Autore: Andrea Marton

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Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
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Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Corte cost. n. 256/2003 – Giudizio immediato e diritto di difesa

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 455 c.p.p., sollevata dal Tribunale di Nola. Il previo interrogatorio dell’imputato garantisce già l’esercizio del diritto di difesa prima del decreto che dispone il giudizio immediato, senza che sia necessario un contraddittorio aggiuntivo sulla richiesta del pubblico ministero.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Nola aveva chiesto alla Corte di valutare se fosse costituzionalmente legittimo che il difensore dell’imputato non potesse interloquire sulla richiesta di giudizio immediato del pubblico ministero, prima che il giudice decidesse. Il rimettente riteneva violati il giusto processo e il principio del contraddittorio tra le parti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 455 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che la richiesta di giudizio immediato del pubblico ministero sia comunicata al difensore dell’imputato prima della decisione del giudice. Parametri: artt. 24 e 111, secondo e quarto comma, della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Nola.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la questione manifestamente infondata, richiamando le ordinanze n. 127/2003 e n. 371/2002. Il presupposto del previo interrogatorio, condizione indefettibile del giudizio immediato, assicura già alla persona sottoposta alle indagini la possibilità di esercitare le iniziative difensionali e di interloquire. Il principio del contraddittorio tra le parti non è evocabile in relazione alle forme introduttive del giudizio.

    Il principio

    Il giudizio immediato, rito alternativo improntato a celerità e risparmio di risorse processuali, non viola il contraddittorio né il diritto di difesa, purché sia garantito il previo interrogatorio dell’imputato nelle forme di legge.

    Domande e risposte

    Che cos’è il giudizio immediato?

    È un rito alternativo a quello ordinario, che consente di saltare l’udienza preliminare quando la prova è evidente. Il pubblico ministero lo richiede al GIP dopo aver interrogato l’imputato.

    Perché la difesa non può replicare alla richiesta del PM?

    La Corte ha chiarito che il diritto di difesa in questa fase è già garantito dal previo interrogatorio, che consente all’imputato di contestare i fatti. La fase introduttiva non richiede lo stesso contraddittorio del dibattimento.

    Cosa succede se il previo interrogatorio non è regolare?

    La ritualità, formale e sostanziale, dell’interrogatorio è sindacabile dal giudice del dibattimento, che può rilevare la nullità del decreto che dispone il giudizio immediato.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 195/2003 – Conflitto attribuzioni promotori referendum e accesso ai media

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    La Corte dichiara inammissibile il conflitto di attribuzioni sollevato dai promotori del referendum sull’abrogazione della servitù coattiva di elettrodotto nei confronti delle Camere, del Governo e della Commissione parlamentare di vigilanza RAI. Il ricorso era stato presentato a referendum già indetto (per il 15 giugno 2003) e riguardava la legge sul voto degli italiani all’estero e le regole sulla comunicazione politica.

    Di cosa si tratta

    Livio Giuliani e Carlo Rienzi, promotori del referendum popolare per l’abrogazione della servitù coattiva di elettrodotto (ammesso dalla Corte con sentenza n. 44/2003 e indetto per il 15 giugno 2003), avevano sollevato conflitto di attribuzioni contro le Camere, il Governo e la Commissione parlamentare di vigilanza RAI. Contestavano la legge n. 459/2001 sul voto degli italiani all’estero (che includeva il referendum nel meccanismo del voto per corrispondenza) e le regole RAI sulla comunicazione politica per la campagna referendaria.

    La questione di legittimità costituzionale

    I promotori del referendum hanno sollevato conflitto di attribuzioni sostenendo che la legge n. 459/2001 (voto estero), il d.P.R. n. 104/2003 (regolamento attuativo) e la deliberazione della Commissione di vigilanza RAI del 16 aprile 2003 (regole sulla comunicazione politica per i referendum) ledessero le loro attribuzioni come promotori del referendum, in particolare il diritto a una corretta campagna referendaria.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha ritenuto che i promotori del referendum non fossero titolari di attribuzioni costituzionalmente garantite che potessero essere lese dagli atti impugnati: i promotori non sono un «potere dello Stato» ai sensi dell’art. 37 della legge n. 87/1953, e il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato non è lo strumento per contestare le modalità di svolgimento della campagna referendaria.

    Il principio

    I promotori di un referendum popolare non costituiscono un «potere dello Stato» legittimato a sollevare conflitto di attribuzioni ai sensi dell’art. 134 della Costituzione e dell’art. 37 della legge n. 87/1953. Il conflitto di attribuzioni presuppone che il ricorrente sia titolare di una sfera di attribuzioni costituzionalmente garantite che il comportamento altrui abbia menomato.

    Domande e risposte

    Chi può sollevare un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato?

    Possono sollevare il conflitto solo i «poteri dello Stato» dotati di attribuzioni costituzionalmente garantite: Parlamento, Governo, Magistratura, Presidente della Repubblica e, in certi casi, singole Camere o giudici. I promotori di un referendum non rientrano in questa categoria.

    In che modo la legge n. 459/2001 interferiva con il referendum?

    La legge sul voto degli italiani all’estero includeva nel voto per corrispondenza anche i referendum popolari. I promotori temevano che ciò potesse alterare le dinamiche della campagna referendaria, allargando l’elettorato ai cittadini residenti all’estero in modo non previsto al momento della raccolta delle firme.

    Il referendum sull’elettrodotto si è poi svolto?

    Sì: il referendum per l’abrogazione della servitù coattiva di elettrodotto si è svolto il 15 giugno 2003 come previsto. Non ha raggiunto il quorum di partecipazione necessario (50%+1 degli aventi diritto al voto), risultando privo di effetti.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 193/2003 – Foro per l’opposizione a sanzione amministrativa

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 22, primo comma, della legge n. 689/1981, che fissa la competenza del giudice del luogo in cui è stata commessa la violazione per l’opposizione a sanzione amministrativa, senza prevedere un foro alternativo presso la residenza dell’opponente.

    Di cosa si tratta

    Tarcisio Battolu, residente a Segni (Roma), aveva ricevuto un verbale per una violazione del codice della strada contestata dal Comune di Roma. Per impugnare la multa (pari a 39,02 euro) avrebbe dovuto presentarsi almeno due volte al Giudice di pace di Roma, sostenendo costi di trasferta e giorni di lavoro persi ben superiori al valore della sanzione. Il Giudice di pace di Segni aveva dubitato della legittimità costituzionale della norma che impediva di radicare il giudizio di opposizione presso il giudice del luogo di residenza.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Segni ha sollevato, in riferimento agli artt. 24, 25, 111, secondo comma, e 113 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 22, primo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689, nella parte in cui non prevedeva la competenza del giudice del luogo di residenza dell’opponente come foro alternativo a quello del luogo della violazione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione. Ha ritenuto che la scelta del legislatore di fissare la competenza in base al luogo della violazione rispondesse a criteri di ragionevolezza (vicinanza alle prove e agli organi accertatori), rientrando nella discrezionalità legislativa in materia di organizzazione giudiziaria. Il sacrificio del diritto di difesa non era sproporzionato al punto da renderlo costituzionalmente rilevante.

    Il principio

    La scelta legislativa di individuare il foro per l’opposizione a sanzione amministrativa nel luogo della commissione dell’illecito è ragionevole e non viola il diritto di difesa ex art. 24 Cost., in quanto tale criteri risponde all’esigenza di vicinanza alle prove; eventuali difficoltà pratiche per l’opponente non costituiscono di per sé violazione del diritto alla tutela giurisdizionale.

    Domande e risposte

    Come funziona l’opposizione a una multa del codice della strada?

    Chi riceve un verbale per infrazione al codice della strada può fare opposizione al Giudice di pace del luogo in cui è avvenuta la violazione, entro 30 giorni dalla contestazione o dalla notifica del verbale. Il Giudice di pace decide in camera di consiglio o in udienza.

    La Corte ha poi cambiato orientamento su questo tema?

    Sì: la legislazione è stata successivamente modificata. Il d.lgs. n. 150/2011 (riforma del processo civile) ha introdotto fori alternativi in materia di opposizione a sanzioni amministrative, consentendo all’opponente di rivolgersi anche al giudice del proprio luogo di residenza.

    Cosa prevede l’art. 113 della Costituzione in questo ambito?

    L’art. 113 Cost. garantisce la tutela giurisdizionale nei confronti degli atti della pubblica amministrazione. Per la Corte, la regola del foro della violazione non esclude l’accesso alla tutela, pur rendendo più oneroso l’esercizio del diritto.

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  • Corte cost. n. 194/2003 – Conflitto attribuzioni Bossi e insindacabilità parlamentare ammissibile

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    La Corte dichiara ammissibile il ricorso per conflitto di attribuzioni proposto dalla Corte d’appello di Milano nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera di insindacabilità delle dichiarazioni dell’on. Umberto Bossi nei confronti della giornalista Ersilia Carbone. Il conflitto è ritenuto in astratto prospettabile e viene quindi ammesso alla fase di merito.

    Di cosa si tratta

    La Corte d’appello di Milano stava decidendo in un giudizio civile di risarcimento danni per diffamazione proposto dalla giornalista Ersilia Carbone nei confronti dell’on. Umberto Bossi. La Camera dei deputati aveva deliberato che le dichiarazioni del deputato (rese durante una conferenza stampa presso la sede della Lega Nord, in cui era stata contestata la professionalità della giornalista) rientravano nell’esercizio delle funzioni parlamentari. La Corte d’appello riteneva che mancasse il collegamento funzionale richiesto dall’art. 68 Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Milano ha sollevato conflitto di attribuzioni nei confronti della Camera dei deputati, sostenendo che la delibera del 26 gennaio 2000 avesse illegittimamente esercitato il potere parlamentare di insindacabilità, in assenza del necessario collegamento tra le dichiarazioni del deputato e l’esercizio delle funzioni parlamentari: le dichiarazioni erano state rese in una conferenza stampa e contenevano invettive contro la giornalista.

    La decisione della Corte

    In questa fase preliminare ex art. 37 della legge n. 87/1953, la Corte ha dichiarato ammissibile il ricorso. Ha ritenuto che il conflitto fosse in astratto prospettabile, trattandosi di una potenziale interferenza nelle attribuzioni del potere giudiziario da parte della Camera dei deputati. Il ricorso è stato dichiarato ammissibile ed è stata disposta la notifica alla Camera per consentire il contraddittorio nella fase di merito.

    Il principio

    Un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato è ammissibile in fase preliminare quando risulti prospettabile in astratto che la delibera parlamentare possa aver inciso sulle attribuzioni costituzionalmente garantite del potere giudiziario; la valutazione se vi sia stata effettiva lesione delle attribuzioni è rimessa alla successiva fase di merito.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per «collegamento funzionale» ai fini dell’insindacabilità parlamentare?

    Secondo la giurisprudenza della Corte, le dichiarazioni di un parlamentare sono coperte dall’insindacabilità solo se sono espressione tipica e diretta delle funzioni parlamentari: ad esempio, perché corrispondono a voti, proposte o dichiarazioni rese in sede parlamentare, non semplicemente perché rese da un parlamentare.

    Una conferenza stampa presso la sede del partito è un atto parlamentare?

    Generalmente no: le conferenze stampa e i comunicati fuori dalle aule parlamentari non sono di per sé atti parlamentari. Possono esserlo solo se si limitano a «divulgare» contenuti già espressi in Parlamento.

    Cosa succede dopo la dichiarazione di ammissibilità?

    La Corte dispone la notifica del ricorso alla Camera dei deputati, che può costituirsi nel giudizio. Si apre la fase di merito, in cui la Corte decide se la delibera parlamentare abbia o meno invaso le attribuzioni del giudice.

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  • Corte cost. n. 192/2003 – Prescrizione ispettiva e qualifica di polizia giudiziaria

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 20, comma 1, del d.lgs. n. 758/1994 in materia di sanzioni sul lavoro. La norma consente la prescrizione al contravventore (per regolarizzare le irregolarità) solo quando l’organo di vigilanza agisca nell’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria. Il Tribunale di Bari contestava la distinzione rispetto agli ispettori con soli compiti di polizia di sicurezza.

    Di cosa si tratta

    Un titolare di officina elettrauto a Bari era stato denunciato per alcune violazioni di norme sulla sicurezza sul lavoro (certificato di agibilità, spogliatoi, relazione fonometrica). L’ispettore che aveva effettuato il controllo e prescritto la regolarizzazione operava però con compiti di polizia di sicurezza, non di polizia giudiziaria. Poiché il d.lgs. n. 758/1994 prevede l’estinzione delle contravvenzioni solo a fronte di prescrizioni impartite da organi di polizia giudiziaria, l’imputato non poteva accedere al meccanismo estintivo, pur avendo regolarizzato la situazione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Bari ha sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 20, comma 1, del d.lgs. 19 dicembre 1994, n. 758, nella parte in cui prevede che la prescrizione possa essere impartita solo dall’organo di vigilanza che agisca nell’esercizio di funzioni di polizia giudiziaria, con esclusione degli organi che agiscono con compiti di polizia di sicurezza.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza. Ha ritenuto che la distinzione operata dalla norma non fosse irragionevole, in quanto gli organi di polizia giudiziaria operano sotto la direzione del pubblico ministero e nell’ambito di un procedimento penale già avviato, mentre la polizia di sicurezza svolge compiti di prevenzione. Le due categorie non sono equiparabili ai fini dell’applicazione del meccanismo estintivo.

    Il principio

    Non è irragionevole limitare il meccanismo di estinzione delle contravvenzioni in materia di lavoro (prescrizione + pagamento di 1/4 dell’ammenda) ai casi in cui la prescrizione sia impartita da organi di polizia giudiziaria, in quanto tali organi operano all’interno di un sistema processuale penale che offre maggiori garanzie sia per il datore di lavoro sia per la tutela dei lavoratori.

    Domande e risposte

    Cos’è il meccanismo della prescrizione del d.lgs. n. 758/1994?

    L’organo di vigilanza che accerta una contravvenzione in materia di lavoro può impartire una «prescrizione»: un ordine di regolarizzare la situazione entro un termine. Se il contravventore ottempera e paga 1/4 dell’ammenda massima prevista, la contravvenzione si estingue.

    Qual è la differenza tra polizia giudiziaria e polizia di sicurezza?

    La polizia giudiziaria (es. ispettorato del lavoro quando agisce su delega del PM) accerta i reati e ne riferisce all’autorità giudiziaria. La polizia di sicurezza svolge funzioni di prevenzione e ordine pubblico, senza necessariamente operare nell’ambito di un procedimento penale in corso.

    Un datore di lavoro che regolarizza spontaneamente può comunque beneficiare di attenuanti?

    Sì: anche senza il meccanismo del d.lgs. n. 758/1994, la regolarizzazione spontanea può essere valutata come circostanza attenuante nella determinazione della pena ex art. 133 c.p., anche se non porta all’estinzione automatica del reato.

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  • Corte cost. n. 191/2003 – Avvisi all’imputato esaminato in dibattimento

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 64 c.p.p., che disciplina gli avvisi da rendere all’interrogato. Il Tribunale di Monza chiedeva che tali avvisi si applicassero anche all’imputato che si sottopone volontariamente all’esame in dibattimento. La Corte ritiene che una interpretazione sistematica delle norme esistenti consenta già tale applicazione.

    Di cosa si tratta

    Nel corso di un processo penale a Monza, l’imputato aveva acconsentito a sottoporsi all’esame dibattimentale. Il giudice si era interrogato se, in tale sede, dovesse applicare gli avvisi previsti dall’art. 64 c.p.p. per l’interrogatorio (in particolare l’avviso che, rendendo dichiarazioni su responsabilità altrui, l’imputato assume la qualità di testimone). Il problema nasceva perché l’art. 64 menziona espressamente solo l’«interrogatorio» e la «persona sottoposta alle indagini», non l’imputato in dibattimento.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Monza ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 64 c.p.p., nella parte in cui non prevede che il giudice del dibattimento debba dare all’imputato, in sede di esame, gli avvisi ivi indicati (compreso quello sull’assunzione della qualità di testimone se rende dichiarazioni su responsabilità altrui).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza. Ha rilevato che l’interpretazione sistematica delle norme vigenti consentiva già di applicare la disciplina degli avvisi all’esame dibattimentale dell’imputato, rendendo superfluo un intervento manipolativo. I dubbi del rimettente si rivelavano infondati alla luce di una lettura coordinata del codice di rito.

    Il principio

    Quando un’interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata delle disposizioni vigenti consente di colmare la lacuna normativa denunciata dal rimettente, la questione di legittimità costituzionale è manifestamente infondata, perché non è necessario un intervento additivo della Corte.

    Domande e risposte

    Quali sono gli avvisi previsti dall’art. 64 c.p.p. per l’interrogatorio?

    L’art. 64 c.p.p. obbliga il giudice a informare la persona interrogata che ha facoltà di non rispondere, che le sue dichiarazioni potranno essere usate contro di lei, e che se renderà dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri, assumerà la qualità di testimone su quei fatti.

    Qual è la differenza tra «interrogatorio» e «esame» dell’imputato?

    L’interrogatorio è compiuto dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria nella fase delle indagini. L’esame è la partecipazione volontaria dell’imputato al dibattimento, dove risponde alle domande delle parti.

    Perché la questione dell’art. 64 c.p.p. era importante per il diritto all’equo processo?

    Se l’imputato che si sottopone volontariamente all’esame non riceve l’avviso sull’assunzione della qualità di testimone, potrebbe involontariamente autoincriminarsi o fornire prove contro altri senza essere consapevole delle conseguenze. L’art. 111 Cost. garantisce il giusto processo.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 190/2003 – Indennità di sede ispettori tecnici all’estero

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sulla tabella dell’art. 658 del testo unico sull’istruzione (d.lgs. n. 297/1994), che attribuisce agli ispettori tecnici del Ministero della pubblica istruzione in servizio all’estero un’indennità mensile ritenuta inadeguata rispetto a quella del personale con funzioni analoghe.

    Di cosa si tratta

    Alcuni ispettori tecnici del Ministero della pubblica istruzione, distaccati in servizio all’estero (Ministero degli affari esteri), contestavano il fatto di ricevere un’indennità di sede di soli 120.000 lire mensili (componente base), ritenuta inferiore rispetto a quella percepita da personale che svolgeva, secondo loro, le stesse funzioni. Il TAR Lazio aveva accolto in primo grado la tesi dei ricorrenti, ma il Consiglio di Stato aveva riformato la sentenza.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR Lazio ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 97, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale della tabella contenuta nell’art. 658 del d.lgs. 16 aprile 1994, n. 297, nella parte in cui assegnava agli ispettori tecnici un assegno mensile lordo fisso di L. 120.000 anziché un assegno di sede commisurato alle funzioni effettivamente svolte.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione. Ha ritenuto che la disciplina sulle indennità del personale in servizio all’estero rientrasse nella discrezionalità del legislatore, che può legittimamente differenziare i trattamenti economici in base alle specifiche esigenze di ciascuna categoria di funzionari senza violare il principio di uguaglianza.

    Il principio

    La differenziazione del trattamento economico del personale in servizio all’estero tra diverse categorie di funzionari non viola il principio di uguaglianza e il principio di buon andamento quando risponde a criteri di ragionevolezza legati alle specifiche funzioni e categorie di appartenenza.

    Domande e risposte

    Cosa prevede la tabella dell’art. 658 del d.lgs. n. 297/1994?

    La tabella allegata al testo unico sull’istruzione disciplinava le indennità di sede per il personale della scuola e dell’istruzione in servizio all’estero. Per gli ispettori tecnici prevedeva una componente base fissa, mentre per altre categorie l’indennità era commisurata alle funzioni.

    Perché il Consiglio di Stato aveva ribaltato la sentenza del TAR?

    Il Consiglio di Stato aveva ritenuto che le funzioni svolte dagli ispettori ricorrenti non fossero effettivamente identiche a quelle del personale preso come termine di paragone, escludendo quindi la disparità di trattamento irragionevole contestata.

    Cosa significa che la questione è «manifestamente infondata»?

    La Corte ritiene che la questione sia priva di pregio già prima di un esame approfondito, perché la differenziazione del trattamento economico rientra nell’ampia discrezionalità del legislatore nel disciplinare i rapporti di impiego pubblico.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 189/2003 – Insindacabilità parlamentare Sgarbi e consumazione del potere di conflitto

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    La Corte dichiara inammissibile il conflitto di attribuzioni proposto dal GIP di Caltanissetta nei confronti della Camera dei deputati sulla delibera di insindacabilità delle opinioni espresse dall’on. Vittorio Sgarbi nei confronti del magistrato Giancarlo Caselli. Anche questo conflitto era già stato dichiarato improcedibile in un procedimento precedente per inosservanza dei termini.

    Di cosa si tratta

    Il 26 luglio 1995, durante la trasmissione televisiva «Fatti e misfatti», l’on. Vittorio Sgarbi aveva espresso dichiarazioni ritenute offensive nei confronti di Giancarlo Caselli, allora Procuratore della Repubblica di Palermo. La Camera dei deputati aveva deliberato che quelle dichiarazioni erano coperte dall’insindacabilità parlamentare. Il GIP di Caltanissetta aveva già sollevato un primo conflitto di attribuzioni, dichiarato ammissibile ma poi improcedibile per inosservanza dei termini di deposito.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il GIP del Tribunale di Caltanissetta ha riproposto il conflitto di attribuzioni nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera del 15 settembre 1998 con cui la Camera aveva dichiarato l’insindacabilità delle dichiarazioni dell’on. Sgarbi. Il giudice sosteneva che la dichiarazione di improcedibilità del precedente conflitto non avesse consumato il potere di sollevarne uno nuovo.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, applicando lo stesso principio già affermato per la vicenda analoga (n. 188/2003): il potere di sollevare il conflitto si era consumato per effetto dell’inosservanza del termine per il deposito nel precedente procedimento, con conseguente dichiarazione di improcedibilità.

    Il principio

    Il principio della consumazione del potere di sollevare conflitto di attribuzioni si applica anche quando il precedente conflitto sia stato dichiarato improcedibile per inosservanza dei termini: la medesima autorità non può riproporre il conflitto sullo stesso atto, perché il potere si è esaurito.

    Domande e risposte

    Le dichiarazioni di Sgarbi erano veramente funzioni parlamentari?

    La Corte non ha mai esaminato il merito. La delibera della Camera del 1998 aveva sostenuto che le dichiarazioni (fatte in una trasmissione televisiva come conduttore) rientrassero nelle funzioni parlamentari. Il GIP contestava l’assenza di un nesso con atti parlamentari specifici.

    Cosa significava «improcedibilità» del primo conflitto?

    La Corte aveva dichiarato il primo ricorso ammissibile nella fase preliminare, poi lo aveva dichiarato improcedibile in sede di merito perché il ricorso e l’ordinanza ammissiva non erano stati notificati nei termini perentori fissati dalle norme integrative.

    L’insindacabilità copriva anche le trasmissioni televisive?

    In linea generale, la giurisprudenza della Corte richiede un nesso funzionale tra le dichiarazioni e l’esercizio del mandato parlamentare: dichiarazioni rese come conduttore di una trasmissione tv potrebbero non avere tale nesso. Ma la Corte non ha mai potuto pronunciarsi nel merito per questo conflitto.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 188/2003 – Insindacabilità parlamentare Tiziana Parenti e conflitto tra poteri

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    La Corte dichiara inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzioni proposto dal Tribunale di Torino nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera di insindacabilità sulle opinioni espresse dalla deputata Tiziana Parenti nei confronti del magistrato Piercamillo Davigo. Il conflitto era già stato dichiarato improcedibile una prima volta per inosservanza dei termini.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Torino stava giudicando la deputata Tiziana Parenti per il reato di diffamazione nei confronti del magistrato Piercamillo Davigo. La Camera dei deputati aveva deliberato che le dichiarazioni della Parenti rientravano nell’esercizio delle funzioni parlamentari ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione (insindacabilità). Il Tribunale, non d’accordo, aveva sollevato conflitto di attribuzioni, ma un precedente conflitto era già stato dichiarato improcedibile per inosservanza dei termini.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Torino, sezione I penale, ha riproposto il conflitto di attribuzioni nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla delibera del 18 febbraio 1999 con cui era stata dichiarata l’insindacabilità parlamentare delle dichiarazioni della deputata Parenti. Il tribunale riteneva che il potere parlamentare fosse stato illegittimamente esercitato in assenza di un collegamento specifico tra le dichiarazioni e le funzioni parlamentari.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Nella fase preliminare prevista dall’art. 37 della legge n. 87/1953, ha rilevato che il conflitto di attribuzioni non poteva essere riproposto perché il potere del Tribunale di sollevarlo si era già consumato con l’inosservanza dei termini nel precedente procedimento, che aveva portato alla dichiarazione di improcedibilità.

    Il principio

    Il potere di sollevare conflitto di attribuzioni è soggetto a consumazione: una volta che il termine perentorio previsto dalle norme integrative per il deposito del ricorso sia stato inosservato e il precedente conflitto dichiarato improcedibile, il medesimo potere non può essere riesercitato con la riproposizione del ricorso sullo stesso atto.

    Domande e risposte

    Cos’è l’insindacabilità parlamentare ex art. 68, comma 1, Cost.?

    L’art. 68, primo comma, della Costituzione prevede che i membri del Parlamento non possano essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. L’insindacabilità copre solo gli atti funzionali al mandato parlamentare.

    Perché il Tribunale aveva riproposto il conflitto?

    Il Tribunale riteneva che la dichiarazione di improcedibilità del primo conflitto non consumasse il potere di sollevarne uno nuovo sullo stesso atto, perché l’improcedibilità non avrebbe esaminato il merito. La Corte ha respinto questa tesi.

    Qual è la fase preliminare del conflitto di attribuzioni?

    Prima di procedere nel merito, la Corte esamina in camera di consiglio se il ricorso sia ammissibile, verificando che il conflitto esista (cioè che i poteri coinvolti siano legittimati) e che il ricorso soddisfi i requisiti formali.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 187/2003 – Docenti di medicina e opzione tempo pieno o definito

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 5, comma 12, del d.lgs. n. 517/1999, che collega automaticamente la modalità di esercizio dell’attività libero-professionale dei docenti universitari di medicina all’opzione per il tempo pieno o per il tempo definito. Trentuno ordinanze del TAR Lazio erano state riunite in un unico giudizio.

    Di cosa si tratta

    Docenti universitari delle facoltà di medicina e chirurgia di diverse Università avevano impugnato la norma che imponeva un collegamento automatico tra la scelta di esercitare l’attività libero-professionale in modo intramurario (nel servizio sanitario) o extramurario (privatamente) e l’opzione per il regime a tempo pieno o a tempo definito. I docenti lamentavano che tale meccanismo automatico fosse difforme dalle norme previgenti e violasse l’autonomia universitaria.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR Lazio aveva sollevato, in riferimento agli artt. 3, 33, 76 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 12, del d.lgs. 21 dicembre 1999, n. 517, nella parte in cui fissava una «correlazione automatica» tra modalità di esercizio dell’attività libero-professionale e opzione per il tempo pieno o il tempo definito del rapporto di lavoro universitario.

    La decisione della Corte

    La Corte ha riunito i trentuno giudizi e ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione, rilevando difetti di motivazione nella descrizione della fattispecie e nella dimostrazione della rilevanza nei giudizi principali. Le ordinanze di rimessione non avevano adeguatamente illustrato in che modo la norma censurata si applicasse nei casi concreti.

    Il principio

    La manifesta inammissibilità è pronunciata quando le ordinanze di rimessione non descrivono in modo adeguato la fattispecie concreta e non dimostrano la rilevanza della questione di legittimità nel giudizio principale, rendendo impossibile alla Corte verificare il collegamento tra la norma impugnata e la decisione del caso.

    Domande e risposte

    Cos’è l’attività libero-professionale intramuraria dei medici universitari?

    I docenti universitari di medicina che lavorano anche nelle strutture del Servizio Sanitario Nazionale possono svolgere attività professionale «intramuraria» (all’interno dell’ospedale o clinica) o «extramuraria» (privatamente al di fuori). Questa scelta era collegata all’opzione contrattuale per il tempo pieno o il tempo definito.

    Perché i docenti contestavano la norma?

    Il d.lgs. n. 517/1999 aveva introdotto un automatismo: chi svolgeva attività intramuraria doveva scegliere il tempo pieno, chi svolgeva attività extramuraria il tempo definito. I docenti ritenevano questo automatismo difforme dalla disciplina previgente e lesivo dell’autonomia universitaria.

    In quante ordinanze era stata sollevata questa questione?

    Trentuno ordinanze del TAR Lazio, depositate tra il 2001 e il 2002, sollevavano la medesima questione nei confronti di docenti universitari di diverse Università degli studi. La Corte le ha riunite per una decisione unitaria.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 186/2003 – Poteri ministeriali e autonomia della Provincia di Trento nel settore agricolo

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    La Corte dichiara non fondate le principali questioni sollevate dalla Provincia autonoma di Trento contro la legge n. 499/1999 sulla razionalizzazione degli interventi nel settore agroalimentare. Le censure riguardavano l’attribuzione di poteri di indirizzo e coordinamento al singolo Ministro anziché al Governo collegiale e la subordinazione dei piani provinciali all’approvazione statale. Una questione accessoria è dichiarata inammissibile.

    Di cosa si tratta

    La Provincia autonoma di Trento aveva impugnato in via principale l’art. 2 della legge 23 dicembre 1999, n. 499, che regolava gli interventi nei settori agricolo, agroalimentare, agroindustriale e forestale. La Provincia lamentava che la legge conferisse al solo Ministro delle politiche agricole e forestali poteri di indirizzo e coordinamento normalmente spettanti al Governo nella sua collegialità, e che subordinasse i programmi provinciali all’approvazione del CIPE, violando l’autonomia statutaria riconosciuta dallo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Provincia autonoma di Trento ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, commi 1, 4, 5, 6, 7, 9 e 10, della legge n. 499/1999, in riferimento agli artt. 8 nn. 21 e 29, 9 n. 8, 16 e 69-85 del d.P.R. n. 670/1972 (Statuto speciale Trentino-Alto Adige), agli artt. 2, 3 e 4 del d.lgs. n. 266/1992 (norme di attuazione dello Statuto) e ai principi costituzionali in materia di indirizzo e coordinamento.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondate le questioni relative ai commi 1, 4, 5, 6 e 7 dell’art. 2 della legge n. 499/1999. Ha ritenuto che le disposizioni impugnate non ledessero le competenze statutarie della Provincia, in quanto l’intesa con la Conferenza Stato-Regioni e i meccanismi di coordinamento previsti erano idonei a salvaguardare l’autonomia provinciale. Una questione accessoria è stata dichiarata inammissibile per carenza di interesse.

    Il principio

    Le autonomie speciali possono contestare le norme statali di indirizzo e coordinamento solo quando queste ledano concretamente le competenze statutarie; la previsione di intese e meccanismi di coordinamento con le Regioni e le Province autonome è idonea a garantire il rispetto dell’autonomia, anche quando il potere di indirizzo sia formalmente attribuito a un singolo Ministro.

    Domande e risposte

    Cosa sono le competenze legislative esclusive della Provincia autonoma di Trento nel settore agricolo?

    Lo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige (d.P.R. n. 670/1972) attribuisce alla Provincia potere legislativo esclusivo su agricoltura, foreste, industria alberghiera e turismo, entro i limiti dei principi dell’ordinamento statale.

    Perché la Provincia contestava l’attribuzione del potere al singolo Ministro?

    Secondo la giurisprudenza costituzionale, la funzione di indirizzo e coordinamento è una prerogativa del Governo come organo collegiale. Un atto del solo Ministro potrebbe ledere il principio di legalità sostanziale e la ripartizione di competenze costituzionalmente garantita.

    Qual è il ruolo del CIPE in questo contesto?

    Il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica era chiamato a verificare e approvare i programmi regionali e provinciali nel settore agroalimentare: la Provincia contestava questa subordinazione come lesiva della propria autonomia programmatoria.

  • Corte cost. n. 184/2003 – Pignoramento pensione INPS per tributi

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    La Corte restituisce gli atti al Tribunale di Como per riesame alla luce della sentenza n. 468/2002, che aveva già dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che vietavano il pignoramento delle pensioni INPS per crediti tributari. La questione sollevata risulta superata dallo ius superveniens.

    Di cosa si tratta

    Un’azienda concessionaria della riscossione dei tributi nella provincia di Como (Rileno s.p.a.) aveva avviato una procedura esecutiva nei confronti di una pensionata INPS (Balzarotti Enrichetta) per tributi non pagati. Il giudice dell’esecuzione del Tribunale di Como aveva dubitato della legittimità delle norme che vietavano il pignoramento della pensione per debiti fiscali, creando una disparità rispetto ad altre categorie di crediti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Como aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 128 del r.d.l. n. 1827/1935 e dell’art. 69 della legge n. 153/1969, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui non consentivano il pignoramento della pensione INPS per crediti tributari, a differenza di quanto previsto per le pensioni dei dipendenti pubblici.

    La decisione della Corte

    La Corte ha ordinato la restituzione degli atti al Tribunale rimettente per un riesame alla luce dello ius superveniens. La sentenza n. 468 del 2002 della stessa Corte aveva già dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 128 del r.d.l. n. 1827/1935 nella parte in cui non consentiva la pignorabilità per crediti tributari delle pensioni INPS, entro i limiti del d.P.R. n. 180/1950.

    Il principio

    Quando, dopo la proposizione di una questione di legittimità costituzionale, interviene una pronuncia della Corte che ha già risolto la questione (ius superveniens), gli atti devono essere restituiti al giudice rimettente affinché rivaluti la rilevanza e la non manifesta infondatezza alla luce del nuovo quadro normativo.

    Domande e risposte

    Cosa cambiò con la sentenza n. 468/2002?

    La Corte aveva già dichiarato incostituzionale il divieto assoluto di pignoramento della pensione INPS per crediti tributari. Dal quel momento, la pignorabilità è ammessa entro i limiti previsti dal d.P.R. n. 180/1950 per le pensioni del settore pubblico.

    Entro quali limiti è pignorabile la pensione per debiti tributari?

    Secondo il d.P.R. n. 180/1950, la pensione può essere pignorata per crediti tributari fino a un quinto dell’importo, fermo restando il rispetto del minimo vitale.

    Cosa significa «restituzione degli atti al giudice rimettente»?

    La Corte non decide nel merito ma rimanda la questione al giudice che l’aveva sollevata, invitandolo a rivalutare la situazione alla luce dei nuovi sviluppi normativi o giurisprudenziali sopravvenuti.

    Norme collegate

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