesta infondatezza: la questione è identica a quella già decisa con sentenza n. 155 del 2001, che aveva esaminato gli stessi profili di ragionevolezza e capacità contributiva. Non sono stati prospettati motivi nuovi né sostanzialmente diversi rispetto a quella decisione.

    Il principio

    La precedente pronuncia di infondatezza della Corte su una questione di legittimità costituzionale vincola i giudizi successivi che ripropongano la medesima questione senza addurre argomenti nuovi.

    Domande e risposte

    Che cos’è l’acconto TFR di cui alla legge n. 662/1996?

    Era un prelievo percentuale sull’ammontare dei TFR maturati al 31 dicembre 1996 e del 1997, che i datori di lavoro dovevano versare all’erario come anticipo delle imposte future dei dipendenti, prima ancora che il TFR fosse effettivamente erogato.

    Perché i giudici tributari ritenevano la norma incostituzionale?

    Secondo i rimettenti, la norma avrebbe creato una disparità tra datori di lavoro e avrebbe imposto una tassazione su ricchezza non ancora realizzata, violando il principio di capacità contributiva sancito dall’art. 53 Cost.

    Come si è concluso il giudizio?

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza, richiamando la sentenza n. 155/2001 che aveva già respinto la medesima censura in modo definitivo, senza che fossero stati addotti argomenti nuovi.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 165/2003 – Divieto appello PM sentenza condanna giudizio abbreviato

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 443 co. 3 c.p.p. che vieta al PM di appellare le sentenze di condanna nel giudizio abbreviato. Il limite rimane giustificato dall’obiettivo di rapida definizione dei processi abbreviati, anche dopo la riforma che ha attribuito all’imputato il diritto esclusivo di richiederlo.

    Di cosa si tratta

    L’art. 443 co. 3 c.p.p. stabilisce che il pubblico ministero non può appellare le sentenze di condanna emesse nel giudizio abbreviato, salvo che si tratti di sentenze che modificano il titolo del reato. La Corte d’appello di Napoli, investita di un appello del PM sulla congruità della pena, riteneva che la riforma del 2000 — che ha reso il giudizio abbreviato attivabile su sola richiesta dell’imputato — rendesse irragionevole il divieto.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte di appello di Napoli ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 443, comma 3, c.p.p. in riferimento agli artt. 2, 3, 24, 111, secondo comma, e 112 della Costituzione, nella parte in cui non consente al PM di appellare le sentenze di condanna per ragioni di merito (congruità della pena) nel giudizio abbreviato.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza. La Corte aveva già escluso il contrasto con gli artt. 3 e 111 co. 2 Cost. (ordinanze n. 347/2002 e n. 421/2001). Il limite all’appello del PM trova giustificazione nell’obiettivo di rapida e completa definizione dei processi abbreviati, rito che si basa sul materiale probatorio raccolto fuori contraddittorio. Non sussistono neppure violazioni degli artt. 2, 24 e 112 Cost.

    Il principio

    Il limite al potere di appello del pubblico ministero nelle sentenze di condanna del giudizio abbreviato è costituzionalmente legittimo: la parità delle parti nel processo non comporta necessariamente identità di poteri di impugnazione, e la disparità può essere giustificata dall’esigenza di rapida definizione del rito speciale e dalla peculiare posizione istituzionale del PM.

    Domande e risposte

    Quando il PM può appellare una sentenza del giudizio abbreviato?

    Solo quando la sentenza modifica il titolo del reato. Per tutte le altre sentenze di condanna (inclusa la congruità della pena) il PM non può proporre appello, ma può ricorrere per cassazione.

    Perché la riforma del 2000 non ha inciso sulla costituzionalità del divieto?

    Perché la giustificazione del limite — la rapida definizione dei processi abbreviati basati su prove raccolte fuori contraddittorio — rimane valida indipendentemente da chi abbia il potere di attivare il rito. L’obiettivo di economia processuale non è condizionato al consenso del PM.

    Viola l’obbligatorietà dell’azione penale il divieto di appello del PM?

    No. La Corte ha precisato che il potere di impugnazione del PM non è una estrinsecazione necessaria dell’esercizio dell’azione penale: l’obbligatorietà riguarda la promozione del processo, non la sua conduzione in ogni grado di giudizio.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 164/2003 – Testimone assistito deceduto lettura dichiarazioni GIP art. 512 c.p.p.

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 512 c.p.p. in tema di lettura delle dichiarazioni del testimone assistito deceduto. Il Tribunale di Palermo non ha precisato la posizione processuale del dichiarante al momento delle dichiarazioni, impedendo la valutazione della rilevanza.

    Di cosa si tratta

    L’art. 512 c.p.p. consente la lettura, per irripetibilità sopravvenuta, degli atti assunti da polizia giudiziaria, pubblico ministero, difensori o giudice dell’udienza preliminare. Un soggetto che aveva reso dichiarazioni davanti al GIP nel 1994, poi definitivamente condannato e successivamente deceduto, era stato citato come testimone assistito ex art. 197-bis c.p.p. Il Tribunale di Palermo riteneva che l’art. 512 non coprisse le dichiarazioni rese al GIP (non al giudice dell’udienza preliminare).

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Palermo ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 512 c.p.p. — nella parte in cui non consente la lettura delle dichiarazioni rese al GIP da chi in dibattimento abbia assunto la veste di testimone assistito, in caso di sopravvenuta impossibilità di esame — in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità per difetto di motivazione sulla rilevanza. Il rimettente non ha precisato quale fosse la posizione processuale del soggetto al momento delle dichiarazioni del 1994 (coimputato nello stesso procedimento o imputato in procedimento separato), né ha esaminato la possibilità di acquisire gli atti tramite l’art. 238 co. 3 c.p.p. (acquisizione di atti di altri procedimenti divenuti irripetibili). Tali omissioni impediscono la valutazione della rilevanza.

    Il principio

    Il giudice che sollevi questione di legittimità sull’art. 512 c.p.p. deve indicare con precisione la posizione processuale del dichiarante al momento delle dichiarazioni e verificare se esistano strumenti alternativi (art. 238 co. 3 c.p.p.) idonei a risolvere il caso: l’omissione determina carenza di motivazione sulla rilevanza.

    Domande e risposte

    Chi è il testimone assistito (art. 197-bis c.p.p.)?

    Chi è stato definitivamente condannato per reato connesso o collegato a quello per cui si procede. A differenza dell’imputato di reato connesso ex art. 210 c.p.p., può essere sentito come testimone (con obbligo di risposta) e gode dell’assistenza di un difensore.

    Qual è la lacuna normativa dell’art. 512 c.p.p. secondo il rimettente?

    L’art. 512 c.p.p. elenca gli atti suscettibili di lettura per irripetibilità e vi include quelli assunti dal «giudice nel corso dell’udienza preliminare», ma non quelli del GIP nelle indagini preliminari; l’art. 513 co. 1 c.p.p. (per gli imputati di reato connesso) include invece espressamente gli atti del GIP.

    Perché l’art. 238 co. 3 c.p.p. era rilevante?

    Perché consente l’acquisizione della documentazione di atti di altri procedimenti divenuti irripetibili. Se le dichiarazioni del 1994 erano state rese in un procedimento separato, tale norma avrebbe potuto consentirne l’acquisizione senza necessità di una pronuncia additiva sull’art. 512.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 163/2003 – Concorso riservato ricercatore universitario requisito formale assunzione

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    La Corte dichiara manifestamente infondatele questioni sull’art. 1 co. 10 della legge 4/1999 in tema di concorsi riservati per ricercatore universitario. Il requisito formale dell’assunzione originaria mediante concorso con diploma di laurea non è irragionevole perché la norma tende a garantire una selezione genuinamente meritocratica.

    Di cosa si tratta

    La legge 4/1999 ha previsto concorsi riservati per l’accesso ai ruoli di ricercatore universitario confermato per il personale tecnico e socio-sanitario delle università che avesse svolto almeno tre anni di attività di ricerca. Il requisito controverso era che l’assunzione originaria fosse avvenuta tramite concorso che prevedesse il diploma di laurea come requisito di accesso. Chi era in possesso della laurea ma era stato assunto per una qualifica che non la richiedeva, veniva escluso.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR del Lazio ha sollevato due questioni identiche di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 10, della legge n. 4 del 1999 in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, nella parte in cui condiziona la partecipazione al concorso riservato all’assunzione originaria mediante concorso con diploma di laurea come requisito di accesso.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza, richiamando l’ordinanza n. 517/2002 che aveva già deciso questione identica. Le ordinanze di rimessione non prospettavano argomenti nuovi rispetto a quelli già valutati dalla Corte: le questioni sono perciò manifestamente infondate.

    Il principio

    Il requisito formale dell’assunzione originaria mediante concorso che prevedesse la laurea come titolo di accesso non è irragionevole ai fini della partecipazione a concorsi riservati per ricercatore universitario: la coerenza del percorso formale rientra nella discrezionalità del legislatore nel disciplinare le progressioni di carriera nel pubblico impiego universitario.

    Domande e risposte

    Perché erano previsti concorsi riservati con la legge 4/1999?

    Per consentire al personale tecnico e socio-sanitario universitario con effettiva esperienza di ricerca di stabilizzarsi nella carriera accademica come ricercatori confermati, riconoscendo competenze maturate sul campo.

    Perché chi aveva la laurea ma non era stato assunto con quel requisito era escluso?

    Perché il legislatore ha scelto di valorizzare non solo il possesso del titolo ma anche la coerenza del percorso di assunzione: chi era stato assunto per compiti che non richiedevano la laurea non poteva rivendicare lo stesso accesso riservato di chi era stato selezionato fin dall’inizio come laureato.

    Può il legislatore differenziare l’accesso ai concorsi in base al percorso di assunzione?

    Sì, nei limiti della ragionevolezza. La Corte ha ritenuto non irragionevole distinguere tra chi è stato assunto con un concorso che richiedeva la laurea e chi non lo è, anche se entrambi ne siano in possesso al momento del concorso riservato.

    Norme collegate