Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 54/2005 – Patrocinio gratuito revoca impugnazione artt. 3 e 24

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    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 6 e 10 della legge n. 217/1990 (patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti) nella parte in cui non prevedevano l’impugnazione del provvedimento di revoca per mancanza del requisito reddituale.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Messina, con quattro ordinanze, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 6 e 10 della legge n. 217/1990 (poi sostituiti dagli artt. 99 e 112 del d.P.R. n. 115/2002), nella parte in cui non prevedevano la possibilità di impugnare davanti al tribunale o alla corte d’appello il provvedimento di revoca dell’ammissione al patrocinio gratuito per sopravvenuta mancanza del requisito reddituale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudice remittente sosteneva che la mancata previsione di un rimedio impugnatorio avverso la revoca del patrocinio gratuito violasse gli artt. 3 (uguaglianza) e 24 (diritto di difesa) della Costituzione, privando il beneficiario di una tutela giurisdizionale effettiva contro la perdita del beneficio.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza delle questioni, in quanto le norme impugnate erano state nel frattempo sostituite dal d.P.R. n. 115/2002 (T.U. spese di giustizia), che agli artt. 99 e 112 prevede rimedi impugnatori adeguati, rendendo superata la lacuna lamentata.

    Il principio

    La manifesta infondatezza è dichiarata quando la questione è già stata risolta dal legislatore o risulta priva di ogni ragionevole fondamento; il sopravvenuto T.U. spese di giustizia aveva colmato il vuoto normativo denunciato dal giudice remittente.

    Domande e risposte

    Quando può essere revocato il patrocinio a spese dello Stato?

    Il patrocinio può essere revocato quando il beneficiario supera il limite di reddito previsto dalla legge, oppure quando risultano false le dichiarazioni rese per ottenere l’ammissione al beneficio.

    Cosa si intende per «manifesta infondatezza»?

    La manifesta infondatezza è la forma di declaratoria con cui la Corte, in sede di camera di consiglio, rigetta questioni prive di ogni ragionevole fondamento, senza necessità di approfondita motivazione.

    Qual è la differenza tra la legge n. 217/1990 e il d.P.R. n. 115/2002?

    La legge n. 217/1990 istituiva il patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti; il d.P.R. n. 115/2002 (T.U. spese di giustizia) ha abrogato e sostituito quella disciplina, raccogliendo in modo sistematico tutte le norme sulle spese processuali.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 84/2005 – Inammissibilità per motivazione per relationem nel patteggiamento

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sulla riforma del patteggiamento: il Tribunale di Torre Annunziata si era limitato a richiamare un’altra ordinanza dello stesso ufficio, senza motivare autonomamente la rilevanza e la non manifesta infondatezza.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 134/2003 aveva modificato la disciplina del patteggiamento (applicazione della pena su richiesta delle parti) nel codice di procedura penale. Il Tribunale di Torre Annunziata aveva sollevato questione di legittimità costituzionale, ma — invece di motivare autonomamente — si era limitato a rinviare a una precedente ordinanza dello stesso tribunale emessa in un diverso procedimento.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Torre Annunziata ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 12 giugno 2003, n. 134 (Modifiche al c.p.p. in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti), rinviando integralmente alla motivazione di una precedente ordinanza dello stesso ufficio.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità. Nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale non sono ammesse questioni motivate solo per relationem: il giudice deve rendere esplicite, con motivazione autosufficiente, le ragioni per cui ritiene la questione rilevante e non manifestamente infondata.

    Il principio

    Il giudice rimettente non può motivare la questione di legittimità costituzionale per semplice rinvio ad altra ordinanza, sia pure dello stesso ufficio e in materia analoga: è richiesta una motivazione autosufficiente che illustri rilevanza e non manifesta infondatezza nel caso concreto.

    Domande e risposte

    Cos’è la motivazione «per relationem»?

    È una motivazione che si limita a richiamare, senza riprodurre o commentare, il contenuto di un altro atto: «si rinvia alla motivazione del provvedimento X». È ammessa in alcuni contesti processuali ma non nell’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale.

    Perché la Corte esige una motivazione autonoma?

    Perché ogni procedimento è diverso: la rilevanza della questione deve essere valutata in relazione ai fatti specifici di quel giudizio, non di un altro. Il giudice deve spiegare perché «in questo caso» la norma censurata è applicabile e la sua eventuale incostituzionalità inciderebbe sull’esito.

    Cosa prevede la legge n. 134/2003 sul patteggiamento?

    Ha esteso la possibilità di applicare la pena su richiesta delle parti (ex artt. 444-448 c.p.p.) a fattispecie punite fino a dieci anni di reclusione (in luogo dei cinque anni precedenti), ampliando significativamente l’ambito operativo del c.d. patteggiamento allargato.

  • Corte cost. n. 53/2005 – Testo unico spese giustizia delegificazione art. 76

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    La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 170 del T.U. spese di giustizia (d.lgs. n. 113/2002) e dell’art. 7 della legge di delegificazione n. 50/1999, sollevata in riferimento all’art. 76 della Costituzione dal Tribunale di Messina.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Messina, con tre ordinanze, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 170 del d.lgs. n. 113/2002 (Testo unico spese di giustizia), nella parte in cui riproduce l’art. 7 della legge 8 marzo 1999, n. 50 (legge di delegificazione). Il giudice remittente dubitava che il legislatore delegato avesse rispettato la delega ricevuta.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Messina lamentava la violazione dell’art. 76 della Costituzione: l’art. 170 del T.U. spese di giustizia, come riprodotto nel d.P.R. n. 115/2002 (Testo unico legislativo e regolamentare), avrebbe ecceduto i limiti della delega di cui alla legge n. 50/1999 per delegificazione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 170 del d.lgs. n. 113/2002 in riferimento all’art. 76 della Costituzione, ritenendo che il legislatore delegato avesse rispettato i criteri e principi direttivi della delega.

    Il principio

    Il testo unico di riordino e delegificazione è legittimo quando si limita a raccogliere e coordinare le norme preesistenti senza modificarne sostanzialmente il contenuto; la sola riproduzione di disposizioni vigenti all’interno di un testo unico non costituisce eccesso di delega.

    Domande e risposte

    Cosa è un testo unico legislativo in materia di spese di giustizia?

    Il d.lgs. n. 113/2002 e il d.P.R. n. 115/2002 raccolgono in un unico corpus normativo tutte le disposizioni (legislative e regolamentari) che disciplinano il pagamento delle spese processuali (contributo unificato, spese di cancelleria, patrocinio gratuito, ecc.).

    Cosa si intende per «eccesso di delega»?

    L’eccesso di delega si verifica quando il legislatore delegato introduce norme nuove o modifica sostanzialmente il diritto vigente senza che la legge di delega lo consentisse; la Corte verifica il rispetto dei criteri direttivi.

    Come funziona la delegificazione?

    La delegificazione (prevista dall’art. 17 della legge n. 400/1988) consente al Governo di abbassare il rango di norme legislative trasformandole in regolamenti, semplificando così il sistema normativo e riducendo la riserva di legge.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 83/2005 – Arresto obbligatorio dello straniero inottemperante all’ordine di espulsione

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    La Corte restituisce gli atti a cinque tribunali per una nuova valutazione. La questione riguardava l’arresto obbligatorio dello straniero che non ottemperava all’ordine di lasciare il territorio: la norma censurata era stata nel frattempo modificata dal d.l. n. 241/2004.

    Di cosa si tratta

    Il Testo unico sull’immigrazione prevedeva che lo straniero trovato nel territorio dopo la scadenza del termine fissato dal questore commettesse un reato contravvenzionale (art. 14, c. 5-ter d.lgs. 286/1998), e che per questo reato fosse previsto l’arresto obbligatorio in flagranza (art. 14, c. 5-quinquies). Più tribunali avevano sollevato dubbi di legittimità in ordine ai principi di libertà personale e ragionevolezza.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Milano, il Tribunale di Bologna, il Tribunale di Castrovillari, il Tribunale di Venezia e il Tribunale di Firenze hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 5-quinquies, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione, sostenendo che l’arresto obbligatorio per una contravvenzione violasse la libertà personale e il principio di ragionevolezza.

    La decisione della Corte

    La Corte ha disposto la restituzione degli atti a tutti i giudici rimettenti, perché il d.l. 14 settembre 2004, n. 241 (conv. l. n. 271/2004) aveva modificato la norma censurata successivamente all’ordinanza di rimessione. I giudici devono rivalutare la rilevanza nel quadro normativo aggiornato.

    Il principio

    La sopravvenienza di modifiche normative alla disposizione impugnata obbliga la Corte a restituire gli atti al giudice rimettente: è quest’ultimo a dover valutare se, nel nuovo contesto legislativo, la questione di legittimità costituzionale mantenga rilevanza e non manifesta infondatezza.

    Domande e risposte

    L’arresto obbligatorio per una contravvenzione è compatibile con la Costituzione?

    La libertà personale è inviolabile (art. 13 Cost.) e ogni restrizione deve essere giustificata in modo proporzionato alla gravità del fatto. Per le contravvenzioni — reati di minore gravità — l’arresto obbligatorio può risultare sproporzionato, anche se la Corte non si è pronunciata nel merito in questo procedimento.

    Cos’è il reato di inottemperanza all’ordine del questore?

    È il reato commesso dallo straniero che, pur essendo destinatario di un provvedimento di espulsione con intimazione a lasciare il territorio entro un certo termine, viene trovato ancora in Italia dopo la scadenza. Il d.lgs. 286/1998 prevedeva per questo fatto sanzioni penali e l’arresto.

    La disciplina dell’immigrazione è cambiata più volte?

    Sì. Il sistema sanzionatorio per gli stranieri irregolari è stato modificato ripetutamente (legge Bossi-Fini 2002, d.l. 241/2004, poi ancora modificato). Per questo la Corte ha spesso dovuto restituire gli atti ai giudici per verificare la rilevanza della questione nel quadro normativo vigente.

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  • Corte cost. n. 82/2005 – Legge obiettivo e sussidiarietà nelle infrastrutture strategiche

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sulla «legge obiettivo» per le infrastrutture strategiche sollevata dal TAR Sicilia. Le norme censurate erano già state oggetto di pronuncia in altra sede, rendendo la questione inammissibile.

    Di cosa si tratta

    Il TAR per la Sicilia (Catania) aveva sollevato questione di legittimità costituzionale della legge n. 443/2001 (c.d. «legge obiettivo») e del relativo decreto attuativo n. 190/2002, sostenendo che le procedure di approvazione delle infrastrutture strategiche non garantissero la partecipazione degli enti locali e violassero i principi di sussidiarietà e leale collaborazione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR per la Sicilia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 2, della legge 21 dicembre 2001, n. 443, degli artt. 13 e 14 della legge 1° agosto 2002, n. 166, e degli artt. 1, comma 2, e 3 del d.lgs. 20 agosto 2002, n. 190, in riferimento agli artt. 3, 5, 97, 117, 118 e 120 della Costituzione, per violazione della sussidiarietà e del principio di leale collaborazione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione. Il rimettente non aveva adeguatamente motivato i profili di inammissibilità che rendevano la questione non proponibile nelle forme indicate.

    Il principio

    La manifesta inammissibilità interviene quando la questione di legittimità costituzionale non supera il vaglio preliminare dei requisiti formali e sostanziali di ammissibilità, in particolare per carenze argomentative del giudice rimettente.

    Domande e risposte

    Cos’è la «legge obiettivo»?

    La legge n. 443/2001 (c.d. «legge obiettivo» o «legge Lunardi») ha istituito una procedura accelerata per la realizzazione di infrastrutture e insediamenti produttivi strategici di interesse nazionale, derogando in parte alle normali procedure urbanistiche e ambientali.

    Cosa prevede il principio di sussidiarietà in materia di infrastrutture?

    Il principio di sussidiarietà (artt. 117 e 118 Cost.) impone che le funzioni amministrative siano esercitate dal livello di governo più vicino ai cittadini. Per le infrastrutture di rilievo nazionale, lo Stato può accentrare le competenze, ma deve farlo coinvolgendo Regioni ed enti locali attraverso forme di leale collaborazione.

    Perché la legge obiettivo è stata contestata?

    Perché la procedura di approvazione dei progetti preliminari consentiva di prescindere dai pareri degli enti locali e determinava automaticamente la variante agli strumenti urbanistici vigenti, bypassando le competenze regionali e comunali in materia di urbanistica e territorio.

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  • Corte cost. n. 52/2005 – Patrocinio spese Stato opposizione composizione monocratica

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    La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 99, comma 3, del T.U. spese di giustizia (d.lgs. n. 113/2002), che prevede la composizione monocratica del tribunale nel giudizio di opposizione al rigetto o alla revoca del patrocinio a spese dello Stato.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Gela ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 99, comma 3, del d.lgs. 30 maggio 2002, n. 113 (Testo unico spese di giustizia), nella parte in cui prevede che nel giudizio di opposizione contro il rigetto o la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato il tribunale proceda in composizione monocratica anziché collegiale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudice remittente (Tribunale di Gela) lamentava la violazione degli artt. 3 e 76 della Costituzione: la composizione monocratica per l’opposizione sarebbe irragionevole rispetto alla composizione collegiale prevista per il provvedimento originario di rigetto, e il legislatore delegato avrebbe ecceduto i limiti della delega.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 99, comma 3 del d.lgs. n. 113/2002, in riferimento agli artt. 3 e 76 della Costituzione, ritenendo che la scelta del legislatore delegato di prevedere il giudice monocratico per l’opposizione rientrasse nei margini della delega e non fosse irragionevole.

    Il principio

    La composizione monocratica o collegiale del giudice è una scelta discrezionale del legislatore che non viola di per sé il principio di uguaglianza, purché rientri nella delega e sia sorretta da una razionale giustificazione; la diversa composizione per il provvedimento originario e per l’opposizione non è necessariamente irragionevole.

    Domande e risposte

    Che cos’è il patrocinio a spese dello Stato?

    Il patrocinio a spese dello Stato («gratuito patrocinio») consente alle persone non abbienti (con reddito sotto una soglia stabilita per legge) di farsi assistere da un avvocato in un processo civile, penale o amministrativo con onorari pagati dallo Stato.

    Cosa succede se la domanda di patrocinio viene rigettata o revocata?

    Il soggetto interessato può proporre opposizione davanti al tribunale; l’art. 99 del T.U. spese di giustizia disciplina le forme di questo giudizio di opposizione.

    Quando il legislatore delegato eccede i limiti della delega?

    Il legislatore delegato eccede la delega quando esercita funzioni legislative non previste o diverse da quelle indicate dalla legge di delega; la Corte verifica il rispetto dei criteri e dei principi direttivi fissati dal Parlamento.

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  • Corte cost. n. 81/2005 – Sede di fondazione culturale e autonomia privata

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sul trasferimento coatto della «Biblioteca e pinacoteca Camillo d’Errico» da Palazzo San Gervasio a Matera. La questione era inammissibile per carenza di motivazione sulla rilevanza nel giudizio a quo.

    Di cosa si tratta

    Una legge del 1939 aveva disposto il trasferimento della fondazione «Biblioteca e pinacoteca Camillo d’Errico» da Palazzo San Gervasio a Matera. La fondazione, riconosciuta proprietaria della pinacoteca, chiedeva la restituzione dei beni e contestava la norma che ne fissava la sede a Matera.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Potenza ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della legge 13 luglio 1939, n. 1082, in riferimento agli artt. 3, 16 e 42 della Costituzione, nella parte in cui imponevano il trasferimento della sede della fondazione e la conservazione dei beni a Matera.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione. Il giudice rimettente non aveva adeguatamente motivato la rilevanza della questione nel giudizio principale, limitandosi a rinvii generici senza illustrare il nesso tra la norma impugnata e la decisione del caso concreto.

    Il principio

    La manifesta inammissibilità di una questione di legittimità costituzionale può derivare dalla carenza di motivazione sulla rilevanza: il giudice rimettente deve indicare espressamente perché la soluzione della questione è necessaria per definire il giudizio a quo.

    Domande e risposte

    Cosa sono le fondazioni di origine testamentaria?

    Sono enti non profit istituiti per volontà testamentaria del fondatore, destinando un patrimonio a uno scopo preciso (culturale, artistico, scientifico ecc.). La volontà del testatore è protetta dall’art. 42 della Costituzione in quanto espressione del diritto di proprietà.

    Il diritto di fissare la sede rientra nella libertà di associazione?

    Sì, in senso lato. L’art. 16 Cost., invocato dal rimettente, tutela la libertà di circolazione e soggiorno; in questo contesto era richiamato per estensione, sostenendo che anche le persone giuridiche private abbiano diritto a determinare la propria sede.

    Perché la Corte ha dichiarato la questione inammissibile?

    Perché il Tribunale di Potenza non aveva spiegato in modo sufficiente perché la decisione della causa dipendesse dalla risoluzione della questione costituzionale. La Corte non può pronunciarsi su questioni che il giudice non ha motivato adeguatamente.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 51/2005 – Finanziaria 2003 formazione professionale regioni

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    La Corte costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimi gli artt. 47 e 48 della legge finanziaria 2003 (l. n. 289/2002) nella parte in cui riservavano allo Stato la gestione di fondi per la formazione professionale e per i fondi interprofessionali, violando la competenza legislativa regionale in materia.

    Di cosa si tratta

    La Regione Emilia-Romagna ha impugnato l’art. 47 (finanziamento della formazione professionale) e l’art. 48 (fondi interprofessionali per la formazione continua) della legge finanziaria 2003 per violazione del riparto di competenze legislative dopo la riforma costituzionale del Titolo V (legge cost. n. 3/2001).

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione lamentava la violazione dell’art. 117, commi 3 e 4, della Costituzione: la formazione professionale è materia di competenza residuale regionale (comma 4), e le norme impugnate attribuivano ai Ministeri statali competenze di gestione e determinazione dei criteri che spettavano alle Regioni.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 47, comma 1 della legge n. 289/2002 e dell’art. 48 della medesima legge nella parte in cui non prevedeva il coinvolgimento delle Regioni nel governo dei fondi interprofessionali, riconoscendo la competenza regionale sulla formazione professionale.

    Il principio

    La formazione professionale rientra nella competenza legislativa residuale delle Regioni ai sensi dell’art. 117, comma 4, Cost.; lo Stato non può accentrare la gestione di fondi e programmi formativi senza prevedere la necessaria partecipazione regionale nelle forme previste dalla Costituzione.

    Domande e risposte

    Cosa sono i fondi interprofessionali per la formazione continua?

    Sono organismi bilaterali (tra organizzazioni datoriali e sindacali) a cui le imprese versano una quota dello 0,30% della retribuzione imponibile, destinati a finanziare piani formativi per i lavoratori.

    Perché la formazione professionale è di competenza regionale?

    Con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, la formazione professionale non è più menzionata come materia di competenza concorrente Stato-Regioni e rientra quindi nella competenza residuale delle Regioni ai sensi dell’art. 117, comma 4, Cost.

    Cosa cambia con la dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 47?

    Lo Stato non può più gestire direttamente i criteri di finanziamento della formazione professionale di competenza regionale; occorre prevedere meccanismi di coinvolgimento delle Regioni nelle decisioni su queste risorse.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — riparto di competenze legislative, fondamento della competenza residuale regionale sulla formazione professionale
    • Art. 3 della Costituzione — principio di uguaglianza e ragionevolezza, richiamato nel giudizio di legittimità
  • Corte cost. n. 80/2005 – Responsabilità di Poste Italiane per ritardo nella consegna

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    La Corte restituisce gli atti al Tribunale di Taranto per una nuova valutazione alla luce dello ius superveniens. La questione riguardava l’esonero di responsabilità di Poste Italiane per il ritardato recapito della corrispondenza, che aveva impedito a un utente di partecipare a una gara d’appalto.

    Di cosa si tratta

    Un utente aveva spedito via «Postacelere» un’offerta di partecipazione a una gara d’appalto: il plico è arrivato sei giorni dopo, quando i termini erano già scaduti. La normativa postale dell’epoca limitava il rimborso alla sola differenza di tariffa tra postacelere e raccomandata espresso, senza prevedere il risarcimento del danno effettivo.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Taranto ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 6 del d.P.R. 29 marzo 1973, n. 156, che escludeva qualsiasi responsabilità dell’Amministrazione postale e dei concessionari, in riferimento all’art. 3 della Costituzione. Il rimettente riteneva irragionevole l’esonero totale da responsabilità per un rapporto di natura privatistica.

    La decisione della Corte

    La Corte ha ordinato la restituzione degli atti al Tribunale di Taranto, affinché il giudice rivalutasse la questione alla luce delle sopravvenienze normative e giurisprudenziali intervenute dopo l’ordinanza di rimessione.

    Il principio

    Quando dopo la rimessione della questione intervengono modifiche normative o pronunce rilevanti (ius superveniens), la Corte può restituire gli atti al giudice rimettente per una nuova valutazione della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione nel quadro normativo aggiornato.

    Domande e risposte

    Cosa succede quando Poste consegna un plico in ritardo?

    La normativa postale storicamente limitava il risarcimento del mittente ai soli casi espressamente previsti dalla legge. La questione della responsabilità per danni conseguenti al ritardo — come la perdita di una gara — è stata oggetto di numerose pronunce sia ordinarie sia costituzionali.

    Cosa significa «restituzione degli atti al giudice a quo»?

    La Corte non decide nel merito la questione di legittimità costituzionale, ma rinvia gli atti al giudice che aveva sollevato la questione affinché rivaluti se, alla luce delle novità normative sopravvenute, la questione sia ancora rilevante e non manifestamente infondata.

    Cos’è lo «ius superveniens»?

    Letteralmente «diritto sopravvenuto»: sono le norme entrate in vigore dopo che il giudice ha sollevato la questione di costituzionalità. Se cambiano il quadro normativo di riferimento, il giudice deve rivalutare la questione prima che la Corte si pronunci.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 50/2005 – Legge Biagi delega lavoro e competenze regionali

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    La Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente inammissibili i ricorsi di alcune Regioni contro la legge Biagi (legge n. 30/2003, delega al Governo in materia di mercato del lavoro) e ha accolto alcune questioni di legittimità costituzionale legate al riparto di competenze tra Stato e Regioni in materia di tutela e sicurezza del lavoro.

    Di cosa si tratta

    Le Regioni Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Basilicata e la Provincia autonoma di Trento hanno impugnato la legge 14 febbraio 2003, n. 30 (la cosiddetta «legge Biagi», delega al Governo per la riforma del mercato del lavoro) per violazione del riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni, in particolare in materia di «tutela e sicurezza del lavoro» di competenza concorrente ai sensi dell’art. 117 Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    I ricorsi regionali lamentavano la violazione degli artt. 117 e 118 della Costituzione (ripartizione delle competenze legislative e amministrative Stato-Regioni), contestando che il legislatore statale avesse utilizzato la delega per stabilire principi fondamentali in materie di competenza concorrente senza rispettare il ruolo regionale. Alcune Regioni contestavano anche i criteri di delega per le tipologie contrattuali.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della Regione Toscana per difetto di interesse (aveva impugnato la legge nel suo complesso), ha dichiarato inammissibile la questione sull’art. 1 comma 2 lettera c), e ha deciso nel merito le restanti questioni regionali, riservando a separata pronuncia la decisione sugli artt. 1 comma 2 lettera d) prima parte e 8 della legge n. 30/2003.

    Il principio

    Il legislatore statale può delegare al Governo la disciplina del mercato del lavoro includendo principi fondamentali valevoli per le materie di competenza concorrente; le Regioni possono impugnare tali deleghe solo se dimostrano una lesione concreta delle loro attribuzioni costituzionali, non in via astratta.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva la legge Biagi (n. 30/2003)?

    La legge n. 30/2003 delegava il Governo a riformare il mercato del lavoro italiano, introducendo nuove tipologie contrattuali (come il contratto a progetto) e riformando le norme sul collocamento e l’intermediazione di manodopera.

    Cosa si intende per materia di competenza concorrente?

    L’art. 117 Cost. prevede che in alcune materie (come la «tutela e sicurezza del lavoro») lo Stato fissa i principi fondamentali e le Regioni legiferano nel dettaglio; né lo Stato né le Regioni possono invadere unilateralmente l’ambito dell’altro.

    Perché il ricorso della Toscana è stato dichiarato inammissibile?

    La Toscana aveva impugnato la legge nel suo complesso senza identificare specifiche disposizioni lesive delle proprie competenze; la Corte ha ritenuto che tale impugnazione in blocco fosse inammissibile per difetto di interesse specifico.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 49/2005 – Referendum PMA eterologa divieto art. 4 comma 3

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    La Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il referendum per abrogare il divieto di procreazione medicalmente assistita eterologa previsto dall’art. 4 comma 3 della legge n. 40/2004, insieme alle relative sanzioni. La questione del divieto di PMA eterologa sarà poi definitivamente risolta dalla Corte nel 2014 con la sent. n. 162.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 40/2004 vietava all’art. 4, comma 3 il ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo, ossia con gameti di donatori esterni alla coppia. I promotori del referendum intendevano abrogare questo divieto e le connesse sanzioni penali e amministrative.

    La questione di legittimità costituzionale

    Giudizio di ammissibilità referendaria. Il quesito coinvolgeva l’art. 4, comma 3 (divieto di eterologa), l’art. 9, comma 1 e 3 (limitatamente ai riferimenti al divieto di eterologa), e l’art. 12, comma 1 e 8 (sanzioni per violazione del divieto).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato ammissibile la richiesta di referendum per l’abrogazione degli artt. 4 comma 3, 9 commi 1 e 3 (limitatamente ai riferimenti al divieto di eterologa), 12 commi 1 e 8 della legge n. 40/2004, ritenendo il quesito omogeneo e non investente materia esclusa dal referendum.

    Il principio

    Il divieto di PMA eterologa non è costituzionalmente necessario; la Costituzione non impone al legislatore di vietare la donazione di gameti, pertanto la richiesta di abrogare tale divieto è ammissibile a referendum. (La Corte dichiarà poi incostituzionale lo stesso divieto con sentenza n. 162/2014.)

    Domande e risposte

    Cosa è la PMA eterologa?

    La procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo utilizza gameti (ovociti o spermatozoi) provenienti da un donatore esterno alla coppia che richiede il trattamento.

    Il referendum del 2005 sulla eterologa portò alla sua legalizzazione?

    No: il quorum di partecipazione (50% degli aventi diritto) non fu raggiunto. Il divieto rimase in vigore fino alla sentenza Corte cost. n. 162/2014 che lo dichiarò incostituzionale.

    Qual era la sanzione per chi violava il divieto di eterologa?

    L’art. 12, comma 1 della legge n. 40/2004 prevedeva la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro per chi utilizzava gameti di soggetti estranei alla coppia.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 79/2005 – Insindacabilità parlamentare e trasmissioni televisive

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    La Corte dichiara inammissibile il conflitto di attribuzione proposto dalla Corte d’appello di Roma contro la Camera dei deputati, che aveva ritenuto insindacabili le dichiarazioni del deputato Sgarbi su Arlacchi in una trasmissione TV. Il conflitto era inammissibile per ragioni procedurali.

    Di cosa si tratta

    Il deputato Vittorio Sgarbi aveva espresso giudizi fortemente critici su Pino Arlacchi durante la trasmissione televisiva «Sgarbi quotidiani» del 13 gennaio 1996. La Camera dei deputati aveva poi deliberato che quelle dichiarazioni costituivano opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni parlamentari. La Corte d’appello di Roma aveva impugnato la delibera.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Roma ha proposto ricorso per conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera del 17 gennaio 2001 che aveva dichiarato insindacabili le dichiarazioni del deputato Sgarbi ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione. Il parametro è il limite del nesso funzionale tra dichiarazioni e mandato parlamentare.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzione. Il vizio procedurale ha impedito l’esame nel merito delle questioni relative all’insindacabilità delle opinioni espresse fuori dall’aula parlamentare.

    Il principio

    Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato è soggetto a requisiti di ammissibilità rigorosi: il loro mancato rispetto determina l’inammissibilità, che preclude qualsiasi esame nel merito della delibera parlamentare impugnata.

    Domande e risposte

    Le opinioni espresse in TV da un parlamentare sono sempre insindacabili?

    No. La Corte ha costantemente affermato che l’insindacabilità ex art. 68, primo comma, Cost. richiede un nesso funzionale specifico tra le opinioni espresse e le attività parlamentari tipiche. Le dichiarazioni rese in trasmissioni televisive a carattere personale non sono automaticamente coperte.

    Cosa differenzia ammissibilità e procedibilità nel giudizio costituzionale?

    L’ammissibilità riguarda la verifica iniziale dei presupposti del ricorso (legittimazione, oggetto, forma); la procedibilità attiene ai requisiti per l’apertura della seconda fase del giudizio. Entrambi devono essere rispettati.

    Chi può sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato?

    Solo i «poteri dello Stato» in senso costituzionale: organi che esprimono la volontà di un potere (legislativo, esecutivo, giudiziario). I tribunali ordinari rientrano nel potere giudiziario e possono sollevare conflitto contro atti del Parlamento che ledano le loro attribuzioni.

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