Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 39/2005 – Pari opportunità nei concorsi pubblici

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    Il Consiglio di Stato dubitava della legittimità costituzionale di una norma del pubblico impiego (art. 61, comma 1, lett. a, d.lgs. 29/1993) in riferimento agli artt. 3 e 51 Cost. sull’accesso alle cariche pubbliche. La Corte dichiara la manifesta inammissibilità: nel frattempo l’art. 51 era stato modificato dalla legge costituzionale 1/2003 sulle pari opportunità.

    Di cosa si tratta

    Il Consiglio di Stato, chiamato a giudicare sull’esito di un concorso per il posto di direttore del museo del Comune di Bassano del Grappa, aveva sollevato dubbi di costituzionalità su una norma del d.lgs. 29/1993 (pubblico impiego) relativa all’accesso alle funzioni pubbliche, in relazione al principio di pari opportunità tra uomini e donne.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Consiglio di Stato ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 61, comma 1, lett. a), del d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, come modificato dall’art. 43 del d.lgs. 31 marzo 1998, n. 80, in riferimento agli artt. 3 e 51 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione. Nelle more del giudizio costituzionale, l’art. 51 Cost. era stato modificato dalla legge costituzionale 30 maggio 2003, n. 1, che ha aggiunto l’obbligo per la Repubblica di promuovere “con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. Il giudice a quo avrebbe dovuto riesaminare la questione alla luce del mutato parametro costituzionale.

    Il principio

    Quando, nel corso del giudizio di costituzionalità, il parametro costituzionale evocato viene modificato da una legge costituzionale sopravvenuta, la questione diventa inammissibile: il giudice rimettente deve rivalutare se la norma impugnata contrasti con il parametro nel suo nuovo testo.

    Domande e risposte

    Cosa ha cambiato la legge costituzionale 1/2003 all’art. 51 Cost.?

    Ha aggiunto che la Repubblica “promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini” nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Questo ha dato copertura costituzionale esplicita alle misure di azione positiva a favore delle donne nelle carriere pubbliche.

    Cosa si intende per manifesta inammissibilità di una questione di legittimità?

    È una formula con cui la Corte, in camera di consiglio (senza udienza pubblica), rigetta la questione per vizi processuali o per difetto dei presupposti senza entrare nel merito. Nel caso specifico, il vizio era la mancata considerazione dello ius superveniens costituzionale.

    Cosa è successo dopo la restituzione degli atti?

    Il giudice rimettente avrebbe dovuto riesaminare la questione verificando se la norma del d.lgs. 29/1993 fosse compatibile con il nuovo art. 51 Cost. come modificato nel 2003, eventualmente sollevando una nuova questione con parametro aggiornato.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 38/2005 – Insindacabilità parlamentare e diffamazione magistrati

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    Il GIP del Tribunale di Roma aveva sollevato conflitto di attribuzioni contro le delibere di Camera e Senato che avevano dichiarato insindacabili le opinioni di alcuni parlamentari (tra cui Follini, Fini, Pisanu, Maiolo e Pera) su dichiarazioni ritenute diffamatorie nei confronti del procuratore Caselli e di altri magistrati di Palermo. La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

    Di cosa si tratta

    Nel 1999 i magistrati della Procura di Palermo (tra i quali il Procuratore Caselli) avevano querelato per diffamazione alcuni parlamentari che, nel contesto della richiesta di autorizzazione a procedere contro il deputato Dell’Utri, avevano reso dichiarazioni ritenute offensive. Camera e Senato avevano successivamente deliberato che quelle dichiarazioni fossero coperte dall’insindacabilità parlamentare ex art. 68, primo comma, Cost. Il GIP del Tribunale di Roma aveva sollevato conflitto di attribuzioni contro queste delibere.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il GIP del Tribunale di Roma ha proposto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sostenendo che le delibere di Camera e Senato – che avevano dichiarato insindacabili le opinioni dei parlamentari – menomassero ingiustificatamente le attribuzioni dell’autorità giudiziaria, riconoscendo l’insindacabilità in assenza del necessario nesso funzionale con l’attività parlamentare.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara inammissibile il ricorso per conflitto di attribuzioni. Il ricorso non soddisfaceva i requisiti formali e procedurali necessari per la sua ammissibilità.

    Il principio

    Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato presuppone il rispetto rigoroso dei requisiti formali stabiliti dalla legge e dalle norme integrative della Corte. L’inosservanza di tali requisiti comporta l’inammissibilità del ricorso, indipendentemente dal merito delle questioni sollevate.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 68, primo comma, della Costituzione?

    I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Questa garanzia è chiamata insindacabilità parlamentare e copre non solo gli atti tipici del mandato ma anche le dichiarazioni extra moenia purché vi sia un nesso funzionale con l’attività parlamentare.

    Cos’è il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato?

    È il rimedio costituzionale con cui un potere dello Stato (nel caso: l’autorità giudiziaria) contesta che un atto di un altro potere (nel caso: le delibere parlamentari sull’insindacabilità) abbia menomato le proprie attribuzioni costituzionali.

    Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?

    La Corte ha ritenuto che il ricorso non rispettasse i requisiti procedurali per la sua ammissibilità, senza entrare nel merito della questione se le dichiarazioni dei parlamentari fossero o meno coperte dall’insindacabilità.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 37/2005 – Riduzione organico collaboratori scolastici

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Regione Emilia-Romagna impugnava l’art. 35 della legge finanziaria 2003 (l. 289/2002) che imponeva una riduzione del 6% del personale collaboratore scolastico nel triennio 2003-2005. Alcune questioni sono inammissibili, le restanti non fondate.

    Di cosa si tratta

    L’art. 35 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, rubricato “Misure di razionalizzazione in materia di organizzazione scolastica”, prevedeva, tra l’altro, che il Ministro dell’istruzione fissasse criteri per ridurre del 6% la dotazione organica dei collaboratori scolastici nel triennio 2003-2005, indipendentemente dal numero degli studenti. La Regione sosteneva che tale riduzione violasse le competenze regionali in materia di istruzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Emilia-Romagna ha impugnato l’intero art. 35 della l. 289/2002 in riferimento all’art. 117, terzo comma, Cost., e i commi 1 e 2 anche in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost.

    La decisione della Corte

    La Corte: 1) dichiara inammissibili le questioni relative ai commi da 3 a 9 per difetto di motivazione sulla rilevanza; 2) dichiara inammissibili le questioni sui commi 1 e 2 in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost. per le stesse ragioni; 3) dichiara non fondate le questioni sui commi 1 e 2 in riferimento all’art. 117, terzo comma, Cost., ritenendo che la fissazione dei criteri per la dotazione organica del personale scolastico rientri tra i principi fondamentali statali in materia di istruzione.

    Il principio

    La determinazione dei criteri per la dotazione organica del personale delle scuole statali è un principio fondamentale della materia “istruzione” di competenza statale, anche quando si traduce in una riduzione dell’organico. Le Regioni non possono contestare tale competenza statale nel sistema di istruzione pubblica nazionale.

    Domande e risposte

    I collaboratori scolastici dipendono dallo Stato o dalle Regioni?

    Il personale ATA (Ausiliario, Tecnico e Amministrativo) delle scuole statali, inclusi i collaboratori scolastici, dipende dallo Stato attraverso il Ministero dell’istruzione. Per questo la Corte ha ritenuto che la fissazione dei criteri per il loro organico rientri nelle competenze statali.

    Perché la Regione aveva impugnato questa norma?

    Perché la riduzione dell’organico dei collaboratori scolastici incide sul funzionamento degli edifici scolastici e quindi, indirettamente, sull’erogazione del servizio scolastico in ambito regionale. La Regione riteneva di avere voce in capitolo nella materia dell’istruzione dopo la riforma costituzionale del 2001.

    Cos’è un principio fondamentale in materia di istruzione?

    In una materia di competenza concorrente, lo Stato può fissare solo i “principi fondamentali” (art. 117, terzo comma, Cost.). La Corte ha ritenuto che la determinazione dei criteri generali per la dotazione organica del personale scolastico rientri in tale categoria, data la dimensione nazionale del sistema scolastico statale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 36/2005 – Finanziamento SSN e decadenza direttori ASL

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Regione Emilia-Romagna impugnava le norme della finanziaria 2003 e 2004 che condizionavano l’adeguamento del finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale all’introduzione della decadenza automatica dei direttori generali ASL in caso di disavanzo. Alcune questioni sono dichiarate inammissibili, altre non fondate.

    Di cosa si tratta

    Le leggi finanziarie 2003 e 2004 subordinavano l’accesso delle Regioni all’adeguamento del finanziamento del SSN all’adozione di provvedimenti regionali che prevedessero: la decadenza automatica dei direttori generali delle aziende sanitarie in caso di mancato raggiungimento dell’equilibrio economico, e lo svolgimento delle prestazioni diagnostiche solo da parte di medici specialisti. La Regione riteneva queste condizioni incostituzionali.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Emilia-Romagna ha impugnato l’art. 52, comma 4, lett. c) e d), comma 19 e comma 21, della l. 289/2002 e l’art. 3, comma 32, della l. 350/2003, in riferimento agli artt. 4, 41, 51, 97, 117 e 119, comma quarto, della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara inammissibili alcune questioni (comma 21, art. 117 e 119; lett. d) per artt. 4, 51 e 97); dichiara non fondate le questioni relative all’art. 52, comma 4, lett. c), e all’art. 3, comma 32 della l. 350/2003 in riferimento agli artt. 117 e 119 Cost. Le questioni sull’art. 52, comma 19, vengono riservate a separate pronunce.

    Il principio

    Il legislatore statale può legittimamente condizionare il finanziamento aggiuntivo del SSN all’adozione di misure di responsabilizzazione gestionale delle aziende sanitarie regionali, purché tali condizioni siano coerenti con le finalità di coordinamento della finanza pubblica e non ledano irragionevolmente l’autonomia organizzativa regionale.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per decadenza automatica del direttore generale ASL?

    La norma prevedeva che, in caso di mancato pareggio di bilancio dell’azienda sanitaria o ospedaliera, il direttore generale decadesse automaticamente dall’incarico. La Regione riteneva questa previsione lesiva dell’autonomia organizzativa regionale nella sanità.

    Perché alcune questioni sono state dichiarate inammissibili?

    Le questioni sono inammissibili quando il giudice rimettente non ha adeguatamente motivato la rilevanza o la non manifesta infondatezza, oppure quando il parametro evocato non è pertinente alla fattispecie concreta. Nel caso specifico, alcune censure erano contraddittorie o non sufficientemente argomentate.

    Il condizionamento del finanziamento SSN viola l’autonomia regionale?

    La Corte ha ritenuto di no, per le questioni decise nel merito: il coordinamento della finanza pubblica consente allo Stato di porre condizioni all’erogazione di risorse aggiuntive, purché esse siano ragionevoli e funzionali al riequilibrio dei conti pubblici.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 35/2005 – Codificazione uniforme dei conti pubblici regionali

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    Le Regioni Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna impugnavano l’art. 28 della legge finanziaria 2003 (l. 289/2002), che attribuiva al Ministero dell’economia il potere di imporre criteri uniformi di codificazione contabile a tutte le pubbliche amministrazioni. La Corte dichiara la questione non fondata.

    Di cosa si tratta

    L’art. 28 della legge 27 novembre 2002, n. 289, obbligava tutte le amministrazioni pubbliche a codificare con criteri uniformi incassi, pagamenti e dati di competenza economica, al fine di garantire la rispondenza dei conti pubblici alle regole europee sul patto di stabilità (art. 104 del Trattato CE). Il Ministero dell’economia poteva fissare modalità e tempi di attuazione con proprio decreto. Le Regioni ritenevano compromessa la loro autonomia finanziaria e organizzativa.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Regioni Valle d’Aosta ed Emilia-Romagna hanno impugnato l’art. 28 della l. 289/2002 in riferimento agli artt. 3, 5, 114, 117, 118, 119 Cost. e all’art. 10 della l. cost. 3/2001 (riforma Titolo V). La Regione Emilia-Romagna contestava anche i commi 5 e 6 per violazione del principio di leale collaborazione.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara non fondata la questione. L’obbligo di codificazione uniforme è strumentale al rispetto degli obblighi europei di finanza pubblica: si tratta di un coordinamento finanziario rientrante nella competenza concorrente tra Stato e Regioni, esercitato con modalità non irragionevoli né lesive dell’autonomia regionale.

    Il principio

    Lo Stato può imporre alle pubbliche amministrazioni regionali criteri uniformi di codificazione contabile, qualora ciò sia necessario per garantire il rispetto degli obblighi europei sul patto di stabilità. Tale misura rientra nel coordinamento della finanza pubblica di cui all’art. 117, terzo comma, Cost. e non lede l’autonomia finanziaria regionale.

    Domande e risposte

    Che cos’è il patto di stabilità europeo e come impatta sulle Regioni?

    Il patto di stabilità (art. 104 del Trattato CE) fissa vincoli di deficit e debito per gli Stati membri. Per rispettarli, anche le amministrazioni regionali devono fornire dati contabili comparabili: da qui l’esigenza di codificazione uniforme imposta dallo Stato.

    L’autonomia finanziaria regionale non ostava a questo obbligo?

    La Corte ha ritenuto che la codificazione uniforme non comprima l’autonomia finanziaria delle Regioni, essendo limitata alle modalità di rilevazione contabile e non alla gestione delle risorse finanziarie regionali in sé.

    Cosa si intende per coordinamento della finanza pubblica?

    È una materia di competenza concorrente tra Stato e Regioni (art. 117, terzo comma, Cost.) attraverso la quale lo Stato può fissare principi generali per garantire l’equilibrio complessivo dei conti pubblici, nel rispetto degli obblighi europei.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 34/2005 – Istruzione e formazione professionale regionale

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri impugnava diverse disposizioni della legge Emilia-Romagna n. 12/2003 sull’istruzione e la formazione professionale per violazione delle competenze statali. La Corte costituzionale dichiara non fondate tutte le questioni.

    Di cosa si tratta

    La legge regionale dell’Emilia-Romagna 30 giugno 2003, n. 12, disciplinava il sistema regionale dell’istruzione e della formazione professionale, prevedendo tra l’altro centri di servizio e consulenza per le scuole autonome, l’integrazione tra istruzione formale e non formale, e norme sulla continuità didattica. Il Governo aveva impugnato più articoli sostenendo che la Regione avesse superato le proprie competenze.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio ha impugnato gli artt. 7, comma 5; 9, comma 3; 17; 26, comma 2; 41 e 44, comma 1, lett. c), della l.r. Emilia-Romagna n. 12/2003, in riferimento agli artt. 3, 97, 117, secondo comma, lett. n), e terzo comma, Cost., in relazione ai principi fondamentali statali in materia di istruzione.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara non fondate tutte le questioni. Le disposizioni regionali impugnate non eccedono la competenza concorrente in materia di istruzione e formazione professionale: la Regione può legiferare nelle materie di propria competenza concorrente, purché rispetti i principi fondamentali statali, che nel caso in esame non risultano violati.

    Il principio

    Nella materia concorrente dell’istruzione e della formazione professionale, la legge regionale può disciplinare i processi educativi non formali, l’integrazione tra politiche scolastiche e sociali e la consulenza alle istituzioni scolastiche autonome, senza per questo violare le competenze statali sui principi fondamentali dell’istruzione.

    Domande e risposte

    Cosa distingue la competenza statale da quella regionale in materia di istruzione?

    Allo Stato spetta dettare i principi fondamentali (ad es. struttura del sistema scolastico, requisiti dei titoli di studio), mentre alle Regioni spetta la regolamentazione di dettaglio e l’adattamento alle esigenze locali, specialmente nella formazione professionale.

    La formazione professionale è materia diversa dall’istruzione?

    Sì: la formazione professionale è di competenza residuale regionale (art. 117, quarto comma, Cost.), mentre l’istruzione è di competenza concorrente. La legge regionale n. 12/2003 riguardava entrambi gli ambiti, ma senza travalicare i rispettivi confini.

    Cosa sono i centri di servizio e consulenza previsti dalla legge regionale?

    Strutture regionali di supporto alle scuole autonome, che offrono servizi di consulenza didattica e organizzativa. La Corte ha ritenuto che rientrassero nelle competenze regionali di supporto al sistema educativo.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 33/2005 – Parità scolastica e autonomia regionale

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Regione Lombardia impugnava l’art. 1, commi 4, 9 e 10, della legge sulla parità scolastica (l. 62/2000) per violazione dell’autonomia regionale in materia di istruzione. La Corte costituzionale dichiara non fondate tutte le questioni.

    Di cosa si tratta

    La legge 10 marzo 2000, n. 62, ha introdotto il sistema della parità scolastica, riconoscendo alle scuole non statali paritarie pari dignità rispetto alle scuole statali. L’art. 1, commi 9 e 10, prevedeva finanziamenti statali alle Regioni per garantire il diritto allo studio, mentre il comma 4 fissava i requisiti per il riconoscimento della parità. La Lombardia contestava la compressione della propria competenza in materia di istruzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Lombardia ha impugnato l’art. 1, commi 4, 9 e 10, della l. 62/2000 in riferimento agli artt. 117, 118 e 119 Cost., in relazione agli artt. 17, 42 e 45 del d.P.R. 616/1977 e agli artt. 2 e 8 del d.lgs. 281/1997.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara non fondate tutte le questioni. La disciplina della parità scolastica rientra nella competenza concorrente in materia di istruzione: lo Stato può dettare principi fondamentali, tra i quali rientrano le condizioni per il riconoscimento della parità e i finanziamenti volti a garantire il diritto allo studio su tutto il territorio nazionale.

    Il principio

    In materia di istruzione, di competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni, lo Stato ha titolo a fissare i principi fondamentali – inclusi i criteri per la parità scolastica e i meccanismi di finanziamento del diritto allo studio – senza che ciò comprima illegittimamente l’autonomia regionale.

    Domande e risposte

    Cosa significa parità scolastica?

    Le scuole paritarie sono istituti privati (o degli enti locali) che, soddisfatti determinati requisiti fissati dallo Stato, vengono equiparate alle scuole statali: i titoli di studio da esse rilasciati hanno valore legale e le famiglie possono sceglierle nell’ambito del sistema pubblico d’istruzione.

    Perché la Lombardia contestava la norma?

    La Regione sosteneva che, dopo la riforma del Titolo V del 2001, le competenze regionali in materia di istruzione fossero ampliate, e che la fissazione statale dei requisiti per la parità e dei finanziamenti comprimesse illegittimamente questa autonomia.

    La Corte ha cambiato orientamento rispetto al pre-riforma?

    No: la Corte ha confermato che anche nel sistema post-riforma del 2001 l’istruzione è materia di competenza concorrente e che i principi fondamentali restano di competenza statale, inclusa la disciplina della parità scolastica.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 32/2005 – Segreto d’ufficio CONSOB e accesso agli atti

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La norma che assoggetta al segreto d’ufficio tutta la documentazione in possesso della CONSOB acquisita nell’attività di vigilanza (art. 4, comma 10, d.lgs. 58/1998 – TUF) non contrasta con gli artt. 3, 24, 76 e 97 della Costituzione. La questione, sollevata dal Consiglio di Stato, è dichiarata non fondata.

    Di cosa si tratta

    Una società di revisione contabile coinvolta in un procedimento sanzionatorio CONSOB – poi archiviato – aveva chiesto di accedere al fascicolo che la riguardava, ai fini di una controversia civile con il proprio cliente. La CONSOB aveva negato l’accesso invocando il segreto d’ufficio sancito dall’art. 4, comma 10, del TUF. Il Consiglio di Stato aveva dubitato della costituzionalità di tale norma.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Consiglio di Stato ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, comma 10, del d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (TUF), in riferimento agli artt. 3, 24, 76 e 97 Cost., nella parte in cui assoggetta al segreto d’ufficio l’intera documentazione della CONSOB acquisita nell’attività di vigilanza, senza eccezioni.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara non fondata la questione. Il segreto d’ufficio della CONSOB è giustificato dall’esigenza di garantire l’efficacia dell’attività di vigilanza sui mercati finanziari; la delimitazione normativa è ritenuta compatibile con i parametri costituzionali evocati.

    Il principio

    Il legislatore può legittimamente estendere il segreto d’ufficio all’intera documentazione acquisita da un’autorità di vigilanza finanziaria nell’esercizio delle sue funzioni, senza che ciò violi il diritto di difesa o il principio di uguaglianza, purché tale scelta sia sorretta da adeguate ragioni di interesse pubblico.

    Domande e risposte

    Perché la CONSOB può opporre il segreto d’ufficio anche su procedimenti archiviati?

    Il TUF non distingue tra procedimenti attivi e archiviati: l’intera documentazione è coperta da segreto. La Corte ha ritenuto questa scelta rientrante nella discrezionalità del legislatore, considerata la necessità di tutelare l’integrità del sistema di vigilanza.

    Cosa prevede l’art. 24 Cost. sul diritto di difesa?

    L’art. 24 Cost. garantisce il diritto di agire e difendersi in giudizio. La Corte ha ritenuto che il segreto CONSOB non lo comprima in modo irragionevole, poiché esistono altri strumenti per raccogliere prove in sede civile.

    Questo segreto vale anche verso i soggetti vigilati?

    Sì: la norma non prevede eccezioni nemmeno per i soggetti direttamente coinvolti nel procedimento sanzionatorio. È questa integralità della copertura che il Consiglio di Stato aveva contestato, senza però trovare accoglimento presso la Corte costituzionale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 31/2005 – Fondo innovazione tecnologica e intesa Regioni

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte dichiara parzialmente incostituzionale l’art. 26, comma 3, della legge finanziaria 2003 (l. 289/2002): la norma prevedeva che i decreti ministeriali riguardanti i progetti di innovazione tecnologica nelle Regioni fossero adottati sentita la Conferenza unificata, mentre avrebbero dovuto richiedere la previa intesa. Le altre questioni sollevate dalla Regione Emilia-Romagna risultano non fondate.

    Di cosa si tratta

    La legge finanziaria 2003 (l. 289/2002) aveva istituito un Fondo per l’innovazione tecnologica nelle pubbliche amministrazioni, affidando al Ministro per l’innovazione il potere di adottare decreti – anche riguardanti l’organizzazione e la dotazione tecnologica delle Regioni – limitandosi a consultare la Conferenza unificata. La Regione Emilia-Romagna impugnò queste disposizioni sostenendo che la mera consultazione violasse l’autonomia regionale garantita dalla riforma del Titolo V della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Emilia-Romagna ha impugnato gli artt. 26, commi 1, 2 e 3, e 56 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e l’art. 27, comma 8, della legge 3/2003, in riferimento agli artt. 117, 118 e 119 della Costituzione e al principio di leale collaborazione.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 26, comma 3, nella parte in cui prevede l’adozione dei provvedimenti sentita la Conferenza unificata, anzichè previa intesa con essa. Le questioni relative ai commi 1 e 2 dell’art. 26, all’art. 56 della l. 289/2002 e all’art. 27, comma 8, della l. 3/2003 sono dichiarate non fondate.

    Il principio

    Nelle materie di competenza regionale, i provvedimenti statali che incidono sull’organizzazione delle Regioni non possono limitarsi ad acquisire il parere della Conferenza unificata: è necessaria la previa intesa, che garantisce una forma di codecisione tra Stato e Regioni conforme al principio di leale collaborazione.

    Domande e risposte

    Cos’è la differenza tra intesa e semplice consultazione della Conferenza unificata?

    La consultazione (parere) è unilaterale: lo Stato sente le Regioni ma decide autonomamente. L’intesa implica invece un accordo, senza il quale il provvedimento statale non può essere adottato validamente. La Corte ha più volte affermato che, nelle materie regionali, è richiesta l’intesa.

    Qual era il problema del Fondo per l’innovazione tecnologica?

    I decreti del Ministro per l’innovazione potevano stabilire come ripartire risorse e progetti anche tra le amministrazioni regionali, incidendo sulle competenze delle Regioni. Condizionare questo potere al solo parere della Conferenza unificata violava il riparto di competenze post-riforma del 2001.

    Qual è il valore pratico di questa sentenza?

    Ogni norma statale che incida sull’organizzazione tecnologica o finanziaria delle Regioni deve prevedere la previa intesa con la Conferenza unificata. In assenza, la norma è incostituzionale per violazione degli artt. 117, 118 e 119 Cost.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 30/2005 – Riscossione crediti modesto ammontare regolamento ministeriale illegittimo

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte dichiara incostituzionale l’art. 25 della legge finanziaria 2003 (legge n. 289/2002) nella parte in cui prevedeva che il Ministro dell’economia adottasse regolamenti applicabili alle Regioni in materia di riscossione dei crediti di modesto ammontare. In una materia di potestà concorrente lo Stato può dettare solo principi fondamentali, non norme di dettaglio né regolamenti vincolanti per le Regioni.

    Di cosa si tratta

    La legge finanziaria 2003 aveva previsto che il Ministro dell’economia disciplinasse, con uno o più decreti, il pagamento e la riscossione delle somme di modesto ammontare di qualsiasi natura, applicando le disposizioni anche alle Regioni. Le Regioni Emilia-Romagna e Veneto avevano impugnato questa norma sostenendo che invadesse la loro sfera di competenza in materia di coordinamento della finanza pubblica.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Regioni Emilia-Romagna e Veneto hanno impugnato l’art. 25 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, in riferimento all’art. 117, terzo comma e sesto comma, della Costituzione. La materia «armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario» è di potestà concorrente, in cui lo Stato può fissare solo principi fondamentali.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 25 nella parte in cui prevedeva che i decreti ministeriali adottassero disposizioni applicabili alle Regioni. In una materia di potestà concorrente, lo Stato non può dettare norme di dettaglio né prevedere regolamenti ministeriali vincolanti per le Regioni. Ha dichiarato non fondate le ulteriori questioni.

    Il principio

    Nelle materie di potestà legislativa concorrente, lo Stato può determinare solo i principi fondamentali, lasciando alle Regioni la disciplina di dettaglio e la potestà regolamentare. Un regolamento ministeriale che si autoattribuisce applicazione alle Regioni viola sia la potestà legislativa regionale (art. 117, terzo comma, Cost.) sia quella regolamentare (art. 117, sesto comma, Cost.).

    Domande e risposte

    Cosa si intende per «crediti di modesto ammontare»?

    La norma impugnata non definiva con precisione questo concetto, ma si riferiva a tutte le somme di qualsiasi natura (tributaria e non) di importo così basso da rendere antieconomica la riscossione coattiva. Il legislatore intendeva razionalizzare le procedure per evitare spese di riscossione superiori all’importo da recuperare.

    Perché la materia era di potestà concorrente?

    Perché la riscossione dei crediti delle Regioni rientra nella materia «armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica», che l’art. 117, terzo comma, della Costituzione attribuisce alla potestà legislativa concorrente. In questa materia lo Stato fissa i principi fondamentali, mentre le Regioni adottano la disciplina di dettaglio.

    Le Regioni potevano quindi disciplinare autonomamente la materia?

    Sì, nell’ambito dei principi fondamentali statali. La declaratoria di incostituzionalità significava che le Regioni avevano la potestà regolamentare sulla disciplina di dettaglio della riscossione dei propri crediti di modesto ammontare, senza essere vincolate da un decreto ministeriale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 29/2005 – Verbale riassuntivo testimonianza processo penale inammissibile

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sollevata dal Tribunale di Trani sull’art. 140 c.p.p., che consente la redazione del verbale in forma riassuntiva anche per le testimonianze. Il rimettente lamentava che la carenza di fondi avesse reso sistematico l’uso della forma riassuntiva, ma la questione era frutto di un’applicazione distorta della norma.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Trani, sezione distaccata di Ruvo di Puglia, aveva sollevato con sette ordinanze identiche la questione di legittimità dell’art. 140 c.p.p. nella parte in cui consentiva al giudice di redigere il verbale d’udienza in forma riassuntiva anziché integrale, anche durante l’assunzione di testimonianze. Il problema pratico era che il servizio di stenotipia era stato sospeso per carenza di fondi, rendendo sistematica la verbalizzazione riassuntiva.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Trani ha sollevato questione in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111 della Costituzione sull’art. 140 del codice di procedura penale, nella parte in cui consente la redazione del verbale in forma riassuntiva anche con riferimento all’assunzione di testimonianze, senza limitare questa facoltà ai casi di imprevedibilità tecnica.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni. Il giudice rimettente descriveva una situazione di fatto anomala (la sospensione programmata della stenotipia per ragioni di bilancio) che era frutto di un’applicazione distorta dell’art. 140 c.p.p.: questa norma consente la forma riassuntiva solo in situazioni contingenti e imprevedibili (guasti, malori), non in carenze programmatiche di fondi.

    Il principio

    L’incostituzionalità di una norma non può essere dedotta da un’applicazione pratica distorta e illegittima della norma stessa. Se il problema è che la norma viene applicata al di là del suo ambito, il rimedio è la corretta applicazione, non la dichiarazione di incostituzionalità.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 140 del codice di procedura penale?

    L’art. 140 c.p.p. prevede che il verbale sia redatto in forma integrale (stenotipia o fonoregistrazione con trascrizione) ovvero in forma riassuntiva quando gli strumenti di riproduzione integrale non sono disponibili per contingente indisponibilità. Il giudice sceglie la modalità tenendo conto delle esigenze del processo.

    Perché la verbalizzazione integrale è importante?

    Perché le testimonianze sono spesso decisive nel processo penale. Un verbale riassuntivo può non catturare sfumature, contraddizioni o dettagli rilevanti che emergono dall’esame diretto. Le parti e i giudici di impugnazione hanno bisogno di conoscere esattamente ciò che è stato detto in udienza.

    Come avrebbe dovuto essere risolto il problema pratico?

    Il Presidente del Tribunale di Trani non avrebbe dovuto sospendere la stenotipia per ragioni di bilancio al di fuori dei casi contingenti previsti dalla legge. Il rimedio era amministrativo e gestionale, non costituzionale. La Corte ha implicitamente ricordato che la norma applicata correttamente non presentava profili di incostituzionalità.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 28/2005 – Insindacabilità parlamentare Sgarbi dichiarazioni TV annullata

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte dichiara che non spettava alla Camera dei deputati deliberare l’insindacabilità per le dichiarazioni rese dall’on. Vittorio Sgarbi nel programma televisivo «Sgarbi quotidiani» nel 1996, e annulla la relativa deliberazione. Le opinioni espresse in un programma TV non rientrano nell’esercizio delle funzioni parlamentari.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Brescia stava processando il deputato Vittorio Sgarbi per diffamazione aggravata nei confronti del magistrato Gherardo Colombo. Le dichiarazioni incriminate erano state rese da Sgarbi nel suo programma televisivo «Sgarbi quotidiani» nel dicembre 1996, quando Sgarbi era già parlamentare. La Camera aveva deliberato che si trattasse di opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni parlamentari, bloccando il processo penale. Il Tribunale di Brescia aveva sollevato conflitto di attribuzioni.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Brescia ha sollevato conflitto di attribuzione avverso la delibera della Camera dei deputati del 7 febbraio 2001, con cui l’Assemblea aveva dichiarato che le dichiarazioni dell’on. Sgarbi nel programma televisivo costituivano opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni parlamentari ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato che non spettava alla Camera deliberare l’insindacabilità per quei fatti, e ha annullato la deliberazione del 7 febbraio 2001. Le dichiarazioni rese da un parlamentare in un programma televisivo di intrattenimento, senza alcun collegamento con l’esercizio di funzioni parlamentari, non rientrano nella garanzia dell’art. 68, primo comma, della Costituzione.

    Il principio

    L’insindacabilità parlamentare ex art. 68, primo comma, Cost. copre solo le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni parlamentari: non basta che chi parla sia un parlamentare, occorre che le dichiarazioni si inseriscano nell’esercizio tipico delle funzioni di deputato o senatore. Dichiarazioni rese in uno show televisivo non soddisfano questo requisito.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 68, primo comma, della Costituzione?

    Prevede che i membri del Parlamento non possano essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. È una garanzia funzionale che tutela la libertà del mandato parlamentare, non una protezione personale generica del parlamentare come individuo.

    Perché la Camera aveva deliberato l’insindacabilità?

    La Camera riteneva che le dichiarazioni di Sgarbi, riguardanti vicende giudiziarie e politiche (l’inchiesta di Mani Pulite), rientrassero nel dibattito politico parlamentare. La Corte ha ritenuto invece che il contesto televisivo di intrattenimento e la forma delle dichiarazioni escludessero il nesso funzionale con l’attività parlamentare.

    Cosa succede dopo l’annullamento della delibera?

    Il Tribunale di Brescia riprende la competenza a giudicare il caso penale per diffamazione nei confronti dell’on. Sgarbi. L’annullamento della delibera di insindacabilità non è una condanna: significa solo che il processo può svolgersi e il giudice ordinario può valutare i fatti.

    Norme collegate