Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 75/2025 – Deducibilità IMU dal reddito d’impresa per il 2018

    Con la sentenza n. 75 del 2025 la Corte costituzionale ha respinto le censure contro la norma che, per l’anno d’imposta 2018, consentiva di dedurre dall’imposta sul reddito delle società solo il 20 per cento dell’IMU sugli immobili strumentali.

    Di cosa si tratta

    Le imprese pagano l’IMU (l’imposta sugli immobili) anche sui fabbricati che usano per la propria attività, i cosiddetti immobili strumentali. Per non tassare due volte la stessa ricchezza, la legge consente di dedurre una parte dell’IMU dal reddito d’impresa ai fini IRES. Nel tempo questa percentuale di deducibilità è cambiata: per l’anno d’imposta 2018 era fissata al 20 per cento, quindi l’80 per cento dell’IMU restava indeducibile. Alcune società – tra cui il gruppo Saras – hanno contestato questa limitazione davanti ai giudici tributari, sostenendo che tassare un costo realmente sostenuto violasse il principio di capacità contributiva e creasse disparità. I giudici tributari di Cagliari e del Lazio hanno sollevato la questione. Per le imprese la posta in gioco è concreta: stabilire se lo Stato possa limitare la deduzione di un’imposta effettivamente pagata, incidendo sul carico fiscale complessivo.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato l’art. 14, comma 1, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, come sostituito dalla legge 27 dicembre 2013, n. 147, nella parte in cui, per l’anno d’imposta 2018, fissava al 20 per cento la quota di IMU deducibile ai fini IRES. Le questioni sono state sollevate dalla Corte di giustizia tributaria di primo grado di Cagliari e da quella di secondo grado del Lazio, in riferimento agli artt. 3, 23, 41 e 53 della Costituzione (eguaglianza, riserva di legge tributaria, libertà d’impresa e capacità contributiva).

    La decisione della Corte

    La Corte, riuniti i giudizi, ha dichiarato non fondate le questioni. La misura della deducibilità dell’IMU rientra nella discrezionalità del legislatore in materia tributaria, che può modulare nel tempo la quota deducibile senza con ciò violare la capacità contributiva o gli altri parametri invocati. La scelta di fissare al 20 per cento la deducibilità per il 2018 non è stata ritenuta manifestamente irragionevole o arbitraria.

    Il principio

    Il legislatore può determinare e modulare la percentuale di IMU deducibile dal reddito d’impresa secondo la propria discrezionalità in materia tributaria: la deducibilità al 20 per cento per l’anno 2018 non viola il principio di capacità contributiva né gli altri parametri costituzionali invocati.

    Domande e risposte

    Cosa significa dedurre l’IMU dal reddito d’impresa?

    Significa sottrarre una parte dell’IMU pagata sugli immobili strumentali dalla base imponibile su cui si calcola l’imposta sul reddito, riducendo così il carico fiscale complessivo.

    Perché le imprese contestavano la deducibilità al 20 per cento?

    Perché, lasciando indeducibile l’80 per cento dell’IMU, ritenevano di essere tassate su un costo realmente sostenuto, con un’incidenza ritenuta lesiva della capacità contributiva.

    Perché la Corte ha respinto le censure?

    Perché la determinazione della quota deducibile rientra nella discrezionalità del legislatore tributario e la scelta del 20 per cento per il 2018 non è stata giudicata manifestamente irragionevole.

    La sentenza vale per altri anni d’imposta?

    La decisione riguarda specificamente l’anno d’imposta 2018; per le altre annualità si applicano le percentuali di deducibilità previste dalla legge per ciascun periodo.

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  • Corte cost. n. 76/2025 – Trattamento sanitario obbligatorio e diritti del paziente

    Con la sentenza n. 76 del 2025 la Corte costituzionale ha rafforzato le garanzie nel trattamento sanitario obbligatorio, imponendo che la persona interessata sia informata dei provvedimenti che la riguardano e possa essere sentita prima della convalida.

    Di cosa si tratta

    Il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) consente, in casi eccezionali, di curare una persona con disturbi psichici anche contro la sua volontà, con il ricovero in ospedale. È una misura che incide profondamente sulla libertà personale, perciò la legge (la cosiddetta legge Basaglia, confluita nella legge 833/1978) prevede una procedura con il provvedimento del sindaco e la convalida del giudice tutelare. Il problema, sollevato dalla Corte di cassazione, era che la legge non garantiva alla persona sottoposta al TSO di essere informata dei provvedimenti, di poter parlare con il giudice prima della convalida e di ricevere la notifica della decisione per impugnarla. Nel caso concreto, una donna sottoposta a TSO a Caltanissetta aveva impugnato la convalida lamentando proprio l’assenza di queste garanzie. La posta in gioco è il rispetto della dignità e dei diritti di chi subisce una misura tanto invasiva, assicurando che non resti un soggetto passivo, ma possa partecipare alla decisione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Erano impugnati gli artt. 33, 34 e 35 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, nella parte in cui non prevedono la comunicazione e la notificazione dei provvedimenti sul TSO alla persona interessata, né la sua audizione da parte del giudice tutelare prima della convalida. La questione è stata sollevata dalla Corte di cassazione, prima sezione civile, in riferimento agli artt. 2, 3, 13, 24, 32, 111 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 35 della legge n. 833 del 1978, integrandolo per garantire che il provvedimento sia comunicato alla persona interessata o al suo legale rappresentante, che essa sia sentita prima della convalida e che le sia notificato il provvedimento. In via consequenziale ha esteso la stessa garanzia di comunicazione anche al quarto comma. L’omissione di tali garanzie violava i principi di libertà personale, difesa, tutela della salute e giusto processo.

    Il principio

    Chi è sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio ha diritto a essere informato dei provvedimenti che lo riguardano, a essere sentito dal giudice tutelare prima della convalida e a ricevere la notifica della decisione. Queste garanzie sono necessarie per rispettare la libertà personale, il diritto di difesa e la dignità del paziente.

    Domande e risposte

    Cos’è il trattamento sanitario obbligatorio?

    È una misura che permette di curare e ricoverare una persona con disturbi psichici anche senza il suo consenso, solo in presenza di precise condizioni di legge e con la convalida del giudice tutelare.

    Cosa cambia con questa sentenza?

    La persona sottoposta a TSO deve ora essere informata dei provvedimenti, può essere sentita dal giudice tutelare prima della convalida e riceve la notifica della decisione, così da poter eventualmente impugnarla.

    Perché queste garanzie sono importanti?

    Perché il TSO incide sulla libertà personale e sulla salute: senza informazione e ascolto, la persona resterebbe un soggetto passivo, privo di reale possibilità di difesa.

    Il TSO può ancora essere disposto?

    Sì. La sentenza non abolisce il TSO, ma ne rafforza le garanzie procedurali a tutela della persona interessata.

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  • Corte cost. n. 77/2025 – Appalti: il principio di invarianza della soglia di anomalia

    Con la sentenza n. 77 del 2025 la Corte costituzionale ha confermato la legittimità del cosiddetto principio di invarianza nelle gare d’appalto, secondo cui la soglia di anomalia delle offerte si cristallizza al momento dell’aggiudicazione.

    Di cosa si tratta

    Nelle gare d’appalto al massimo ribasso si calcola una “soglia di anomalia”: le offerte che la superano sono considerate sospettosamente basse e vanno verificate. Per evitare manipolazioni, il nuovo Codice dei contratti pubblici (d.lgs. 36/2023) prevede il “principio di invarianza”: una volta fissata, la soglia non cambia anche se in seguito qualche concorrente viene escluso o ammesso. Nel caso concreto, il Comune di Napoli aveva calcolato la soglia due volte – la prima dopo l’apertura delle offerte economiche, la seconda dopo il soccorso istruttorio – e il giudice amministrativo dubitava che fissare il termine ultimo al provvedimento di aggiudicazione potesse compromettere la segretezza delle offerte, rendendo “calcolabile” in anticipo come spostare la soglia. Per le imprese che partecipano alle gare la questione tocca la trasparenza e l’imparzialità delle procedure: stabilire fino a quando la soglia può essere ricalcolata.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato l’art. 108, comma 12, del decreto legislativo 31 marzo 2023, n. 36 (Codice dei contratti pubblici), limitatamente all’inciso che individua nel provvedimento di aggiudicazione il momento fino al quale opera il principio di invarianza, tenendo conto dell’eventuale inversione procedimentale. La questione è stata sollevata dal Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione prima, in riferimento agli artt. 3, 41 e 97 della Costituzione (ragionevolezza, libertà d’impresa e buon andamento dell’amministrazione).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondate le questioni. La scelta di ancorare l’invarianza della soglia di anomalia al momento dell’aggiudicazione rientra nella discrezionalità del legislatore e non è irragionevole: il principio di invarianza serve proprio a garantire stabilità e a prevenire manipolazioni delle procedure, in coerenza con i principi di buon andamento e di tutela della concorrenza. Non vi è quindi violazione degli artt. 3, 41 e 97 Cost.

    Il principio

    Il principio di invarianza, per cui la soglia di anomalia delle offerte resta ferma fino all’aggiudicazione anche in caso di successive ammissioni o esclusioni, è una scelta ragionevole del legislatore, funzionale alla stabilità e all’imparzialità delle gare d’appalto.

    Domande e risposte

    Cos’è la soglia di anomalia in una gara d’appalto?

    È un valore calcolato sulle offerte ricevute: le offerte che la superano sono considerate anormalmente basse e devono essere verificate prima dell’aggiudicazione.

    Cosa significa principio di invarianza?

    Significa che, una volta determinata, la soglia di anomalia non viene ricalcolata anche se in seguito alcuni concorrenti vengono ammessi o esclusi, fino al provvedimento di aggiudicazione.

    Perché il giudice temeva un rischio per la segretezza?

    Perché ricalcolare la soglia in più momenti potrebbe rendere prevedibile come cambia in base alle ammissioni o esclusioni, prestandosi a possibili manipolazioni; la Corte ha però ritenuto la disciplina legittima.

    Cosa cambia per le imprese?

    Nulla rispetto alla norma vigente: il principio di invarianza resta valido, dando stabilità al calcolo della soglia fino all’aggiudicazione.

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  • Corte cost. n. 78/2025 – Permessi al detenuto: il termine per il reclamo sale a 15 giorni

    Con la sentenza n. 78 del 2025 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il termine di sole ventiquattro ore entro cui il detenuto poteva fare reclamo contro il diniego di un permesso, portandolo a quindici giorni a tutela del diritto di difesa.

    Di cosa si tratta

    I detenuti possono ottenere “permessi di necessità” per eventi gravi della vita familiare, ad esempio per assistere un parente in fin di vita. Se il magistrato di sorveglianza nega il permesso, il detenuto può presentare reclamo. Il problema era il tempo concesso: la legge fissava un termine strettissimo, sole ventiquattro ore dalla comunicazione del provvedimento. Nel caso concreto, un detenuto aveva chiesto di poter far visita alla sorella, malata di tumore con metastasi e impossibilitata a recarsi in carcere; il permesso era stato negato e il termine di un giorno per impugnare rendeva difficilissimo difendersi efficacemente. Per chi è privato della libertà, un termine così breve – difficile da rispettare in condizioni di detenzione – rischia di vanificare il diritto a contestare una decisione che incide su affetti e dignità personale. La posta in gioco era rendere effettiva la possibilità di difesa.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato l’art. 30-bis, terzo comma, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (ordinamento penitenziario), nella parte in cui prevedeva che il reclamo contro il provvedimento sui permessi dovesse essere proposto entro ventiquattro ore dalla comunicazione. La questione è stata sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Sassari in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, per irragionevolezza del termine e lesione del diritto di difesa.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 30-bis, terzo comma, dell’ordinamento penitenziario, nella parte in cui prevede che il reclamo sui permessi di cui all’art. 30 sia proposto entro ventiquattro ore dalla comunicazione, anziché entro quindici giorni. Il termine di un solo giorno è irragionevolmente breve e comprime in modo eccessivo il diritto di difesa del detenuto: il nuovo termine di quindici giorni allinea la disciplina a quella di altri reclami in materia penitenziaria.

    Il principio

    Il termine di ventiquattro ore per impugnare il diniego di un permesso al detenuto è incostituzionale: un tempo così ristretto è irragionevole e lede il diritto di difesa. Il termine corretto è di quindici giorni dalla comunicazione del provvedimento.

    Domande e risposte

    Entro quanto tempo il detenuto può ora fare reclamo?

    Entro quindici giorni dalla comunicazione del provvedimento, non più entro ventiquattro ore come prevedeva la norma dichiarata illegittima.

    Perché ventiquattro ore erano troppo poche?

    Perché un termine così breve, per chi è ristretto in carcere, rende estremamente difficile preparare e proporre un reclamo efficace, comprimendo il diritto di difesa garantito dall’art. 24 Cost.

    Cosa sono i permessi di necessità?

    Sono permessi che consentono al detenuto di uscire temporaneamente per eventi gravi e particolari della vita familiare, come la malattia o la morte di un congiunto.

    La decisione vale solo per il caso deciso?

    No. La dichiarazione di illegittimità costituzionale ha effetti generali: il termine di quindici giorni si applica a tutti i reclami sui permessi disciplinati da quella norma.

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  • Corte cost. n. 79/2025 – Referendum cittadinanza e spazi tv: niente sospensiva

    Con l’ordinanza n. 79 del 2025 la Corte costituzionale ha respinto l’istanza cautelare del Comitato promotore del referendum sulla cittadinanza, che chiedeva la sospensione urgente delle regole sugli spazi televisivi per la campagna referendaria.

    Di cosa si tratta

    In vista dei referendum abrogativi dell’8 e 9 giugno 2025 – tra cui quello sui requisiti per la cittadinanza – la Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI aveva approvato, il 2 aprile 2025, le regole sulla comunicazione politica e l’informazione del servizio pubblico durante la campagna. Il Comitato promotore del referendum sulla cittadinanza, rappresentato dall’onorevole Riccardo Magi, ha ritenuto quelle regole insufficienti a garantire spazi adeguati per illustrare le ragioni del referendum e ha sollevato un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale. Insieme al conflitto ha chiesto una misura cautelare urgente, cioè la sospensione immediata della delibera, vista l’imminenza del voto. Questa ordinanza decide solo su quella richiesta urgente, non sul merito del conflitto. La posta in gioco era la parità di accesso ai mezzi di informazione pubblica durante una consultazione referendaria.

    La questione di legittimità costituzionale

    Non si tratta di un giudizio di legittimità su una legge, ma di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Il Comitato promotore contestava la delibera della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi del 2 aprile 2025, nella parte in cui non garantirebbe spazi di comunicazione politica idonei né un adeguato livello di informazione sui temi referendari. In via d’urgenza chiedeva la sospensione cautelare di quella delibera.

    La decisione della Corte

    La Corte ha respinto l’istanza cautelare presentata dal Comitato promotore. Si tratta di una pronuncia limitata al profilo dell’urgenza: la Corte non ha concesso la sospensione immediata della delibera. La decisione non chiude il conflitto di attribuzione nel merito, ma nega la misura provvisoria richiesta in attesa della definizione del giudizio.

    Il principio

    L’istanza cautelare nel conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato è uno strumento eccezionale: in questo caso la Corte non ha ravvisato le condizioni per sospendere in via d’urgenza la delibera della Commissione di vigilanza RAI sulla campagna referendaria.

    Domande e risposte

    Cos’è un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato?

    È il giudizio con cui la Corte costituzionale risolve le controversie su chi spetta una determinata attribuzione tra organi dello Stato; qui contrappone il Comitato promotore e la Commissione di vigilanza RAI.

    Cosa significa che è stata respinta l’istanza cautelare?

    Significa che la Corte non ha concesso la sospensione urgente della delibera; la richiesta provvisoria è stata negata, in attesa dell’eventuale decisione sul merito.

    La decisione ha deciso il merito del conflitto?

    No. Questa ordinanza riguarda solo la misura cautelare urgente, non il merito del conflitto sulle regole della campagna referendaria.

    Su cosa verteva il referendum cittadinanza?

    Sul quesito che proponeva di abrogare in parte la legge 5 febbraio 1992, n. 91, riducendo da dieci a cinque anni il periodo di residenza legale richiesto allo straniero per chiedere la cittadinanza.

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  • Corte cost. n. 80/2026 – Conflitto Senato-Procura di Roma sul caso Brunetta

    Con l’ordinanza n. 80/2026 la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto promosso dal Senato nei confronti della Procura di Roma sulla mancata trasmissione di un decreto di archiviazione relativo a un ex ministro.

    Di cosa si tratta

    I reati ministeriali, cioe quelli commessi da un ministro nell’esercizio delle sue funzioni, seguono una procedura particolare che coinvolge un collegio specializzato e la Camera competente. In questo caso il Senato lamentava che la Procura di Roma non avesse trasmesso, come dovuto, il decreto di archiviazione emesso dal Collegio per i reati ministeriali nel procedimento a carico dell’allora ministro Renato Brunetta. Il Senato ha promosso un conflitto di attribuzione, ritenendo leso il proprio ambito di prerogative. La Corte si e pronunciata sulla fase di ammissibilita. Il caso tocca le regole speciali sui reati ministeriali e il ruolo delle Camere in quel procedimento, a garanzia dell’equilibrio tra responsabilita penale dei membri del Governo e prerogative parlamentari.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudizio nasce da un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, promosso dal Senato della Repubblica nei confronti della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, per la mancata trasmissione del decreto di archiviazione del Collegio per i reati ministeriali nel procedimento a carico dell’allora ministro Renato Brunetta. Con questa ordinanza la Corte decide la fase di ammissibilita.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato ammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione promosso dal Senato nei confronti della Procura di Roma, e ha disposto le notifiche necessarie per la prosecuzione del giudizio nel merito.

    Il principio

    La dichiarazione di ammissibilita accerta solo i presupposti del conflitto: la decisione su chi abbia ragione nella contesa tra il Senato e la Procura sulla trasmissione del decreto di archiviazione e rinviata alla fase di merito.

    Domande e risposte

    Cosa sono i reati ministeriali?

    Sono i reati commessi da un ministro nell’esercizio delle sue funzioni, soggetti a una procedura speciale che coinvolge un collegio specializzato e la Camera competente, con garanzie particolari rispetto ai reati comuni.

    Cosa contesta il Senato alla Procura di Roma?

    Contesta la mancata trasmissione del decreto di archiviazione emesso dal Collegio per i reati ministeriali nel procedimento a carico dell’ex ministro, ritenendo che cio abbia inciso sulle proprie prerogative.

    La pronuncia riapre il procedimento sull’ex ministro?

    No. Il conflitto riguarda solo il riparto di poteri tra Senato e Procura sulla procedura. Con questa ordinanza la Corte si limita a dichiarare ammissibile il conflitto, senza decidere il merito ne incidere sull’archiviazione.

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  • Corte cost. n. 94/2026 – Conflitto Senato-Procura sul caso Santanche

    Con l’ordinanza n. 94/2026 la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione promosso dal Senato nei confronti della Procura di Milano sull’uso di materiale probatorio nel procedimento a carico della senatrice Santanche.

    Di cosa si tratta

    Quando un’autorita giudiziaria utilizza materiale probatorio che riguarda un parlamentare senza la prescritta autorizzazione, la Camera di appartenenza puo ritenere lese le proprie prerogative e promuovere un conflitto di attribuzione davanti alla Corte. Il caso nasce dall’omessa richiesta, da parte della Procura di Milano, dell’autorizzazione al Senato per utilizzare materiale probatorio nel procedimento penale a carico della senatrice Daniela Garnero Santanche. Il Senato ha promosso il conflitto e la Corte si e pronunciata sulla fase di ammissibilita. Il tema riguarda il confine tra l’attivita della magistratura e le garanzie costituzionali dei parlamentari: l’art. 68 della Costituzione prevede infatti specifiche autorizzazioni per atti che incidono sulla liberta e sulla riservatezza dei membri del Parlamento.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudizio nasce da un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, promosso dal Senato della Repubblica nei confronti della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, per l’omessa richiesta di autorizzazione all’uso di materiale probatorio nel procedimento penale a carico della senatrice Santanche. Con questa ordinanza la Corte decide la fase di ammissibilita.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato ammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione promosso dal Senato nei confronti della Procura di Milano, e ha disposto le notifiche necessarie alla prosecuzione del giudizio nella fase di merito.

    Il principio

    La dichiarazione di ammissibilita non stabilisce chi abbia ragione: accerta solo che esistono i presupposti perche la Corte esamini nel merito la contesa tra il Senato e la Procura sull’uso del materiale probatorio.

    Domande e risposte

    Cosa significa che il conflitto e ammissibile?

    Significa che il ricorso del Senato ha i requisiti per essere esaminato nel merito: ci sono poteri dello Stato in contrasto e una materia costituzionalmente rilevante. La decisione su chi abbia ragione arrivera nella fase successiva.

    Cosa contesta il Senato alla Procura?

    Contesta l’omessa richiesta dell’autorizzazione prevista dall’art. 68 della Costituzione per utilizzare materiale probatorio che riguarda una senatrice. Il Senato ritiene che cio abbia leso le proprie prerogative.

    La sentenza decide la posizione penale della senatrice?

    No. Il conflitto di attribuzione riguarda solo il riparto di poteri tra Senato e magistratura sull’uso del materiale probatorio. Non incide sulla valutazione di merito del procedimento penale, che resta di competenza del giudice.

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  • Intercettazioni del senatore Scarpinato: conflitto inammissibile (Corte cost. n. 106/2026, ord.)

    Con l’ordinanza n. 106/2026 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il conflitto di attribuzione promosso dal senatore Scarpinato sull’uso di sue intercettazioni davanti alla Commissione antimafia senza autorizzazione del Senato.

    Di cosa si tratta

    L’art. 68 della Costituzione tutela i parlamentari prevedendo che, per utilizzare intercettazioni che li riguardano, occorra l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Il caso nasce dalla vicenda di alcune intercettazioni telefoniche del senatore Roberto Maria Ferdinando Scarpinato, mostrate ai componenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie senza l’autorizzazione del Senato. Il senatore ha promosso un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, ritenendo lese le proprie prerogative. La Corte ha esaminato la fase di ammissibilita, cioe se sussistessero i presupposti per decidere il conflitto nel merito. La questione tocca un punto sensibile: il singolo parlamentare puo attivare direttamente la Corte a tutela delle proprie prerogative, oppure quel potere spetta alla Camera nel suo complesso.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudizio nasce da un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, promosso dal senatore Roberto Maria Ferdinando Scarpinato nei confronti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie, del suo Presidente e Ufficio di presidenza, nonche di Camera e Senato, per l’uso senza autorizzazione di intercettazioni che lo riguardavano.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile il conflitto di attribuzione promosso dal senatore Scarpinato. La Corte non ha quindi esaminato nel merito la vicenda delle intercettazioni, ritenendo carenti i presupposti per la decisione di fondo.

    Il principio

    Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sull’uso di intercettazioni di un parlamentare e stato dichiarato inammissibile: la Corte non ha esaminato il merito, fermandosi sui presupposti del giudizio.

    Domande e risposte

    Cosa significa che il conflitto e inammissibile?

    Significa che la Corte non e entrata nel merito della vicenda, perche mancavano i presupposti necessari perche il conflitto fosse deciso nel suo fondamento. La pronuncia si ferma a questa valutazione preliminare.

    Perche serve l’autorizzazione per usare le intercettazioni di un parlamentare?

    Perche l’art. 68 della Costituzione tutela l’autonomia e la liberta del mandato parlamentare, prevedendo garanzie procedurali, tra cui l’autorizzazione della Camera, per l’utilizzo di intercettazioni che riguardano un suo membro.

    La pronuncia stabilisce che le intercettazioni potevano essere usate?

    No. La Corte non ha deciso questo punto: si e limitata a dichiarare inammissibile il conflitto. La questione di merito non e stata esaminata.

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  • Corte cost. n. 107/2026 – Conflitto tra GUP e Senato sul caso di un parlamentare

    Con l’ordinanza n. 107/2026 la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione sollevato dal giudice dell’udienza preliminare di Roma nei confronti del Senato, aprendo la fase di merito.

    Di cosa si tratta

    Quando un giudice penale e il Parlamento si contendono il potere di decidere su una questione che riguarda un parlamentare, si apre un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. La Corte costituzionale lo esamina in due fasi: prima decide se il conflitto e ammissibile, poi, se lo e, lo decide nel merito. Questo caso nasce da una deliberazione del Senato del 21 maggio 2025: il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Roma ha ritenuto leso il proprio potere giurisdizionale e ha promosso il conflitto. Con questa ordinanza la Corte si pronuncia solo sulla prima fase, quella dell’ammissibilita. Il tema tocca il delicato confine tra le prerogative del Parlamento a tutela dei suoi membri e l’esercizio della funzione giurisdizionale, un equilibrio fondamentale per la separazione dei poteri.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudizio nasce da un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, promosso dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Roma nei confronti del Senato della Repubblica, a seguito di una deliberazione del Senato del 21 maggio 2025. Con questa ordinanza la Corte decide la sola fase di ammissibilita.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato ammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal giudice dell’udienza preliminare di Roma nei confronti del Senato, e ha disposto le notifiche necessarie per la prosecuzione del giudizio nella fase di merito.

    Il principio

    La dichiarazione di ammissibilita del conflitto non decide chi abbia ragione: accerta solo che esistono i presupposti perche la Corte esamini nel merito la contesa sul potere tra il giudice e il Senato.

    Domande e risposte

    Cosa significa che il conflitto e ammissibile?

    Significa che il ricorso ha i requisiti per essere esaminato: ci sono i poteri dello Stato in contrasto e una materia di rilievo costituzionale. Non significa che il giudice abbia gia ragione: la decisione nel merito arrivera in una fase successiva.

    Cosa succede ora?

    Il ricorso e l’ordinanza vengono notificati al Senato, che potra costituirsi, e il giudizio prosegue verso la decisione di merito, con cui la Corte stabilira a chi spettava il potere conteso.

    Perche un giudice puo entrare in conflitto con il Senato?

    Perche le prerogative parlamentari a tutela dei membri delle Camere possono incrociare l’esercizio della funzione giurisdizionale. Quando i due poteri si contendono una decisione, il conflitto serve a stabilire i rispettivi confini.

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    Vedi anche

  • Corte cost. n. 83/2026 – Segretari degli enti locali in Valle d’Aosta

    Con la sentenza n. 83/2026 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima una norma della legge della Regione Valle d’Aosta del 2025 sull’esercizio associato di funzioni comunali e sui segretari degli enti locali, respingendo le altre censure.

    Di cosa si tratta

    La Regione autonoma Valle d’Aosta ha approvato nel 2025 una legge di revisione della disciplina sull’esercizio associato di funzioni e servizi comunali e sulla figura del segretario degli enti locali. Il Governo l’ha impugnata in via principale, ritenendo che alcune disposizioni superassero i limiti della competenza regionale, in particolare rispetto ai principi statali sul pubblico impiego e sull’ordinamento degli enti locali. Il segretario comunale e una figura chiave per la legalita e il buon funzionamento dell’amministrazione locale, e la sua disciplina tocca standard che lo Stato fissa in modo uniforme. Il caso ripropone il consueto equilibrio tra l’autonomia speciale della Regione e i limiti posti dalla Costituzione a tutela del buon andamento e dell’uniformita di certe regole sul personale pubblico.

    La questione di legittimità costituzionale

    Erano impugnati vari articoli della legge della Regione Valle d’Aosta n. 15 del 2025 (esercizio associato di funzioni comunali e segretari degli enti locali), in riferimento agli artt. 3, 5, 97 e 114 della Costituzione e allo statuto speciale. Il ricorso e stato proposto in via principale dal Presidente del Consiglio dei ministri.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimita costituzionale dell’art. 16 della legge regionale, nella parte in cui inseriva una specifica disposizione sui segretari degli enti locali. Ha invece dichiarato inammissibili le restanti questioni, salvando le altre disposizioni della legge.

    Il principio

    La disciplina regionale sui segretari degli enti locali e sull’esercizio associato di funzioni comunali non puo derogare ai principi statali sul pubblico impiego e sull’ordinamento degli enti locali: la norma che lo fa e illegittima.

    Domande e risposte

    Chi e il segretario di un ente locale?

    E il funzionario che garantisce la legalita e il corretto funzionamento dell’amministrazione comunale, con compiti di assistenza giuridica e di coordinamento. La sua disciplina e in larga parte fissata a livello statale per assicurare uniformita.

    Cosa e stato dichiarato illegittimo della legge valdostana?

    L’art. 16, nella parte in cui inseriva una specifica disposizione sui segretari degli enti locali in contrasto con i principi statali. Le altre censure sono state dichiarate inammissibili e le restanti norme sono rimaste in vigore.

    L’autonomia speciale non basta a giustificare la norma?

    No. Anche le Regioni a statuto speciale incontrano il limite dei principi statali in materie come il pubblico impiego e l’ordinamento degli enti locali. L’autonomia non si spinge fino a derogare a quei principi.

    Norme collegate

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    Vedi anche

  • Corte cost. n. 84/2026 – Dissesto degli enti locali e amministratori responsabili

    Con la sentenza n. 84/2026 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sulla norma del Testo unico enti locali che disciplina le conseguenze del dissesto finanziario per gli amministratori responsabili.

    Di cosa si tratta

    Quando un Comune o un altro ente locale dichiara il dissesto finanziario, la legge prevede conseguenze anche per gli amministratori ritenuti responsabili del dissesto, ad esempio in termini di incandidabilita o di limiti a future cariche. La norma e l’art. 248, comma 5, del Testo unico enti locali del 2000. Il caso nasce davanti alla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Calabria, che ha sollevato dubbi sulla legittimita di queste conseguenze, ritenendole eccessive o irragionevoli rispetto al principio di uguaglianza, all’accesso alle cariche pubbliche e al buon andamento. Il tema e delicato: si tratta di bilanciare la responsabilizzazione di chi amministra denaro pubblico con il diritto di elettorato passivo, cioe la possibilita di candidarsi e ricoprire cariche, che la Costituzione tutela.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato l’art. 248, comma 5, del d.lgs. n. 267 del 2000 (Testo unico enti locali), in riferimento agli artt. 3, 51, 54 e 97 della Costituzione, sulle conseguenze del dissesto per gli amministratori responsabili. A sollevare le questioni e stata la Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Calabria.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimita costituzionale dell’art. 248, comma 5, del Testo unico enti locali, oltre a dichiarare inammissibili alcuni interventi nel giudizio. La Corte non ha quindi esaminato nel merito i dubbi sollevati, per ragioni processuali.

    Il principio

    Le questioni sulle conseguenze del dissesto degli enti locali per gli amministratori responsabili non sono state esaminate nel merito: la Corte le ha dichiarate inammissibili per ragioni che impedivano la decisione di fondo.

    Domande e risposte

    Cosa significa che la questione e inammissibile?

    Significa che la Corte non e entrata nel merito dei dubbi, perche mancavano condizioni processuali necessarie per decidere (ad esempio nel modo in cui la questione era stata formulata). La norma resta in vigore.

    Le conseguenze del dissesto per gli amministratori restano in vigore?

    Si. Poiche la Corte non ha annullato la norma, l’art. 248, comma 5, del Testo unico enti locali continua ad applicarsi. La questione potra eventualmente essere riproposta in modo diverso.

    Cosa rischia l’amministratore responsabile del dissesto?

    La legge prevede conseguenze come limiti all’accesso a future cariche per chi sia ritenuto responsabile del dissesto. La sentenza non modifica questa disciplina, essendosi fermata a una pronuncia di inammissibilita.

    Norme collegate

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  • Corte cost. n. 93/2026 – Bilancio e assunzioni nella Regione Sardegna

    Con la sentenza n. 93/2026 la Corte costituzionale ha respinto, in parte come inammissibili e in parte come infondate, le censure del Governo contro la legge di assestamento di bilancio della Regione Sardegna del 2025.

    Di cosa si tratta

    Le leggi regionali di bilancio e di assestamento contengono spesso norme su personale, assunzioni e gestione finanziaria. Il Governo, quando ritiene che superino i limiti della competenza regionale, le impugna davanti alla Corte. In questo caso erano contestate disposizioni della legge di assestamento di bilancio della Regione Sardegna del 2025 in materia, tra l’altro, di reclutamento del personale, dove si intrecciano la competenza regionale sull’organizzazione e quella statale sull’ordinamento civile e sui principi del lavoro pubblico. Il tema riguarda l’equilibrio tra l’autonomia organizzativa della Regione e le regole uniformi sul pubblico impiego: stabilire chi e con quali criteri puo assumere nella pubblica amministrazione incide sull’imparzialita e sul buon andamento degli uffici.

    La questione di legittimità costituzionale

    Erano impugnati l’art. 9, commi 19, lettera b), e 26, della legge della Regione Sardegna n. 24 del 2025 (assestamento di bilancio), in riferimento agli artt. 3, 97 e 117, secondo comma, della Costituzione, in relazione a norme statali sul pubblico impiego e allo statuto speciale. Il ricorso e stato proposto in via principale dal Presidente del Consiglio dei ministri.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile una delle questioni e non fondate le altre. Le disposizioni della legge di assestamento di bilancio della Regione Sardegna impugnate sono state ritenute compatibili con la Costituzione e sono rimaste in vigore.

    Il principio

    Le norme regionali di assestamento di bilancio in materia di personale non sono illegittime quando restano nei limiti della competenza regionale e non contrastano con i principi statali sul pubblico impiego.

    Domande e risposte

    Cosa contestava il Governo alla Regione Sardegna?

    Contestava alcune disposizioni della legge di assestamento di bilancio 2025, in particolare in materia di reclutamento del personale, ritenendo che superassero i limiti della competenza regionale e contrastassero con i principi statali sul lavoro pubblico.

    Come si e conclusa la vicenda?

    La Corte ha respinto le censure: una questione e stata dichiarata inammissibile, le altre non fondate. Le norme regionali impugnate restano dunque in vigore.

    Perche le assunzioni pubbliche sono materia sensibile?

    Perche toccano l’imparzialita e il buon andamento dell’amministrazione (art. 97 Cost.). Per questo le regole sul reclutamento devono rispettare i principi statali, anche quando a legiferare e una Regione a statuto speciale.

    Norme collegate

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