Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
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Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Corte cost. n. 100/2002 – Mansioni superiori dipendenti pubblici e retribuzione

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    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 33 del T.U. impiegati civili dello Stato (d.P.R. n. 3/1957), che vieta di retribuire le mansioni superiori prestate dal dipendente pubblico. La norma è stata già scrutinata e il rimettente (TAR Liguria) non prospetta profili nuovi.

    Di cosa si tratta

    Docenti di ruolo inquadrati al 6° livello avevano svolto mansioni del 7° livello su disposizione dell’amministrazione per coprire vacanze in organico. Chiedevano il pagamento di quelle mansioni superiori, ma l’art. 33 del T.U. vieta tale retribuzione nel pubblico impiego, a differenza di quanto avviene nel lavoro privato ex art. 2126 c.c.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR per la Liguria (r.o. 710, 712 e 713/2001) impugnava l’art. 33 del d.P.R. n. 3/1957 in riferimento all’art. 36 Cost., sostenendo che il divieto di retribuire le mansioni superiori svolte su ordine dell’amministrazione violasse il principio di proporzionalità retributiva, già applicato dalla Corte in via diretta.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza. La Corte riunisce i tre giudizi e rileva che il rimettente ripropone questione già esaminata senza addurre profili nuovi. La disciplina del pubblico impiego, anche in materia di mansioni superiori, è conformata al principio della concorsualità nell’accesso ai pubblici uffici e all’imparzialità dell’azione amministrativa, elementi che giustificano la differenziazione rispetto al settore privato.

    Il principio

    Il divieto di retribuire le mansioni superiori nel pubblico impiego non viola l’art. 36 Cost.: la specificità del rapporto di pubblico impiego, fondato su concorso e su pianta organica, giustifica l’impossibilità di equiparare automaticamente la retribuzione alle mansioni di fatto svolte.

    Domande e risposte

    Nel lavoro privato il dipendente ha diritto alla retribuzione per mansioni superiori?

    Sì, per effetto dell’art. 2103 c.c. (ora riformato) e del principio di proporzionalità ex art. 36 Cost.; nel pubblico impiego la regola era e rimane diversa per ragioni di organizzazione concorsuale.

    Cosa giustifica la diversità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati?

    La Corte identifica due ragioni: la necessità che i posti in pianta organica siano coperti per concorso (art. 97 Cost.) e l’impossibilità di riconoscere retribuzioni non autorizzate dal bilancio pubblico.

    Con la privatizzazione del pubblico impiego (d.lgs. n. 29/1993 e succ.) le mansioni superiori sono retribuibili?

    Sì, ma con l’introduzione dell’art. 52 del d.lgs. n. 165/2001 e successive norme contrattuali: la questione sollevata riguardava il regime previgente alla privatizzazione, in cui ancora vigeva l’art. 33 del T.U. del 1957.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 99/2002 – Depenalizzazione e applicazione retroattiva più favorevole

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 18, comma 2, del d.lgs. n. 507/1999 (depenalizzazione dei reati minori) in riferimento all’art. 25 Cost.: l’ordinanza di rimessione del Giudice di pace di Pistoia non indica la fattispecie concreta né motiva la rilevanza della questione.

    Di cosa si tratta

    Il d.lgs. n. 507/1999 ha depenalizzato numerosi reati minori. L’art. 100 del medesimo decreto prevedeva l’applicazione delle nuove disposizioni anche alle violazioni commesse anteriormente all’entrata in vigore del decreto. Il Giudice di pace di Pistoia riteneva che mancasse la clausola che limita la retroattività ai casi più favorevoli per il trasgressore.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Pistoia (r.o. 252/2001) impugnava l’art. 18, comma 2, coordinato con l’art. 100 del d.lgs. n. 507/1999, in riferimento all’art. 25 Cost., nella parte in cui non prevede che le nuove disposizioni si applichino retroattivamente solo se più favorevoli rispetto alla disciplina previgente.

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità. L’ordinanza non fornisce alcuna indicazione sulla fattispecie all’esame del giudice a quo né motiva in alcun modo la rilevanza della questione rispetto al giudizio pendente: ciò è sufficiente a determinarne l’inammissibilità, senza necessità di entrare nel merito.

    Il principio

    L’omessa descrizione della fattispecie concreta e l’omessa motivazione sulla rilevanza rendono l’ordinanza di rimessione irricevibile: il giudice a quo deve sempre specificare perché la risposta alla questione costituzionale incide sulla decisione del caso concreto.

    Domande e risposte

    Il principio di legalità ex art. 25 Cost. vale anche per le sanzioni amministrative depenalizzate?

    Il principio di legalità penale si applica alle norme penali; per le sanzioni amministrative il principio di irretroattività favorevole ha base diversa (principio di favor rei), ma la questione non ha potuto essere esaminata nel merito per il vizio formale dell’ordinanza.

    Cosa deve contenere un’ordinanza di rimessione per essere ammissibile?

    La descrizione del fatto concreto all’esame del giudice, l’indicazione della norma impugnata, l’esposizione dei parametri costituzionali violati e la motivazione del perché l’eventuale pronuncia di incostituzionalità cambierebbe l’esito del giudizio.

    Cosa accade se la questione è dichiarata inammissibile per vizio formale?

    Il giudice a quo può sollevare nuovamente la questione con un’ordinanza adeguatamente motivata; la pronuncia di inammissibilità non preclude il riesame della stessa questione in futuri giudizi.

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  • Corte cost. n. 98/2002 – Pensione sociale e invalidità ultrases santacinquennale

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 26 della legge n. 153/1969 in materia di pensione sociale: il limite reddituale che esclude la pensione non deve differenziarsi per l’ultrasessantacinquenne divenuto invalido se ha un reddito individuale, a differenza del caso – già deciso con sentenza n. 88/1992 – del cumulo con il reddito del coniuge.

    Di cosa si tratta

    La pensione sociale spetta a chi, superati i sessantacinque anni, abbia un reddito inferiore alla soglia di legge. Con la sentenza n. 88/1992 la Corte aveva già dichiarato illegittima la norma nella parte in cui non differenziava il limite reddituale per l’ultrasessantacinquenne invalido nel calcolo del reddito coniugale. Il Tribunale di Pisa chiedeva una nuova pronuncia per il caso del reddito individuale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Pisa impugnava l’art. 26, l. n. 153/1969 in riferimento agli artt. 3 e 38 Cost., sostenendo che le stesse ragioni della sentenza n. 88/1992 valessero a fortiori per chi è sia anziano che invalido e ha reddito solo individuale: la parificazione al soggetto sano sarebbe arbitraria e lesiva del diritto alla previdenza.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza. La Corte ritiene che la sentenza n. 88/1992 riguardasse il cumulo coniugale, fattispecie diversa dal reddito individuale. Nel caso di reddito individuale la soglia di legge è già parametrata all’individuo senza necessità di differenziazione: il principio di proporzionalità non impone di abbassare ulteriormente la soglia per l’invalido, trattandosi di una scelta discrezionale del legislatore nella materia previdenziale.

    Il principio

    L’estensione di una pronuncia additiva in materia previdenziale richiede che la situazione de qua sia strutturalmente analoga a quella già decisa: la diversità tra cumulo di redditi coniugali e reddito individuale rende non automaticamente trasponibili i precedenti.

    Domande e risposte

    Chi ha diritto alla pensione sociale?

    Il cittadino italiano che abbia compiuto sessantacinque anni e non disponga di redditi superiori alla soglia di legge (o non usufruisca di altra pensione); è una prestazione assistenziale a carico della previdenza pubblica.

    Perché la sentenza n. 88/1992 non si applicava al caso in esame?

    Quella sentenza riguardava la soglia calcolata sommando il reddito dell’invalido e quello del coniuge: in quel caso il cumulo coniugale gonfiava artificialmente il reddito “computato” dell’invalido. Nel caso del reddito individuale tale distorsione non opera.

    Il legislatore è libero di fissare le soglie reddituali per le prestazioni sociali?

    Sì, entro i limiti della ragionevolezza e del rispetto del nucleo essenziale del diritto: non ogni differenziazione tra categorie di bisognosi è irrazionale, specie quando le differenze strutturali tra le situazioni la giustificano.

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  • Corte cost. n. 97/2002 – Competenza giudice di pace su opposizioni TOSAP plurime

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni sull’art. 22-bis della legge n. 689/1981 relative alla competenza del giudice di pace in caso di più ordinanze-ingiunzione connesse. Le ordinanze di rimessione erano difettose quanto alla motivazione della rilevanza.

    Di cosa si tratta

    L’art. 22-bis della legge n. 689/1981 attribuisce al giudice di pace la competenza sulle opposizioni a ordinanza-ingiunzione per sanzioni amministrative inferiori a trenta milioni di lire. Il problema è se tale regola valga anche quando più sanzioni, singolarmente sotto soglia ma cumulativamente superiori, vengano contestate con più ordinanze nei confronti dello stesso soggetto.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Milano (r.o. 236/2001) impugnava l’art. 22-bis l. n. 689/1981 in riferimento all’art. 3 Cost., per mancata previsione della competenza del Tribunale in caso di connessione soggettiva e oggettiva. Il GdP di Mesagne (r.o. 506/2001) impugnava l’art. 22-bis, comma 2, in riferimento agli artt. 3, 24 e 76 Cost., per mancata attribuzione della competenza al Tribunale in caso di reiterazione di violazioni con sanzione complessiva superiore alla soglia.

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità di entrambe le questioni. Il GdP di Milano aveva sollevato la questione senza adeguatamente motivare la rilevanza (il procedimento a quo non risultava chiaramente definito). Il GdP di Mesagne, pur avendo un caso concreto, aveva formulato le censure in modo da sovrapporsi a questioni già decise o da prospettare fattispecie non del tutto coincidenti con quella in esame.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione deve indicare con precisione la fattispecie concreta e motivare adeguatamente la rilevanza della questione rispetto al giudizio a quo: l’omissione di tale indicazione determina la manifesta inammissibilità.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per connessione “soggettiva e oggettiva” nelle opposizioni a sanzioni amministrative?

    La connessione soggettiva riguarda la stessa persona come destinataria di più sanzioni; quella oggettiva riguarda più violazioni dello stesso fatto o di fatti tra loro collegati. Il codice di procedura civile prevede regole di connessione che per le sanzioni amministrative la legge n. 689/1981 non richiama espressamente.

    Chi è competente quando la sanzione amministrativa supera il limite del giudice di pace?

    Il Tribunale in composizione monocratica, a norma dell’art. 22-bis, comma 3, l. n. 689/1981, quando la singola sanzione supera i trenta milioni di lire (ora aggiornati) o rientra nelle materie attribuite al Tribunale per ragioni di interesse collettivo.

    L’insufficiente motivazione sulla rilevanza è rimediabile?

    No: la Corte non può supplire alle lacune dell’ordinanza di rimessione. Se il giudice rimettente non ha spiegato perché la questione incida sulla decisione del caso concreto, la questione è inammissibile senza possibilità di sanatoria.

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  • Corte cost. n. 96/2002 – Edilizia regionale toscana e ius superveniens

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    La Corte ordina la restituzione degli atti ai giudici rimettenti (Tribunale di Lucca e GIP di Firenze) per il riesame della rilevanza delle questioni sulla legge regionale toscana n. 52/1999 in materia edilizia. La riforma del Titolo V della Costituzione (legge cost. n. 3/2001) ha modificato i parametri di riferimento in materia di competenza legislativa regionale.

    Di cosa si tratta

    La legge della Regione Toscana n. 52/1999 aveva disciplinato le concessioni edilizie, le autorizzazioni e le denunce di inizio attività in modo parzialmente difforme dalla legge statale n. 10/1977 e dalla legge n. 47/1985. I giudici rimettenti sostenevano che ciò creasse lacune nelle sanzioni penali e violasse la competenza esclusiva dello Stato in materia penale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Tribunale di Lucca (r.o. 154/2001) e GIP Firenze (r.o. 264 e 265/2001) impugnavano artt. 2, 3 e 4 della l.r. Toscana n. 52/1999 in riferimento agli artt. 3, 5, 25 e 117 Cost. (nel testo previgente): la legge regionale avrebbe violato i principi fondamentali dello Stato in materia edilizia, creato disparità di trattamento penale tra regioni diverse e leso la competenza esclusiva statale in materia penale.

    La decisione della Corte

    La Corte ordina la restituzione degli atti ai giudici a quibus. Con la legge costituzionale n. 3/2001 il testo dell’art. 117 Cost. è stato profondamente modificato, alterando il quadro delle competenze legislative regionali. I rimettenti devono riesaminare se le questioni mantengano rilevanza e se i parametri invocati siano ancora pertinenti nel nuovo assetto costituzionale.

    Il principio

    Quando sopravviene una modifica costituzionale che incide sui parametri invocati dai giudici rimettenti, la Corte può restituire gli atti per il riesame della rilevanza e della non manifesta infondatezza, senza decidere nel merito.

    Domande e risposte

    Cosa significa “restituzione degli atti” nel giudizio costituzionale?

    La Corte non decide nel merito ma rimanda gli atti al giudice rimettente affinché rivaluti se la questione sia ancora rilevante e non manifestamente infondata alla luce delle modifiche normative o costituzionali sopravvenute.

    Come ha cambiato la riforma del Titolo V (l. cost. n. 3/2001) la competenza in materia edilizia?

    Il nuovo art. 117 Cost. ha ridistribuito le competenze tra Stato e Regioni: il governo del territorio è diventato materia concorrente, modificando l’assetto previgente in cui lo Stato fissava i principi fondamentali su cui si misuravano le leggi regionali.

    La legge regionale può escludere sanzioni penali previste dalla legge statale?

    La materia penale è di competenza esclusiva statale (art. 117, comma 2, lett. l, Cost.): una legge regionale non può introdurre esimenti o discriminalizzare condotte che la legge penale statale punisce, pena la violazione dell’art. 25 Cost.

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  • Corte cost. n. 95/2002 – TOSAP occupazioni soprassuolo e delega legislativa

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    La Corte dichiara manifestamente infondate le questioni di legittimità degli artt. 46 e 47, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 507/1993 in materia di TOSAP (tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche). La Commissione tributaria di Roma lamentava il superamento dei criteri direttivi della delega ex art. 76 Cost. La Corte ritiene infondato il rilievo.

    Di cosa si tratta

    Il d.lgs. n. 507/1993 ha ridisciplinato la TOSAP introducendo tariffe forfettarie per le occupazioni del soprassuolo e del sottosuolo con cavi e condutture. L’ENEL contestava gli avvisi di accertamento del Comune di Valmontone per gli anni 1994-1996, sostenendo che il decreto legislativo avesse ecceduto la delega parlamentare.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria provinciale di Roma sollevava tre questioni identiche (r.o. 509, 510, 511/2001) sugli artt. 46 e 47, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 507/1993 in riferimento all’art. 76 Cost.: il legislatore delegato avrebbe omesso di dividere i comuni in classi, di considerare il beneficio economico e di rispettare il limite del 50% di aumento rispetto alla tassazione precedente, come richiesto dall’art. 4, comma 4, lett. b), della legge delega n. 421/1992.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza. La Corte ritiene che i criteri della delega relativi alla classificazione dei comuni e al limite del 50% fossero riferiti specificamente alle occupazioni permanenti e temporanee ordinarie, non alle occupazioni del soprassuolo con cavi e condutture, per le quali il legislatore delegante aveva previsto separatamente il criterio dei “parametri significativi”, lasciando al delegato margini di determinazione più ampi.

    Il principio

    Nell’interpretazione dei limiti della delega legislativa, i criteri direttivi specifici previsti per una categoria di fattispecie non si estendono automaticamente a categorie diverse disciplinate con principi diversi nella stessa legge delega.

    Domande e risposte

    Cosa è la TOSAP e chi la paga?

    La tassa per l’occupazione di spazi ed aree pubbliche è dovuta da chiunque occupi in via permanente o temporanea spazi appartenenti al demanio o al patrimonio indisponibile dei comuni, incluse le occupazioni di soprassuolo e sottosuolo con reti e condutture.

    Quando un decreto legislativo eccede la delega?

    Quando il Governo introduce discipline sostanzialmente diverse da quelle consentite dai principi e criteri direttivi della legge delega. La Corte valuta se esista un collegamento razionale tra la delega e il suo esercizio, senza richiedere una corrispondenza letterale.

    Qual è il valore del limite “50% di aumento massimo” nella delega sulla TOSAP?

    La Corte ha ritenuto che tale limite si applicasse alle occupazioni ordinarie, mentre per le occupazioni con linee elettriche e condutture la delega lasciava al Governo la facoltà di determinare tariffe forfettarie sulla base di “parametri significativi”, senza il vincolo del 50%.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 94/2002 – Riforma universitaria e parità tecnici laureati

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione di legittimità degli artt. 12 e 16 della legge n. 341/1990 (Riforma degli ordinamenti didattici universitari), sollevata dal TAR Emilia-Romagna. La mancata equiparazione giuridico-economica tra tecnici laureati e ricercatori universitari non viola gli artt. 3, 36 e 97 della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 341/1990 di riforma degli ordinamenti universitari aveva assimilato alcune mansioni dei tecnici laureati a quelle dei ricercatori, senza però parificare il loro status giuridico ed economico. Un tecnico laureato chiedeva il riconoscimento dell’equiparazione allo status di ricercatore confermato; il TAR aveva già sollevato analoga questione nel 1997 (r.o. 687/1997) e, riproposta la questione, la Corte la decide con questa pronuncia.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR per l’Emilia-Romagna impugnava gli artt. 12 e 16 della legge n. 341/1990 in riferimento agli artt. 3 (ragionevolezza e parità di trattamento), 36 (proporzionalità della retribuzione) e 97 (buon andamento dell’amministrazione) della Costituzione, sostenendo che l’assimilazione funzionale senza corrispondente parità retributiva fosse irragionevole.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza. La Corte richiama la precedente ordinanza di rimessione già esaminata (r.o. 687/1997) e ribadisce che la legge n. 341/1990 non ha inteso equiparare pienamente le due categorie: le differenze di status e di percorso di accesso alle cattedre giustificano la distinzione di trattamento economico, senza che ciò costituisca violazione della ragionevolezza o dell’art. 36 Cost.

    Il principio

    L’assimilazione di alcune mansioni tra tecnici laureati e ricercatori universitari non implica necessariamente l’identità di status giuridico ed economico: la diversità nei percorsi di accesso e nelle funzioni complessive rende ragionevole la differenziazione di trattamento.

    Domande e risposte

    A quali condizioni il principio di eguaglianza impone la parità retributiva tra categorie diverse?

    Solo quando le situazioni siano sostanzialmente identiche anche in termini di percorso di accesso, funzioni complessivamente svolte e status ordinamentale; la mera sovrapposizione parziale di mansioni non basta.

    Qual è il rapporto tra l’art. 36 Cost. e la distinzione di trattamento nel pubblico impiego?

    L’art. 36 Cost. garantisce la proporzionalità della retribuzione al lavoro prestato, ma non impone identicità di trattamento tra categorie diverse anche se parzialmente fungibili: rileva la globalità del rapporto di impiego.

    Può la Corte dichiarare manifestamente infondata una questione già esaminata in precedenza?

    Sì, quando il giudice rimettente non prospetti profili nuovi rispetto a quelli già scrutinati: in tal caso la questione si risolve con ordinanza di manifesta infondatezza senza ulteriore approfondimento.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 93/2002 – Conflitto attribuzioni Camera su insindacabilità parlamentare

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    La Corte dichiara ammissibile il conflitto di attribuzioni sollevato dal Tribunale di Roma nei confronti della Camera dei deputati, che aveva deliberato l’insindacabilità ex art. 68, comma 1, Cost. delle opinioni espresse dall’on. Tiziana Parenti nei confronti di Antonio Di Pietro. La Corte accerta l’esistenza dei requisiti soggettivo e oggettivo per procedere alla risoluzione del conflitto.

    Di cosa si tratta

    Nei procedimenti penali per diffamazione a carico di parlamentari, la Camera può deliberare che i fatti contestati rientrano nell’esercizio delle funzioni parlamentari, rendendo le opinioni insindacabili. In questo caso la Camera aveva adottato tale delibera riguardo alle dichiarazioni dell’on. Parenti nei confronti del dott. Di Pietro; il Tribunale di Roma, non potendosi decidere autonomamente, ha sollevato conflitto di attribuzioni.

    La questione di legittimità costituzionale

    Conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato promosso dal Tribunale di Roma nei confronti della Camera dei deputati in relazione alla deliberazione del 20 febbraio 2001 (doc. IV-quater n. 169) che dichiarava insindacabili le opinioni espresse dalla deputata Parenti, ritenendo che non vi fosse nesso funzionale con l’attività parlamentare.

    La decisione della Corte

    Con questa ordinanza la Corte si limita alla fase preliminare di delibazione dell’ammissibilità: accerta che sussistono sia il requisito soggettivo (entrambi i soggetti sono “poteri dello Stato” competenti a dichiarare definitivamente la propria volontà) sia quello oggettivo (il Tribunale lamenta la menomazione della propria sfera di attribuzioni costituzionalmente garantite). Il conflitto è quindi ammissibile e si procede alla notifica alla Camera.

    Il principio

    Nella fase di ammissibilità del conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, la Corte valuta esclusivamente l’esistenza dei requisiti soggettivi e oggettivi, senza pronunciarsi nel merito: è sufficiente che esista la “materia di un conflitto” la cui risoluzione competa alla Corte.

    Domande e risposte

    Cosa distingue l’ammissibilità dalla decisione nel merito del conflitto di attribuzioni?

    Nell’ammissibilità la Corte verifica solo l’esistenza dei requisiti formali (chi sono le parti e che cosa lamentano); nel merito decide se la delibera della Camera abbia effettivamente leso le attribuzioni dell’autorità giudiziaria.

    Quando sussiste il requisito “soggettivo” nel conflitto tra poteri?

    Quando entrambe le parti sono organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono: il Tribunale lo è nell’esercizio della funzione giurisdizionale indipendente; la Camera lo è nell’esercizio della sua autonomia costituzionale.

    Qual è il presupposto dell’insindacabilità parlamentare ex art. 68 Cost.?

    L’esistenza di un nesso funzionale tra le opinioni espresse e l’esercizio delle funzioni parlamentari; in assenza di tale nesso, la delibera della Camera può essere censurata dalla Corte come menomazione delle attribuzioni giudiziarie.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 92/2002 – Stampa e reato di pubblicazioni impressionanti

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione di legittimità dell’art. 15 della legge n. 47/1948 sulla stampa, che punisce le pubblicazioni idonee a turbare il comune sentimento della morale. La norma è già stata scrutinata con la sentenza n. 293/2000, che ne ha confermato la compatibilità costituzionale interpretandola alla luce del valore della dignità umana.

    Di cosa si tratta

    L’art. 15 della legge sulla stampa estende le norme penali sulle pubblicazioni oscene alle stampe che descrivono avvenimenti in modo da turbare il comune sentimento della morale. Il Tribunale di Lucca era investito di un processo per affissione di manifesti raffiguranti feti umani usati in una campagna anti-aborto.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Lucca sollevava questione in riferimento agli artt. 21, sesto comma, e 25, secondo comma, Cost., lamentando: (a) violazione del principio di determinatezza dell’illecito penale, per l’indeterminatezza del concetto di “turbamento del comune sentimento della morale”; (b) eccesso rispetto al limite costituzionale del “buon costume”, che è concetto più ristretto.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza. La Corte richiama la sentenza n. 293/2000 che aveva già esaminato la stessa norma su rimessione della Cassazione: la locuzione “turbare il comune sentimento della morale” è interpretata come tutela della dignità umana (art. 2 Cost.), valore che dà certezza al precetto. L’ordinanza non prospetta profili nuovi.

    Il principio

    L’art. 15 della legge sulla stampa non viola il principio di determinatezza né il limite del “buon costume”: il riferimento al “comune sentimento della morale” va letto come tutela del nucleo minimo di rispetto della dignità umana, che è valore costituzionale preciso e dotato di forza cogente.

    Domande e risposte

    Qual è la differenza tra “buon costume” (art. 21, comma 6, Cost.) e “comune sentimento della morale” (art. 15 legge stampa)?

    La Corte li fa convergere sul valore costituzionale della dignità umana: la norma ordinaria non eccede il limite costituzionale perché è ancorata a quel nucleo minimo comune.

    Il principio di determinatezza può essere soddisfatto tramite interpretazione giurisprudenziale?

    Sì, la Corte riconosce che concetti elastici possono essere precisati per via interpretativa, a condizione che il valore tutelato sia identificabile: qui lo è attraverso il riferimento alla dignità della persona.

    L’affissione di immagini di feti rientra nell’ambito della norma?

    La questione di merito spettava al giudice ordinario. La Corte si è pronunciata solo sulla legittimità costituzionale della norma, confermandone la compatibilità con la Costituzione.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 91/2002 – Dichiarazioni predibattimentali e giusto processo

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    La Corte dichiara manifestamente infondate le questioni sollevate da Tribunale di Pistoia e Tribunale di Firenze sull’art. 1, comma 2, del d.l. n. 2/2000 (legge n. 35/2000): la disciplina transitoria che consente di valutare, con riscontri rafforzati, le dichiarazioni predibattimentali acquisite prima della riforma sul giusto processo non viola né l’art. 111, quarto comma, né l’art. 3 della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    Con la legge costituzionale n. 2 del 1999 il principio del contraddittorio per la formazione della prova è entrato in Costituzione. Il legislatore ordinario ha previsto, con norma transitoria, che le dichiarazioni già acquisite al fascicolo dibattimentale prima di quella riforma potessero comunque essere utilizzate, ma solo se corroborate da altri elementi di prova. Alcuni tribunali ritenevano questa disciplina incostituzionale perché aggirava il nuovo principio del giusto processo.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Pistoia (r.o. 239/2001) impugnava l’art. 1, comma 2, del d.l. n. 2/2000 in riferimento all’art. 111, quarto comma, Cost. Il Tribunale di Firenze (r.o. 282 e 304/2001) sollevava analoga questione in riferimento all’art. 3 Cost., lamentando disparità di trattamento a seconda della data di acquisizione delle prove.

    La decisione della Corte

    La Corte riunisce i giudizi e dichiara la manifesta infondatezza di tutte le questioni. La disciplina transitoria rispetta il quadro costituzionale: il requisito del riscontro rafforzato bilancia adeguatamente le esigenze del contraddittorio con la tutela dei procedimenti in corso, senza ledere né il principio di ragionevolezza né il nuovo art. 111 Cost.

    Il principio

    La norma transitoria che subordina l’utilizzazione delle dichiarazioni predibattimentali a riscontri qualificati non elude il principio del contraddittorio introdotto dalla legge cost. n. 2/1999, ma ne è un’applicazione bilanciata ai procedimenti in corso.

    Domande e risposte

    Che cosa cambiò con la legge costituzionale n. 2 del 1999 sul giusto processo?

    Venne constituzionalizzato il principio per cui la colpevolezza non può essere provata sulla base di dichiarazioni di chi, per libera scelta, si è sempre sottratto all’esame nel contraddittorio.

    Perché le dichiarazioni acquisite prima della riforma potevano ancora essere usate?

    Il legislatore previde un regime transitorio: tali dichiarazioni erano utilizzabili solo se la loro attendibilità era confermata da altri elementi di prova, offrendo così una garanzia alternativa al contraddittorio.

    Cosa avviene se mancano elementi di riscontro?

    In assenza di riscontri, le dichiarazioni acquisite fuori dal contraddittorio non possono fondare il giudizio di colpevolezza, anche se regolarmente inserite nel fascicolo dibattimentale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 75/2002 – Fallimento e diritti dei lavoratori subordinati

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    La Corte costituzionale, con ordinanza n. 75 del 2002, ha pronunciato in merito alla legittimità costituzionale artt. 98 e 99 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (legge fallimentare) in materia di ammissione al passivo e privilegi dei crediti dei lavoratori. L’esito è la dichiarazione di manifesta infondatezza.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Milano aveva sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 98 e 99 della legge fallimentare in materia di ammissione al passivo e graduazione dei crediti, contestando la compatibilità con il principio del giusto processo e la tutela dei diritti processuali dei creditori nelle procedure concorsuali.

    La questione di legittimità costituzionale

    La norma impugnata è artt. 98 e 99 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (legge fallimentare) in materia di ammissione al passivo e privilegi dei crediti dei lavoratori. Il parametro costituzionale invocato è il art. 111 della Costituzione. La questione è stata promossa da: Tribunale di Milano.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza: la disciplina dell’ammissione al passivo fallimentare, pur caratterizzata da peculiarità rispetto al processo ordinario, garantisce adeguate forme di tutela processuale ai creditori ed è ragionevolmente strutturata dal legislatore nell’ambito della procedura concorsuale.

    Il principio

    La disciplina processuale dell’ammissione al passivo fallimentare è costituzionalmente legittima: le peculiarità della procedura concorsuale giustificano un regime processuale differenziato rispetto all’ordinario processo civile, senza violare il principio del giusto processo.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per ‘ammissione al passivo’ nel fallimento?

    L’ammissione al passivo è la procedura con cui i creditori del fallito presentano le proprie pretese al curatore fallimentare per ottenere il riconoscimento del proprio credito e la partecipazione al riparto dell’attivo.

    Cosa prevedevano gli artt. 98 e 99 della legge fallimentare?

    Disciplinavano le impugnazioni avverso le decisioni del giudice delegato in materia di ammissione al passivo, stabilendo termini e modalità del procedimento di verifica dei crediti.

    Il processo fallimentare deve rispettare le stesse garanzie del processo civile ordinario?

    Non necessariamente in modo identico: il processo fallimentare ha caratteristiche proprie legate alla natura concorsuale e alla tutela di tutti i creditori; la Corte ha confermato che differenziazioni ragionevoli sono compatibili con il giusto processo ex art. 111 Cost.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 74/2002 – Ordinamento del notariato e limiti alla pratica professionale

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    La Corte costituzionale, con ordinanza n. 74 del 2002, ha pronunciato in merito alla legittimità costituzionale art. 20 della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato e degli archivi notarili), in materia di incompatibilità e limitazioni all’esercizio della professione notarile. L’esito è la dichiarazione di manifesta infondatezza.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Savona aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 20 della legge notarile, che prevede limitazioni e incompatibilità all’esercizio della professione notarile, contestando la compatibilità con il principio di uguaglianza rispetto ad altre professioni non soggette a vincoli analoghi.

    La questione di legittimità costituzionale

    La norma impugnata è art. 20 della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato e degli archivi notarili), in materia di incompatibilità e limitazioni all’esercizio della professione notarile. Il parametro costituzionale invocato è il art. 3 della Costituzione. La questione è stata promossa da: Tribunale di Savona.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza: le limitazioni all’esercizio della professione notarile trovano una ragionevole giustificazione nella natura pubblicistica della funzione notarile e nella necessità di garantire l’imparzialità e l’indipendenza del notaio, con ciò escludendo la violazione del principio di uguaglianza.

    Il principio

    Le limitazioni all’esercizio della professione notarile sono costituzionalmente legittime: la natura pubblicistica della funzione notarile giustifica vincoli di incompatibilità più stringenti rispetto ad altre professioni, senza violare il principio di uguaglianza.

    Domande e risposte

    Qual è la natura della funzione notarile?

    Il notaio è un pubblico ufficiale che esercita una professione liberale: autentica atti, attesta fatti e conferisce certezza pubblica ai negozi giuridici privati. Questa duplice natura giustifica requisiti di indipendenza particolarmente rigorosi.

    Cosa prevedeva l’art. 20 della legge notarile del 1913?

    La norma elencava le incompatibilità con l’esercizio della professione notarile (come cariche pubbliche, attività commerciali o imprenditoriali), a tutela dell’imparzialità del notaio.

    Il principio di uguaglianza impone lo stesso regime per tutte le professioni?

    No: l’art. 3 Cost. consente differenziazioni ragionevoli. Per il notaio, la funzione pubblica che svolge giustifica vincoli più rigorosi rispetto a liberi professionisti privi di tale veste pubblicistica.

    Norme collegate

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