Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Corte cost. n. 268/2003 – Interpretazione autentica dei contratti del pubblico impiego

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sul combinato disposto degli artt. 64, comma 2, e 49 del d.lgs. n. 165/2001, sollevata dal Tribunale di Treviso: la procedura di interpretazione autentica contrattuale non ha modificato il contenuto originario della clausola controversa, quindi manca la rilevanza nel giudizio a quo.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Treviso, sezione lavoro, dubitava che fosse costituzionalmente legittimo rendere vincolante per le parti del giudizio l’accordo di interpretazione autentica di un contratto collettivo del pubblico impiego, concluso tra ARAN e organizzazioni sindacali. Il rimettente riteneva che questo meccanismo ledesse il diritto di difesa (art. 24 Cost.) e la libertà sindacale (art. 39 Cost.).

    La questione di legittimità costituzionale

    Norme impugnate: combinato disposto degli artt. 64, comma 2, e 49 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165 (T.U. pubblico impiego), nella parte in cui rende vincolante l’accordo interpretativo autentico. Parametri: artt. 24 e 39 della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Treviso, sezione lavoro.

    La decisione della Corte

    La Corte rileva che la clausola del contratto collettivo, a seguito della procedura pregiudiziale, non ha subito alcuna modifica nel suo significato precettivo; l’ambito di cognizione del giudice è rimasto invariato. Pertanto la questione è manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza: la risposta della Corte non inciderebbe sull’esito del giudizio pendente.

    Il principio

    La questione di legittimità costituzionale sollevata in via incidentale è inammissibile quando la risposta della Corte, qualunque essa sia, non può influire sull’esito del giudizio a quo: manca il requisito della rilevanza, presupposto processuale indefettibile del giudizio incidentale.

    Domande e risposte

    Che cos’è l’interpretazione autentica contrattuale nel pubblico impiego?

    È la procedura prevista dall’art. 49 del d.lgs. n. 165/2001 che consente all’ARAN e alle organizzazioni sindacali di stipulare un apposito accordo per chiarire il significato di clausole di contratti collettivi nazionali diventate oggetto di controversie interpretative generalizzate.

    L’accordo interpretativo è retroattivo?

    Sì: l’accordo di interpretazione autentica ha efficacia dall’entrata in vigore del contratto originario e si applica anche ai giudizi in corso, condizionandone l’esito.

    La questione potrebbe tornare davanti alla Corte in futuro?

    Sì: la decisione è di mera inammissibilità per difetto di rilevanza in questo caso concreto; la questione di costituzionalità nel merito rimane aperta e potrebbe essere sollevata da altro rimettente in una diversa fattispecie.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 207/2003 – Ricorso al Prefetto e sanzione minima raddoppiata codice della strada

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 204 del Codice della strada (sanzione minima raddoppiata in caso di ricorso al Prefetto): l’ordinanza di rimessione è priva di motivazione sulla rilevanza nel giudizio a quo e sulla fattispecie concreta.

    Di cosa si tratta

    L’art. 204 del Codice della strada (d.lgs. 285/1992) prevede che chi propone ricorso al Prefetto contro il verbale di una multa stradale e il Prefetto lo respinge, debba pagare una sanzione non inferiore al doppio del minimo edittale per ogni violazione. Il Giudice di Pace di Pisticci aveva dubitato che questo meccanismo “disincentivante” del ricorso amministrativo violasse i diritti di difesa.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di Pace di Pisticci ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 204 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo Codice della strada), in riferimento agli artt. 3, 24 e 97 della Costituzione, sostenendo che la sanzione raddoppiata costituisse un ostacolo irragionevole all’esercizio del diritto di difesa in sede amministrativa.

    La decisione della Corte

    La questione è dichiarata manifestamente inammissibile. L’ordinanza di rimessione non contiene né una descrizione della fattispecie concreta oggetto del giudizio a quo, né una motivazione adeguata sulla rilevanza della questione nel giudizio pendente. La rilevanza era affermata in modo meramente apodittico. Senza questi elementi essenziali, la questione non può essere ammessa davanti alla Corte.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione deve contenere una descrizione non solo astratta della norma censurata, ma anche della fattispecie concreta del giudizio a quo e una motivazione specifica sulla rilevanza (cioè sul perché la decisione sulla questione di legittimità è necessaria per definire il giudizio). L’affermazione apodittica della rilevanza non è sufficiente.

    Domande e risposte

    Come funziona il ricorso al Prefetto per le infrazioni stradali?

    Chi riceve una multa stradale può presentare ricorso al Prefetto entro 60 giorni. Se il Prefetto accoglie il ricorso, annulla il verbale. Se lo respinge, emette un’ordinanza-ingiunzione con la quale fissa la sanzione in misura non inferiore al doppio del minimo edittale. L’automobilista può poi fare ricorso al giudice di pace contro questa ordinanza.

    Perché la sanzione viene raddoppiata se il Prefetto rigetta il ricorso?

    La norma era originariamente concepita come deterrente contro i ricorsi pretestuosi: chi perdeva il ricorso pagava di più. Nel tempo questa disciplina è diventata controversa perché potrebbe scoraggiare anche i ricorsi legittimi, scoraggiando l’esercizio del diritto di difesa.

    La norma dell’art. 204 CdS è ancora in vigore oggi?

    La disciplina è stata più volte modificata. Il d.lgs. 150/2011 (riforma dei procedimenti semplificati) ha inciso sulle procedure di opposizione alle sanzioni amministrative, modificando anche il raccordo tra il ricorso al Prefetto e il successivo ricorso al giudice.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 206/2003 – Reato di omesso versamento ritenute previdenziali

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 2, comma 1-bis, del d.l. 463/1983 conv. l. 638/1983: non è irragionevole che l’omesso versamento delle ritenute previdenziali da parte del datore di lavoro continui ad essere un reato, anche dopo che il reato analogo per le ritenute tributarie è stato abrogato dal d.lgs. 74/2000.

    Di cosa si tratta

    Il datore di lavoro che trattiene dalla retribuzione dei dipendenti le ritenute previdenziali (contributi INPS) ma poi non le versa all’ente previdenziale commette un reato. Il d.lgs. 74/2000 aveva invece depenalizzato il reato analogo per le ritenute fiscali (l’omessa trasmissione delle ritenute d’acconto). Il Tribunale di Reggio Emilia aveva dubitato della ragionevolezza di questa diversità di trattamento.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Reggio Emilia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1-bis, del d.l. 12 settembre 1983, n. 463, convertito nella legge n. 638/1983, in riferimento all’art. 3, comma 1, della Costituzione, sostenendo che fosse irragionevole mantenere la sanzione penale per l’omesso versamento previdenziale, dopo la depenalizzazione di quello tributario.

    La decisione della Corte

    La questione è dichiarata manifestamente infondata. Il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e quello di omesso versamento delle ritenute tributarie non sono omologhi: tutelano interessi diversi, disciplinati da precetti costituzionali diversi (artt. 38 e 53 Cost.). Il mancato versamento dei contributi previdenziali mette a rischio la tutela previdenziale dei lavoratori, interesse coperto dagli artt. 1, 4, 35 e 38 della Costituzione. Il legislatore può scegliere diversi sistemi sanzionatori per obblighi differenti.

    Il principio

    Le scelte sanzionatorie del legislatore in materia penale sono sindacabili dalla Corte solo in caso di manifesta irragionevolezza o arbitrarietà. La diversità di trattamento tra omesso versamento di ritenute previdenziali (penalmente rilevante) e omesso versamento di ritenute fiscali (depenalizzato) non è irragionevole, poiché i due obblighi tutelano interessi giuridici distinti e di diverso rango costituzionale.

    Domande e risposte

    Qual è la condotta punita dall’art. 2, comma 1-bis, del d.l. 463/1983?

    Il datore di lavoro che omette di versare all’INPS (o ad altri enti previdenziali) le ritenute previdenziali trattenute sulle retribuzioni dei dipendenti (cioè i contributi trattenuti ai lavoratori), entro il termine previsto, commette il reato. La soglia di punibilità è fissata per importi superiori a euro 10.000 per ciascun periodo d’imposta.

    Perché il reato tributario analogo è stato depenalizzato?

    Il d.lgs. 74/2000 ha riformato il sistema dei reati tributari, abrogando alcune fattispecie minori (come l’omessa trasmissione delle ritenute d’acconto) e mantenendo solo i reati ritenuti più gravi. L’omesso versamento delle ritenute tributarie non è stato considerato sufficientemente grave da giustificare la sanzione penale nel nuovo sistema.

    Come può difendersi il datore di lavoro imputato?

    La giurisprudenza ha riconosciuto come esimenti alcune cause di forza maggiore o stato di necessità economica grave. Il pagamento tardivo può rilevare ai fini della attenuazione della pena o della sospensione condizionale, ma non estingue il reato già perfezionato.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 267/2003 – Assegni maternità e autonomia delle Province autonome

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    La Corte accoglie il conflitto di attribuzione della Provincia autonoma di Trento: non spettava allo Stato vincolare le Province autonome, nell’erogazione degli assegni di maternità e per il nucleo familiare, al rispetto dei «relativi regolamenti attuativi» statali. L’art. 23 del D.M. n. 452/2000 è annullato limitatamente a quella parte.

    Di cosa si tratta

    Il D.M. del Ministero per la solidarietà sociale del 21 dicembre 2000 stabiliva che le Province autonome di Trento e di Bolzano, nell’erogare gli assegni di maternità e per il nucleo familiare previsti dagli artt. 65 e 66 della legge n. 448/1998, dovessero rispettare non solo le disposizioni di legge, ma anche i «relativi regolamenti attuativi» statali. La Provincia di Trento contestava che un regolamento ministeriale potesse comprimere la propria autonomia costituzionalmente garantita.

    La questione di legittimità costituzionale

    Tipo: conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Ricorrente: Provincia autonoma di Trento. Oggetto: art. 23 del D.M. 21 dicembre 2000, n. 452, nella parte in cui vincola le Province autonome al rispetto dei regolamenti attuativi statali. Parametri: Statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige e norme costituzionali sulle competenze provinciali.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara che non spettava allo Stato vincolare le Province autonome al rispetto dei regolamenti attuativi e annulla l’art. 23 del D.M. n. 452/2000 limitatamente alle parole «e dai relativi regolamenti attuativi». Le Province autonome devono rispettare i livelli di accesso fissati dalla legge, non quelli eventualmente più restrittivi stabiliti da un decreto ministeriale.

    Il principio

    Nelle materie di competenza provinciale garantita dallo Statuto speciale, un regolamento statale non può introdurre vincoli aggiuntivi rispetto a quelli posti dalla legge; il principio di autonomia delle Province autonome impedisce allo Stato di disciplinare in via regolamentare il modo in cui esse gestiscono le prestazioni sociali di propria competenza.

    Domande e risposte

    Cosa sono gli assegni di maternità e per il nucleo familiare?

    Sono prestazioni assistenziali previste dagli artt. 65 e 66 della legge n. 448/1998: l’assegno di maternità spetta alle madri prive di adeguata copertura previdenziale alla nascita di un figlio; l’assegno per il nucleo familiare è concesso ai nuclei con almeno tre figli minori in condizioni economiche svantaggiate.

    Le Province autonome possono fissare requisiti di accesso più generosi di quelli statali?

    Sì: possono fissare livelli di prestazione più favorevoli, purché non contrastino con le disposizioni di legge dello Stato. Non possono però essere vincolate a standard più restrittivi fissati da regolamenti ministeriali.

    Quale differenza c’è tra legge e regolamento nella scala delle fonti?

    La legge è fonte primaria e può imporre obblighi alle Regioni e Province autonome nei limiti costituzionali; il regolamento è fonte secondaria e non può comprimere competenze che la Costituzione o lo Statuto speciale riservano alle autonomie territoriali.

  • Corte cost. n. 205/2003 – Patrocinio a spese dello Stato e scelta del difensore

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    La Corte ordina la restituzione degli atti al Tribunale di Pisa: dopo la proposizione della questione sull’art. 9 della legge n. 217/1990 (patrocinio a spese dello Stato), la norma impugnata è stata abrogata dal d.P.R. 115/2002 (Testo unico spese di giustizia), che ha al contempo introdotto una disciplina parzialmente più favorevole. Il giudice deve rivalutare la rilevanza della questione.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 217/1990 sull’ammissione al patrocinio a spese dello Stato prevedeva che chi era ammesso al gratuito patrocinio potesse scegliere il proprio difensore solo tra gli avvocati iscritti agli albi del distretto in cui aveva sede il giudice del procedimento. Il Tribunale di Pisa aveva sollevato dubbi di legittimità costituzionale perché ciò limitava la libertà di scelta del difensore di chi non aveva mezzi economici, rispetto a chi poteva permettersi qualsiasi avvocato d’Italia.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Pisa ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 9 della legge 30 luglio 1990, n. 217 (Istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti), in riferimento agli artt. 3 e 24, commi 2 e 3, della Costituzione, nella parte in cui limitava la scelta del difensore agli iscritti agli albi del distretto, anziché escludere solo il rimborso delle spese di trasferta in caso di nomina di difensore di altro distretto.

    La decisione della Corte

    La Corte dispone la restituzione degli atti al giudice rimettente. Nel frattempo è entrato in vigore il d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (T.U. spese di giustizia), che all’art. 82, comma 2, ha previsto espressamente che in caso di nomina di difensore iscritto in altro distretto non siano dovute le spese e indennità di trasferta. La norma originariamente impugnata è stata interamente abrogata. Il Tribunale di Pisa deve ora verificare se la questione abbia ancora rilevanza nel giudizio.

    Il principio

    Quando una modifica legislativa sopravvenuta incide direttamente sulla norma impugnata o sul petitum della questione di legittimità costituzionale, la Corte restituisce gli atti al giudice rimettente affinché valuti se la questione abbia ancora rilevanza nel giudizio a quo alla luce del nuovo quadro normativo.

    Domande e risposte

    Cosa è cambiato con il d.P.R. 115/2002 sul patrocinio a spese dello Stato?

    Il Testo Unico sulle spese di giustizia (d.P.R. 115/2002) ha abrogato l’intera legge 217/1990 e riformulato la disciplina del patrocinio a spese dello Stato. L’art. 82, comma 2, ha introdotto una soluzione intermedia: il difensore può essere scelto in qualsiasi distretto, ma le spese di trasferta non vengono rimborsate se il difensore è iscritto in un distretto diverso da quello del giudice.

    Perché la Corte non ha deciso nel merito?

    Perché la norma impugnata non esiste più: l’art. 299 del d.P.R. 115/2002 ha espressamente abrogato la legge 217/1990. Decidere su una norma abrogata sarebbe privo di utilità pratica. Il giudice deve valutare se il nuovo regime è applicabile al giudizio a quo e se la questione di legittimità persiste.

    Qual era il problema con la limitazione al distretto?

    Chi non aveva mezzi economici poteva scegliere il difensore solo tra gli avvocati del distretto. Chi era benestante poteva invece scegliere qualsiasi avvocato d’Italia, potenzialmente il più specializzato. Il Tribunale di Pisa riteneva ciò discriminatorio e lesivo del diritto di difesa.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 266/2003 – Spese di giustizia e pagamento del difensore d’ufficio

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    La Corte dichiara non fondata la questione sull’art. 116 del d.lgs. n. 113/2002 (T.U. spese di giustizia), nella parte in cui prevede che lo Stato anticipi l’onorario al difensore d’ufficio che non riesca a recuperarlo dall’assistito. Il meccanismo dell’anticipazione statale con successivo recupero non costituisce un onere finanziario privo di copertura.

    Di cosa si tratta

    La Corte d’Appello di Venezia (sezione IV penale) aveva sollevato la questione nell’ambito di un procedimento di estradizione: il difensore d’ufficio di un cittadino cinese non era riuscito a ottenere il pagamento delle proprie spettanze dall’assistito e aveva chiesto allo Stato di liquidargliele ai sensi del nuovo T.U. sulle spese di giustizia. Il remittente riteneva che l’art. 116 creasse un onere finanziario per lo Stato senza adeguata copertura, in violazione dell’art. 81, quarto comma, Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 116 del d.lgs. 30 maggio 2002, n. 113 (T.U. spese di giustizia), in riferimento all’art. 81, quarto comma, della Costituzione (copertura finanziaria delle leggi). Rimettente: Corte d’Appello di Venezia, sezione IV penale.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la questione non fondata. Il meccanismo consiste in una mera anticipazione statale con obbligo di recupero nei confronti dell’assistito abbiente; per i non abbienti opera il patrocinio a spese dello Stato, per il quale esiste apposita copertura. L’eventuale aleatorietà del recupero non rende la norma incostituzionale, trattandosi di una scelta del legislatore non manifestamente irragionevole.

    Il principio

    L’art. 81, quarto comma, Cost. non è violato quando lo Stato prevede un meccanismo di anticipazione di somme destinato ad essere integralmente recuperato: la copertura finanziaria riguarda i costi aggiuntivi definitivi a carico dell’erario, non le anticipazioni soggette a recupero.

    Domande e risposte

    Chi paga il difensore d’ufficio quando l’imputato non paga?

    Lo Stato liquida l’onorario al difensore d’ufficio che abbia esperito inutilmente le procedure di recupero; poi lo Stato recupera la somma dall’assistito. Se l’assistito è non abbiente, copre tutto il patrocinio a spese dello Stato.

    Il difensore d’ufficio può rifiutare l’incarico se l’imputato non paga?

    No: il difensore d’ufficio nominato non può rifiutare l’incarico, salvo gravi motivi; ha però diritto a essere pagato dallo Stato mediante il meccanismo dell’art. 116 del T.U. spese di giustizia.

    Cos’è il patrocinio a spese dello Stato?

    È l’istituto che consente alle persone non abbienti di essere difese a carico dell’erario, sia nel processo penale sia in quello civile, amministrativo e tributario; l’accesso è subordinato al superamento di una soglia reddituale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 204/2003 – Locazione e successione del convivente senza prole

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 6 della legge 392/1978: non è incostituzionale escludere la successione automatica nel contratto di locazione in favore del convivente more uxorio al termine della convivenza, quando non vi siano figli comuni. La convivenza senza prole è una situazione giuridicamente diversa dalla coniugia e dalla convivenza con figli.

    Di cosa si tratta

    In caso di separazione dei coniugi o di cessazione della convivenza con prole, il coniuge che rimane nell’appartamento o il convivente con figli comuni succede nel contratto di locazione. Il Tribunale di Roma aveva chiesto se tale successione non dovesse estendersi anche al convivente more uxorio che rimane nell’appartamento quando la convivenza cessa senza che vi siano figli comuni.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Roma ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 6 della legge 27 luglio 1978, n. 392 (Disciplina delle locazioni di immobili urbani), in riferimento all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui non prevede la successione nel contratto di locazione in favore del convivente more uxorio rimasto nell’immobile al termine della convivenza, anche in mancanza di prole comune.

    La decisione della Corte

    La questione è dichiarata manifestamente infondata. La convivenza more uxorio, basata sull’affectio quotidiana liberamente revocabile in ogni momento, presenta caratteristiche profondamente diverse sia dal rapporto coniugale sia dalla convivenza con prole comune. Le situazioni sono disomogenee e non impongono una parificazione di trattamento. Non è irragionevole che la tutela del diritto all’abitazione sia modulata in modo differente a seconda della presenza o meno di figli.

    Il principio

    L’art. 3 Cost. vieta differenze di trattamento tra situazioni identiche o assimilabili, ma non impone al legislatore di equiparare situazioni strutturalmente diverse. La convivenza more uxorio senza figli, per la sua natura intrinsecamente revocabile, è diversa sia dal matrimonio sia dalla convivenza con prole; il legislatore può legittimamente differenziarne il trattamento.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 6 della legge 392/1978 sulla successione nel contratto?

    L’art. 6 della «legge sull’equo canone» prevede che, in caso di morte del conduttore, il coniuge, i figli conviventi, i parenti conviventi, e chi viveva stabilmente con il conduttore succedano nel contratto di locazione. In caso di separazione coniugale, il coniuge che rimane nell’alloggio subentra nel contratto.

    Perché la convivenza senza figli è trattata diversamente dalla convivenza con figli?

    Perché la presenza di figli crea un interesse fondamentale alla continuità dell’abitazione che la Corte ha già ritenuto meritevole di tutela rafforzata (sentenza n. 404/1988). In assenza di figli, la cessazione della convivenza è una scelta libera e revocabile, senza un nucleo familiare da tutelare.

    La questione era già stata sollevata in precedenza?

    Sì: lo stesso Tribunale di Roma aveva già sollevato la stessa questione nello stesso giudizio, e la Corte l’aveva dichiarata manifestamente inammissibile (ord. n. 61/2002) per carente descrizione della fattispecie. Questa seconda ordinanza integrava la motivazione.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 265/2003 – Siti Natura 2000 e competenze delle Regioni

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    La Corte dichiara inammissibile il conflitto proposto dalla Provincia autonoma di Trento e pronuncia sul ricorso della Regione Emilia-Romagna relativo al decreto ministeriale che designava i siti di importanza comunitaria (SIC) e le zone di protezione speciale (ZPS) in attuazione delle direttive europee «habitat» e «uccelli».

    Di cosa si tratta

    Il Ministro dell’ambiente aveva emanato nel 2000 il decreto che fissava l’elenco dei siti da inserire nella rete ecologica europea Natura 2000, individuando i confini dei SIC e delle ZPS sul territorio italiano. Sia la Provincia di Trento sia la Regione Emilia-Romagna contestavano di essere state escluse dal procedimento di definizione di quei perimetri, lamentando una lesione delle proprie competenze costituzionali in materia di tutela del territorio.

    La questione di legittimità costituzionale

    Tipo: conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Ricorrenti: Provincia autonoma di Trento (r.o. n. 28/2000) e Regione Emilia-Romagna (r.o. n. 29/2000), nei confronti dello Stato. Oggetto: decreto del Ministro dell’ambiente del 3 aprile 2000 e sua trasmissione alla Commissione europea. Parametri: disposizioni dello Statuto speciale di autonomia per il Trentino-Alto Adige e norme costituzionali sulle competenze regionali.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara inammissibile il conflitto della Provincia autonoma di Trento, per ragioni processuali legate alla mancanza dei presupposti del conflitto. Nella stessa pronuncia si pronuncia sul merito del conflitto proposto dalla Regione Emilia-Romagna, affermando principi rilevanti sull’obbligo di collaborazione tra Stato e Regioni nell’individuazione dei siti Natura 2000.

    Il principio

    L’individuazione dei siti di importanza comunitaria richiede una leale collaborazione tra Stato e Regioni; il Ministero dell’ambiente non può procedere unilateralmente alla perimetrazione di siti ricadenti nel territorio regionale senza coinvolgere le autorità regionali nei procedimenti di designazione.

    Domande e risposte

    Cos’è la rete Natura 2000?

    È la rete ecologica europea istituita dalla direttiva «habitat» 92/43/CE, composta da zone di protezione speciale (ZPS) e siti di importanza comunitaria (SIC). Gli Stati membri devono designare i siti e assicurarne la conservazione.

    Perché le Regioni possono contestare i decreti di designazione?

    Perché la gestione del territorio e la tutela dell’ambiente rientrano nelle materie di competenza concorrente o esclusiva delle Regioni; lo Stato deve coinvolgerle nelle decisioni che incidono sui loro territori.

    La direttiva habitat limita le attività antropiche nei SIC?

    Sì: i piani e i progetti che possono incidere significativamente su un sito Natura 2000 sono soggetti a valutazione di incidenza (VINCA), procedura che verifica la compatibilità con gli obiettivi di conservazione del sito.

  • Corte cost. n. 203/2003 – Sfratto morosità edilizia residenziale pubblica

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    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

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    La Corte dichiara non fondata la questione sull’art. 32 del r.d. 1165/1938: la procedura monitoria speciale (decreto di ingiunzione e sfratto cumulativi) per gli assegnatari di alloggi di edilizia residenziale pubblica morosi non viola gli artt. 3 e 24 della Costituzione, anche alla luce dell’innalzamento del termine di opposizione a quaranta giorni.

    Di cosa si tratta

    Gli istituti di edilizia residenziale pubblica (come l’ACER di Modena) possono ricorrere a una procedura speciale per recuperare i canoni non pagati dagli assegnatari morosi: il giudice emette un decreto che cumula l’ingiunzione al pagamento entro un termine con lo sfratto in caso di inadempimento. L’assegnatario può proporre opposizione. Il Tribunale di Modena aveva dubitato che tale procedura fosse meno garantista di quella ordinaria per i conduttori privati.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Modena ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 32 del r.d. 28 aprile 1938, n. 1165 (T.U. edilizia popolare), in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, sostenendo che la procedura monitoria speciale assoggettasse gli assegnatari a una disciplina processuale deteriore rispetto ai conduttori privati.

    La decisione della Corte

    La questione è dichiarata non fondata. La Corte conferma il proprio orientamento consolidato: la peculiarità della locazione di edilizia residenziale pubblica giustifica una disciplina processuale differenziata. La procedura monitoria speciale (emissione inaudita altera parte, poi opposizione) è strutturalmente diversa da quella per convalida (contraddittorio anticipato), ma questa diversità è fisiologica e non discriminatoria. Il termine di quaranta giorni per l’opposizione (risultante dall’adeguamento giurisprudenziale) garantisce adeguatamente i diritti difensivi dell’assegnatario.

    Il principio

    Il legislatore può prevedere procedimenti processuali differenziati per la tutela degli enti gestori dell’edilizia residenziale pubblica di fronte alla morosità degli assegnatari, senza che ciò violi i principi di uguaglianza e di difesa. La specialità del rapporto di locazione di alloggi di edilizia pubblica giustifica un trattamento processuale peculiare.

    Domande e risposte

    Come funziona la procedura speciale dell’art. 32 r.d. 1165/1938?

    L’istituto di edilizia pubblica ricorre al giudice, che emette un decreto contenente sia l’ingiunzione a pagare entro il termine (ora quaranta giorni), sia lo sfratto in caso di inadempimento. Il decreto viene notificato all’assegnatario, che può proporre opposizione tramite avvocato. Se paga nei quaranta giorni, evita lo sfratto.

    Qual è la differenza con il conduttore privato?

    Il conduttore privato, di fronte allo sfratto per morosità, viene citato in giudizio dal locatore per la convalida; può opporsi personalmente (senza avvocato) nella prima udienza; può sanare la morosità con il «termine di grazia» (art. 55 l. 392/1978). L’assegnatario di edilizia pubblica, invece, è destinatario di un decreto emesso inaudita altera parte e deve proporre opposizione tramite avvocato, ma la legge 392/1978 non si applica all’edilizia pubblica.

    La Corte aveva già esaminato questa norma in passato?

    Sì: le sentenze n. 159/1969 e n. 419/1991 avevano già esaminato e ritenuto non fondate questioni analoghe, pur con un monito al legislatore a riformare la materia. La Corte nel 2003 conferma quel filone, rilevando che nel frattempo il termine di opposizione era stato innalzato a quaranta giorni.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 264/2003 – Sospensione cautelare magistrato e termine quinquennale

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    La Corte dichiara non fondata la questione sull’assenza di un termine massimo di durata della sospensione cautelare del magistrato. Il termine quinquennale previsto dall’art. 9 legge n. 19/1990 non si applica alla misura cautelare della sospensione dalle funzioni disposta ai sensi dell’art. 31 del r.d.lgs. n. 511/1946 quando la misura è adottata con ponderata valutazione del fumus.

    Di cosa si tratta

    La Sezione disciplinare del CSM si interrogava sulla legittimità costituzionale di norme che, nel loro combinato disposto, sembravano non prevedere alcun termine massimo per la sospensione cautelare dalle funzioni di un magistrato rinviato a giudizio per reati gravi. Un magistrato sospeso da anni chiedeva di essere reintegrato, richiamando il termine quinquennale valido per gli altri pubblici dipendenti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norme impugnate: art. 9, comma 2, legge n. 19/1990 e art. 31 r.d.lgs. n. 511/1946, nella parte in cui non prevedono un termine massimo per la sospensione cautelare del magistrato ordinario sottoposto a procedimento penale. Parametro: art. 3 della Costituzione. Rimettente: Sezione disciplinare del CSM.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la questione non fondata. Richiamando le sentenze nn. 447/1995, 206/1999 e 454/2000, afferma che la misura cautelare disposta con ponderata valutazione del fumus del reato si sottrae al termine di decadenza quinquennale. Il termine di cinque anni è una clausola di garanzia, ma opera in un contesto diverso da quello in cui la sospensione è fondata su una delibazione sostanziale della gravità dei fatti.

    Il principio

    La sospensione cautelare del magistrato fondata su una ponderata valutazione della consistenza e serieta` dei fatti contestati nel procedimento penale non è soggetta al termine quinquennale previsto per la generica «sospensione a causa del procedimento penale»; il diverso trattamento rispetto agli altri pubblici dipendenti è giustificato dalla peculiare posizione del magistrato nell’ordinamento.

    Domande e risposte

    A cosa serve la sospensione cautelare del magistrato?

    Serve a tutelare l’immagine di imparzialità e il buon andamento della giustizia nelle more del procedimento penale; è distinta dalla sanzione disciplinare e non presuppone l’accertamento definitivo della responsabilità.

    Il termine quinquennale è applicabile ad altri pubblici dipendenti?

    Sì: l’art. 9, comma 2, legge n. 19/1990, come interpretato dalla Corte nella sentenza n. 145/2002, prevede un termine quinquennale come clausola di garanzia di portata generale per la sospensione cautelare dal servizio dei pubblici dipendenti a causa di procedimento penale.

    Dopo la condanna di primo grado il magistrato viene destituito?

    La destituzione consegue di diritto alla condanna definitiva per determinati reati gravi; la sospensione cautelare può proseguire nelle more del giudizio d’appello e di cassazione.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 263/2003 – Impedimento parlamentare e udienza penale

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    La Corte accoglie il conflitto di attribuzione proposto dalla Camera dei deputati: non spettava alla Corte d’assise di Reggio Calabria negare, senza valutare il caso concreto, la validità dell’impedimento parlamentare addotto dall’on. Matacena per giustificare la propria assenza all’udienza penale. La partecipazione a votazioni assembleari è un impedimento assoluto alla comparizione in udienza.

    Di cosa si tratta

    La Corte d’assise di Reggio Calabria aveva respinto l’istanza della difesa dell’on. Amedeo Gennaro Matacena di giustificare la sua assenza in udienza con la necessità di partecipare a votazioni alla Camera, dichiarandolo contumace. La Camera dei deputati aveva proposto conflitto di attribuzione, sostenendo che la partecipazione a votazioni assembleari non delegabili costituisce un impedimento assoluto che il giudice deve riconoscere senza valutazioni discrezionali.

    La questione di legittimità costituzionale

    Tipo: conflitto di attribuzione tra la Camera dei deputati (ricorrente) e la Corte d’assise di primo grado di Reggio Calabria (resistente). Oggetto: ordinanza del 16 novembre 1998 con cui il giudice aveva negato la validità dell’impedimento parlamentare e dichiarato la contumacia dell’imputato. Parametri: artt. 64, 68 e 72 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte accoglie il ricorso della Camera e annulla l’ordinanza impugnata. Il giudice penale avrebbe dovuto compiere una valutazione del caso concreto che tenesse conto, oltre che dell’interesse alla speditezza del processo, dell’interesse della Camera alla partecipazione del suo componente alle votazioni assembleari. La partecipazione a votazioni è un’attività parlamentare non delegabile che può costituire impedimento assoluto.

    Il principio

    Il giudice penale non può aprioristicamente negare rilevanza all’impedimento parlamentare: deve bilanciare l’interesse alla regolare celebrazione del processo con l’interesse istituzionale della Camera al funzionamento dei lavori parlamentari e alla partecipazione dei propri componenti alle votazioni non delegabili.

    Domande e risposte

    Tutte le attività parlamentari costituiscono impedimento assoluto all’udienza penale?

    No: la Corte distingue le votazioni assembleari (non delegabili, quindi potenzialmente impedimento assoluto) dalle discussioni o dagli interventi, per i quali il deputato può chiedere rinvio. Solo per le votazioni l’impedimento può essere assoluto.

    Il giudice deve automaticamente rinviare l’udienza se il deputato ha votato?

    No: deve compiere una valutazione concreta del caso, verificando se la partecipazione alle votazioni era effettivamente incompatibile con la presenza in udienza nel giorno e nell’ora fissati.

    Cosa è successo all’on. Matacena dopo la sentenza?

    La sentenza annulla l’ordinanza del 1998; il procedimento doveva quindi proseguire con una nuova valutazione dell’impedimento parlamentare da parte del giudice di merito, nel rispetto dei principi fissati dalla Corte.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 202/2003 – Imposta di registro su sentenze mantenimento figli naturali

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    La Corte dichiara incostituzionale l’art. 8, lett. b) della Tariffa allegata al d.P.R. 131/1986 (imposta di registro) nella parte in cui non esenta dall’imposta i provvedimenti emessi in applicazione dell’art. 148 c.c. (concorso al mantenimento dei figli) nei rapporti tra genitori, così come sono esenti i provvedimenti analoghi adottati in sede di separazione e divorzio.

    Di cosa si tratta

    Una madre aveva ottenuto dal Tribunale di Pordenone la condanna del padre naturale (non coniugato) a contribuire al mantenimento del figlio ai sensi dell’art. 148 del codice civile. Per registrare la sentenza aveva dovuto pagare l’imposta di registro, a differenza di quanto sarebbe avvenuto in caso di analoga sentenza in un procedimento di separazione o divorzio, dove era prevista l’esenzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria provinciale di Pordenone ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, lett. b) della Tariffa, parte prima, allegata al d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 (imposta di registro), in riferimento all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui la norma era interpretata in modo da assoggettare all’imposta i provvedimenti ex art. 148 c.c. tra genitori e figli, a differenza dei provvedimenti analoghi adottati in sede di separazione e divorzio.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara l’incostituzionalità della norma nella parte in cui non esenta i provvedimenti ex art. 148 c.c. tra genitori e figli. I provvedimenti di condanna al mantenimento del figlio nei rapporti tra genitori sono omogenei rispetto a quelli resi in sede di separazione e divorzio: entrambi mirano a tutelare i figli, e non vi è ragione costituzionale per assoggettarli a trattamento fiscale diverso.

    Il principio

    Il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) impone che situazioni sostanzialmente identiche ricevano lo stesso trattamento fiscale. I provvedimenti giudiziari che condannano un genitore al mantenimento del figlio, sia che siano adottati in sede di separazione/divorzio sia che siano emessi tra genitori non coniugati in base all’art. 148 c.c., hanno la medesima funzione di tutela dei figli e devono essere esenti dall’imposta di registro.

    Domande e risposte

    Cos’è l’art. 148 del codice civile?

    L’art. 148 c.c. stabilisce l’obbligo di entrambi i genitori di concorrere al mantenimento del figlio in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro. Quando uno non adempie, l’altro può rivolgersi al giudice per ottenere una condanna al pagamento.

    Qual era il trattamento fiscale dei provvedimenti di separazione e divorzio?

    I provvedimenti adottati nei procedimenti di separazione coniugale e divorzio erano esenti dall’imposta di registro. Questa esenzione non era estesa ai provvedimenti analoghi adottati tra genitori non coniugati, creando la disparità stigmatizzata dalla Corte.

    Cosa cambia in pratica dopo questa sentenza?

    Anche le sentenze che condannano un genitore al mantenimento del figlio ai sensi dell’art. 148 c.c. (al di fuori di procedimenti di separazione o divorzio) sono esenti dall’imposta di registro, al pari dei provvedimenti analoghi adottati nelle procedure di separazione e divorzio.

    Norme collegate

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