Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 90/2005 – Rito direttissimo e nulla osta all’espulsione dello straniero

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni sul combinato disposto dell’art. 558 c.p.p. e dell’art. 13 d.lgs. 286/1998, che imponeva al giudice della convalida di concedere il nulla osta all’espulsione e pronunciare sentenza di non luogo a procedere. Il rimettente non aveva adeguatamente motivato la questione.

    Di cosa si tratta

    Lo straniero arrestato per il reato di ingresso clandestino (art. 13, comma 13, d.lgs. 286/1998) doveva essere giudicato con il rito direttissimo. In tale sede il giudice era tenuto a concedere il nulla osta all’espulsione e a pronunciare sentenza di non luogo a procedere, a prescindere da qualsiasi valutazione di merito. Il Tribunale di Firenze aveva sollevato dubbi di costituzionalità su questo meccanismo automatico.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale del combinato disposto dell’art. 558 c.p.p. e dell’art. 13, comma 13, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, come modificato dalla l. 30 luglio 2002, n. 189, in riferimento agli artt. 2, 3, 10, 13, 24, 101 e 111 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni. Il rimettente non aveva dimostrato in modo convincente che la norma censurata fosse applicabile al caso concreto né aveva illustrato adeguatamente la rilevanza della questione.

    Il principio

    La manifesta inammissibilità colpisce la questione di legittimità costituzionale quando il giudice rimettente non ha dimostrato, con sufficiente rigore, sia che la norma impugnata sia effettivamente applicabile nel giudizio a quo, sia che la sua eventuale incostituzionalità inciderebbe sull’esito del caso.

    Domande e risposte

    Cosa prevede il rito direttissimo per gli stranieri?

    Quando lo straniero è arrestato per i reati previsti dal Testo unico sull’immigrazione, la legge prevede che si proceda con il rito direttissimo: il giudice della convalida può essere investito anche della decisione sul merito in modo più rapido rispetto al rito ordinario.

    Il giudice può rifiutare il nulla osta all’espulsione?

    Nella versione normativa esaminata, il meccanismo era automatico: il giudice doveva concedere il nulla osta e pronunciare sentenza di non luogo a procedere. Il rimettente contestava proprio questa automaticità, che sottraeva al giudice ogni margine di valutazione discrezionale.

    L’espulsione è una pena o una misura amministrativa?

    L’espulsione è primariamente una misura amministrativa di polizia, anche se può essere disposta come sanzione accessoria a una condanna penale. Il nulla osta giudiziale serve a coordinare il procedimento penale in corso con l’esecuzione dell’espulsione amministrativa.

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  • Corte cost. n. 89/2005 – Divieto di cumulo dell’indennità integrativa speciale su più pensioni

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 99, comma 2, del d.P.R. n. 1092/1973, che vieta di percepire l’indennità integrativa speciale (IIS) su due trattamenti pensionistici. La questione era già stata decisa in precedenti pronunce e il rimettente non ha indicato elementi nuovi.

    Di cosa si tratta

    L’indennità integrativa speciale (IIS) è una voce del trattamento pensionistico dei dipendenti pubblici. La norma censurata vietava di percepirla due volte quando il pensionato titolare di pensione diretta acquisiva anche una pensione di reversibilità (del coniuge deceduto). La Corte aveva già affrontato il tema nelle sentenze n. 494/1993 e n. 516/2000.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte dei conti (sez. giurisdizionale d’appello per la Regione siciliana e sezioni di Puglia e Sardegna) ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 99, secondo comma, del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, in riferimento agli artt. 3 e 38 della Costituzione, sul divieto di doppia percezione dell’IIS.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità, riunendo i giudizi. La questione era già stata decisa nelle precedenti pronunce n. 494/1993 e n. 516/2000, che avevano chiarito il quadro: il divieto di cumulo non è in sé incostituzionale, ma deve essere accompagnato da un limite minimo sotto il quale il divieto non opera.

    Il principio

    Una questione di legittimità costituzionale su una norma già oggetto di pronunce di questa Corte può essere dichiarata manifestamente inammissibile quando il rimettente non prospetta argomenti nuovi rispetto a quelli già esaminati nelle pronunce precedenti.

    Domande e risposte

    Cos’è l’indennità integrativa speciale?

    Era una voce del trattamento pensionistico dei dipendenti pubblici, originariamente istituita per compensare l’erosione del potere d’acquisto. È stata poi progressivamente incorporata nella pensione base con il meccanismo della perequazione automatica.

    Perché il cumulo su due pensioni era problematico?

    L’IIS era calcolata in base al livello minimo del trattamento pensionistico. Percepirla due volte — su pensione diretta e di reversibilità — poteva risultare iniquo rispetto a chi percepiva un’unica pensione più elevata. Il legislatore aveva vietato il cumulo, ma senza prevedere un limite minimo complessivo.

    Cosa aveva stabilito la sent. n. 516/2000?

    La Corte aveva chiarito che l’incostituzionalità non deriva dal divieto di cumulo in sé, ma dalla mancanza di un limite di trattamento complessivo al di sotto del quale il divieto non deve operare, e aveva invitato il legislatore a colmare questa lacuna.

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  • Corte cost. n. 60/2005 – Codice della strada ricorso prefettizio jus superveniens

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    La Corte costituzionale ha ordinato la restituzione degli atti ai numerosi Giudici di pace remittenti che avevano sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 204-bis del Codice della strada (introdotto dal d.l. n. 151/2003), perché nelle more del giudizio la normativa di riferimento era stata modificata.

    Di cosa si tratta

    Numerosi Giudici di pace (da Castellammare di Stabia, Firenze, Caserta, Vasto e molti altri) avevano sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 204-bis, commi 3, 5 e 6, del Codice della strada (d.lgs. n. 285/1992), introdotto dal d.l. n. 151/2003 convertito dalla legge n. 214/2003, in materia di ricorso al prefetto avverso le sanzioni del Codice della strada.

    La questione di legittimità costituzionale

    I Giudici di pace lamentavano profili di incostituzionalità dell’art. 204-bis commi 3, 5 e 6 del Codice della strada, che disciplinava il procedimento di opposizione avanti al prefetto e le conseguenze sull’impugnazione giudiziaria delle ordinanze-ingiunzioni. Le norme impugnate erano state introdotte dal d.l. n. 151/2003 convertito in legge n. 214/2003.

    La decisione della Corte

    La Corte ha ordinato la restituzione degli atti ai giudici rimettenti affinché valutassero se le sopravvenute modifiche legislative avessero inciso sul quadro normativo di riferimento, rendendo necessaria una nuova valutazione della rilevanza e della non manifesta infondatezza delle questioni originariamente sollevate.

    Il principio

    Quando nel corso del giudizio incidentale di legittimità costituzionale interviene una modifica legislativa che può aver mutato il contesto normativo, la Corte restituisce gli atti al giudice rimettente affinché rivaluti la rilevanza e la fondatezza della questione alla luce del nuovo quadro normativo (istituto del jus superveniens).

    Domande e risposte

    Cosa disciplina l’art. 204-bis del Codice della strada?

    L’art. 204-bis (introdotto nel 2003) disciplinava il ricorso al prefetto come rimedio alternativo all’opposizione giudiziaria avverso le sanzioni del Codice della strada; le disposizioni sui commi 3, 5 e 6 riguardavano le conseguenze processuali di tale ricorso.

    Cosa significa «restituzione degli atti» in un giudizio di legittimità costituzionale?

    La restituzione degli atti è un provvedimento con cui la Corte rinvia il fascicolo al giudice remittente senza decidere nel merito, invitandolo a rivalutare se la questione sia ancora rilevante e non manifestamente infondata alla luce delle sopravvenienze normative.

    Quanti giudici di pace erano coinvolti in questa ordinanza?

    Erano coinvolti i Giudici di pace di Castellammare di Stabia, Firenze, Caserta, Vasto, Montorio al Vomano, Torre Annunziata, Cairo Montenotte, Mileto, Marsiconuovo, Novi Ligure, Sondrio, Bonorva, Penne, Bassano del Grappa, Revere, Reggio Calabria, Milano, Lugo, Cesena, Varese, Torino, Terracina, Genzano di Roma, Viadana, Catania, Ivrea e Roma.

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  • Corte cost. n. 88/2005 – Conflitto di attribuzione parlamentare e termine di notifica del ricorso

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    La Corte dichiara improcedibile il conflitto di attribuzione sollevato dal Tribunale di Lanciano contro la delibera della Camera che aveva dichiarato insindacabili le dichiarazioni del deputato Di Fonzo nei confronti di Nicola Fosco. Il ricorso non era stato notificato nei termini perentori fissati dall’ordinanza di ammissibilità.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Lanciano era investito di un giudizio civile per risarcimento danni intentato da Nicola Fosco contro il deputato Giovanni Di Fonzo per dichiarazioni offensive rese in interviste e trasmissioni televisive. La Camera aveva deliberato l’insindacabilità di quelle dichiarazioni ex art. 68, primo comma, Cost. Il Tribunale aveva sollevato conflitto, che era stato dichiarato ammissibile, ma poi non era stato notificato entro i termini.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Lanciano ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla delibera del 16 gennaio 2001 (doc. IV-quater n. 164) che dichiarava insindacabili i fatti per cui era in corso il giudizio. Parametro: art. 68, primo comma, della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato improcedibile il conflitto di attribuzione. L’organo ricorrente non aveva provveduto alla notifica del ricorso e dell’ordinanza di ammissibilità entro il termine perentorio da quest’ultima fissato, determinando la decadenza dal giudizio.

    Il principio

    Nel conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, il termine per la notifica del ricorso e dell’ordinanza di ammissibilità è perentorio e la sua inosservanza determina l’improcedibilità: l’esigenza costituzionale che il giudizio si concluda in termini certi non può essere rimessa alla disponibilità delle parti confliggenti.

    Domande e risposte

    Che differenza c’è tra inammissibilità e improcedibilità?

    L’inammissibilità si dichiara quando mancano ab origine i presupposti del ricorso (legittimazione, interesse ecc.). L’improcedibilità interviene quando, pur essendo il ricorso inizialmente ammissibile, un vizio successivo — come il mancato rispetto di un termine perentorio — impedisce lo svolgimento del giudizio nel merito.

    Cosa succede se un conflitto di attribuzione viene dichiarato improcedibile?

    Il giudizio si chiude senza che la Corte si pronunci sulla legittimità dell’atto contestato. La delibera parlamentare di insindacabilità rimane quindi in vigore, e il giudice ordinario è vincolato a tenerne conto nel proprio giudizio.

    Le dichiarazioni di un parlamentare in TV sono sempre coperte dall’art. 68?

    No. La Corte ha ripetutamente affermato che l’insindacabilità presuppone un nesso funzionale tra le opinioni espresse e l’esercizio del mandato parlamentare. Dichiarazioni rese in contesti estranei all’attività parlamentare tipica non beneficiano in automatico della prerogativa.

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  • Corte cost. n. 59/2005 – Riparazione ingiusta detenzione termine decadenza art. 315

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    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 315 c.p.p. (riparazione per ingiusta detenzione), sollevata dalla Corte d’appello di Genova in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., concernente il termine per presentare la domanda di riparazione.

    Di cosa si tratta

    La Corte d’appello di Genova, nel corso di un procedimento di riparazione per ingiusta detenzione promosso da Olivotto Ennio (arrestato nel 1986, prosciolto nel 1990, che aveva chiesto la riparazione solo nel 2001), ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 315 c.p.p., ritenendo che il termine di decadenza per la domanda di riparazione potesse essere incostituzionale nel caso in cui l’interessato non fosse stato a conoscenza della definizione del procedimento.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Genova lamentava la violazione degli artt. 3 (uguaglianza) e 24 (diritto di difesa) della Costituzione: l’art. 315 c.p.p. fissa un termine di decadenza per la domanda di riparazione che potrebbe pregiudicare chi, come l’Olivotto, non era stato informato della definizione del giudizio.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione, ritenendo che la disciplina del termine di decadenza dell’art. 315 c.p.p. fosse già stata valutata come costituzionalmente conforme in precedenti pronunce e che la specifica situazione dell’Olivotto non evidenziasse un vizio di incostituzionalità della norma.

    Il principio

    Il termine di decadenza per la domanda di riparazione per ingiusta detenzione è giustificato dall’esigenza di certezza del diritto; la Corte ha ritenuto infondata la tesi che tale termine decorra solo dalla conoscenza effettiva della definizione del giudizio da parte dell’interessato.

    Domande e risposte

    Cos’è la riparazione per ingiusta detenzione?

    L’art. 314 c.p.p. prevede che chi ha subito una custodia cautelare ingiusta (perché poi prosciolto con formula piena) ha diritto a un indennizzo da parte dello Stato; l’art. 315 disciplina le modalità e i termini per presentare la domanda.

    Qual era il termine di decadenza previsto dall’art. 315 c.p.p.?

    L’art. 315 c.p.p. fissava un termine di due anni per presentare la domanda di riparazione, decorrente dal passaggio in giudicato della sentenza di proscioglimento.

    Nel caso Olivotto il termine era stato rispettato?

    Il prosciolto era stato liberato nel 1986 e la sentenza del giudice istruttore era del 1990; la domanda di riparazione era stata presentata nel 2001, quindi ben oltre il termine biennale. La questione di legittimità serviva a verificare se il termine decorresse dalla conoscenza effettiva del proscioglimento.

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  • Corte cost. n. 87/2005 – IRAP e agevolazioni ICI per coltivatori diretti in pensione

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 58, comma 2, del d.lgs. 446/1997, che escludeva i coltivatori diretti in pensione dalle agevolazioni ICI sui terreni agricoli. Il legislatore ha ragione di modulare le agevolazioni in base allo status effettivo del soggetto.

    Di cosa si tratta

    L’art. 9 del d.lgs. n. 504/1992 prevedeva agevolazioni ICI (poi estese all’ICI/IMU) per i terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali che svolgessero l’attività «a titolo principale». L’art. 58, comma 2, del d.lgs. 446/1997 escludeva da questo regime agevolato i pensionati già coltivatori diretti, anche se continuavano a coltivare la terra.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria provinciale di Padova ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 58, comma 2, del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, in riferimento agli artt. 3, 4, 5, 70 e 76 della Costituzione, nella parte in cui escludeva i coltivatori diretti pensionati dalle agevolazioni previste dall’art. 9 del d.lgs. n. 504/1992.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione. La scelta legislativa di modulare le agevolazioni fiscali in base allo status previdenziale del soggetto è coerente con il criterio di «titolo principale» dell’attività, e non è irragionevole escludere chi ha già maturato una pensione da lavoratore autonomo agricolo.

    Il principio

    La differenziazione legislativa tra coltivatori diretti attivi e coltivatori diretti in pensione, ai fini delle agevolazioni fiscali sui terreni agricoli, non viola il principio di uguaglianza né il diritto al lavoro: la discrezionalità del legislatore tributario è ampia e la distinzione ha una giustificazione razionale.

    Domande e risposte

    Cosa sono le agevolazioni ICI per i coltivatori diretti?

    I terreni agricoli posseduti e condotti direttamente da coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali godono di un regime agevolato di imposta comunale sugli immobili (ICI, poi sostituita dall’IMU): la base imponibile è ridotta e in alcuni casi l’imposta è azzerata per i terreni montani.

    Il pensionato che coltiva ancora la terra è ancora «coltivatore diretto»?

    La qualifica di coltivatore diretto è legata all’iscrizione alla gestione previdenziale INPS degli agricoltori e allo svolgimento dell’attività come occupazione principale. Il pensionato che continua a coltivare può avere una posizione ibrida, non sempre riconosciuta ai fini agevolativi.

    Cosa si intende per attività svolta «a titolo principale»?

    Il legislatore richiede che l’agricoltura costituisca l’attività prevalente del soggetto in termini di reddito e impegno lavorativo. Chi percepisce principalmente una pensione e coltiva solo in via accessoria non soddisfa questo requisito secondo l’interpretazione prevalente.

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  • Corte cost. n. 58/2005 – Danno non patrimoniale art. 2059 c.c. soglia di risarcibilità

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    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2059 del codice civile (danno non patrimoniale), sollevata dal Tribunale di Ancona sez. di Jesi, in quanto la questione non aveva sufficiente autonomia rispetto al già formato diritto vivente in materia.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Ancona, sezione distaccata di Jesi, nel corso di un giudizio civile per risarcimento del danno all’immagine e alla vita di relazione intentato dal sindaco di Jesi contro un ufficiale dei carabinieri, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2059 del codice civile nella parte in cui preclude il risarcimento del danno non patrimoniale quando il fatto non corrisponde a una fattispecie astratta di reato.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudice remittente lamentava la violazione degli artt. 2, 3, 24, 28 e 97, primo comma, della Costituzione: l’art. 2059 c.c. non consentirebbe il risarcimento del danno non patrimoniale per fatto colposo grave della pubblica amministrazione che non configuri reato, anche quando il danno sia realmente subito.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione, rilevando che la Corte stessa, con la sentenza n. 233/2003, aveva già fornito un’interpretazione dell’art. 2059 c.c. costituzionalmente orientata che consentiva una lettura più ampia della risarcibilità del danno non patrimoniale; il remittente non aveva tenuto conto di tale orientamento.

    Il principio

    Il giudice remittente deve previamente sperimentare un’interpretazione costituzionalmente conforme della norma impugnata prima di sollevare la questione di legittimità costituzionale; la mancata considerazione del diritto vivente formatosi a seguito di precedenti sentenze della Corte rende la questione manifestamente inammissibile.

    Domande e risposte

    Cosa disciplina l’art. 2059 del codice civile?

    L’art. 2059 c.c. stabilisce che il danno non patrimoniale (come il danno morale) deve essere risarcito solo nei casi previsti dalla legge; storicamente questo significava solo quando il fatto costituiva reato, ma la Corte cost. n. 233/2003 e la Cassazione hanno ampliato tale interpretazione.

    Qual era la portata della sentenza Corte cost. n. 233/2003 richiamata?

    La sentenza n. 233/2003 ha dichiarato che l’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme alla Costituzione, consente il risarcimento del danno non patrimoniale anche per la lesione di diritti costituzionalmente protetti, non solo quando il fatto è astrattamente previsto come reato.

    Cosa significa «diritto vivente» nel sistema costituzionale italiano?

    Il diritto vivente è l’interpretazione che di una norma danno costantemente i giudici, in particolare la Cassazione; il giudice remittente deve confrontarsi con tale interpretazione prima di sollevare questione di legittimità costituzionale.

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  • Corte cost. n. 57/2005 – Giudizio abbreviato difensore imputato irreperibile

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    La Corte costituzionale ha dichiarato parte delle questioni manifestamente inammissibili e parte manifestamente infondate in merito all’art. 438 del codice di procedura penale (giudizio abbreviato): il difensore di un imputato irreperibile senza procura speciale non può richiedere il rito abbreviato, e questa limitazione non è irragionevole.

    Di cosa si tratta

    Il GUP del Tribunale di Milano e il Tribunale di Pistoia (con cinque ordinanze) hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 438, commi 3 e 5, del codice di procedura penale, nella parte in cui non consentono al difensore dell’imputato irreperibile privo di procura speciale di chiedere il giudizio abbreviato.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il GUP di Milano lamentava la violazione degli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione (ragionevolezza, diritto di difesa, giusto processo): il difensore di un imputato irreperibile non può beneficiare dello sconto di pena del giudizio abbreviato se non ha procura speciale, con possibile danno per l’imputato. Il Tribunale di Pistoia sollevava questioni analoghe sugli artt. 3 e 24 Cost.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni sollevate dal Tribunale di Pistoia (per insufficiente motivazione sulla rilevanza) e la manifesta infondatezza della questione sollevata dal GUP di Milano sull’art. 438, comma 3, ritenendo ragionevole richiedere la procura speciale per un atto dispositivo del rito.

    Il principio

    La richiesta di giudizio abbreviato è un atto dispositivo del rito penale che incide sulla posizione processuale dell’imputato; è costituzionalmente legittimo richiedere che tale atto sia compiuto personalmente dall’imputato o da un difensore munito di procura speciale, anche nel caso di imputato irreperibile.

    Domande e risposte

    Cos’è il giudizio abbreviato?

    Il giudizio abbreviato è un rito alternativo penale in cui l’imputato rinuncia al dibattimento e accetta che il giudice decida allo stato degli atti; in cambio ottiene, in caso di condanna, una riduzione della pena di un terzo (art. 442 c.p.p.).

    Cosa è la procura speciale nel processo penale?

    La procura speciale è il mandato con cui l’imputato conferisce espressamente al difensore il potere di compiere un determinato atto processuale che la legge riserva alla volontà personale dell’imputato.

    Perché l’imputato irreperibile è svantaggiato rispetto al rito abbreviato?

    Se l’imputato è irreperibile non può conferire la procura speciale al difensore né manifestare personalmente la volontà di accedere al rito abbreviato; ciò può comportare, in caso di condanna, l’applicazione della pena piena invece di quella ridotta di un terzo.

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  • Corte cost. n. 56/2005 – Conflitto attribuzioni Senato insindacabilità parlamentare

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    La Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzioni sollevato dal Tribunale di Ancona contro la delibera del Senato che aveva dichiarato insindacabili ai sensi dell’art. 68 Cost. le opinioni del senatore Cortelloni, oggetto di un processo civile per risarcimento danni intentato da tre magistrati.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Ancona, nel corso di un processo civile promosso da tre magistrati del Tribunale di Modena (Pagliani, Milelli, Pasquariello) contro il senatore Augusto Cortelloni per dichiarazioni rilasciate in un’intervista, ha proposto conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato avverso la delibera del Senato del 26 novembre 2003 che aveva dichiarato le opinioni del senatore coperte dall’insindacabilità parlamentare ex art. 68, comma 1, Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il conflitto riguardava l’art. 68, primo comma, della Costituzione sull’insindacabilità dei parlamentari per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni. Il Tribunale di Ancona sosteneva che le dichiarazioni del senatore, rese in un’intervista giornalistica dopo una sentenza penale, non rientrassero nell’esercizio delle funzioni parlamentari e che la delibera del Senato fosse erronea.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzioni ai sensi dell’art. 37 della legge n. 87/1953, disponendo che il ricorso venisse notificato al Senato entro sessanta giorni. La decisione nel merito del conflitto è rinviata a una pronuncia successiva.

    Il principio

    Il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato è ammissibile quando un potere (nella specie il Senato) adotta un atto (delibera di insindacabilità) che il potere ricorrente (il tribunale) ritiene invasivo delle proprie attribuzioni costituzionali; il giudizio di ammissibilità è distinto dal merito del conflitto.

    Domande e risposte

    Cosa è l’insindacabilità parlamentare ex art. 68 Cost.?

    L’art. 68, comma 1, Cost. stabilisce che i parlamentari non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. La Camera o il Senato deliberano se un determinato atto sia coperto da questa garanzia.

    Quando il tribunale può sollevare conflitto di attribuzioni contro una delibera parlamentare?

    Il tribunale può proporre conflitto quando ritiene che la delibera di insindacabilità sia stata adottata per atti o dichiarazioni non riconducibili all’esercizio delle funzioni parlamentari, menomando così la sua attribuzione di giudicare nella controversia civile o penale.

    Come si conclude un conflitto di attribuzioni?

    Dopo la fase di ammissibilità, la Corte decide nel merito se la delibera parlamentare sia corretta. Se accoglie il conflitto, annulla la delibera di insindacabilità e il processo civile o penale può riprendere.

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  • Corte cost. n. 86/2005 – Citazione a giudizio e avviso delle condotte riparatorie nel rito Gdp

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni sollevate dal Giudice di pace di Vibo Valentia. La censura riguardava la mancata previsione, nella citazione a giudizio davanti al giudice di pace, dell’avviso della facoltà di estinguere il reato mediante condotte riparatorie.

    Di cosa si tratta

    Il d.lgs. n. 274/2000 prevede che davanti al giudice di pace il reato possa estinguersi se l’imputato ripara il danno e ne elimina le conseguenze (art. 35). Questa facoltà deve essere esercitata — o almeno richiesta — prima dell’udienza di comparizione. Il Giudice di pace di Vibo Valentia contestava che la citazione non informasse l’imputato di questa possibilità.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Vibo Valentia ha sollevato (con due ordinanze identiche) questione di legittimità costituzionale dell’art. 20 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, nella parte in cui non prevede che la citazione indichi la facoltà di estinguere il reato con condotte riparatorie ai sensi dell’art. 35.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità delle questioni, riunendo i due giudizi. Le questioni presentavano carenze argomentative che ne impedivano l’esame nel merito.

    Il principio

    L’inammissibilità per difetto di motivazione sulla rilevanza o sulla non manifesta infondatezza può colpire anche questioni sollevate in più giudizi paralleli: la riunione dei giudizi e la dichiarazione congiunta non sanano il vizio originario.

    Domande e risposte

    Cosa sono le «condotte riparatorie» nel rito del giudice di pace?

    Sono comportamenti con cui l’imputato ripara il danno arrecato dall’illecito e ne elimina le conseguenze (restituisce l’oggetto sottratto, risarcisce il danno, si scusa ecc.). Se il giudice le ritiene adeguate, può dichiarare estinto il reato: è un istituto di giustizia riparativa tipico del rito davanti al giudice di pace.

    Quando devono essere effettuate le condotte riparatorie?

    Di regola, prima dell’udienza di comparizione (art. 35, c. 1). Se l’imputato non ha avuto il tempo di provvedervi, può chiedere la sospensione del processo per un massimo di tre mesi (art. 35, c. 3).

    La mancanza dell’avviso in citazione è una nullità?

    Il rimettente sosteneva di sì, ma la Corte non si è pronunciata nel merito per ragioni di inammissibilità. In linea generale, il regime delle nullità processuali è tassativo e richiede che una norma espressamente preveda la sanzione della nullità.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 55/2005 – Codice della strada opposizione prefettizia art. 204

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    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione sollevata dal Giudice di pace di Isernia sull’art. 204 comma 1 del Codice della strada (opposizione all’ordinanza-ingiunzione prefettizia), per difetto di rilevanza nel giudizio a quo.

    Di cosa si tratta

    Nel corso di un giudizio civile in cui la signora Cimino si opponeva a un’ordinanza-ingiunzione del Prefetto di Isernia per violazione del Codice della strada, il Giudice di pace di Isernia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 204, comma 1, del d.lgs. n. 285/1992 (Codice della strada), ritenendo che la norma violasse gli artt. 24 e 97 della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Isernia lamentava che l’art. 204, comma 1, del Codice della strada, consentendo al prefetto di emettere un’ordinanza-ingiunzione dopo il rigetto del ricorso, violasse il diritto di difesa (art. 24 Cost.) e il principio di buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.). Il giudice remittente aveva però già rigettato tutte le censure dell’opponente nel merito.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione per difetto di rilevanza: il giudice remittente aveva già deciso nel merito rigettando l’opposizione, quindi l’esito del giudizio non dipendeva dall’eventuale incostituzionalità della norma impugnata.

    Il principio

    Un’questione di legittimità costituzionale è manifestamente inammissibile per difetto di rilevanza quando il giudice remittente ha già deciso la controversia nel merito: in tal caso la questione non è necessaria per definire il giudizio a quo.

    Domande e risposte

    Cosa è l’ordinanza-ingiunzione prefettizia nel Codice della strada?

    L’art. 204 del Codice della strada prevede che, dopo il rigetto del ricorso del trasgressore da parte del prefetto, lo stesso prefetto emetta un’ordinanza-ingiunzione con cui intima il pagamento della sanzione.

    Cos’è la rilevanza di una questione di legittimità costituzionale?

    La rilevanza è il requisito per cui la norma impugnata deve essere effettivamente applicabile nel giudizio a quo; se il giudice non deve applicarla per definire la controversia, la questione è irrilevante e quindi inammissibile.

    Come si distingue l’inammissibilità manifesta dalla manifesta infondatezza?

    La manifesta inammissibilità riguarda vizi processuali della questione (difetto di rilevanza, difetto di motivazione, ecc.); la manifesta infondatezza riguarda invece il merito, cioè l’assenza di ragionevoli dubbi di incostituzionalità.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 85/2005 – Avviso di chiusura indagini nel processo davanti al giudice di pace

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’assenza dell’avviso di conclusione delle indagini nel rito davanti al giudice di pace. La specialità di quel rito giustifica la diversa disciplina rispetto al processo ordinario.

    Di cosa si tratta

    Il procedimento davanti al giudice di pace ha regole processuali semplificate rispetto al procedimento ordinario. Il Giudice di pace di Bari aveva sollevato la questione perché la legge non prevedeva — prima della citazione a giudizio — l’avviso all’indagato della conclusione delle indagini preliminari (art. 415-bis c.p.p.), strumento di garanzia previsto solo nel rito ordinario.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Bari ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 15 del d.lgs. 28 agosto 2000, n. 274, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, terzo comma, della Costituzione, nella parte in cui non prevede l’avviso di conclusione delle indagini nel procedimento davanti al giudice di pace.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione. La specialità del rito davanti al giudice di pace — che prevede garanzie difensive adeguate al modello processuale adottato — giustifica la mancata trasposizione integrale dell’art. 415-bis c.p.p., come già affermato nell’ordinanza n. 201/2004.

    Il principio

    La diversità di disciplina tra il procedimento davanti al giudice di pace e il rito ordinario non viola il principio di uguaglianza né il diritto di difesa, purché il rito speciale garantisca adeguate tutele difensive in modo coerente con il suo modello processuale.

    Domande e risposte

    Cos’è l’avviso di conclusione delle indagini?

    È l’atto con cui il PM comunica all’indagato e al difensore che le indagini sono terminate, prima di chiedere il rinvio a giudizio: l’indagato può così presentare memorie, produrre documenti o chiedere di essere interrogato (art. 415-bis c.p.p.).

    Il giudice di pace è un giudice ordinario?

    Il giudice di pace è un magistrato onorario (non togato) competente per reati di minore entità (artt. 4 ss. d.lgs. 274/2000). Il procedimento ha carattere semplificato, con maggiore attenzione alla conciliazione e alla riparazione del danno.

    L’imputato davanti al giudice di pace può prepararsi la difesa?

    Sì: riceve la citazione a giudizio con indicazione del fatto contestato e ha tempo per nominarsi un difensore e preparare la propria difesa prima dell’udienza di comparizione, anche se non riceve il previo avviso ex art. 415-bis c.p.p.

    Norme collegate