Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Casi pratici art. 1 T.U. Sicurezza (D.Lgs. 81/2008): finalita e ambito

    L’art. 1 T.U. Sicurezza apre il D.Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 chiarendo che la norma attua la delega della L. 123/2007 e raccoglie in un unico corpus tutte le regole su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Capire la portata di questa norma di apertura significa orientarsi su cosa il testo unico copre, chi tutela e con quali principi di coordinamento europeo e costituzionale. In questa guida applicativa traduciamo l’articolo in situazioni reali che imprese, pubbliche amministrazioni e singoli lavoratori incontrano ogni giorno.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    L’art. 1 D.Lgs. 81/2008 indica la cornice del cosiddetto Testo Unico Sicurezza. La norma dichiara che il provvedimento attua l’art. 1 della L. 3 agosto 2007 n. 123, recante delega al Governo per il riassetto e la riforma della disciplina di salute e sicurezza sul lavoro. Tre sono i tasselli sostanziali da fissare prima di leggere gli esempi.

    Primo: la finalita generale e garantire l’uniformita della tutela delle lavoratrici e dei lavoratori sull’intero territorio nazionale, attraverso il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali (art. 117, comma 2, lett. m, Cost.). Secondo: il riassetto consiste nel raccogliere, riorganizzare e armonizzare norme prima sparse (D.Lgs. 626/1994, D.P.R. 547/1955, D.P.R. 303/1956, D.Lgs. 277/1991 e altre) in un testo coordinato. Terzo: la riforma avviene nel rispetto dei principi UE, in particolare della Direttiva quadro 89/391/CEE e delle direttive figlie, oltre che delle convenzioni OIL.

    Per le imprese e i lavoratori questo significa che, dal 15 maggio 2008 (data di entrata in vigore), ogni obbligo prevenzionistico va cercato dentro il D.Lgs. 81/2008. L’art. 1 non e una dichiarazione di intenti scollegata: e la chiave di lettura dell’intero impianto, perche fissa criteri uniformi di controllo e indirizza l’interprete verso un coordinamento con la normativa di settore (ambiente, rifiuti, antincendio, radiazioni ionizzanti).

    L’unificazione del sistema sicurezza lavoro

    Per anni la sicurezza sul lavoro e stata regolata da una stratificazione di norme tecniche risalenti agli anni Cinquanta (D.P.R. 547/1955 sugli infortuni, D.P.R. 303/1956 sull’igiene del lavoro) e poi dal D.Lgs. 626/1994 di matrice comunitaria. Il D.Lgs. 81/2008 abroga e sostituisce questo mosaico, creando un sistema unitario imperniato sulla valutazione dei rischi e sulla partecipazione attiva di datore di lavoro, dirigenti, preposti, lavoratori, medico competente e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

    L’art. 1, comma 1, specifica che la riforma assicura uniformita della tutela su tutto il territorio nazionale e che la disciplina del testo unico si applica con la partecipazione delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori. Si tratta di un principio di metodo che attraversa tutto il decreto: dalla composizione della Commissione consultiva permanente (art. 6) al ruolo del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (artt. 47-50), fino agli accordi Stato-Regioni in materia di formazione.

    Un secondo profilo qualificante e il coordinamento con normative settoriali: l’art. 1 richiama esplicitamente la necessita di un raccordo con la disciplina ambientale, antincendio, dei rifiuti, delle radiazioni ionizzanti, della prevenzione incendi e degli incidenti rilevanti (Seveso). Per il datore di lavoro questo significa che gli obblighi prevenzionistici del T.U. Sicurezza non assorbono ne sostituiscono quelli ambientali o antincendio: si sommano, si integrano e vanno gestiti in modo coerente.

    Ambito soggettivo: tutti i datori, tutti i lavoratori

    Il principio di tutela integrale e forse il portato piu importante dell’art. 1. Il T.U. si applica a tutti i settori di attivita, privati e pubblici, e a tutte le tipologie di rischio (art. 3, comma 1, D.Lgs. 81/2008). La nozione di lavoratore (art. 2, lett. a) e ampia: comprende non solo il dipendente subordinato a tempo indeterminato, ma anche apprendisti, collaboratori, tirocinanti, soci lavoratori, volontari in certi contesti e, con adattamenti, anche il lavoro autonomo occasionale presente in azienda.

    La nozione di datore di lavoro (art. 2, lett. b) e funzionale: nel settore privato e il titolare del rapporto o, comunque, il soggetto che ha la responsabilita dell’organizzazione e dei poteri decisionali e di spesa. Nel pubblico impiego e il dirigente al quale spettano i poteri di gestione o il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui sia preposto a un ufficio con autonomia gestionale e formalmente individuato.

    Da questa impostazione discende un corollario pratico: nessun datore di lavoro puo ritenersi escluso dall’applicazione del T.U. solo perche ha pochi dipendenti, opera in un ufficio o ha un’attivita immateriale. Cambia la modalita di adempimento (es. autocertificazione del DVR fino al 2013 per micro-imprese, oggi non piu disponibile), non l’obbligo. Allo stesso modo nessun lavoratore puo essere considerato fuori dal perimetro solo per la forma contrattuale: cio che conta e l’inserimento nell’organizzazione e l’esposizione a un rischio lavorativo.

    Caso 1: SRL manifatturiera di nuova costituzione e obbligo DVR

    Una SRL viene costituita per produrre componenti meccanici e assume i primi cinque dipendenti il 1 marzo. Il legale rappresentante chiede se, dato che l’attivita e appena partita, possa rinviare gli adempimenti.

    La risposta dell’art. 1 letto insieme all’art. 28 D.Lgs. 81/2008 e netta: l’obbligo di valutazione dei rischi e di redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) sorge contestualmente all’inizio dell’attivita. In caso di nuova costituzione il datore di lavoro deve effettuare immediatamente la valutazione dei rischi ed elaborare il documento entro 90 giorni dall’inizio dell’attivita (art. 28, comma 3-bis). Nelle more, deve gia adottare le misure di prevenzione essenziali: formazione base, dispositivi di protezione, nomina del medico competente, designazione degli addetti emergenze e antincendio, nomina del RSPP. La finalita di tutela uniforme imposta dall’art. 1 non tollera buchi temporali a danno della salute dei nuovi assunti.

    Caso 2: pubblica amministrazione e dirigenti responsabili

    Un Comune di medie dimensioni ha appena nominato un nuovo dirigente del settore lavori pubblici, con autonomia gestionale, budget assegnato e personale dipendente. Il dirigente chiede se, lavorando per un ente pubblico, sia davvero soggetto al T.U. Sicurezza come un imprenditore privato.

    L’art. 1 chiarisce che la tutela e estesa al pubblico impiego senza riduzioni. L’art. 2, lett. b, n. 2 individua nel dirigente pubblico, dotato di autonomia gestionale e formalmente individuato dall’organo di vertice, il datore di lavoro ai fini prevenzionistici. Il dirigente quindi assume in proprio gli obblighi non delegabili (valutazione di tutti i rischi, redazione del DVR, designazione del RSPP) ed e penalmente responsabile in caso di omissioni. Nel Comune dell’esempio dovra organizzare la valutazione dei rischi del proprio settore, garantire formazione e informazione ai dipendenti, dotarli dei DPI e attivare la sorveglianza sanitaria dove richiesta.

    Caso 3: appalto in cantiere e coordinamento sicurezza

    Un’impresa edile di Bologna assume in appalto la ristrutturazione di un capannone industriale. Sul cantiere operano contemporaneamente l’impresa edile, un subappaltatore per gli impianti elettrici e un lavoratore autonomo per la posa serramenti. Il committente, proprietario del capannone, chiede se debba occuparsene oppure se sia tutta responsabilita dell’impresa appaltatrice.

    La finalita di uniformita della tutela imposta dall’art. 1 D.Lgs. 81/2008 trova qui declinazione nel Titolo IV (Cantieri temporanei o mobili) e nell’art. 26 (obblighi connessi a contratti di appalto). Il committente resta titolare degli obblighi di verifica dell’idoneita tecnico-professionale delle imprese affidatarie, di redazione del Piano di Sicurezza e Coordinamento (PSC) tramite il coordinatore per la progettazione e di nomina del coordinatore per l’esecuzione. L’impresa appaltatrice e l’impresa subappaltatrice elaborano i rispettivi Piani Operativi di Sicurezza (POS). Il principio dell’art. 1 di coordinamento tra fonti e tra soggetti e in azione: ogni attore assume la sua quota di obblighi, ma nessuno puo scaricare integralmente la responsabilita sull’altro.

    Caso 4: smart working e adeguamento della tutela

    Una societa di servizi con quaranta dipendenti decide di passare al lavoro agile per il 60% dei collaboratori. Il datore di lavoro chiede se il T.U. Sicurezza si applichi anche al lavoro da casa o se la responsabilita sull’ambiente domestico ricada interamente sul lavoratore.

    L’art. 1 estende la tutela in modo integrale: la prestazione lavorativa resta soggetta al D.Lgs. 81/2008 anche quando si svolge fuori dai locali aziendali. La L. 81/2017 sul lavoro agile, all’art. 22, conferma che il datore di lavoro garantisce la salute e la sicurezza del lavoratore agile e gli consegna, almeno annualmente, un’informativa scritta sui rischi generali e specifici. Il datore di lavoro deve fornire strumenti di lavoro adeguati, sensibilizzare sull’ergonomia della postazione e sui rischi da videoterminale (Titolo VII D.Lgs. 81/2008) e mantenere attiva la copertura assicurativa INAIL. Il lavoratore, dal canto suo, e tenuto a cooperare ai sensi dell’art. 20 D.Lgs. 81/2008 e a usare correttamente le attrezzature.

    Caso 5: tirocinante equiparato al lavoratore

    Uno studio professionale ospita una tirocinante curricolare per sei mesi. Il titolare chiede se la ragazza vada considerata lavoratrice ai fini sicurezza, dato che non e dipendente e non riceve retribuzione.

    L’art. 2, lett. a, D.Lgs. 81/2008 equipara al lavoratore chi, anche senza retribuzione, svolge un’attivita lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro, comprese le persone in formazione, i tirocinanti, gli apprendisti e i partecipanti a corsi di istruzione professionale. La tirocinante, dunque, e a tutti gli effetti destinataria delle tutele del T.U.: va informata e formata sui rischi specifici, dotata dei dispositivi necessari e inclusa nella sorveglianza sanitaria se l’attivita lo richiede. L’art. 1, che impone uniformita della tutela, non consente di escludere chi non ha un contratto subordinato classico: cio che conta e la presenza fisica e funzionale nell’organizzazione.

    Quando e come orientarsi

    Per il datore di lavoro, l’art. 1 e una bussola: ogni volta che si valuta un nuovo rischio, un nuovo contratto, una nuova modalita di lavoro (smart working, distacco, somministrazione, appalto), occorre verificare se la situazione rientra nell’ambito del T.U. (di norma si). In caso affermativo, vanno applicate le regole generali (Titolo I) e quelle specifiche di settore (Titoli II-XI), nel rispetto del coordinamento con le altre normative tecniche.

    Per il lavoratore, l’art. 1 garantisce che la tutela e identica a Milano e a Palermo, in fabbrica e in ufficio, nel privato e nel pubblico. Conoscere questa cornice consente di pretendere formazione, informazione, dispositivi e sorveglianza sanitaria adeguati, e di rivolgersi al RLS o agli organi di vigilanza (ASL, Ispettorato del Lavoro) in caso di carenze.

    Per chi si occupa di amministrazione pubblica, l’art. 1 ricorda che la qualifica di datore di lavoro segue il principio di effettivita: non basta il nominativo, servono autonomia gestionale, poteri di spesa e individuazione formale. Senza questi requisiti, la responsabilita risale al vertice politico-amministrativo.

    Norme e fonti

    • Art. 1 D.Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 – Finalita del Testo Unico Sicurezza.
    • Art. 2 D.Lgs. 81/2008 – Definizioni di lavoratore, datore di lavoro, dirigente, preposto, RSPP.
    • Art. 3 D.Lgs. 81/2008 – Campo di applicazione (tutti i settori, pubblici e privati).
    • Art. 17 D.Lgs. 81/2008 – Obblighi non delegabili del datore di lavoro (DVR e nomina RSPP).
    • Art. 28 D.Lgs. 81/2008 – Oggetto della valutazione dei rischi e termini per il DVR.
    • L. 3 agosto 2007 n. 123 – Delega per il riassetto della disciplina sicurezza lavoro.
    • D.Lgs. 626/1994 – Abrogato e confluito nel T.U. Sicurezza.
    • D.P.R. 547/1955 e D.P.R. 303/1956 – Abrogati, sostituiti dal T.U.
    • Direttiva 89/391/CEE – Direttiva quadro UE su sicurezza e salute dei lavoratori.
    • L. 22 maggio 2017 n. 81 – Lavoro agile, art. 22 su salute e sicurezza.
    • Art. 117, comma 2, lett. m, Cost. – Livelli essenziali delle prestazioni concernenti diritti civili e sociali.

    Domande frequenti

    Il T.U. Sicurezza si applica anche alle micro-imprese con uno o due dipendenti?

    Si. L’art. 1 D.Lgs. 81/2008 fissa il principio di uniformita della tutela e l’art. 3 estende il T.U. a tutti i settori e a tutte le dimensioni aziendali. Anche un’impresa con un solo dipendente deve effettuare la valutazione dei rischi, redigere il DVR, nominare il RSPP (anche interno, se sussistono i requisiti), informare e formare il lavoratore.

    Un volontario di un’associazione di promozione sociale e considerato lavoratore?

    Dipende dal contesto. L’art. 3, comma 12-bis, D.Lgs. 81/2008 prevede che per i volontari (compresi quelli di protezione civile e croce rossa) si applichino le sole disposizioni in materia di informazione sui rischi e fornitura dei DPI quando inseriti in un’organizzazione di un datore di lavoro. Negli altri casi vale un regime semplificato: non sono lavoratori in senso stretto, ma godono comunque di una tutela minima.

    Il T.U. Sicurezza copre solo gli infortuni o anche le malattie professionali e i rischi psicosociali?

    Copre entrambi. La finalita dell’art. 1 e la tutela della salute e sicurezza, intese in senso ampio. L’art. 28, comma 1, impone di valutare tutti i rischi, inclusi quelli da stress lavoro-correlato, da lavoro notturno, da differenze di genere, eta e provenienza da altri paesi. Le malattie professionali (sordita da rumore, patologie muscoloscheletriche, esposizione ad agenti chimici, biologici, cancerogeni) sono al centro dei Titoli VIII-X del decreto.

    Cosa succede se un datore di lavoro non applica il T.U. Sicurezza?

    Le sanzioni sono articolate: amministrative pecuniarie per le violazioni meno gravi, penali (arresto o ammenda) per le violazioni piu serie (omessa valutazione dei rischi, omessa nomina del medico competente in casi obbligatori, mancata formazione). In caso di infortunio o malattia professionale, possono aggiungersi i reati di lesioni colpose o omicidio colposo aggravati dalla violazione delle norme antinfortunistiche (artt. 590 e 589 c.p.), oltre alla responsabilita amministrativa dell’ente ex D.Lgs. 231/2001 (art. 25-septies).

  • Casi pratici applicati art. 1 TUF: definizioni e qualifiche

    L’art. 1 TUF non racconta una storia: elenca definizioni. Eppure ogni parola di quel glossario decide se un’attività è riservata, se un documento è un’offerta al pubblico, se una piattaforma deve chiedere autorizzazione a CONSOB. Vediamo come si applicano in scenari reali.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    Il Testo Unico della Finanza (D.Lgs. 24 febbraio 1998 n. 58) apre con un articolo-glossario che funziona da chiave di lettura per tutto il resto del codice. L’art. 1 contiene oltre quaranta definizioni: dalle autorità di vigilanza (CONSOB, Banca d’Italia per i profili prudenziali) ai soggetti vigilati (intermediari, SIM, SGR, SICAV, SICAF), dai prodotti negoziabili (strumenti finanziari, valori mobiliari, prodotti finanziari) ai servizi prestabili (servizi e attività di investimento, servizi accessori), dai luoghi di scambio (mercati regolamentati, sistemi multilaterali di negoziazione MTF, sistemi organizzati di negoziazione OTF) fino a nozioni operative come offerta al pubblico, emittente, soci di controllo, abuso di mercato.

    La logica è a cascata: chi opera con uno strumento finanziario rivolgendosi al pubblico esercita un servizio di investimento; chi esercita un servizio di investimento è un intermediario; chi è intermediario è sottoposto alla riserva di attività e alla vigilanza CONSOB. Cambiare una parola dell’art. 1 sposta migliaia di obblighi a valle. Da qui l’attenzione del legislatore europeo (MiFID II, MiFIR, MiCA) nell’aggiornare costantemente i confini delle definizioni.

    Dal 30 dicembre 2024 il Regolamento UE 2023/1114 (MiCA) ha esteso il perimetro: le cripto-attività, prima fuori dal TUF salvo qualificarsi come strumenti finanziari, hanno ora una disciplina parallela con definizioni proprie (token collegati ad attività, token di moneta elettronica, altre cripto-attività). Il TUF è stato adeguato per coordinare le competenze CONSOB su questo nuovo mondo.

    Strumenti finanziari vs prodotti finanziari

    La distinzione è la più ricorrente nei contenziosi. Lo strumento finanziario è una categoria chiusa: l’art. 1, comma 2 rinvia all’elenco della Sezione C dell’Allegato I del TUF (azioni, obbligazioni, quote di OICR, derivati, strumenti del mercato monetario, ecc.). Il prodotto finanziario è categoria più ampia: qualunque forma di investimento di natura finanziaria, esclusi i depositi bancari e postali non rappresentati da strumenti finanziari.

    Tutti gli strumenti finanziari sono prodotti finanziari, ma non viceversa. Un contratto atipico che promette un rendimento collegato all’andamento di un paniere di asset reali può essere prodotto finanziario senza essere strumento finanziario. Conseguenza pratica: la sollecitazione al pubblico di prodotti finanziari atipici ricade comunque sotto la disciplina dell’offerta al pubblico (art. 100 TUF e seguenti) e impone prospetto o esenzione, anche se l’emittente non sta vendendo azioni o obbligazioni in senso tecnico.

    L’inquadramento è cruciale per le cripto-attività: alcuni token (security token) replicano azioni o obbligazioni e sono strumenti finanziari sottoposti integralmente al TUF; altri (utility token, payment token) ricadono in MiCA con regole autonome; altri ancora (non-fungible token genuini) possono restare fuori da entrambi i perimetri.

    Servizi e attività di investimento MiFID II

    L’art. 1, comma 5 TUF elenca i servizi e le attività di investimento, recependo l’Allegato I Sezione A della Direttiva 2014/65/UE (MiFID II). Sono otto voci: negoziazione per conto proprio; esecuzione di ordini per conto dei clienti; sottoscrizione e collocamento con o senza assunzione a fermo; ricezione e trasmissione di ordini; gestione di portafogli; consulenza in materia di investimenti; gestione di sistemi multilaterali di negoziazione; gestione di sistemi organizzati di negoziazione.

    Ogni servizio ha un proprio statuto: riserva di attività a soggetti autorizzati, regole di condotta verso il cliente, requisiti di adeguatezza/appropriatezza, obblighi di best execution, presidi sui conflitti di interessi. La consulenza, in particolare, è stata trasformata da servizio accessorio a servizio principale proprio per riservarla ad operatori vigilati: dare un «consiglio personalizzato» su un determinato strumento finanziario senza autorizzazione integra abusivismo.

    Caso 1 – La società che emette un mini-bond

    Una SRL emette obbligazioni per 4 milioni di euro destinate a essere collocate presso una platea ampia di sottoscrittori. L’operazione è un’offerta al pubblico di strumenti finanziari ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. t) TUF: c’è una comunicazione rivolta a soggetti non predeterminati e contenente informazioni sufficienti perché l’investitore decida.

    Scatta l’obbligo di pubblicare un prospetto approvato da CONSOB (artt. 94 e segg. TUF), salvo che ricorra una delle esenzioni del Regolamento UE 2017/1129: ad esempio offerta riservata a investitori qualificati, oppure a meno di centocinquanta soggetti per Stato membro, oppure di importo inferiore a un milione di euro. Ridurre la platea o trasformare il collocamento in private placement cambia radicalmente gli obblighi documentali.

    Caso 2 – La piattaforma che pubblica «idee operative» sui titoli

    Un sito web pubblica analisi quotidiane su singoli titoli azionari, indicando target price e suggerimenti di acquisto o vendita personalizzati per gli utenti registrati in base al loro profilo. L’attività ricade nella consulenza in materia di investimenti (art. 1, comma 5, lett. f) TUF): raccomandazione personalizzata su un determinato strumento finanziario, presentata come adatta a quel cliente.

    Senza autorizzazione CONSOB e iscrizione all’albo gestito dall’Organismo OCF, l’attività è abusiva (art. 166 TUF) e punita penalmente. La differenza con la semplice informazione finanziaria sta nella personalizzazione del consiglio: una newsletter generalista che commenta i mercati non è consulenza; un servizio che dice «tu, sulla base del tuo portafoglio, compra X» lo è.

    Caso 3 – La piattaforma crypto e MiCA

    Una società italiana gestisce uno scambio di token di pagamento e offre servizi di portafoglio digitale. Dal 30 dicembre 2024 ricade nel perimetro del Regolamento UE 2023/1114 (MiCA) come prestatore di servizi per le cripto-attività (CASP). Deve ottenere autorizzazione dall’autorità competente (in Italia CONSOB con Banca d’Italia per i profili prudenziali) e rispettare obblighi su capitale, governance, custodia degli asset dei clienti, trasparenza pre/post-trade, presidi antiabuso.

    Se la stessa piattaforma negoziasse anche token che si qualificano come strumenti finanziari ai sensi del TUF (security token), per quella parte di attività ricadrebbe nella disciplina MiFID II/TUF, con doppio cappello regolatorio sull’operatore.

    Caso 4 – La SGR che gestisce un fondo immobiliare

    Una società di gestione del risparmio (SGR, definita dall’art. 1, comma 1, lett. o) TUF) costituisce un fondo comune di investimento immobiliare riservato a investitori professionali. La SGR esercita la gestione collettiva del risparmio, attività riservata e disciplinata dagli artt. 32-quater e seguenti TUF.

    Le quote del fondo sono strumenti finanziari (rientrano nelle quote di OICR); la sottoscrizione è comunque offerta al pubblico se rivolta a una platea indeterminata, salvo l’esenzione per investitori professionali. La SGR risponde verso i partecipanti del corretto svolgimento del mandato e è sottoposta a vigilanza CONSOB sulla trasparenza e a vigilanza Banca d’Italia sulla stabilità.

    Caso 5 – La SIM che fa negoziazione per conto proprio

    Una società di intermediazione mobiliare (SIM, art. 1, comma 1, lett. e) TUF) esegue ordini sui mercati regolamentati impegnando il proprio capitale come controparte degli ordini dei clienti. Esercita la negoziazione per conto proprio (dealing on own account), servizio di investimento autorizzato.

    La SIM deve gestire i conflitti di interesse strutturali fra ruolo di intermediario e di controparte, applicare la best execution sugli ordini dei clienti, pubblicare quotazioni se opera come internalizzatore sistematico ai sensi del Regolamento UE 600/2014 (MiFIR). Le condizioni per qualificarsi come internalizzatore sistematico sono soglie quantitative di attività svolta in modo organizzato, frequente e sistematico fuori dai mercati regolamentati.

    Quando una qualifica scatta

    Per l’emittente: la qualifica scatta nel momento in cui la società decide di rivolgersi al pubblico per raccogliere capitale tramite strumenti o prodotti finanziari. Da quel momento si attivano gli obblighi di prospetto, comunicazioni periodiche, informativa al mercato sui fatti rilevanti (artt. 113-114 TUF) e tutta la disciplina anti-abusi.

    Per l’intermediario: la qualifica nasce dall’esercizio professionale di anche uno solo dei servizi di investimento. Non rileva la denominazione formale ma l’attività sostanziale. Una società che si presenta come «editore» ma offre raccomandazioni personalizzate su titoli è di fatto consulente in investimenti e sottosta alla disciplina.

    Per l’investitore: la distinzione fra cliente retail, professionale e controparte qualificata (art. 6, comma 2-quater TUF e Allegato II MiFID II) determina il livello di tutela. Un cliente retail riceve la protezione massima (regole di adeguatezza più stringenti, materiali informativi semplificati); una controparte qualificata opera in regime di reciproca expertise.

    Norme e fonti

    • D.Lgs. 24 febbraio 1998 n. 58, art. 1 (definizioni), art. 6 (vigilanza CONSOB e regole di comportamento) e art. 18 (riserva di attività sui servizi di investimento)
    • Direttiva 2014/65/UE (MiFID II) sui mercati degli strumenti finanziari
    • Regolamento UE 600/2014 (MiFIR) sull’integrità dei mercati
    • Regolamento UE 2023/1114 (MiCA) sui mercati delle cripto-attività, applicabile dal 30 dicembre 2024
    • Regolamento UE 2017/1129 sul prospetto da pubblicare per l’offerta al pubblico o l’ammissione alle negoziazioni
    • Regolamento CONSOB n. 20307/2018 (Intermediari) e Regolamento UE 596/2014 (MAR) sugli abusi di mercato

    Domande frequenti

    Una raccolta fondi su una piattaforma di crowdfunding è offerta al pubblico? Sì se rivolta a un numero indeterminato di soggetti. Esiste però un regime semplificato per il crowdfunding di emittenti europei (Regolamento UE 2020/1503), che permette la raccolta fino a 5 milioni di euro su dodici mesi con regole proporzionate e senza prospetto integrale, su piattaforme autorizzate.

    Pubblicare una newsletter sui mercati è consulenza in investimenti? No, finché contiene informazioni generiche o analisi non personalizzate. Diventa consulenza, e quindi attività riservata, quando si raccomanda al singolo destinatario un determinato strumento come adatto al suo profilo.

    Un token non collegato a un sottostante finanziario rientra nel TUF? Se non si qualifica come strumento finanziario, sta fuori dal TUF ma può ricadere in MiCA come cripto-attività (token collegato ad attività, token di moneta elettronica o altra cripto-attività). L’inquadramento si fa caso per caso, leggendo le caratteristiche economiche del token e i diritti che incorpora.

    L’emittente di un mini-bond destinato a investitori professionali deve fare il prospetto? No: l’offerta riservata a investitori qualificati è esente dall’obbligo di prospetto ai sensi del Regolamento UE 2017/1129. Restano gli obblighi informativi contrattuali verso i sottoscrittori e, se i titoli sono ammessi alle negoziazioni in un sistema multilaterale, le regole di trasparenza del gestore della sede.

  • Casi pratici applicati: art. 3 T.U.E. definizioni interventi edilizi

    Capire se un lavoro in casa o su un fabbricato è manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro, ristrutturazione o nuova costruzione non è un dettaglio: da quella qualificazione dipendono il titolo abilitativo da chiedere al Comune, i tempi, i costi, le agevolazioni fiscali e la regolarità futura dell’immobile. L’art. 3 T.U.E. mette in fila sei categorie di intervento che, da sole, governano l’intera attività edilizia privata. Vediamo come orientarsi con esempi concreti, evitando errori che possono trasformare un piccolo cantiere in un grosso problema.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    Il Testo Unico dell’edilizia (D.P.R. 380/2001) definisce all’art. 3 le sei categorie di intervento edilizio che esauriscono ogni possibile lavorazione su un fabbricato. La scelta della categoria non è una valutazione discrezionale del richiedente: dipende da elementi oggettivi (entità delle opere, modifica di volumi e sagoma, intervento su parti strutturali, cambio di destinazione d’uso, eventuale vincolo sull’immobile).

    A ciascuna categoria corrisponde un titolo abilitativo diverso, disciplinato dagli articoli 6 (attività edilizia libera), 6-bis (CILA), 22 (SCIA) e 10 (permesso di costruire) del medesimo testo unico. Sbagliare categoria significa, nella migliore delle ipotesi, dover integrare la pratica; nella peggiore, ritrovarsi con opere abusive e sanzioni amministrative o penali.

    Il quadro è stato aggiornato dal decreto Salva-casa (D.L. 69/2024, convertito in L. 105/2024), che ha allargato l’area della ristrutturazione edilizia e ridefinito il perimetro della demolizione e ricostruzione anche con lievi differenze di sagoma o sedime.

    Le sei categorie di intervento e i titoli abilitativi

    Le sei categorie disegnate dall’art. 3 T.U.E. possono essere lette come una scala crescente di impatto sull’edificio:

    Manutenzione ordinaria (lettera a). Sono opere di riparazione, rinnovamento e sostituzione delle finiture e quelle necessarie a mantenere in efficienza gli impianti tecnologici esistenti. Tinteggiature, sostituzione di pavimenti, rifacimento di intonaci interni, riparazione di un sanitario rientrano qui. Non serve alcun titolo abilitativo: si rientra nell’attività edilizia libera dell’art. 6.

    Manutenzione straordinaria (lettera b). Sono opere e modifiche necessarie per rinnovare o sostituire parti anche strutturali, oltre che per realizzare o integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, purché non si alteri la volumetria complessiva e non si modifichi la destinazione d’uso. Tipicamente serve una CILA (comunicazione di inizio lavori asseverata) ai sensi dell’art. 6-bis.

    Restauro e risanamento conservativo (lettera c). Interventi diretti a conservare l’organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali, ne consentano destinazioni d’uso con essi compatibili. Per gli immobili vincolati o in zone storiche il titolo abituale è la SCIA, con autorizzazione paesaggistica o della Soprintendenza.

    Ristrutturazione edilizia (lettera d). Insieme di opere che possono portare a un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente, anche con modifica di volumi, prospetti, superfici e destinazione d’uso. È la categoria più ampia e la più ridisegnata dal Salva-casa. Si distingue una ristrutturazione “leggera” (SCIA) e una “pesante” (permesso di costruire o SCIA alternativa al permesso ex art. 23).

    Nuova costruzione (lettera e). Comprende la realizzazione ex novo di manufatti edilizi fuori terra o interrati, l’ampliamento di edifici esistenti all’esterno della sagoma, le opere di urbanizzazione, l’installazione di manufatti leggeri stabili. Richiede il permesso di costruire dell’art. 10.

    Ristrutturazione urbanistica (lettera f). Interventi rivolti a sostituire l’esistente tessuto urbanistico-edilizio con un altro diverso, mediante un insieme sistematico di interventi edilizi, anche con modifica del disegno dei lotti, degli isolati e della rete stradale. Si attua attraverso piani attuativi e permesso di costruire.

    Accanto a queste, l’art. 3 prevede oggi anche la lettera f-bis, dedicata alla ristrutturazione conservativa, che agevola interventi che recuperano l’esistente senza alterare la sagoma originaria.

    Ristrutturazione “leggera” vs “pesante”

    La distinzione interna alla ristrutturazione edilizia è cruciale perché incide sul titolo abilitativo, sui tempi del cantiere e sulla possibilità di accedere a determinate detrazioni fiscali.

    Si parla di ristrutturazione leggera quando le opere non incidono su volumi e sagoma, non comportano mutamenti di destinazione d’uso urbanisticamente rilevanti e non interessano in modo significativo le parti strutturali. In questi casi il titolo è la SCIA, da presentare allo sportello unico per l’edilizia con asseverazione del progettista.

    Si entra invece nella ristrutturazione pesante quando le opere comportano aumento di unità immobiliari, modifica di volumi e sagoma, mutamento della destinazione d’uso in zone omogenee A, intervento su elementi strutturali in edifici vincolati o in centro storico. In tali ipotesi serve il permesso di costruire, oppure la SCIA alternativa al permesso prevista dall’art. 23, che consente di iniziare i lavori dopo trenta giorni dal deposito.

    La riforma Salva-casa ha allargato l’area della ristrutturazione, riconducendovi anche la demolizione e ricostruzione con lievi modifiche di sedime e sagoma, purché non si oltrepassino i parametri urbanistici di zona. Resta esclusa la ricostruzione su area completamente diversa, che si qualifica come nuova costruzione.

    Scenario 1: rifacimento del bagno con sostituzione di tubazioni

    Il proprietario di un appartamento decide di rifare integralmente il bagno: nuovi sanitari, sostituzione delle tubazioni di carico e scarico, posa di nuove piastrelle, sostituzione del piatto doccia con un modello a filo pavimento, spostamento di un tramezzo non portante per ricavare un secondo lavabo.

    Le opere non toccano parti strutturali e non modificano la sagoma dell’edificio, ma incidono su impianti e tramezzature interne: si tratta di manutenzione straordinaria. Il titolo corretto è la CILA, presentata allo sportello unico edilizia del Comune corredata dall’asseverazione di un progettista abilitato e, se l’edificio è in condominio, accompagnata dalla comunicazione all’amministratore. I lavori possono iniziare contestualmente al deposito della pratica.

    Scenario 2: restauro di una casa storica vincolata

    Un richiedente eredita un fabbricato del Settecento in centro storico, sottoposto a vincolo culturale ai sensi del Codice dei beni culturali. Vuole consolidare le murature portanti, recuperare gli affreschi del salone, sostituire gli infissi mantenendone tipologia e disegno, rifare la copertura con materiali tradizionali e dotare l’edificio di impianti moderni.

    Trattandosi di un insieme sistematico di opere volte a conservare l’organismo edilizio rispettandone gli elementi tipologici e formali, la qualificazione corretta è restauro e risanamento conservativo. Il titolo abilitativo richiesto è la SCIA, da presentare allo sportello unico edilizia previo ottenimento dell’autorizzazione della Soprintendenza competente. Il cantiere dovrà essere diretto da un tecnico iscritto al proprio albo e seguire il cronoprogramma concordato con l’ufficio tecnico comunale.

    Scenario 3: ristrutturazione completa con cambio di destinazione

    Un ex laboratorio artigianale al piano terra di un fabbricato anni Settanta viene acquistato da un privato che intende trasformarlo in due unità residenziali distinte, con creazione di un soppalco, apertura di nuove finestre sul cortile interno, demolizione di tramezzature e intervento su una trave portante.

    Qui si esce dalla ristrutturazione leggera: c’è frazionamento in più unità, cambio di destinazione d’uso da produttivo a residenziale, intervento su elementi strutturali e modifica dei prospetti. Si tratta di ristrutturazione edilizia pesante e il titolo abilitativo è il permesso di costruire dell’art. 10 T.U.E., in alternativa la SCIA dell’art. 23. Andranno verificate la compatibilità del cambio d’uso con la zona urbanistica del piano regolatore e l’eventuale obbligo di reperimento di parcheggi pertinenziali.

    Scenario 4: nuova costruzione fuori dal centro

    Un proprietario di un terreno edificabile in zona di espansione vuole costruire una villetta unifamiliare di nuova edificazione, con piscina interrata e box auto pertinenziale.

    Si tratta di una nuova costruzione ai sensi della lettera e) dell’art. 3 T.U.E.: il titolo necessario è il permesso di costruire dell’art. 10. La pratica deve essere accompagnata dal calcolo degli oneri di urbanizzazione e del contributo di costruzione, dal progetto strutturale depositato al genio civile, dalla relazione energetica e dagli elaborati paesaggistici se l’area è vincolata. La piscina e il box, in quanto pertinenze, seguono in genere lo stesso titolo dell’intervento principale.

    Scenario 5: demolizione e ricostruzione fedele dopo il Salva-casa 2024

    Un piccolo capannone degli anni Sessanta viene demolito e ricostruito con la stessa volumetria e sedime, con un lieve scostamento di sagoma per migliorare efficienza energetica e sicurezza sismica.

    Dopo l’entrata in vigore del D.L. 69/2024 (Salva-casa), questo tipo di intervento rientra nella ristrutturazione edilizia e non più nella nuova costruzione, purché non si alteri il carico urbanistico in modo significativo. Il titolo abilitativo è il permesso di costruire o la SCIA alternativa, con possibilità di accedere ai bonus fiscali previsti per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio esistente, anziché alle regole più gravose della nuova edificazione.

    Quando e come orientarsi

    Il primo passo, prima di iniziare qualsiasi lavoro, è leggere insieme all’ufficio tecnico del Comune lo stato legittimo dell’immobile: ultimo titolo edilizio rilasciato, eventuali condoni, conformità catastale. Su questa base si verifica quale categoria di intervento, fra le sei dell’art. 3 T.U.E., descrive correttamente le opere previste.

    Il secondo passo è confrontare il progetto con le norme del piano regolatore generale (oggi spesso PUG o PGT), con il regolamento edilizio comunale e con i vincoli paesaggistici, idrogeologici o culturali eventualmente insistenti sull’area. Una stessa opera può richiedere titoli diversi a seconda della zona omogenea in cui ricade.

    Il terzo passo è scegliere il titolo abilitativo: comunicazione libera, CILA, SCIA, SCIA alternativa al permesso o permesso di costruire. La scelta non è opzionale: deriva dalla categoria di intervento e dal contesto urbanistico. Il proprietario o il richiedente devono affidarsi a un progettista abilitato che asseveri la pratica, ma la responsabilità giuridica dell’immobile resta in capo a chi lo possiede.

    Un quarto accorgimento riguarda i bonus fiscali. Le detrazioni edilizie (ecobonus, sismabonus) richiedono che l’intervento sia correttamente qualificato e che il titolo abilitativo sia coerente. La manutenzione ordinaria, salvo eccezioni in condominio, non gode delle detrazioni.

    Norme e fonti

    • Art. 3 D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 (Testo Unico dell’edilizia) – definizioni degli interventi edilizi
    • Art. 6 e 6-bis D.P.R. 380/2001 – attività edilizia libera e CILA
    • Art. 22 D.P.R. 380/2001 – interventi soggetti a SCIA
    • Art. 10 D.P.R. 380/2001 – interventi subordinati a permesso di costruire
    • Art. 23 D.P.R. 380/2001 – SCIA alternativa al permesso di costruire
    • D.L. 29 maggio 2024 n. 69 (Salva-casa), convertito in L. 24 luglio 2024 n. 105
    • D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio) per gli immobili vincolati

    Domande frequenti

    Posso iniziare i lavori subito dopo aver depositato la CILA?
    Sì. La CILA consente l’avvio immediato dei lavori dalla data di presentazione allo sportello unico edilizia, salvo diverse previsioni del regolamento comunale o necessità di ulteriori nulla osta (paesaggistico, vincolo culturale, condominio). Il Comune può comunque verificare la pratica e chiedere integrazioni.

    Sostituire le finestre senza modificarne dimensione e forma richiede un titolo?
    In genere rientra nella manutenzione ordinaria ed è attività edilizia libera, salvo che l’edificio sia vincolato o in zona soggetta a vincolo paesaggistico: in quel caso può servire una comunicazione o un’autorizzazione specifica. Conviene chiedere conferma all’ufficio tecnico del Comune prima dei lavori.

    Cambiare destinazione d’uso da ufficio ad abitazione è sempre ristrutturazione?
    Dipende. Se il cambio comporta opere edilizie significative, modifica di prospetti o frazionamento, si tratta di ristrutturazione edilizia con SCIA o permesso di costruire. Se è un cambio senza opere e tra categorie funzionalmente autonome, può richiedere comunque un titolo, ma più snello. La zona urbanistica del piano regolatore è decisiva.

    Dopo il Salva-casa posso ricostruire un edificio crollato con la stessa volumetria?
    La riforma del 2024 ha riportato la demolizione e ricostruzione fedele nell’alveo della ristrutturazione edilizia anche con lievi differenze di sagoma, sedime e prospetti, a condizione di non aumentare il carico urbanistico oltre i parametri di zona. La ricostruzione su area diversa o con aumento volumetrico rilevante resta nuova costruzione.

  • Casi pratici art. 3 D.Lgs. 346/1990: esenzioni PA, ETS e religiosi

    L’art. 3 D.Lgs. 346/1990 introduce una delle poche aree di vera esenzione totale nell’imposta sulle successioni e donazioni: i trasferimenti a Stato, regioni, province, comuni, altri enti pubblici, fondazioni, associazioni legalmente riconosciute con finalità di pubblica utilità, enti del Terzo Settore (ETS) e confessioni religiose riconosciute non scontano alcuna imposta. Non si tratta di una franchigia (come quella di 1 milione per il coniuge o per i figli): qui l’imposta proprio non si applica, a patto che il beneficiario rientri in una delle categorie previste e che il bene venga effettivamente impiegato per le finalità istituzionali. In questa guida ricostruiamo il quadro, mostriamo cinque scenari concreti (dal lascito a un Comune per un parco urbano alla rinuncia di una parrocchia, passando per Caritas, ETS che riceve un’azienda agricola e fondazione bancaria che opera nell’arte), spieghiamo quando il vincolo di destinazione si trasforma in onere reale e quali sono le conseguenze in caso di sviamento delle finalità.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    La norma cardine è l’art. 3 del D.Lgs. 346/1990 (Testo Unico Successioni e Donazioni, TUS), che individua i trasferimenti “non soggetti” all’imposta. La formula non è casuale: il legislatore non concede uno sconto o una franchigia, ma esclude in radice questi atti dal presupposto impositivo, quando il destinatario appartiene a una delle categorie tassativamente elencate. Il perimetro coinvolge anche gli articoli 4 (donazioni alle stesse categorie) e 5 (soggetti passivi), che vanno letti in combinato disposto.

    Sull’art. 3 si sono poi innestate due riforme di sistema. La prima è la Riforma del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017, Codice del Terzo Settore), che ha riorganizzato le ONLUS, le associazioni di promozione sociale (APS), le organizzazioni di volontariato (ODV) e gli enti filantropici in un’unica categoria di ETS, iscritti al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS). Dal 2026, con la piena operatività del regime fiscale del Terzo Settore, gli ETS iscritti al RUNTS subentrano alle ex ONLUS come beneficiari naturali dell’esenzione. La seconda novità rilevante è il D.Lgs. 139/2024, che ha riscritto in chiave sistematica il TUS dopo decenni di stratificazioni, confermando l’impianto dell’art. 3 e aggiornando i richiami agli ETS.

    Beneficiari esenti: PA, ETS, religiosi

    I beneficiari dell’esenzione si raggruppano in tre famiglie. La prima è quella della Pubblica Amministrazione in senso ampio: Stato, regioni, province, città metropolitane, comuni, enti pubblici territoriali e non territoriali, comprese le scuole pubbliche, le università statali, gli enti di ricerca, le aziende sanitarie. Sono inclusi anche gli enti pubblici economici quando il lascito serve a una finalità istituzionale.

    La seconda famiglia raccoglie fondazioni e associazioni legalmente riconosciute con finalità di assistenza, studio, ricerca scientifica, educazione, istruzione, beneficenza o altre finalità di pubblica utilità. Qui rientrano le fondazioni bancarie, le fondazioni culturali, gli enti del Terzo Settore iscritti al RUNTS, le ex ONLUS in regime transitorio, le APS e le ODV ricomprese nel Codice del Terzo Settore. La pubblica utilità va dimostrata attraverso lo statuto e l’attivita’ effettivamente svolta.

    La terza famiglia è quella degli enti religiosi civilmente riconosciuti: parrocchie cattoliche e diocesi (in base all’Intesa con la Santa Sede), comunità ebraiche, chiese ortodosse, valdesi, battiste, luterane e ogni confessione che abbia stipulato Intesa con lo Stato. Per ottenere l’esenzione è indispensabile il riconoscimento civile dell’ente: una parrocchia priva di riconoscimento, o una congregazione informale, non può beneficiarne.

    Va ricordato che l’esenzione non è subordinata al rispetto di franchigie: non importa che il bene valga 50.000 o 50 milioni di euro, l’imposta non si applica. Restano dovute, di norma, le sole imposte ipotecarie e catastali in misura fissa quando il trasferimento riguarda immobili intestati ad enti esenti.

    Vincoli di destinazione e sviamento

    Il rovescio della medaglia dell’esenzione è il vincolo di destinazione. L’ente che riceve il bene si impegna a impiegarlo per le finalità di pubblica utilità che giustificano l’esenzione. Questo impegno può assumere due forme: l’onere modale espressamente previsto dal testamento o dall’atto di donazione (ad esempio “alla Fondazione Alfa con onere di destinare l’immobile a museo civico”) oppure il vincolo implicito derivante dallo statuto dell’ente.

    Lo sviamento di finalità si verifica quando l’ente utilizza il bene per scopi diversi da quelli istituzionali: vende l’immobile per finanziare attività lucrative, distribuisce risorse a soggetti non beneficiari, dirotta il lascito su attività estranee. In questi casi, l’Agenzia delle Entrate può recuperare l’imposta originariamente non versata, applicare sanzioni dal 100% al 200% dell’imposta e interessi. Nei casi più gravi (uso fraudolento dell’esenzione), si profila anche il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato.

    Per gli ETS, il D.Lgs. 117/2017 impone inoltre il divieto di distribuzione di utili e l’obbligo di devoluzione del patrimonio residuo, in caso di scioglimento, ad altri enti del Terzo Settore. Anche questo vincolo concorre a giustificare l’esenzione.

    Scenario 1 – Lascito a un Comune per un parco urbano

    Una cittadina di 78 anni dispone per testamento di lasciare al Comune di residenza un terreno agricolo di 12.000 mq, con onere di realizzare un parco urbano intitolato al marito. Valore catastale: 380.000 euro. Alla morte, il Comune accetta l’eredita’ con beneficio d’inventario. L’imposta di successione non è dovuta in forza dell’art. 3 TUS, perché il beneficiario è un ente pubblico territoriale. Le imposte ipotecaria e catastale sono dovute in misura fissa (200 euro ciascuna). L’eventuale futura cessione del parco a un privato per realizzarvi un’iniziativa commerciale costituirebbe sviamento e farebbe decadere l’esenzione: si dovrebbe versare l’imposta retroattivamente sul valore di apertura della successione, oltre a sanzioni.

    Scenario 2 – Donazione a Caritas Diocesana

    Un donatore vivente trasferisce 250.000 euro in denaro alla Caritas Diocesana di Milano, ente riconosciuto come articolazione della Diocesi. L’atto di donazione è redatto da notaio in forma pubblica (necessaria per le donazioni superiori al modico valore). L’imposta di donazione non è applicabile perché Caritas, in quanto ente ecclesiastico civilmente riconosciuto, rientra nell’art. 3. Il notaio inserisce in atto un riferimento espresso al D.P.R. 13 febbraio 1987 (riconoscimento Diocesi) e cita l’art. 3 TUS per giustificare la non applicazione dell’imposta. L’ente registra il lascito nei propri rendiconti e lo destina al fondo povertà.

    Scenario 3 – ETS riceve un’azienda agricola

    Un agricoltore senza eredi diretti lascia per testamento un’azienda agricola di 45 ettari a una cooperativa sociale agricola iscritta al RUNTS come ETS, con finalità di inserimento lavorativo di persone svantaggiate. Valore stimato: 1,8 milioni di euro. L’imposta di successione non è dovuta in forza dell’art. 3 TUS letto in combinato con il D.Lgs. 117/2017. L’ETS deve continuare a esercitare l’attivita’ agricola per almeno cinque anni e mantenere l’iscrizione al RUNTS: una cancellazione anticipata o la trasformazione in società lucrativa farebbe scattare il recupero dell’imposta. L’erede consiglia di stipulare contestualmente un accordo che vincoli l’azienda alla finalità sociale dichiarata.

    Scenario 4 – Fondazione bancaria opera d’arte

    Un collezionista lascia per testamento alla Fondazione Cariplo una collezione di sei opere pittoriche del Novecento italiano, valore stimato 620.000 euro, con onere di esporle al pubblico almeno tre mesi l’anno. La Fondazione bancaria, iscritta nell’apposito registro presso il Ministero dell’Economia e con finalità statutarie di promozione culturale, beneficia dell’esenzione ex art. 3 TUS. Le opere vengono inventariate nel patrimonio della fondazione e prestate annualmente a musei pubblici. La cessione delle opere a un privato o l’uscita dal patrimonio fondazionale senza giustificazione istituzionale costituirebbe sviamento. Il vincolo modale (esposizione pubblica) è opponibile anche in giudizio dagli eredi controinteressati.

    Scenario 5 – Chiesa parrocchiale rinuncia all’eredita’

    Una parrocchia cattolica civilmente riconosciuta viene istituita erede universale di un fedele anziano. L’eredita’ comprende un immobile fatiscente con costi di ristrutturazione e bonifica amianto superiori al valore di mercato. Il parroco, sentito il Vescovo, decide di rinunciare all’eredita’ ex art. 519 c.c. La rinuncia comporta che l’eredita’ devolva ai chiamati di secondo grado (i parenti collaterali), che dovranno pagare l’imposta di successione secondo le aliquote dei parenti oltre il quarto grado (8% con franchigia zero). L’esenzione, in altre parole, non è trasmissibile: se il beneficiario esente rinuncia, l’imposta torna applicabile in capo ai successivi chiamati.

    Quando e come verificare

    Per applicare correttamente l’art. 3 ogni beneficiario o erede dovrebbe svolgere alcuni passaggi di verifica prima di accettare il lascito o presentare la dichiarazione di successione. Il primo controllo riguarda la natura giuridica dell’ente: occorre il riconoscimento civile (D.P.R. di riconoscimento, iscrizione al registro delle persone giuridiche, iscrizione al RUNTS per gli ETS, iscrizione al Ministero dell’Interno per gli enti religiosi). Senza riconoscimento, l’esenzione non opera.

    Il secondo controllo riguarda lo statuto: le finalità devono essere coerenti con quelle di pubblica utilità richieste dalla norma. Un’associazione “di promozione personale” o un circolo ricreativo privato non rientrano nell’esenzione anche se hanno personalità giuridica.

    Il terzo controllo riguarda eventuali oneri modali apposti dal disponente: vanno trascritti, accettati e rispettati. Il beneficiario, se ritiene l’onere troppo gravoso o impossibile, può chiederne la riduzione al giudice ex art. 648 c.c., ma non può ignorarlo.

    Il quarto controllo riguarda la dichiarazione di successione: anche in caso di esenzione totale, va presentata all’Agenzia delle Entrate entro 12 mesi dal decesso (modello telematico), indicando espressamente il regime di esenzione ex art. 3 TUS. L’omessa dichiarazione comporta sanzioni anche se l’imposta non è dovuta.

    Per la regolarità degli atti – soprattutto donazioni – è opportuno coinvolgere un notaio, che redigerà l’atto in forma pubblica (richiesta per le donazioni oltre il modico valore) e curerà la trascrizione presso i registri immobiliari quando il lascito comprende beni immobili.

    Norme e fonti

    • Art. 3 D.Lgs. 346/1990 – Trasferimenti non soggetti all’imposta (PA, fondazioni, associazioni riconosciute, ETS, enti religiosi).
    • Art. 4 D.Lgs. 346/1990 – Estensione del regime di esenzione alle donazioni e atti a titolo gratuito tra vivi.
    • Art. 5 D.Lgs. 346/1990 – Soggetti passivi dell’imposta e individuazione del beneficiario.
    • D.Lgs. 117/2017 – Codice del Terzo Settore: regime degli ETS, RUNTS, devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento.
    • D.Lgs. 139/2024 – Riforma sistematica del Testo Unico Successioni e Donazioni: conferma e modernizzazione dell’art. 3 TUS.
    • Art. 519, 648 c.c. – Rinuncia all’eredita’ e riduzione dell’onere modale.

    Domande frequenti

    Un’associazione non riconosciuta che riceve un lascito beneficia dell’esenzione?

    No. L’art. 3 richiede espressamente il “legale riconoscimento”. Le associazioni non riconosciute (art. 36 c.c.), prive di personalità giuridica, scontano l’imposta come qualunque altro beneficiario non parente, con aliquota dell’8% e franchigia zero. Per accedere all’esenzione, l’associazione deve completare l’iter di riconoscimento (registro delle persone giuridiche o iscrizione al RUNTS come ETS) prima dell’apertura della successione o dell’atto di donazione.

    L’esenzione vale anche per le imposte ipotecaria e catastale?

    L’art. 3 TUS riguarda solo l’imposta di successione e donazione. Imposte ipotecaria e catastale sono disciplinate dal D.Lgs. 347/1990 e si applicano in misura fissa (200 euro ciascuna) quando il trasferimento ha per oggetto immobili a favore di enti esenti, salvo specifiche esenzioni previste per Stato ed enti pubblici territoriali. Per gli ETS opera la riduzione prevista dal Codice del Terzo Settore.

    Cosa succede se l’ente dirotta il bene su attività diverse da quelle istituzionali?

    L’Agenzia delle Entrate può recuperare l’imposta originariamente non versata, calcolata sul valore del bene all’apertura della successione, e applicare sanzioni dal 100% al 200%. Nei casi di dolo, scattano anche le sanzioni penali. Il termine di accertamento è di cinque anni dal momento in cui l’Agenzia ha conoscenza dello sviamento. Per evitarlo, l’ente deve documentare contabilmente l’impiego del bene e mantenere i requisiti soggettivi (iscrizione RUNTS, riconoscimento civile, finalità statutarie) per tutto il periodo richiesto.

    Le ex ONLUS sono ancora beneficiarie dell’esenzione?

    Le ex ONLUS che si sono trasformate in ETS e iscritte al RUNTS continuano a beneficiare dell’esenzione, ora ricondotta sotto il D.Lgs. 117/2017. Le ONLUS che non si sono adeguate al Codice del Terzo Settore hanno perso la qualifica e, di conseguenza, l’esenzione. Per verificare lo status attuale, è sufficiente consultare il RUNTS sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

  • Part-time, clausole elastiche e lavoro supplementare nel CCNL Radio e TV Private (Aeranti-Corallo)

    CCNL Radio e TV Private (Aeranti-Corallo)

    Part-time, clausole elastiche e lavoro supplementare nel CCNL Radio e TV Private (Aeranti-Corallo)

    In un settore dove il tempo parziale è la regola più che l’eccezione, conoscere le regole del lavoro supplementare e delle clausole elastiche è decisivo: sono gli strumenti con cui l’azienda adatta l’orario alle punte di attività, ma operano solo entro precisi limiti di legge e di contratto.

    In sintesi

    Il part-time può essere orizzontale, verticale o misto. Il lavoro supplementare e le clausole elastiche permettono all’azienda di variare durata e collocazione dell’orario, ma richiedono i presupposti del D.Lgs. 81/2015 e del CCNL: limiti, preavviso e compensi. Il trattamento è riproporzionato e vale il diritto di precedenza verso il tempo pieno.

    Dati contrattuali

    Parti firmatarie
    Associazione datoriale di categoria · CGIL · CISL · UIL di categoria
    Istituti trattati
    Forme del part-time · Lavoro supplementare e clausole elastiche · Trasformazione e precedenza
    Riferimenti
    D.Lgs. 81/2015, artt. 4-12 (disciplina del part-time) · D.Lgs. 66/2003 (riposi) · CCNL per limiti, maggiorazioni e clausole
    Fonte
    Testo del CCNL depositato presso il CNEL

    Le forme del part-time

    Il tempo parziale può articolarsi in tre forme, a seconda di come la riduzione dell’orario si distribuisce nel tempo. La distinzione rileva soprattutto per l’applicazione del lavoro supplementare e delle clausole elastiche.

    Le tre forme di part-time
    Forma Come si articola l’orario Esempio
    Orizzontale Riduzione dell’orario giornaliero, su tutti i giorni lavorativi 4 ore al giorno, dal lunedì al venerdì
    Verticale Orario pieno ma solo in alcuni giorni, settimane o mesi Tre giornate intere a settimana
    Misto Combinazione di orizzontale e verticale Alcuni giorni pieni e altri a orario ridotto
    Il contratto part-time deve essere stipulato per iscritto e indicare durata e collocazione dell’orario (D.Lgs. 81/2015). Gli importi di maggiorazione del lavoro supplementare e le condizioni delle clausole elastiche sono fissati dal CCNL: per i valori esatti si rinvia al testo contrattuale vigente.

    Lavoro supplementare e clausole elastiche: gli strumenti di flessibilità

    Sono i due strumenti che, nei settori a part-time diffuso, consentono all’azienda di modulare l’orario. Operano però entro presupposti precisi del D.Lgs. 81/2015 e del CCNL.

    Il lavoro supplementare

    È il lavoro reso oltre l’orario concordato nel contratto part-time, ma entro il limite del tempo pieno. La legge ne consente il ricorso e rimette al CCNL la disciplina di numero massimo di ore, causali e maggiorazione. In assenza di regolazione contrattuale, il lavoratore può rifiutare la prestazione supplementare solo per giustificati motivi; dove il CCNL la regola, vanno rispettati i relativi limiti.

    Le clausole elastiche

    Consentono di variare la collocazione dell’orario o di aumentarne la durata. Richiedono un patto scritto, un preavviso minimo di due giorni lavorativi e specifiche compensazioni; il CCNL ne fissa condizioni e modalità. Il lavoratore non può subire un licenziamento per il rifiuto di sottoscrivere una clausola elastica.

    Per alcune categorie (studenti, lavoratori con patologie oncologiche, genitori con figli piccoli, titolari di permessi L. 104) la legge prevede facoltà di revoca o di non adesione alle clausole elastiche.

    Trattamento e principio di non discriminazione

    Il lavoratore part-time non può ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al collega a tempo pieno comparabile: ha gli stessi diritti, riproporzionati alla minore durata della prestazione (art. 7, D.Lgs. 81/2015). Sono riproporzionati, tra l’altro, la retribuzione, le ferie, le mensilità aggiuntive e il TFR; restano invece pieni i diritti non frazionabili (ad esempio le tutele in materia di salute e sicurezza). Anche l’anzianità di servizio si calcola per intero, come per un rapporto a tempo pieno.

    Trasformazione del rapporto e diritto di precedenza

    Il passaggio da tempo pieno a part-time, e viceversa, è volontario: richiede l’accordo delle parti e la forma scritta. Il rifiuto del lavoratore di trasformare il rapporto non costituisce giustificato motivo di licenziamento.

    La legge tutela inoltre alcune situazioni: chi è affetto da patologie oncologiche o gravi, i genitori di figli piccoli e chi assiste familiari con L. 104 hanno priorità o un vero e proprio diritto alla trasformazione in part-time. Specularmente, il lavoratore che ha trasformato il rapporto in part-time gode di un diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo pieno per mansioni equivalenti, secondo i criteri del CCNL.

    Casi pratici

    Tizio — clausola elastica e variazione del turno
    Tizio è assunto part-time con orario pomeridiano. L’azienda gli chiede di anticipare il turno al mattino per due settimane. Può farlo solo in forza di una clausola elastica sottoscritta per iscritto, con il preavviso minimo di due giorni e le compensazioni previste dal CCNL. Se Tizio non ha mai firmato alcuna clausola elastica, può legittimamente rifiutare la variazione.
    Caia — lavoro supplementare richiesto a fine turno
    Caia, part-time a 20 ore, lavora due ore in più per coprire un’assenza. Sono lavoro supplementare (restano sotto il tempo pieno) e vanno retribuite con l’eventuale maggiorazione fissata dal CCNL. Se il contratto non regola il supplementare, Caia può rifiutarlo solo per giustificati motivi.

    Domande frequenti

    Il contratto part-time deve essere scritto?
    Sì. La forma scritta è richiesta e il contratto deve indicare la durata della prestazione e la collocazione dell’orario. La sua assenza può essere fatta valere dal lavoratore per ottenere l’accertamento del rapporto e, a certe condizioni, il riconoscimento di un orario pieno.
    Che differenza c’è tra lavoro supplementare e straordinario?
    Il lavoro supplementare è quello reso dal part-time oltre l’orario concordato ma entro il tempo pieno; lo straordinario presuppone invece il superamento dell’orario a tempo pieno. Hanno discipline e maggiorazioni diverse, fissate dal CCNL.
    Ferie e tredicesima del part-time sono dimezzate?
    Non dimezzate, ma riproporzionate alla durata della prestazione, in applicazione del principio di non discriminazione. L’anzianità di servizio, invece, si computa per intero.
    L’azienda può cambiarmi gli orari del part-time quando vuole?
    No. La variazione della collocazione oraria richiede una clausola elastica sottoscritta per iscritto, con preavviso di almeno due giorni lavorativi e le compensazioni previste dal CCNL. Senza clausola elastica firmata, la variazione può essere rifiutata.

    Stesso CCNL: consulta anche tabelle retributive e minimi 2026, come darle, preavviso e telematiche, preavviso e licenziamento, ferie, permessi e ROL, maternità, paternità e congedi e tredicesima, quattordicesima e premi.

    Contenuto divulgativo aggiornato alle regole generali di legge (D.Lgs. 81/2015). Per limiti del lavoro supplementare, maggiorazioni e condizioni delle clausole elastiche si rinvia sempre al testo del CCNL vigente.

  • Riserve auree BdI Popolo italiano: casi pratici comma 2 LB 2026

    Il comma 2 LB 2026 introduce una norma interpretativa autentica destinata a chiudere un dibattito storico: le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia, cosi come iscritte nel suo bilancio, appartengono al Popolo italiano. Non si tratta di una novita strutturale sull’ordinamento valutario, ma di una cristallizzazione interpretativa dell’art. 4 c. 2 del D.P.R. 148/1988 (T.U. valutario). In questa pagina vediamo come la regola si traduce in scenari concreti, quali conseguenze ha sulla gestione operativa dell’oro e quale spazio di manovra residua per le istituzioni coinvolte, dall’Eurosistema al Parlamento.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    Per leggere bene i casi pratici occorre fissare tre coordinate. La prima e che la Banca d’Italia, nel sistema attuale, e una banca centrale appartenente al SEBC (Sistema europeo di banche centrali) e all’Eurosistema, con indipendenza funzionale e gestionale garantita dall’art. 130 TFUE e dallo Statuto BCE/SEBC. La seconda e che le riserve auree italiane, accumulate storicamente, sono iscritte nel bilancio della Banca d’Italia e gestite secondo regole proprie e accordi europei (CBGA in passato, oggi sostituito da una cornice differente). La terza e che il T.U. valutario del 1988 disciplina la circolazione e la detenzione di valuta e oro monetario, e l’art. 4 c. 2 e stato letto, prima dell’intervento del 2025, in modo non univoco rispetto al soggetto titolare ultimo del patrimonio aureo.

    Il comma 2 della Legge di Bilancio 2026 entra in questo punto: dichiara, con efficacia di norma interpretativa autentica, che l’oro custodito e gestito dalla Banca d’Italia appartiene al Popolo italiano. Le funzioni operative restano invariate. Per i casi pratici, questo significa che ogni decisione potenzialmente impattante sul perimetro o sulla disponibilita delle riserve va letta alla luce di una titolarita collettiva del bene, anche se l’esercizio quotidiano della gestione continua a fare capo all’Istituto.

    Norma interpretativa autentica: cosa significa giuridicamente

    Una norma interpretativa autentica non crea diritto nuovo ma chiarisce il significato di una disposizione preesistente, con efficacia retroattiva al momento di entrata in vigore della norma interpretata. In questo caso, l’interpretazione vale per l’intero arco di vigenza del D.P.R. 148/1988. La conseguenza tecnica e che eventuali atti di disposizione, contratti, garanzie o trasferimenti relativi alle riserve auree vanno riletti come se il principio della titolarita collettiva fosse sempre stato esplicito.

    Il punto delicato e il bilanciamento con l’indipendenza della Banca d’Italia nell’Eurosistema. Le competenze di gestione, valutazione contabile, operazioni di mercato e collaborazione con la BCE non sono toccate dal comma 2. Il Popolo italiano e individuato come titolare sostanziale del patrimonio, non come gestore. In termini di casi pratici, il passaggio rilevante e questo: la Banca d’Italia conserva la regia operativa, ma ogni atto di dismissione, trasferimento o vincolo deve essere coerente con la titolarita collettiva e con il rispetto dei vincoli europei sull’indipendenza delle banche centrali.

    Conseguenze pratiche sulla gestione delle riserve

    Le ricadute operative si misurano su tre piani. Sul piano interno, la titolarita popolare rafforza il legame fra riserve auree e patrimonio della Repubblica, con implicazioni di trasparenza e accountability verso il Parlamento. Sul piano europeo, il vincolo dell’art. 130 TFUE impedisce ingerenze politiche dirette sulla gestione, ma non vieta che il legislatore nazionale qualifichi la titolarita del bene. Sul piano contabile, le riserve restano iscritte nel bilancio della Banca d’Italia secondo i principi armonizzati dell’Eurosistema, ma la loro lettura sostanziale cambia: non sono patrimonio dell’Istituto come ente, sono patrimonio della collettivita gestito dall’Istituto.

    Scenario 1 – Proposta politica di vendita di oro a copertura del debito pubblico

    Situazione: in un dibattito parlamentare, un gruppo propone di alienare una quota delle riserve auree per finanziare il rimborso anticipato di titoli di Stato e ridurre lo stock di debito.

    Cosa cambia con il comma 2: la proposta non e per se illegittima, ma si scontra con due vincoli letti in combinato. Primo, la titolarita collettiva del bene impone una procedura trasparente e una motivazione robusta, perche la dismissione incide sul patrimonio della Repubblica. Secondo, l’indipendenza della Banca d’Italia nell’Eurosistema impedisce che l’esecutivo o il Parlamento impongano operazioni di mercato sull’oro. La via tecnica passa quindi da una concertazione con l’Istituto e da una compatibilita con le regole BCE/SEBC sulla gestione delle riserve.

    Esito pratico: la proposta puo essere discussa, ma difficilmente puo tradursi in un ordine vincolante per la Banca d’Italia. Il comma 2 rafforza il dovere di trasparenza verso il cittadino, non l’autorita politica di disporre del metallo.

    Scenario 2 – Trasferimento di riserve a fini Eurosistema

    Situazione: la Banca Centrale Europea richiede ai membri dell’Eurosistema un riequilibrio delle quote di riserve auree conferite, in linea con i meccanismi previsti dallo Statuto BCE/SEBC.

    Cosa cambia con il comma 2: i conferimenti e i riequilibri previsti dai trattati restano legittimi. La titolarita popolare non blocca gli obblighi europei a cui l’Italia ha aderito, ma rende piu stringente l’esigenza di rendicontazione interna sui movimenti del metallo. La Banca d’Italia continua a operare nel quadro Eurosistema, ma il cittadino e idealmente messo nella condizione di sapere quanto oro e dove e quali movimenti hanno modificato il perimetro.

    Esito pratico: trasferimenti tecnici verso la BCE compatibili con il quadro europeo restano possibili. Cambia il livello di trasparenza atteso e l’accountability verso il Parlamento sulle dinamiche del portafoglio aureo.

    Scenario 3 – Costituzione di garanzia su operazioni di rifinanziamento BCE

    Situazione: nell’ambito di operazioni straordinarie di liquidita, si valuta l’uso di una porzione di riserve auree come collaterale o garanzia in operazioni con la BCE o all’interno di meccanismi di stabilita.

    Cosa cambia con il comma 2: l’oro, in quanto patrimonio del Popolo italiano, puo essere oggetto di operazioni tecniche solo nel rispetto dei vincoli europei e con piena tracciabilita. La doppia veste della Banca d’Italia, banca centrale dell’Eurosistema e custode del patrimonio aureo nazionale, deve conciliarsi con la nuova qualificazione: ogni gravame sulle riserve va valutato come gravame su un bene collettivo, non come operazione interna dell’Istituto.

    Esito pratico: le operazioni restano possibili nel quadro Eurosistema, ma aumenta l’esigenza di motivazione, trasparenza e reporting al Parlamento sulle finalita e sull’impatto della garanzia. Il cittadino diventa interlocutore informativo indiretto attraverso le istituzioni rappresentative.

    Scenario 4 – Valutazione contabile in bilancio della Banca d’Italia

    Situazione: la chiusura dell’esercizio richiede di iscrivere a bilancio le riserve auree al fair value, con effetti significativi sulle riserve di rivalutazione e sui margini economici dell’Istituto.

    Cosa cambia con il comma 2: i principi contabili armonizzati dell’Eurosistema continuano ad applicarsi. Il bilancio della Banca d’Italia resta lo strumento dove l’oro e iscritto. Cambia la lettura sostanziale: le riserve di rivalutazione sull’oro non sono utile distribuibile dell’Istituto come ente proprietario, ma riflettono il valore di un bene collettivo gestito. Questa distinzione e gia presente nella prassi, ma la norma interpretativa la cristallizza.

    Esito pratico: la valutazione e le scritture contabili non cambiano nella forma. Cambia, nel discorso pubblico e nel raccordo con il Parlamento, il peso simbolico e giuridico della voce, che non puo essere trattata come riserva libera dell’ente.

    Scenario 5 – Trasparenza al Parlamento e diritto di informazione del cittadino

    Situazione: un parlamentare presenta un’interrogazione per conoscere consistenza, ubicazione e movimentazioni recenti delle riserve auree, chiedendo dati storici e prospettici.

    Cosa cambia con il comma 2: la titolarita popolare giustifica una pretesa rafforzata di trasparenza, sempre nei limiti tecnici e di riservatezza necessari a non compromettere la gestione operativa e la stabilita. La Banca d’Italia gia pubblica relazioni annuali e dati aggregati; la norma rafforza il fondamento giuridico per un dialogo strutturato con il Parlamento, senza intaccare l’indipendenza dell’Istituto.

    Esito pratico: le risposte istituzionali si muovono nel solco gia esistente, ma il riferimento al Popolo come titolare orienta la prassi verso una rendicontazione piu leggibile per il cittadino, con dati comprensibili e ricorrenti.

    Cosa cambia per cittadini e istituzioni

    Per il cittadino, la norma e prima di tutto un segnale di chiarezza: l’oro detenuto dalla Banca d’Italia non e patrimonio privato dell’Istituto ne risorsa libera dell’esecutivo, ma bene della collettivita. Questo non si traduce in un diritto individuale di disporre del metallo, ma in un diritto diffuso a essere informati e tutelati rispetto a operazioni che incidono sul perimetro delle riserve.

    Per il Parlamento, il comma 2 rafforza il ruolo di interlocutore privilegiato sulle vicende del patrimonio aureo, nel rispetto dell’indipendenza tecnica della Banca d’Italia. Le interrogazioni, le audizioni e le relazioni periodiche trovano un fondamento esplicito nella qualificazione popolare del bene.

    Per la Banca d’Italia, la cornice operativa resta solida. La gestione delle riserve, la partecipazione all’Eurosistema, la cooperazione con la BCE e con le altre banche centrali nazionali non sono compromesse. Cambia il quadro narrativo e di responsabilita: ogni decisione che incide sul perimetro del metallo va comunicata e motivata in chiave di gestione di un patrimonio collettivo.

    Per il Governo, la norma non amplia i poteri di disporre dell’oro. Anzi, li circoscrive simbolicamente, perche la titolarita popolare e l’indipendenza dell’Istituto convivono in un equilibrio che impedisce iniziative unilaterali sull’uso delle riserve.

    Norme e fonti

    • Art. 1, comma 2, Legge 30 dicembre 2025 n. 199 (Legge di Bilancio 2026) – norma interpretativa autentica sulla titolarita delle riserve auree.
    • D.P.R. 31 marzo 1988 n. 148 – Testo Unico delle norme di legge in materia valutaria; art. 4 comma 2 oggetto di interpretazione autentica.
    • Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), art. 130 – indipendenza della BCE e delle banche centrali nazionali.
    • Protocollo sullo Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della BCE, allegato ai Trattati – competenze, gestione delle riserve ufficiali, rapporti tra BCN e BCE.
    • Relazioni annuali della Banca d’Italia e documenti di bilancio – informazione contabile sulle riserve auree.

    Domande frequenti

    La Banca d’Italia perde il controllo dell’oro?

    No. La gestione operativa, la custodia, le scritture contabili e le operazioni nell’Eurosistema restano in capo all’Istituto. Cambia la qualificazione del bene: non e patrimonio dell’ente come tale, ma del Popolo italiano. La regia tecnica e ancora della Banca d’Italia, in coerenza con l’art. 130 TFUE.

    Il Governo puo decidere di vendere l’oro per ridurre il debito?

    Il Governo non puo imporre operazioni di mercato sulle riserve auree, perche la Banca d’Italia agisce in autonomia nell’Eurosistema. La titolarita popolare rafforza il vincolo di trasparenza e motivazione, ma non trasferisce all’esecutivo un potere di disposizione diretta. Iniziative del genere richiederebbero un percorso istituzionale complesso e compatibilita europee non scontate.

    Cosa significa norma interpretativa autentica?

    Significa che il legislatore chiarisce il senso di una disposizione preesistente, in questo caso l’art. 4 comma 2 del T.U. valutario del 1988, con efficacia retroattiva al momento della sua entrata in vigore. Non si crea diritto nuovo, si esplicita un significato gia desumibile e si chiude il dibattito interpretativo. Ogni atto passato va riletto alla luce della titolarita popolare.

    Cambiano i diritti del singolo cittadino sull’oro?

    No nel senso individuale. Nessun cittadino acquista una quota o un diritto di prelievo. La titolarita popolare e collettiva e diffusa, e si traduce in un rafforzamento del dovere di trasparenza delle istituzioni e in un diritto diffuso a essere informati sulle operazioni che incidono sulle riserve. La tutela passa attraverso il Parlamento e gli strumenti di rendicontazione della Banca d’Italia.

  • Art. 25 L. 91/1992

    Art. 25 L. 91/1992

    Legge 5 febbraio 1992, n. 91 – Nuove norme sulla cittadinanza

    1. Le disposizioni necessarie per l’esecuzione della presente legge sono emanate, entro un anno dalla sua entrata in vigore, con decreto del Presidente della Repubblica, udito il parere del Consiglio di Stato e previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta dei Ministri degli affari esteri e dell’interno, di concerto con il Ministro di grazia e giustizia. articolo precedente articolo successivo

  • Territorialità imposta successione: casi pratici art. 2 D.Lgs. 346/1990

    La territorialità dell’imposta di successione decide quali beni finiscono nella dichiarazione presentata in Italia: una scelta che dipende quasi sempre dalla residenza del defunto al momento del decesso. Gli esempi raccolti qui mostrano come si applica il criterio del worldwide taxation per i residenti, quello territoriale per i non residenti e come intervengono le convenzioni bilaterali quando lo stesso patrimonio rischia di essere tassato in due Stati. La cornice di riferimento è l’art. 2 D.Lgs. 346/1990, letto insieme alla nozione di residenza fiscale dell’art. 2 TUIR.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    L’imposta italiana sulle successioni e donazioni si applica con due logiche distinte. Se il defunto o il donante era fiscalmente residente in Italia, l’imposta colpisce l’intera massa ereditaria ovunque si trovino i beni: conti correnti svizzeri, immobili in Spagna, partecipazioni in società lussemburghesi, quote di fondi negli Stati Uniti. È il principio del worldwide taxation, fissato dall’art. 2 comma 1 D.Lgs. 346/1990.

    Se invece il defunto o il donante era residente all’estero, l’imposta si applica solo ai beni e diritti esistenti in Italia: immobili sul territorio nazionale, conti aperti presso banche italiane, partecipazioni in società con sede in Italia, crediti verso debitori italiani. È il principio di territorialità del comma 2, che limita la potestà impositiva ai cespiti localizzati nel Paese.

    La residenza si accerta secondo l’art. 2 TUIR: per le persone fisiche conta l’iscrizione anagrafica per la maggior parte del periodo d’imposta, oppure il domicilio o la residenza civilistica in Italia. La sola iscrizione AIRE non basta a escludere la residenza fiscale italiana se domicilio o residenza effettivi restano nel territorio. Il D.Lgs. 139/2024 ha riordinato l’imposta confermando questi due criteri, mentre l’art. 1 del decreto identifica i fatti generatori e l’art. 9 elenca cosa rientra nell’attivo ereditario.

    Residente vs non residente: due regimi distinti

    Distinguere correttamente lo status del defunto è il primo passaggio operativo. Un residente fiscale italiano lascia agli eredi l’obbligo di dichiarare in Italia ogni bene mobile e immobile, in qualunque Paese si trovi; il valore complessivo concorre a determinare franchigie e aliquote (coniuge e figli 4% oltre il milione di franchigia, fratelli 6% oltre 100.000 euro, altri parenti e estranei 6% o 8%).

    Un non residente, invece, fa scattare l’imposta italiana solo sui beni “esistenti nello Stato”: l’art. 2 c. 3 D.Lgs. 346/1990 contiene una presunzione di territorialità che considera comunque esistenti in Italia, salvo prova contraria, i beni iscritti in pubblici registri italiani, le azioni e quote di società italiane, le obbligazioni e i titoli emessi da soggetti residenti, i crediti verso debitori italiani e i beni custoditi in cassette di sicurezza presso istituti italiani. Sono incluse anche le navi e gli aeromobili registrati in Italia.

    L’eredità di un non residente che comprende solo beni esteri non genera alcun obbligo dichiarativo in Italia. Se invece anche un solo bene rientra nel perimetro territoriale italiano, gli eredi devono presentare la dichiarazione di successione entro dodici mesi dal decesso, limitata però a quel cespite.

    Convenzioni bilaterali e doppia imposizione

    Quando lo stesso patrimonio è potenzialmente tassabile sia in Italia sia in un altro Stato (per esempio perché il defunto era residente in Italia ma possedeva un immobile in Francia, dove la tassazione successoria è territoriale), si rischia la doppia imposizione. L’Italia ha stipulato convenzioni bilaterali specifiche con un numero limitato di Paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Danimarca, Svezia, Grecia e Israele. Con la Germania non esiste una convenzione sulle successioni, pur essendo in vigore quella sulle imposte sui redditi.

    Le convenzioni stabiliscono di solito che gli immobili siano tassati nello Stato dove si trovano e che i beni mobili seguano la residenza del defunto. Per evitare la doppia tassazione, l’art. 26 D.Lgs. 346/1990 riconosce comunque un credito d’imposta per le imposte pagate all’estero in via definitiva su beni ivi esistenti, anche in assenza di convenzione, nei limiti dell’imposta italiana proporzionalmente attribuibile a quei beni.

    Caso 1 – Defunto residente in Italia con conto in Svizzera

    Situazione. Carla muore a Milano, dove ha sempre vissuto. Lascia agli eredi un appartamento a Milano (350.000 euro), un portafoglio titoli presso una banca italiana (180.000 euro) e un conto cifrato a Lugano (220.000 euro).

    Soluzione. Residenza fiscale italiana piena: opera il worldwide taxation. La dichiarazione di successione deve indicare tutti e tre i cespiti, conto svizzero compreso. La franchigia di 1 milione per ciascun figlio assorbe l’imposta principale; restano dovuti imposta ipotecaria e catastale sull’immobile e imposta di bollo sulla dichiarazione. Sul conto svizzero la banca elvetica può applicare la propria imposta cantonale: l’eventuale tassazione svizzera, se definitiva e documentata, può essere portata in credito ai sensi dell’art. 26.

    Caso 2 – Defunto residente negli Stati Uniti con immobile a Roma

    Situazione. Robert, cittadino americano residente a Boston da trent’anni, muore lasciando un trilocale in centro a Roma (valore catastale rivalutato 220.000 euro) e un patrimonio mobiliare di 3 milioni di dollari custodito in banche statunitensi.

    Soluzione. Non residente: l’Italia tassa solo l’immobile romano. Gli eredi presentano la dichiarazione di successione italiana limitata al trilocale, pagano imposta ipotecaria 2% e catastale 1% sul valore catastale, più l’eventuale imposta di successione se manca il rapporto di parentela in linea retta. Il patrimonio americano resta fuori dal perimetro italiano. La convenzione Italia-USA del 1955 conferma il criterio della tassazione immobiliare nello Stato di ubicazione e regola eventuali crediti d’imposta sul versante statunitense.

    Caso 3 – Donazione tra italiani residenti nel Regno Unito

    Situazione. Famiglia italiana trasferita stabilmente a Londra: padre e figlio iscritti AIRE, contratti di lavoro UK, vita familiare oltremanica. Il padre dona al figlio 500.000 euro tramite bonifico tra due conti londinesi.

    Soluzione. Il donante è non residente in Italia: l’imposta italiana di donazione non si applica perché i beni (denaro su conto UK) non sono “esistenti nello Stato”. La convenzione Italia-UK del 1966 sulle successioni e donazioni copre anche le donazioni, attribuendo la potestà impositiva al Regno Unito. Nessuna dichiarazione in Italia, salvo la valutazione su eventuali aspetti civilistici (collazione, lesione di legittima) se in futuro si apre una successione in Italia.

    Caso 4 – Emigrato italiano AIRE con eredità in Sicilia

    Situazione. Giuseppe vive a Buenos Aires da quarant’anni, iscritto AIRE, residenza fiscale argentina pacifica. Muore lasciando ai figli (uno in Argentina, uno in Italia) una casa di campagna a Caltanissetta e un terreno agricolo nello stesso comune.

    Soluzione. Non residente: l’Italia tassa solo i beni immobili siciliani. Gli eredi presentano la dichiarazione di successione in Italia tramite il portale dell’Agenzia delle Entrate, indicando esclusivamente immobile e terreno con valori catastali rivalutati. La franchigia di 1 milione per figlio in linea retta assorbe l’imposta di successione; restano dovute ipotecaria 2% e catastale 1%. Per gli eredi non residenti l’Agenzia richiede la nomina di un rappresentante fiscale in Italia (art. 36 D.Lgs. 346/1990).

    Caso 5 – Doppia tassazione coperta dalla convenzione Italia-Francia

    Situazione. Elena, residente fiscale a Torino, muore lasciando alla figlia un appartamento a Nizza (valore di mercato 280.000 euro) oltre a beni italiani per 600.000 euro. La Francia tassa la successione sull’immobile francese (droits de succession) con aliquote variabili 5%-45% per linea diretta oltre franchigia di 100.000 euro.

    Soluzione. Worldwide taxation italiano: la dichiarazione di successione include anche l’immobile francese. La convenzione Italia-Francia del 1990 attribuisce alla Francia la potestà impositiva sull’immobile situato sul suo territorio; l’Italia tassa comunque l’intero asse ma riconosce, ai sensi dell’art. 26 D.Lgs. 346/1990 e della convenzione, un credito d’imposta per i droits de succession pagati in Francia in via definitiva, nei limiti della quota di imposta italiana riferibile all’immobile di Nizza. La figlia, unica erede in linea retta, beneficia della franchigia di 1 milione e probabilmente non versa imposta italiana di successione; restano ipotecaria e catastale sui beni italiani.

    Quando e come verificare

    L’erede o il beneficiario che si trova davanti a un patrimonio internazionale deve, prima di tutto, ricostruire con certezza la residenza fiscale del defunto al momento del decesso: certificato anagrafico storico, iscrizione AIRE, eventuale residenza estera ufficiale e indicatori di domicilio (utenze, contratti, scuole dei figli, conti correnti operativi).

    Verificato lo status, si compila l’inventario dei beni distinguendo Italia ed estero. Se il defunto era residente italiano, ogni cespite va dichiarato; se era residente estero, solo i beni “esistenti nello Stato” finiscono nella dichiarazione. Il notaio incaricato della pubblicazione del testamento o della redazione della dichiarazione di successione integra i dati patrimoniali, mentre per gli aspetti fiscali internazionali può essere utile contattare il consolato italiano del Paese di residenza del defunto, che spesso fornisce schede pratiche aggiornate sulle convenzioni in vigore.

    La dichiarazione di successione si presenta entro dodici mesi dal decesso tramite il portale dell’Agenzia delle Entrate. Per i non residenti è obbligatoria la nomina di un rappresentante fiscale italiano. Se sono dovute imposte estere su beni ricompresi nel worldwide taxation, le ricevute di pagamento estero vanno conservate per dieci anni per documentare il credito d’imposta in caso di controllo.

    Norme e fonti

    • art. 2 D.Lgs. 346/1990 – Territorialità dell’imposta (residenza e principio di territorialità)
    • art. 1 D.Lgs. 346/1990 – Oggetto dell’imposta e fatti generatori
    • art. 9 D.Lgs. 346/1990 – Composizione dell’attivo ereditario
    • art. 26 D.Lgs. 346/1990 – Credito d’imposta per imposte pagate all’estero
    • art. 36 D.Lgs. 346/1990 – Rappresentante fiscale per i non residenti
    • art. 2 TUIR (D.P.R. 917/1986) – Nozione di residenza fiscale delle persone fisiche
    • D.Lgs. 139/2024 – Riordino dell’imposta di successione e donazione
    • Convenzioni bilaterali in vigore: Italia-USA (1955), Italia-UK (1966), Italia-Francia (1990), Italia-Danimarca, Italia-Svezia, Italia-Grecia, Italia-Israele

    Domande frequenti

    L’iscrizione AIRE basta a evitare la tassazione italiana sui beni esteri?
    No. L’AIRE è solo uno degli elementi che concorrono ad accertare la residenza fiscale. Se il defunto manteneva in Italia il domicilio (centro degli affari e degli interessi) o la residenza civilistica per la maggior parte del periodo d’imposta, è considerato residente fiscale italiano e scatta il worldwide taxation. L’iscrizione AIRE va supportata da una residenza estera effettiva e documentata.

    Un conto corrente cointestato in Svizzera del defunto residente italiano va dichiarato?
    Sì, integralmente per la quota di pertinenza del defunto. Il worldwide taxation include tutti i rapporti bancari esteri intestati o cointestati al de cuius residente in Italia. La banca svizzera può rilasciare un estratto al valore di data decesso utilizzabile per la dichiarazione.

    Esiste una convenzione contro la doppia imposizione con la Germania per le successioni?
    No. Tra Italia e Germania non esiste una convenzione bilaterale specifica sulle successioni. In presenza di doppia tassazione si applica direttamente l’art. 26 D.Lgs. 346/1990, che riconosce comunque un credito d’imposta per le imposte tedesche pagate in via definitiva su beni situati in Germania, nei limiti dell’imposta italiana proporzionalmente riferibile a quei beni.

    Il beneficiario di una donazione da donante non residente deve dichiarare qualcosa in Italia?
    Solo se l’oggetto della donazione è un bene esistente in Italia (immobile italiano, partecipazione in società italiana, conto presso banca italiana). Donazioni di beni esteri da donante non residente non rientrano nell’imposta italiana, anche se il beneficiario è residente in Italia. Restano gli eventuali obblighi di monitoraggio fiscale (quadro RW) se il bene ricevuto è detenuto all’estero.

    Vedi anche: Aliquote successione, Ufficio competente imposta successione, Successione con beni in Italia e all’estero, Morte del socio di SRL e successione delle quote, Successione legittima e Imposta di registro e ipocatastali sulla donazione.

  • Art. 259 ord. giud. – Inquadramento gerarchico di magistrati del ruolo collegiale provenienti dalla carriera pretorile (abrogato)

    Art. 259 ord. giud. – Inquadramento gerarchico di magistrati del ruolo collegiale provenienti dalla carriera pretorile

    R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 – Ordinamento giudiziario

    Articolo abrogato. Non è più in vigore: l’abrogazione è stata disposta dal D.Lgs. 5 aprile 2006, n. 160. Il testo previgente è riportato qui sotto a fini di consultazione storica.

    Testo previgente

    I magistrati che hanno appartenuto alla carriera delle preture in qualità di uditore di pretura o di pretore aggiunto, e che, in seguito a concorso per uditore di [tribunale ordinario] , sono passati a quella collegiale, sono collocati nel ruolo della magistratura collegiale, nel posto a ciascuno di essi spettante in base alla intera effettiva anzianità di servizio in magistratura, escluso tuttavia il servizio eventualmente prestato anteriormente all’entrata in vigore della legge 17 aprile 1930, n. 421 .

    Ai fini della determinazione dei singoli gradi gerarchici e della relativa anzianità, la carriera è ricostruita sulla base della effettiva permanenza nei gradi stessi dei vincitori del concorso per uditore di pretura dal quale detti magistrati provengono, escluso qualsiasi effetto economico retroattivo.

    Si applica il disposto degli ultimi due commi dell’

  • Casi pratici art. 3-bis T.U.E.: interventi di conservazione

    L’art. 3-bis T.U.E. affronta un nodo concreto e diffuso: cosa fare degli edifici che esistono da decenni, ma che il nuovo piano urbanistico considera “fuori zona”, incompatibili con la destinazione attuale o in contrasto con gli indirizzi di pianificazione. La norma evita la scelta drastica fra demolizione e abbandono e introduce una terza via: la conservazione. Gli esempi che seguono mostrano, su scenari realistici, quali interventi sono ammessi su un capannone, una villa rurale, un opificio dismesso o una tettoia preesistente, e quali invece restano preclusi salvo accordi specifici con l’amministrazione comunale.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    L’articolo 3-bis del Testo Unico Edilizia (D.P.R. 380/2001) introduce una categoria autonoma rispetto a quelle dell’art. 3: gli “interventi di conservazione”. La logica della norma è chiara: un fabbricato realizzato legittimamente può diventare, nel tempo, incompatibile con il nuovo strumento urbanistico (PUC, PRG, PGT, a seconda della regione). Senza l’art. 3-bis, il proprietario sarebbe paralizzato: il piano non consente nuovi interventi, ma neppure pretende la demolizione. L’edificio degraderebbe da solo.

    La norma rovescia questa prospettiva. Il piano urbanistico individua espressamente gli edifici esistenti che non sono più compatibili con i propri indirizzi, e l’amministrazione comunale può consentire su di essi interventi conservativi. Non si tratta di una sanatoria, né di una deroga: è una disciplina ordinaria, pensata per garantire la tutela del patrimonio edilizio esistente quando la demolizione sarebbe sproporzionata.

    Tre principi guidano l’applicazione pratica: il fabbricato deve essere legittimo all’origine; l’incompatibilita’ deve risultare da una scelta esplicita del piano; gli interventi ammessi devono rispettare la sagoma, il volume e la destinazione consolidata, salvo accordi specifici con il Comune.

    Edifici in contrasto: la mappatura del PUC

    Il punto di partenza, prima di qualunque intervento, è la lettura dello strumento urbanistico comunale. Solo se il PUC (o il PRG, o il PGT regionale) ha individuato l’edificio come “non compatibile con gli indirizzi di pianificazione”, il proprietario può invocare la disciplina dell’art. 3-bis.

    Le situazioni tipiche di “incompatibilità” sono ricorrenti: capannoni produttivi in aree riclassificate come residenziali; ville o cascinali in zone agricole sottoposte a vincolo paesaggistico stringente; opifici in zone produttive ridimensionate dal nuovo piano; tettoie, depositi o pertinenze accessorie in aree dove il piano non ammette nuove volumetrie.

    La mappatura non è automatica. Spetta al richiedente verificare, presso l’ufficio tecnico comunale, che il proprio fabbricato rientri nell’elenco degli edifici in contrasto. La verifica si fa con due documenti: le tavole grafiche del piano (dove il fabbricato risulta perimetrato con un simbolo specifico) e le norme tecniche di attuazione (che descrivono quali interventi sono ammessi su quella categoria di edifici).

    Se l’edificio non è espressamente mappato, l’art. 3-bis non si applica. Il proprietario dovrà percorrere altre strade: la richiesta di variante puntuale, l’accordo di pianificazione, oppure la disciplina ordinaria dell’art. 3 sulle categorie di intervento.

    Interventi ammessi: cosa si può e cosa no

    La regola generale è che gli interventi devono essere “conservativi”: devono mantenere l’edificio nelle sue caratteristiche essenziali, senza trasformarlo in qualcosa di diverso.

    Ammessi senza accordo specifico: manutenzione ordinaria (riparazioni, rifacimento finiture, sostituzione infissi), manutenzione straordinaria (rifacimento tetto, consolidamento strutture, adeguamento impianti), restauro e risanamento conservativo (recupero filologico, ripristino di parti degradate, miglioramento prestazionale senza alterazione di sagoma e volumi).

    Preclusi, salvo accordi specifici: ristrutturazione edilizia pesante con modifica di sagoma o volumetria, ampliamenti, cambi d’uso che contrastino con la destinazione del piano, nuove costruzioni anche se accessorie. Per questi interventi serve un accordo formalizzato con l’amministrazione, di solito nella forma del permesso di costruire convenzionato o dell’accordo di programma.

    Un caso particolare riguarda la pertinenza paesaggistica: se l’edificio si trova in area sottoposta a vincolo, ogni intervento conservativo richiede comunque l’autorizzazione paesaggistica della Soprintendenza, anche quando l’art. 3-bis lo consente sotto il profilo urbanistico. Le due valutazioni sono autonome e cumulative.

    Scenario 1: capannone industriale in zona divenuta residenziale

    Un proprietario possiede un capannone realizzato negli anni ’80 ai margini del centro abitato. Il nuovo PUC ha riclassificato l’area come residenziale (zona B di completamento) e il capannone risulta espressamente perimetrato come “edificio non compatibile con gli indirizzi del piano”.

    Il proprietario vuole rifare la copertura, sostituire i serramenti, consolidare la struttura portante e adeguare l’impianto elettrico. Tutti questi interventi rientrano nella manutenzione straordinaria e nel risanamento conservativo. L’art. 3-bis li consente senza accordo specifico: basta la SCIA o, a seconda dell’entita’, la CILA. La destinazione produttiva resta congelata, ma il fabbricato non si degrada.

    Se invece il proprietario volesse demolire il capannone e ricostruirlo come residenza, l’art. 3-bis non basta: occorre una variante puntuale o un accordo di pianificazione.

    Scenario 2: villa rurale in zona F vincolata

    Una villa ottocentesca si trova in zona F (verde di interesse paesaggistico) sottoposta a vincolo D.Lgs. 42/2004. Il PUC la indica come edificio storico esistente, non compatibile con i nuovi indirizzi di salvaguardia ma meritevole di tutela.

    Il proprietario intende effettuare un restauro filologico: ripristino degli intonaci a calce, recupero del manto in coppi originale, consolidamento delle volte, rifacimento dei serramenti in legno secondo il disegno storico. Sotto il profilo urbanistico, l’art. 3-bis ammette l’intervento. Sotto il profilo paesaggistico, serve l’autorizzazione della Soprintendenza, che valuterà la coerenza del progetto con il vincolo.

    L’ampliamento, anche minimo, della villa resta precluso: la conservazione non ammette aumenti di volume, neppure motivati da esigenze funzionali (bagno aggiuntivo, locale tecnico esterno).

    Scenario 3: opificio dismesso in zona produttiva ridimensionata

    Un opificio degli anni ’60 si trova in una zona produttiva che il nuovo PUC ha ridimensionato per ridurre il consumo di suolo. L’opificio risulta dismesso da anni e mappato come edificio in contrasto.

    Il proprietario vuole intervenire per evitare il degrado strutturale: messa in sicurezza della copertura, demolizione di superfetazioni interne non legittime, consolidamento dei pilastri. Tutti interventi di manutenzione straordinaria e risanamento, ammessi dall’art. 3-bis.

    Diverso il discorso se il proprietario volesse riconvertire l’opificio in un complesso polifunzionale (uffici, residenza, commerciale). Qui non si parla più di conservazione, ma di trasformazione: serve un accordo con il Comune, di solito in forma di permesso di costruire convenzionato con cessione di standard urbanistici o oneri compensativi.

    Scenario 4: immobile fuori centro abitato classificato D

    Un fabbricato isolato lungo una strada provinciale è classificato dal PUC come zona D (produttiva), ma il piano ne segnala l’incompatibilita’ con la nuova viabilità e con le esigenze di salvaguardia ambientale.

    Il richiedente, proprietario di un’attivita’ di piccola produzione artigianale che occupa il fabbricato, vuole adeguare l’edificio dal punto di vista energetico (cappotto esterno, fotovoltaico in copertura, pompa di calore). L’art. 3-bis consente questi interventi come adeguamento prestazionale rientrante nel risanamento conservativo. Il D.L. 69/2024 (cd. “Salva-casa”) ha rafforzato questa lettura, agevolando gli interventi di efficientamento anche su edifici in regime di tolleranza.

    Resta escluso l’ampliamento per ospitare nuove linee produttive. Per quello, l’unica strada è un accordo formalizzato con l’amministrazione.

    Scenario 5: tettoia preesistente non conforme

    Una tettoia realizzata negli anni ’90 con regolare titolo edilizio si trova oggi in un’area che il PUC ha classificato come non edificabile, all’interno di una fascia di rispetto stradale. La tettoia e’ mappata come pertinenza esistente non conforme.

    Il proprietario vuole sostituire il manto in lamiera ondulata con una copertura in legno e tegole, mantenendo identiche le dimensioni e il sedime. L’intervento è di manutenzione straordinaria con miglioramento estetico: l’art. 3-bis lo ammette, perché non altera sagoma, volume e sedime della tettoia originaria.

    Non sarebbe invece ammessa la sostituzione con una tettoia più ampia, neppure di pochi metri quadrati: la conservazione esclude per definizione qualunque incremento dimensionale.

    Quando e come orientarsi

    Il primo passo, per il proprietario o per il richiedente, è sempre lo stesso: chiedere all’ufficio tecnico comunale un accesso agli atti del PUC e verificare se il proprio fabbricato è mappato come “edificio in contrasto”. La verifica si fa con la tavola dei vincoli e con le norme tecniche di attuazione.

    Se l’edificio rientra nell’elenco, il proprietario può presentare il titolo edilizio adeguato (CILA, SCIA o permesso di costruire, a seconda della categoria di intervento) richiamando esplicitamente l’art. 3-bis. La motivazione del titolo deve dimostrare che l’intervento è conservativo: relazione tecnica con stato di fatto e stato di progetto a confronto, computo metrico, dimostrazione del mantenimento di sagoma e volumi.

    Se l’edificio non è mappato, o se l’intervento desiderato eccede la conservazione, occorre valutare strade alternative: variante puntuale al piano, accordo di programma con il Comune, oppure attendere la prossima revisione del PUC presentando osservazioni nella fase di pubblicazione.

    In presenza di vincolo paesaggistico, il procedimento urbanistico si affianca a quello autorizzativo della Soprintendenza: i due percorsi sono indipendenti e vanno gestiti in parallelo.

    Norme e fonti

    • art. 3-bis T.U.E. — interventi di conservazione su edifici non compatibili con la pianificazione
    • art. 3 D.P.R. 380/2001 — definizione delle categorie di intervento edilizio (manutenzione ordinaria, straordinaria, restauro, ristrutturazione)
    • art. 10 D.P.R. 380/2001 — interventi subordinati a permesso di costruire
    • D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 — Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia
    • D.L. 29 maggio 2024 n. 69 (cd. “Salva-casa”), convertito con modificazioni — misure di semplificazione su tolleranze, stato legittimo e interventi conservativi
    • D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42 — Codice dei beni culturali e del paesaggio, per gli interventi su immobili vincolati

    Domande frequenti

    L’art. 3-bis si applica anche se il PUC non ha mappato esplicitamente l’edificio?
    No. La norma richiede che lo strumento urbanistico individui in modo espresso gli edifici considerati in contrasto. Senza mappatura, l’edificio resta soggetto alla disciplina ordinaria del piano e alle categorie di intervento dell’art. 3 T.U.E.

    Posso ampliare un edificio mappato come “in contrasto” se l’ampliamento è minimo?
    In linea di principio no: la conservazione esclude ogni incremento di volume o sagoma. Ampliamenti, anche modesti, richiedono un accordo specifico con il Comune, di norma in forma di permesso di costruire convenzionato.

    Il “Salva-casa” (D.L. 69/2024) ha cambiato qualcosa sull’art. 3-bis?
    Il decreto ha rafforzato la disciplina della tolleranza edilizia e dello stato legittimo, agevolando gli interventi conservativi e di efficientamento energetico anche su edifici con difformità minori. La logica dell’art. 3-bis non è stata stravolta, ma il quadro complessivo è diventato più favorevole alla conservazione.

    Se l’edificio è vincolato sotto il profilo paesaggistico, basta l’art. 3-bis?
    No. L’art. 3-bis riguarda solo il profilo urbanistico. In presenza di vincolo paesaggistico occorre la separata autorizzazione della Soprintendenza ai sensi del D.Lgs. 42/2004. Le due valutazioni sono indipendenti e devono essere ottenute entrambe prima di iniziare i lavori.

  • Casi pratici art. 5-bis IRAP: valore produzione snc e sas

    L’art. 5-bis IRAP del D.Lgs. 446/1997 definisce il cosiddetto metodo fiscale di determinazione del valore della produzione netta per le societa di persone commerciali (snc e sas) e per gli enti equiparati. A differenza del metodo da bilancio applicabile alle societa di capitali ex art. 5, qui la base imponibile si costruisce a partire dai componenti positivi e negativi rilevanti per la determinazione del reddito d’impresa, con alcune esclusioni mirate. I casi pratici che seguono mostrano come ricostruire correttamente il valore della produzione, quando ha senso optare per il metodo da bilancio e quali effetti hanno le deduzioni del costo del lavoro a tempo indeterminato. Tutti gli importi sono di scuola e servono solo a chiarire la logica di calcolo.

    Prima degli esempi: il quadro normativo

    Dal periodo d’imposta 2022 la Legge di Bilancio 2022 (L. 234/2021, art. 1, commi 8 e 9) ha escluso dal perimetro IRAP le persone fisiche esercenti attivita d’impresa, arti e professioni: ditte individuali e lavoratori autonomi non sono piu soggetti passivi. Restano invece pienamente soggette le societa di persone commerciali (snc, sas), le societa di capitali, gli enti commerciali e non commerciali e le amministrazioni pubbliche, ciascuno con regole di calcolo proprie.

    Per snc e sas il regime ordinario e quello dell’art. 5-bis: la base imponibile e la differenza fra ricavi e altri proventi caratteristici (con esclusione dei proventi finanziari) e i costi delle materie prime, sussidiarie, di consumo, delle merci, dei servizi, l’ammortamento e i canoni di locazione anche finanziaria dei beni strumentali. Sono esclusi dal computo i costi del personale a tempo indeterminato (dedotti separatamente come previsto dall’art. 11) e gli oneri finanziari. La ripartizione su base regionale, quando l’attivita e esercitata in piu regioni, segue l’art. 4 del decreto.

    Metodo fiscale vs metodo da bilancio

    L’art. 5-bis prevede che le snc e le sas, nonche le persone fisiche imprenditrici fino al 2021, determinino il valore della produzione con criterio fiscale. L’art. 5, invece, riserva alle societa di capitali e agli enti commerciali la determinazione con il metodo da bilancio, prendendo le voci A e B del conto economico civilistico al netto delle componenti non rilevanti (interessi, perdite su crediti, costo del personale). Le differenze pratiche sono significative:

    • Componenti straordinarie e accantonamenti: nel metodo fiscale rilevano solo se hanno gia concorso alla formazione del reddito d’impresa; nel metodo da bilancio entrano se classificati nelle voci A e B.
    • Plusvalenze e minusvalenze: nel metodo fiscale rilevano quelle ordinarie su beni strumentali; le straordinarie restano escluse.
    • Spese di rappresentanza e auto aziendali: nel metodo fiscale i limiti sono quelli del TUIR; nel metodo da bilancio prevale la classificazione civilistica.

    Una snc o una sas che redige un bilancio in forma ordinaria puo optare per il metodo da bilancio, con vincolo triennale e successivo tacito rinnovo: la scelta va comunicata nel quadro IS della dichiarazione IRAP del primo anno di efficacia.

    Opzione e calcolo della base imponibile

    Il valore della produzione netta si ottiene sottraendo dai ricavi e altri proventi rilevanti i costi della produzione ammessi e poi applicando le deduzioni previste dall’art. 11. Le principali deduzioni in vigore sono il cosiddetto cuneo fiscale (deduzione del costo dei dipendenti a tempo indeterminato dal 2015), la deduzione forfettaria per i contributi assicurativi obbligatori, la deduzione di 1.850 euro per ciascun dipendente impiegato (fino a cinque dipendenti, per soggetti con base imponibile non superiore a determinati limiti) e la deduzione base decrescente per soggetti con base imponibile contenuta.

    L’aliquota ordinaria e il 3,9 per cento, salvo maggiorazioni o riduzioni stabilite dalle regioni nei limiti consentiti.

    Caso 1 – Snc con 500.000 euro di ricavi e due dipendenti a tempo indeterminato

    La Alfa snc esercita commercio all’ingrosso. Nel 2025 registra: ricavi 500.000 euro; costo del venduto 280.000; servizi e utenze 60.000; ammortamenti beni strumentali 20.000; canone leasing operativo 12.000; costo del personale TI lordo 70.000 (due dipendenti); interessi passivi 5.000.

    Calcolo del valore della produzione lordo ex art. 5-bis:

    • Ricavi rilevanti: 500.000
    • Costi rilevanti: 280.000 + 60.000 + 20.000 + 12.000 = 372.000
    • Costi esclusi (lavoro TI e interessi): 70.000 + 5.000 = 75.000
    • Valore della produzione lordo: 500.000 – 372.000 = 128.000

    Applicando la deduzione integrale del costo del personale a tempo indeterminato (cuneo fiscale, art. 11, comma 4-octies) per 70.000 euro, la base imponibile netta scende a 58.000 euro. L’imposta dovuta, ad aliquota ordinaria 3,9 per cento, e pari a 2.262 euro.

    Caso 2 – Sas con socio accomandante non operativo

    La Beta sas e una societa in accomandita semplice con un socio accomandatario amministratore e un socio accomandante che apporta solo capitale. Nel 2025 ha ricavi 220.000 euro, costi per materie e servizi 110.000, ammortamenti 8.000, un solo dipendente TI con costo lordo 30.000, compenso amministratore al socio accomandatario 25.000.

    Il compenso al socio amministratore, ai fini IRAP, segue le regole del reddito d’impresa: per le sas e indeducibile dal reddito della societa (e tassato in capo al socio per trasparenza), quindi non riduce la base imponibile IRAP. Il calcolo e:

    • Ricavi: 220.000
    • Costi rilevanti (esclusi compenso socio amministratore e personale TI): 110.000 + 8.000 = 118.000
    • Valore della produzione lordo: 220.000 – 118.000 = 102.000
    • Deduzione cuneo fiscale dipendente TI: 30.000
    • Base imponibile netta: 72.000 euro; imposta 3,9 per cento = 2.808 euro

    L’accomandante non incide sul calcolo IRAP: la societa resta soggetto passivo a prescindere dalla qualifica dei soci.

    Caso 3 – Societa di persone che opta per il metodo da bilancio

    La Gamma snc redige il bilancio in forma ordinaria e intende stabilizzare l’imponibile sulle voci civilistiche. Esercita l’opzione per il metodo da bilancio ex art. 5 nel quadro IS della dichiarazione IRAP 2025, con efficacia triennale 2025-2027.

    Con il metodo da bilancio, il valore della produzione e dato dalla somma algebrica delle voci della macroclasse A meno quelle della macroclasse B del conto economico, escluse: B.9 (costo del personale), B.10 lett. c e d (svalutazioni di immobilizzazioni e crediti), B.12 e B.13 (accantonamenti), oltre alle componenti finanziarie e straordinarie. L’effetto pratico tipico per una snc commerciale che gia rispetta i principi contabili e una base imponibile sostanzialmente simile, ma con regole piu lineari su accantonamenti e ammortamenti civilistici. Il vincolo triennale impone pero attenzione: in caso di crescita degli ammortamenti civilistici l’opzione puo risultare meno favorevole del metodo fiscale.

    Caso 4 – Calcolo del cuneo fiscale con dipendenti a tempo determinato e indeterminato

    La Delta snc ha tre dipendenti: due a tempo indeterminato (costo lordo 35.000 ciascuno) e uno a tempo determinato (costo lordo 28.000). Valore della produzione lordo: 180.000 euro.

    • Deduzione integrale costo TI (art. 11, comma 4-octies): 70.000
    • Costo dipendente TD: indeducibile a titolo di cuneo, salvo le deduzioni forfettarie residuali (contributi INAIL, deduzione 1.850 euro fino a cinque dipendenti se la base imponibile rientra nei limiti)
    • Ipotizzando 1.000 di contributi INAIL deducibili e 1.850 di deduzione forfettaria, la riduzione totale e 70.000 + 1.000 + 1.850 = 72.850
    • Base imponibile netta: 180.000 – 72.850 = 107.150; imposta 3,9 per cento = 4.179 euro

    Il messaggio operativo e che la stabilizzazione dei contratti a TI riduce in modo significativo l’IRAP, perche solo il personale stabile beneficia della deduzione integrale.

    Caso 5 – Dichiarazione IRAP autonoma e versamenti

    La Epsilon sas con esercizio coincidente con l’anno solare deve presentare la dichiarazione IRAP autonomamente (non nel modello Redditi) entro l’ultimo giorno del decimo mese successivo alla chiusura dell’esercizio. I versamenti seguono le scadenze proprie: saldo e primo acconto entro il 30 giugno (o il 31 luglio con maggiorazione dello 0,40 per cento), secondo acconto entro il 30 novembre. La dichiarazione e telematica e va trasmessa tramite Entratel o intermediario abilitato. L’omessa presentazione comporta sanzioni proporzionali, la presentazione tardiva entro 90 giorni e regolarizzabile con sanzione ridotta.

    Quando e come verificare

    Per il contribuente snc o sas la verifica utile e tracciabile passa da pochi passaggi ordinati. L’ufficio amministrativo della societa, o il responsabile contabile, dovrebbe procedere cosi:

    1. Estrarre dal bilancio o dalla contabilita semplificata il riepilogo dei componenti positivi e negativi rilevanti ai fini reddito d’impresa.
    2. Isolare le componenti escluse dall’art. 5-bis: costo del personale TI (gia deducibile a parte come cuneo), oneri finanziari, plusvalenze e minusvalenze straordinarie.
    3. Applicare le deduzioni art. 11 in ordine: cuneo fiscale, contributi INAIL, deduzione 1.850 euro, deduzione base decrescente se i limiti sono rispettati.
    4. Verificare se l’opzione metodo bilancio puo migliorare il risultato e valutarne la sostenibilita triennale.
    5. Controllare la ripartizione regionale ex art. 4 se l’attivita e svolta in piu regioni: il riparto si fa in base al costo del personale impiegato in ciascuna sede.

    Le evidenze documentali utili sono i prospetti contabili, il libro unico del lavoro, i contratti di locazione e leasing, l’elenco cespiti con piano di ammortamento e le ricevute telematiche dei versamenti F24. Per dubbi interpretativi e sempre prudente consultare le circolari dell’Agenzia delle Entrate sulla disciplina IRAP e le risposte agli interpelli pubblicate.

    Norme e fonti

    • D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 5 (determinazione valore produzione societa di capitali con metodo bilancio)
    • D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 5-bis IRAP (determinazione valore produzione societa di persone con metodo fiscale)
    • D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 11 (deduzioni, cuneo fiscale, deduzioni forfettarie)
    • D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 4 (ripartizione territoriale del valore della produzione)
    • L. 30 dicembre 2021, n. 234 (Legge di Bilancio 2022), art. 1, commi 8 e 9 – esonero IRAP per persone fisiche imprenditori e professionisti
    • D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 2 – riforma deduzioni cuneo fiscale (successivamente estese con L. 190/2014 e modifiche)
    • Sito Agenzia delle Entrate – sezione IRAP per istruzioni dichiarazione e prassi

    Domande frequenti

    Una snc puo scegliere il metodo da bilancio anche se non e obbligata al bilancio ordinario?

    L’opzione per il metodo da bilancio richiede la redazione del bilancio in forma ordinaria secondo le regole del codice civile (artt. 2423 e seguenti). Una snc in contabilita semplificata non puo esercitare l’opzione: l’unica strada e passare prima al regime ordinario e poi optare nella dichiarazione IRAP del primo anno.

    Le ditte individuali sono ancora soggette IRAP?

    No, dal periodo d’imposta 2022 le persone fisiche esercenti attivita d’impresa, arti e professioni sono escluse dal perimetro IRAP per effetto dell’art. 1, commi 8 e 9, della L. 234/2021. Restano soggette solo le societa di persone, le societa di capitali e gli enti commerciali e non commerciali.

    Il compenso dell’amministratore socio di sas e deducibile ai fini IRAP?

    No. Il compenso erogato al socio accomandatario amministratore segue il regime di trasparenza fiscale della sas: e indeducibile dal reddito d’impresa della societa e quindi non riduce la base imponibile IRAP determinata con metodo fiscale ex art. 5-bis. Diverso il trattamento per gli amministratori non soci, soggetti a regole proprie.

    La deduzione del cuneo fiscale si applica anche al lavoro a tempo determinato?

    No: la deduzione integrale del costo del personale prevista dall’art. 11, comma 4-octies, riguarda solo i lavoratori a tempo indeterminato. Per i contratti a tempo determinato restano applicabili le sole deduzioni residuali (contributi INAIL e, nei limiti reddituali, la deduzione 1.850 euro per dipendente), oltre alle agevolazioni specifiche eventualmente introdotte in via temporanea dal legislatore.

    Vedi anche: Ritenute riattribuite ai soci di società di persone, Art. 5 IRAP, IRAP: dichiarazione, acconti e come si versa, IRAP: cos’è e come funziona, Chi paga l’IRAP e l’autonoma organizzazione e IRAP: come si calcola la base imponibile.

  • Art. 36 L. 633/1941

    Art. 36 L. 633/1941

    Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.

    Nel caso previsto dal n. 1 dell'articolo precedente l'autore della parte letteraria ne riacquista la libera disponibilità, senza pregiudizio dell'eventuale azione di danni a carico del compositore.

    Nei casi previsti dai numeri 2 e 3, e senza pregiudizio dell'azione di danni prevista nel comma precedente, il rapporto di comunione formatosi sull'opera già musicata rimane fermo, ma l'opera stessa non può essere rappresentata od eseguita che con il consenso di entrambi i collaboratori.

    Fonte: Normattiva.it.

Informazione di carattere generale. I calcoli e le indicazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e si basano sulle fonti ufficiali indicate nel metodo editoriale. Non sostituiscono il parere di un professionista abilitato: per la valutazione del caso concreto è necessario rivolgersi a un avvocato, a un commercialista o a un consulente iscritto al proprio albo.