Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 150/2006 – autovelox e poteri del prefetto sulle strade

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    L’ordinanza n. 150/2006 ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, commi 2 e 4, del d.l. n. 121/2002 sulle misure di sicurezza stradale, nella parte in cui consente al prefetto di individuare le strade in cui installare dispositivi di controllo a distanza della velocità.

    Di cosa si tratta

    Il Giudice di pace di Isernia aveva dubitato della legittimità costituzionale dell’art. 4, commi 2 e 4, del d.l. 20 giugno 2002, n. 121 (disposizioni urgenti per garantire la sicurezza nella circolazione stradale), convertito dalla legge n. 168/2002, nella parte in cui attribuisce al prefetto il potere di individuare mediante decreto le strade su cui installare dispositivi autovelox per il rilevamento a distanza delle violazioni del codice della strada.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 4, commi 2 e 4, del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121, convertito dalla legge 1° agosto 2002, n. 168, è stato impugnato dal Giudice di pace di Isernia in riferimento agli artt. 3, 24, 76 e 113 della Costituzione, nella parte in cui consente al prefetto di individuare strade o tratti di strade per l’installazione di autovelox.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato manifestamente infondata la questione: il decreto prefettizio di individuazione delle strade è un atto impugnabile davanti al giudice ordinario (opposizione all’ordinanza-ingiunzione) e, in tale sede, il giudice può eventualmente disapplicare il provvedimento se illegittimo. Non vi è quindi violazione del diritto di difesa né del principio di uguaglianza.

    Il principio

    Il potere del prefetto di individuare le strade idonee all’installazione di autovelox non viola il diritto di difesa perché il provvedimento prefettizio è sindacabile dal giudice dell’opposizione, che può disapplicare l’atto illegittimo. La tutela giurisdizionale è quindi garantita, sia pure in via incidentale.

    Domande e risposte

    Quali poteri ha il prefetto in materia di autovelox?

    L’art. 4 del d.l. n. 121/2002 consente al prefetto di individuare, con decreto, le strade o i tratti di strada in cui è possibile rilevare le violazioni del codice della strada con dispositivi di controllo a distanza, come gli autovelox, entro i limiti fissati dalla norma primaria.

    Come può il cittadino contestare la scelta del prefetto?

    Il cittadino può eccepire l’illegittimità del decreto prefettizio nel giudizio di opposizione all’ordinanza-ingiunzione, chiedendo al giudice la disapplicazione del provvedimento qualora il prefetto abbia ecceduto i limiti segnati dall’art. 4, comma 2, del d.l. n. 121/2002.

    Perché la questione sull’art. 3 Cost. era manifestamente infondata?

    Perché le differenze applicative che possono derivare dall’uso di autovelox su strade diverse non integrano una discriminazione irragionevole: il potere del prefetto è vincolato ai criteri stabiliti dalla legge e soggetto al controllo giurisdizionale.

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  • Corte cost. n. 149/2006 – fermo beni mobili registrati e opposizione

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    L’ordinanza n. 149/2006 ha dichiarato manifestamente inammissibili le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 86 del d.P.R. n. 602/1973 sulla riscossione delle imposte, nella parte in cui non indica il giudice competente sull’opposizione al fermo di beni mobili registrati e non prevede un termine di efficacia per tale misura.

    Di cosa si tratta

    Il Giudice di pace di Menfi aveva dubitato della legittimità dell’art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, come modificato dal d.lgs. n. 193/2001, che disciplina il fermo amministrativo di beni mobili registrati (tipicamente autoveicoli) come misura esecutiva per il recupero di crediti fiscali. Il rimettente lamentava la mancata indicazione del giudice competente per l’opposizione e l’assenza di un termine di efficacia.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, come modificato dall’art. 1, comma 1, lett. q), del d.lgs. 27 aprile 2001, n. 193, è stato impugnato dal Giudice di pace di Menfi in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, sia per l’omessa indicazione del giudice competente per l’opposizione, sia per l’assenza di un termine di efficacia del fermo.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato manifestamente inammissibili entrambe le questioni: la prima perché il giudice non aveva chiarito le ragioni per cui l’obbligo di indicare il giudice competente fosse riconducibile all’art. 24 Cost.; la seconda perché il rimettente non aveva indicato l’indefinito protrarsi del fermo come motivo di danno nel giudizio principale.

    Il principio

    Il giudice rimettente deve motivare specificamente il collegamento tra la norma impugnata e il parametro costituzionale invocato: non basta lamentare la mancanza di una previsione normativa senza spiegare perché tale lacuna incida sul diritto di difesa nel caso concreto sottoposto al giudizio.

    Domande e risposte

    Cos’è il fermo di beni mobili registrati in materia fiscale?

    Il fermo amministrativo è una misura esecutiva disciplinata dall’art. 86 del d.P.R. n. 602/1973 che consente all’agente della riscossione di bloccare la circolazione di beni mobili registrati (come autoveicoli) del debitore fiscale fino al pagamento del debito.

    Perché la prima questione era inammissibile?

    Perché il Giudice di pace non aveva spiegato per quale ragione l’obbligo costituzionale di indicare il giudice competente per l’opposizione al fermo fosse riconducibile all’art. 24 Cost., né aveva precisato le difficoltà concrete che tale omissione creava.

    Perché la seconda questione era inammissibile?

    Perché il rimettente, pur lamentando l’indefinito protrarsi del fermo, non aveva indicato tra i motivi di illegittimità del fermo produttivi di danno nel giudizio principale quello della durata indefinita della misura.

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  • Corte cost. n. 148/2006 – addizionale regionale sanitaria IRAP 2002

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    L’ordinanza n. 148/2006 ha dichiarato la manifesta inammissibilità e la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 4, comma 3-bis, del d.l. n. 347/2001, in materia di addizionale all’IRAP per la spesa sanitaria dell’anno 2002.

    Di cosa si tratta

    La Commissione tributaria provinciale di Pesaro aveva sollevato, con tre distinte ordinanze, questioni sulla legittimità dell’art. 4, comma 3-bis, del d.l. 18 settembre 2001, n. 347 (interventi urgenti in materia di spesa sanitaria), che consentiva alle Regioni di aumentare le addizionali IRAP per finanziare la spesa sanitaria, derogando ai termini ordinari. I rimettenti lamentavano la violazione del principio di uguaglianza e del riparto di competenze.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 4, comma 3-bis, del decreto-legge 18 settembre 2001, n. 347, convertito dalla legge 16 novembre 2001, n. 405, è stato impugnato dalla Commissione tributaria provinciale di Pesaro (r.o. 447, 448 e 449/2005) in riferimento al principio di uguaglianza e ad altri parametri costituzionali, relativamente all’addizionale all’IRAP per la spesa sanitaria regionale del 2002.

    La decisione della Corte

    La Corte, riuniti i giudizi, ha dichiarato la manifesta inammissibilità di alcune questioni e la manifesta infondatezza delle restanti, confermando che le questioni non prospettavano profili nuovi rispetto a quelli già valutati nella sentenza n. 2 del 2006.

    Il principio

    Le questioni relative all’addizionale all’IRAP per la spesa sanitaria che non prospettano profili nuovi rispetto a quelli già esaminati dalla Corte devono essere dichiarate manifestamente infondate, confermando il precedente orientamento giurisprudenziale.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva la norma impugnata?

    L’art. 4, comma 3-bis, del d.l. n. 347/2001 consentiva alle Regioni di aumentare l’aliquota dell’addizionale regionale all’IRAP, in deroga ai termini ordinari previsti dal d.lgs. n. 446/1997, per far fronte alle esigenze di spesa sanitaria dell’anno 2002.

    Perché alcune questioni erano inammissibili e altre infondate?

    Le questioni inammissibili presentavano carenze motivazionali; quelle dichiarate infondate non prospettavano profili nuovi rispetto a quanto già deciso dalla Corte nella sentenza n. 2 del 2006 sulla medesima norma.

    Qual era il precedente della sentenza n. 2/2006?

    La Corte aveva già esaminato la compatibilità con la Costituzione della norma sulle addizionali IRAP per la spesa sanitaria, respingendo le censure: le nuove questioni, non portando argomenti nuovi, dovevano subire la stessa sorte.

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  • Corte cost. n. 147/2006 – legge siciliana ASL direttore amministrativo

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    L’ordinanza n. 147/2006 ha dichiarato cessata la materia del contendere sul ricorso del Commissario dello Stato per la Regione siciliana avverso la delibera legislativa regionale n. 151/2005 recante disposizioni finanziarie e sulla nomina del direttore amministrativo delle ASL, poiché le disposizioni impugnate erano state omesse in sede di promulgazione.

    Di cosa si tratta

    Il Commissario dello Stato aveva impugnato la delibera legislativa approvata dall’Assemblea regionale siciliana il 4 maggio 2005 (d.d.l. n. 151), recante «Disposizioni finanziarie urgenti e per la razionalizzazione dell’attività amministrativa». In particolare, aveva censurato l’art. 7 (per violazione dell’art. 81, quarto comma, Cost.) e l’art. 11, commi 1 e 2, sulle qualifiche dei direttori amministrativi delle strutture sanitarie (per violazione degli artt. 3, 32 e 97 Cost.).

    La questione di legittimità costituzionale

    Gli artt. 7 e 11, commi 1 e 2, della delibera legislativa dell’Assemblea regionale siciliana (d.d.l. n. 151/2005) erano stati impugnati dal Commissario dello Stato in riferimento agli artt. 3, 32, 81 e 97 della Costituzione, con riguardo alle disposizioni sulla nomina del direttore amministrativo delle ASL siciliane.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato cessata la materia del contendere: la delibera è stata promulgata e pubblicata come legge regionale siciliana n. 5/2005 con omissione di tutte le disposizioni oggetto del ricorso, rendendo privo di oggetto il giudizio costituzionale.

    Il principio

    Quando le disposizioni impugnate vengono eliminate in sede di promulgazione, la delibera legislativa non produce effetti giuridici su quei punti e il ricorso cessa di avere oggetto: la Corte deve dichiarare cessata la materia del contendere.

    Domande e risposte

    Perché il Commissario dello Stato aveva impugnato la norma sui direttori amministrativi?

    Riteneva che il riconoscimento di requisiti alternativi a quelli espressamente previsti per la nomina a direttore amministrativo potesse incidere negativamente sul buon andamento delle strutture sanitarie e violare gli artt. 3 e 97 Cost.

    Cosa significa che le disposizioni sono state «omesse in sede di promulgazione»?

    Significa che il Presidente della Regione, in sede di promulgazione, ha escluso dalla legge pubblicata le disposizioni contestate, così che esse non sono mai entrate in vigore e non possono più essere oggetto di controllo di costituzionalità.

    Quali articoli della Costituzione erano stati invocati come parametri?

    L’art. 81 (equilibrio di bilancio), l’art. 3 (uguaglianza), l’art. 32 (diritto alla salute) e l’art. 97 (buon andamento della pubblica amministrazione).

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  • Corte cost. n. 146/2006 – revisione analisi alimenti e onere di pagamento

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    L’ordinanza n. 146/2006 ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge n. 283/1962 sulla disciplina igienica degli alimenti, nella parte in cui subordina al pagamento di una somma di danaro la facoltà di chiedere la revisione delle analisi.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Trani aveva impugnato l’art. 1 della legge 30 aprile 1962, n. 283 (disciplina igienica della produzione e vendita di sostanze alimentari e bevande), nella parte in cui subordina al versamento di una somma di danaro l’esercizio della facoltà di richiedere la revisione delle analisi di campioni di sostanze alimentari. Il Tribunale ometteva però di indicare la fattispecie concreta e di motivare sulla praticabilità materiale dell’accertamento.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 1 della legge 30 aprile 1962, n. 283 (disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande), è stato impugnato dal Tribunale di Trani, nella parte in cui subordina al pagamento di una somma l’esercizio della facoltà di revisione delle analisi di campioni alimentari.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione: il giudice rimettente non aveva indicato i fatti oggetto di imputazione, non aveva chiarito se l’accertamento fosse materialmente esperibile in ragione della non deteriorabilità dei prodotti e non aveva motivato adeguatamente sulla rilevanza.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione deve descrivere la fattispecie concreta e motivare sulla rilevanza in modo specifico: la censura di una norma che prevede un onere finanziario per un accertamento processuale deve chiarire se tale accertamento sia materialmente possibile nel caso di specie.

    Domande e risposte

    Cosa prevede la norma impugnata sulla revisione delle analisi?

    L’art. 1 della legge n. 283/1962 prevede che l’interessato che voglia contestare i risultati delle analisi sui campioni di sostanze alimentari possa chiederne la revisione, subordinando però tale facoltà al versamento di una somma di danaro.

    Perché il Tribunale di Trani riteneva la norma incostituzionale?

    Riteneva che il pagamento necessario per la revisione delle analisi limitasse il diritto di difesa dell’imputato, che potrebbe non essere in condizione di sostenere tale onere economico.

    Quali carenze rendevano inammissibile la questione?

    Il Tribunale non aveva descritto la fattispecie concreta, non aveva chiarito se i prodotti sequestrati fossero deteriorabili o meno (il che avrebbe reso impossibile la revisione) e non aveva motivato adeguatamente sulla rilevanza della questione nel giudizio.

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  • Corte cost. n. 145/2006 – condono fiscale 2003 e termini impugnazione avvisi

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    L’ordinanza n. 145/2006 ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale delle norme sul condono fiscale 2003 (legge n. 289/2002) e 2004 (legge n. 350/2003), nella parte in cui non estendono la sospensione dei termini di impugnazione agli avvisi di accertamento notificati dopo il 1° gennaio 2003.

    Di cosa si tratta

    La Commissione tributaria provinciale di Ragusa aveva dubitato della legittimità del combinato disposto degli artt. 15 della legge finanziaria 2003 (n. 289/2002) e 2, comma 48, della legge finanziaria 2004 (n. 350/2003), nella parte in cui non prevedono che la sospensione dei termini di impugnazione fino al 19 aprile 2004 si applichi anche agli avvisi di accertamento per periodi anteriori al 2002 notificati dopo il 1° gennaio 2003.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il combinato disposto degli artt. 15 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e 2, comma 48, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, è stato impugnato dalla Commissione tributaria provinciale di Ragusa in riferimento all’art. 3 della Costituzione, per la disparità di trattamento tra contribuenti rispetto all’accesso al condono.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato manifestamente infondata la questione: per uno stesso periodo d’imposta anteriore al 2002, l’avviso notificato prima del 1° gennaio 2003 è suscettibile di condono, mentre quello notificato successivamente non lo è. Questa differenza è frutto del meccanismo temporale del condono, non di una disparità irragionevole.

    Il principio

    La disciplina del condono fiscale che fissa un termine temporale per l’accessibilità al beneficio non viola il principio di uguaglianza: la diversità di trattamento tra contribuenti deriva dalla diversa data di notifica degli avvisi e non è irragionevole in quanto riflette scelte di politica fiscale del legislatore.

    Domande e risposte

    Qual era la disparità lamentata dalla Commissione tributaria?

    Un contribuente che aveva ricevuto un avviso di accertamento dopo il 1° gennaio 2003 non poteva accedere al condono, mentre chi aveva ricevuto lo stesso tipo di avviso prima di quella data poteva usufruirne, pur essendo il periodo d’imposta identico.

    Perché la questione era manifestamente infondata?

    Perché la delimitazione temporale del condono è una scelta legittima del legislatore: chi riceve la notifica dell’avviso dopo la chiusura della finestra temporale del condono non può invocare la parità di trattamento con chi la riceveva prima.

    La Corte aveva già affrontato questioni simili sul condono?

    Sì: la Corte aveva dichiarato analoga questione infondata nell’ordinanza n. 334 del 1987, confermando che la delimitazione temporale dei benefici fiscali non viola di per sé il principio di uguaglianza.

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  • Corte cost. n. 144/2006 – processo tributario costituzione tardiva resistente

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    L’ordinanza n. 144/2006 ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 23 del d.lgs. n. 546/1992 (processo tributario), nella parte in cui non prevede la sanzione dell’inammissibilità per la tardiva costituzione del resistente, a differenza di quanto previsto per il ricorrente.

    Di cosa si tratta

    La Commissione tributaria regionale di Napoli aveva dubitato della legittimità dell’art. 23 del d.lgs. n. 546/1992 (disposizioni sul processo tributario), in relazione all’art. 22, per la mancata previsione della sanzione dell’inammissibilità per la tardiva costituzione del resistente nel processo tributario, crea una disparità di trattamento rispetto alla posizione del ricorrente.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 23 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (processo tributario), in relazione all’art. 22, è stato impugnato dalla Commissione tributaria regionale di Napoli in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, nella parte in cui non prevede la sanzione dell’inammissibilità per la tardiva costituzione del resistente.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione: la diversa disciplina della tardiva costituzione del ricorrente e del resistente nel processo tributario è giustificata dalla loro diversa posizione processuale e non viola né il principio di uguaglianza né il giusto processo.

    Il principio

    La differenza tra le conseguenze della tardiva costituzione del ricorrente e del resistente nel processo tributario riflette la loro diversa posizione processuale: il ricorrente è l’attore che ha scelto di adire il giudice, il resistente è convenuto in difesa. Questa asimmetria è costituzionalmente legittima.

    Domande e risposte

    Qual era la disparità lamentata dalla Commissione tributaria?

    Nel processo tributario la tardiva costituzione del ricorrente comporta l’inammissibilità del ricorso, mentre la tardiva costituzione del resistente (tipicamente l’Agenzia delle Entrate) non comporta analoga sanzione processuale.

    Perché la Corte ha ritenuto la questione infondata?

    Perché la diversa posizione di ricorrente e resistente nel processo tributario giustifica una disciplina asimmetrica delle conseguenze della tardiva costituzione: l’asimmetria riflette la diversa iniziativa processuale e non viola l’art. 3 Cost.

    Il giusto processo impone la parità assoluta delle parti?

    No: l’art. 111 Cost. garantisce il contraddittorio e la parità delle parti, ma non impone che le stesse sanzioni si applichino a posizioni processuali strutturalmente diverse come quella di ricorrente e resistente.

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  • Corte cost. n. 143/2006 – straniero espulso improcedibilità e diritti difensivi

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    L’ordinanza n. 143/2006 ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 3-quater, del Testo unico immigrazione, sollevata in relazione all’istituto dell’improcedibilità per avvenuta espulsione dello straniero imputato.

    Di cosa si tratta

    Più giudici avevano sollevato questioni identiche sulla legittimità dell’art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286/1998, nella parte in cui, a seguito dell’espulsione dello straniero, il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere. I rimettenti lamentavano la violazione dei principi di ragionevolezza e dei diritti difensivi dello straniero espulso che si trovi impossibilitato ad esercitare le proprie facoltà difensive.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 13, comma 3-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, è stato impugnato da più giudici rimettenti in riferimento a parametri costituzionali relativi ai diritti processuali e difensivi dello straniero espulso, con questioni identiche riunite dalla Corte.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione: il rimettente aveva prospettato una violazione dei diritti difensivi dello straniero espulso ma, nel caso concreto, non deduceva che l’imputato avesse espresso un interesse a comparire nel processo per ottenere un proscioglimento nel merito.

    Il principio

    Non è manifestamente fondata la questione che si limita a invocare in astratto l’interesse dell’imputato a comparire nel processo, senza che tale interesse sia stato concretamente evocato nel giudizio a quo. La richiesta di eliminare sic et simpliciter il beneficio dell’improcedibilità è infondata.

    Domande e risposte

    Qual era il profilo di incostituzionalità lamentato dai rimettenti?

    I rimettenti sostenevano che l’improcedibilità automatica per avvenuta espulsione comprimesse il diritto dell’imputato straniero a difendersi e a conseguire un proscioglimento nel merito, violando i principi del giusto processo.

    Perché la questione era manifestamente inammissibile?

    Perché il giudice a quo non deduceva che l’imputato avesse effettivamente manifestato l’interesse a comparire nel processo per ottenere un proscioglimento nel merito: l’interesse era meramente ipotetico.

    Il beneficio dell’improcedibilità tutela o danneggia l’imputato straniero?

    La Corte ha evidenziato che l’improcedibilità può essere un beneficio per l’imputato straniero che preferisce non affrontare il processo: eliminarlo in modo generalizzato potrebbe risultare contrario agli interessi dello stesso imputato.

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  • Corte cost. n. 142/2006 – espulsione straniero e improcedibilità penale

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    L’ordinanza n. 142/2006 ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3 e 3-quater, del d.lgs. n. 286/1998 (Testo unico immigrazione), sollevata prima del dibattimento in relazione alla sentenza di non luogo a procedere per avvenuta espulsione dello straniero.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Ascoli Piceno e altri giudici avevano sollevato questioni sulla disciplina dell’art. 13, commi 3 e 3-quater, del Testo unico sull’immigrazione (d.lgs. n. 286/1998), che consente al giudice di pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando lo straniero imputato è stato espulso. I rimettenti chiedevano che tale pronuncia potesse essere emessa anche in sede dibattimentale.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 13, commi 3 e 3-quater, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione), è stato impugnato da più giudici rimettenti in riferimento a vari parametri costituzionali, in relazione alla sentenza di non luogo a procedere per avvenuta espulsione dello straniero.

    La decisione della Corte

    La Corte, riuniti i giudizi, ha dichiarato la manifesta inammissibilità di tutte le questioni: quella del Tribunale di Ascoli Piceno perché la rilevanza era solo futura e ipotetica (il quesito era formulato prima del dibattimento); le altre per difetto di motivazione sulla descrizione della fattispecie concreta e sulla rilevanza.

    Il principio

    La questione di legittimità costituzionale è inammissibile quando la sua rilevanza nel giudizio a quo è solo futura e ipotetica, ovvero quando l’ordinanza di rimessione difetta della descrizione della fattispecie concreta e di adeguata motivazione sulla rilevanza.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 13, comma 3-quater, del d.lgs. n. 286/1998?

    Prevede che il giudice, se non è ancora stato emesso il provvedimento che dispone il giudizio e lo straniero è stato espulso con il nulla osta del giudice, pronunci sentenza di non luogo a procedere.

    Perché la questione del Tribunale di Ascoli Piceno era inammissibile?

    Perché il giudice formulava il quesito di costituzionalità prima del dibattimento, in sede di decisione su una richiesta di nulla osta all’espulsione: la rilevanza era quindi solo eventuale e futura, non attuale.

    Perché erano inammissibili le altre questioni riunite?

    Perché le ordinanze di rimessione difettavano della descrizione della fattispecie concreta e non contenevano adeguata motivazione sulla rilevanza: carenze che rendono la questione ex plurimis manifestamente inammissibile.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 141/2006 – obiezione di coscienza divieto detenzione armi

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    La sentenza n. 141/2006 ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale della legge n. 230/1998 sull’obiezione di coscienza, nella parte in cui vieta ai prestatori del servizio civile di detenere e usare le armi: il divieto non lede il diritto al lavoro né il principio di uguaglianza.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale amministrativo regionale del Piemonte aveva sollevato questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 2, comma 1, lett. a), e 15, comma 6, della legge 8 luglio 1998, n. 230 (Nuove norme in materia di obiezione di coscienza), nella parte in cui stabilisce che i soggetti ammessi a prestare il servizio civile non possono detenere né usare le armi indicate dagli artt. 28 e 30 del r.d. 18 giugno 1931, n. 773.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il combinato disposto degli artt. 2, comma 1, lett. a), e 15, comma 6, della legge 8 luglio 1998, n. 230, è stato impugnato in riferimento agli artt. 3, 4 e 35 della Costituzione dal TAR del Piemonte, nella parte in cui vieta ai prestatori del servizio civile di detenere e usare le armi previste dalla legge di pubblica sicurezza.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione: il divieto di detenzione e uso delle armi per gli obiettori di coscienza è coerente con la scelta volontaria del servizio civile e non viola né il principio di uguaglianza né il diritto al lavoro né la tutela del lavoro.

    Il principio

    Chi sceglie volontariamente di prestare servizio civile in alternativa al servizio militare accetta le condizioni proprie di tale status, compreso il divieto di detenzione di armi: tale divieto non è irragionevole e non lede i diritti fondamentali al lavoro.

    Domande e risposte

    Chi aveva sollevato la questione e per quale ragione?

    Il TAR del Piemonte aveva dubitato che il divieto di portare armi imposto agli obiettori di coscienza prestatori del servizio civile potesse limitare ingiustificatamente le possibilità di impiego, violando gli artt. 3, 4 e 35 Cost.

    Qual è la differenza tra obiezione di coscienza e servizio militare?

    La legge n. 230/1998 prevede che chi presenta obiezione di coscienza al servizio militare possa prestare in alternativa il servizio civile, con un regime giuridico diverso che include il divieto di detenere e usare le armi indicate dalla legge di pubblica sicurezza.

    Il divieto riguarda anche le attività lavorative future dell’obiettore?

    No: il divieto vale durante il periodo di servizio civile. La Corte ha escluso che tale limitazione temporanea comprima in modo irragionevole i diritti al lavoro e alla tutela del lavoro garantiti dagli artt. 4 e 35 Cost.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 140/2006 – centralinisti non vedenti e indennità aggiuntiva

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    La sentenza n. 140/2006 ha dichiarato non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 1, della legge n. 113/1985 sui centralinisti non vedenti, in riferimento agli artt. 3 e 36 Cost., chiarendo l’ambito applicativo dell’indennità aggiuntiva.

    Di cosa si tratta

    Nel corso di un procedimento civile promosso da un lavoratore contro la ASL di Pescara, il Tribunale di Pescara ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 1, della legge 29 marzo 1985, n. 113 (disciplina del collocamento e del rapporto di lavoro dei centralinisti non vedenti), nella parte in cui consentirebbe di concedere l’indennità aggiuntiva anche in casi che il rimettente riteneva non rientrare nella ratio della norma.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 9, comma 1, della legge 29 marzo 1985, n. 113 (Aggiornamento della disciplina del collocamento al lavoro e del rapporto di lavoro dei centralinisti non vedenti), è stato impugnato in riferimento agli artt. 3 e 36 della Costituzione dal Tribunale di Pescara.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione, nei sensi di cui in motivazione, fornendo un’interpretazione della norma compatibile con i parametri costituzionali: la disposizione, correttamente intesa, non viola né il principio di uguaglianza né il diritto a una retribuzione proporzionata.

    Il principio

    Una norma che prevede un’indennità aggiuntiva per categorie protette di lavoratori non è costituzionalmente illegittima qualora risponda a una finalità razionale di tutela e sia interpretata in modo conforme ai principi di uguaglianza e di proporzionalità della retribuzione.

    Domande e risposte

    Chi sono i centralinisti non vedenti tutelati dalla legge n. 113/1985?

    Sono i lavoratori non vedenti addetti ai centralini telefonici, categoria protetta che beneficia di norme speciali di collocamento obbligatorio e di un regime retributivo con indennità aggiuntive.

    Perché il Tribunale di Pescara dubitava della norma?

    Riteneva che l’attribuzione dell’indennità aggiuntiva potesse creare una disparità di trattamento non giustificata rispetto ad altri lavoratori disabili, in violazione degli artt. 3 e 36 Cost.

    Cosa ha chiarito la Corte sull’interpretazione della norma?

    La Corte ha fornito un’interpretazione adeguatrice della norma, concludendo che, correttamente interpretata, essa supera le censure mosse dall’ordinanza di rimessione e non viola i parametri costituzionali invocati.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 139/2006 – responsabilità sociale PMI Marche e aiuti di Stato

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    La sentenza n. 139/2006 ha dichiarato l’inammissibilità parziale e l’infondatezza di alcune questioni relative alla legge della Regione Marche n. 11/2005 sulla responsabilità sociale delle imprese, con riguardo alla competenza esclusiva statale in materia di aiuti di Stato e ordinamento civile.

    Di cosa si tratta

    Il Presidente del Consiglio dei ministri aveva impugnato l’intera legge della Regione Marche 23 febbraio 2005, n. 11, recante «Interventi per la promozione di prassi socialmente responsabili, per la certificazione dei sistemi di qualità, del rispetto dell’ambiente, della sicurezza e dell’etica» di amministrazioni, ONLUS e piccole e medie imprese marchigiane. Il ricorso lamentava la violazione della competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile (lett. l) e di tutela della concorrenza (lett. e) dell’art. 117, secondo comma, Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    La legge della Regione Marche n. 11/2005 sulla responsabilità sociale delle imprese è stata impugnata dal Presidente del Consiglio dei ministri in riferimento all’art. 117, secondo comma, lett. l) (ordinamento civile) e lett. e) (tutela della concorrenza, aiuti di Stato) della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili o infondate le questioni, riconoscendo la compatibilità della disciplina regionale con il riparto di competenze costituzionale: le misure di promozione della responsabilità sociale non integravano veri e propri aiuti di Stato né incidevano sull’ordinamento civile.

    Il principio

    La promozione regionale della responsabilità sociale delle imprese, quando si limiti a incentivi e certificazioni senza creare regimi vincolistici privatistici, non viola la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile né costituisce un aiuto di Stato incompatibile con la tutela della concorrenza.

    Domande e risposte

    Cosa vietava il Governo nella legge regionale marchigiana?

    Il Governo riteneva che alcune disposizioni invadessero la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile (rapporti tra privati) e di tutela della concorrenza, comprendente la disciplina degli aiuti di Stato.

    Cosa si intende per «aiuti di Stato» nel diritto costituzionale italiano?

    Ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lett. e), Cost., la tutela della concorrenza è materia di competenza esclusiva statale. Gli aiuti di Stato che alterano la concorrenza devono essere disciplinati solo da norme nazionali e soggetti ai vincoli europei.

    La responsabilità sociale delle imprese è materia regionale o statale?

    La Corte ha ritenuto che le misure di promozione della responsabilità sociale rientrassero nelle competenze regionali quando non incidono sulla disciplina privatistica dei rapporti d’impresa né sui meccanismi concorrenziali.

    Norme collegate