Autore: Andrea Marton

  • PEX 2026: l’esenzione del 95% delle plusvalenze da cessione di partecipazioni per i soggetti IRES

    La participation exemption (PEX) è il regime che, per i soggetti IRES (società di capitali ed enti commerciali), esenta da imposta il 95% delle plusvalenze realizzate sulla cessione di partecipazioni. In pratica, solo il 5% della plusvalenza concorre al reddito imponibile: con l’IRES al 24%, la tassazione effettiva sulla plusvalenza scende all’1,2% (24% applicato sul 5%). La disciplina è contenuta nell’art. 87 del TUIR e si applica a condizione che ricorrano quattro requisiti. Questa guida riguarda esclusivamente i soggetti IRES; per le persone fisiche imprenditori e le società di persone la quota esente è diversa e disciplinata dall’art. 58 TUIR (se ne tratta in fondo).

    Cos’è la PEX e perché è così rilevante

    La PEX risponde a una logica di coerenza del sistema: gli utili della partecipata sono già stati tassati in capo a quest’ultima, quindi tassare integralmente anche la plusvalenza che la holding realizza vendendo la partecipazione genererebbe una doppia imposizione economica. Per questo il legislatore esenta il 95% della plusvalenza e lascia imponibile solo una quota residua del 5%.

    Per una holding o per una società di capitali che gestisce partecipazioni, l’effetto è sostanziale. Ipotizziamo – e si tratta di un esempio puramente illustrativo – una holding che cede una partecipazione realizzando una plusvalenza di 1.000.000 di euro e che possiede tutti i requisiti PEX:

    Voce Importo (ipotesi)
    Plusvalenza realizzata 1.000.000 euro
    Quota imponibile (5%) 50.000 euro
    Quota esente (95%) 950.000 euro
    IRES dovuta (24% su 50.000) 12.000 euro
    Tassazione effettiva sulla plusvalenza 1,2%

    Senza PEX, la stessa plusvalenza di 1.000.000 di euro sarebbe imponibile per intero e l’IRES al 24% ammonterebbe a 240.000 euro. La differenza tra i due scenari rende evidente perché la verifica dei requisiti sia un passaggio centrale in ogni operazione straordinaria.

    I 4 requisiti dell’art. 87 TUIR

    I quattro requisiti si dividono in due gruppi. I primi due – holding period e classificazione – sono propri del cedente e riguardano il modo in cui questi ha detenuto e iscritto la partecipazione. Gli altri due – residenza e commercialità – attengono alla partecipata e devono sussistere in un arco temporale triennale.

    1. Holding period (art. 87 c.1 lett. a) – requisito del cedente

    La partecipazione deve essere posseduta ininterrottamente dal primo giorno del dodicesimo mese precedente quello della cessione. In sintesi, occorre un possesso di almeno dodici mesi. La norma prevede inoltre un criterio di imputazione: si considerano cedute per prime le partecipazioni acquisite in data più recente (criterio LIFO). Questo dettaglio è rilevante quando la holding ha acquistato la stessa partecipazione in più tranche: la verifica del periodo minimo va condotta sulle quote più recenti che si considerano cedute per prime.

    2. Classificazione tra le immobilizzazioni finanziarie (art. 87 c.1 lett. b) – requisito del cedente

    La partecipazione deve essere stata iscritta tra le immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio chiuso durante il periodo di possesso. La PEX premia quindi la partecipazione detenuta come investimento durevole, non quella iscritta nell’attivo circolante e destinata alla negoziazione. La classificazione contabile adottata al primo bilancio utile assume un peso decisivo: una collocazione errata nel circolante può precludere il regime.

    3. Residenza fiscale della partecipata (art. 87 c.1 lett. c e c.2) – requisito della partecipata

    La società partecipata deve risiedere fiscalmente in Stati o territori non a regime fiscale privilegiato. Questo requisito deve sussistere ininterrottamente, al momento del realizzo, almeno dall’inizio del terzo periodo d’imposta anteriore al realizzo stesso. La verifica non si esaurisce dunque alla data della cessione, ma guarda indietro nel tempo lungo una finestra triennale.

    4. Commercialità della partecipata (art. 87 c.1 lett. d e c.2) – requisito della partecipata

    La partecipata deve esercitare un’impresa commerciale. Come per la residenza, anche questo requisito deve sussistere ininterrottamente, al momento del realizzo, almeno dall’inizio del terzo periodo d’imposta anteriore al realizzo. La finestra di osservazione è quindi anche qui triennale. È il requisito che più spesso solleva criticità con le società immobiliari di mera gestione o con le società senza struttura operativa, dove la natura commerciale dell’attività può essere messa in discussione.

    Cosa succede se manca un requisito

    I quattro requisiti sono cumulativi: devono ricorrere tutti. Se anche uno solo non è soddisfatto, l’esenzione del 95% non si applica e la plusvalenza torna interamente imponibile, concorrendo al reddito per il 100% del suo ammontare e scontando l’IRES sull’intero importo. Riprendendo l’esempio illustrativo precedente, la differenza tra una plusvalenza tassata all’1,2% e una tassata al 24% pieno spiega perché la pianificazione del momento della cessione – rispetto al holding period e alla finestra triennale – vada impostata con anticipo.

    Il rovescio della medaglia: le minusvalenze indeducibili

    Il regime PEX ha una contropartita di coerenza. Così come le plusvalenze sono esenti per il 95%, le minusvalenze realizzate su partecipazioni che possiedono i requisiti PEX sono indeducibili. La simmetria è logica: se la legge non tassa il guadagno, non riconosce nemmeno la perdita. Nelle valutazioni di convenienza, quindi, la PEX non è sempre e comunque vantaggiosa: di fronte a una partecipazione in perdita, l’indeducibilità della minusvalenza può rendere meno appetibile il regime.

    Differenza con persone fisiche e società di persone

    L’esenzione del 95% qui descritta riguarda esclusivamente i soggetti IRES. Per le persone fisiche imprenditori e per le società di persone la disciplina di riferimento è l’art. 58 TUIR, che prevede una quota esente diversa: in questi casi la plusvalenza non è esente al 95% ma concorre al reddito in una percentuale stabilita dalla norma, da non confondere con la misura prevista per i soggetti IRES. È un errore frequente trasporre la percentuale del 95% sui soggetti diversi dall’IRES.

    Avvertenza sulle modifiche 2026. Eventuali interventi normativi sul regime PEX nel corso del 2026 (ad esempio decreti che intervengano su requisiti, percentuali o ambito soggettivo) devono essere verificati sul testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale e sulla versione vigente dell’art. 87 TUIR. I dati esposti in questa guida riflettono l’impianto consolidato dell’art. 87 e vanno confrontati con il testo ufficiale al momento dell’operazione.

    Domande frequenti

    La PEX si applica anche a persone fisiche e società di persone?

    No, l’esenzione del 95% dell’art. 87 TUIR riguarda i soggetti IRES. Per le persone fisiche imprenditori e le società di persone si applica l’art. 58 TUIR, con una quota esente diversa.

    Quanti mesi devo possedere la partecipazione?

    Il possesso deve essere ininterrotto dal primo giorno del dodicesimo mese precedente la cessione, quindi in pratica almeno dodici mesi. Se la partecipazione è stata acquistata in più momenti, si considerano cedute per prime quelle acquisite più di recente.

    Cosa succede se la partecipata non è commerciale?

    Se manca il requisito della commercialità (o uno qualsiasi degli altri tre), la PEX non si applica e la plusvalenza diventa interamente imponibile ai fini IRES.

    Le perdite su partecipazioni PEX sono deducibili?

    No. Per coerenza con l’esenzione delle plusvalenze, le minusvalenze su partecipazioni con requisiti PEX sono indeducibili.

    Hai un caso concreto?
    Questa guida spiega la regola.
    Per applicarla alla tua situazione, scrivici.

    Richiedi una consulenza →

  • Riporto delle perdite fiscali delle società 2026 (art. 84 TUIR): la regola dell’80%, i primi 3 anni e i limiti antielusivi

    Una società di capitali che chiude un esercizio in perdita fiscale non perde quel valore: può portarlo in diminuzione dei redditi imponibili futuri, riducendo l’IRES da versare negli anni in utile. In sintesi: le perdite fiscali si riportano in avanti senza limiti di tempo, ma ciascun anno si possono usare in misura non superiore all’80% del reddito imponibile del periodo. Per le perdite dei primi tre periodi d’imposta dalla costituzione, riferite a una nuova attività produttiva, il riporto è invece integrale. La materia è regolata dall’art. 84 del TUIR, da ultimo modificato dal D.Lgs. 192/2024.

    Perché la perdita fiscale è un asset

    La perdita fiscale è la differenza negativa tra componenti positivi e negativi di reddito di un periodo d’imposta. Per i soggetti IRES (tipicamente S.p.A., S.r.l., S.a.p.a.) non è un costo definitivamente perso: rappresenta un credito di capacità contributiva da spendere quando l’impresa tornerà a produrre reddito. Negli anni successivi, abbattendo l’imponibile, la perdita riduce l’imposta dovuta e quindi vale, in termini finanziari, in proporzione all’aliquota IRES applicata al reddito che azzera.

    Proprio perché ha un valore economico, il riporto delle perdite è circondato da regole quantitative (il limite dell’80%) e da regole antielusive, pensate per evitare che le perdite vengano “comprate” attraverso il cambio di controllo di società “scatola”.

    La regola generale: l’80% del reddito imponibile, senza limiti di tempo

    L’art. 84, comma 1, del TUIR stabilisce che le perdite di un periodo d’imposta si computano in diminuzione del reddito dei periodi successivi:

    • senza limiti di tempo (non c’è più un termine di cinque anni: le perdite si riportano finché non sono utilizzate);
    • in misura non superiore all’80% del reddito imponibile di ciascun periodo;
    • per l’intero importo che trova capienza in quell’80%.

    In pratica, ogni anno in utile la società deve comunque assoggettare a tassazione almeno il 20% del proprio reddito imponibile: le perdite pregresse possono abbattere al massimo l’80% del reddito di quel periodo. La parte di perdita non utilizzata non si perde, ma si trascina ai periodi successivi.

    Esempio illustrativo (ipotesi)

    I numeri che seguono sono un’ipotesi a fini esplicativi, con importi tondi. Ipotizziamo una S.r.l. con perdite pregresse per 100.000 euro e un reddito imponibile dell’anno di 60.000 euro.

    Voce Importo (ipotesi)
    Reddito imponibile dell’anno 60.000
    Limite di utilizzo (80% del reddito) 48.000
    Perdite pregresse disponibili 100.000
    Perdite effettivamente utilizzate 48.000
    Reddito imponibile residuo (tassato) 12.000
    Perdite residue riportabili agli anni futuri 52.000

    Anche se la società avrebbe “abbastanza” perdite per azzerare tutto il reddito, ne può usare solo 48.000 (l’80% di 60.000). Restano 12.000 di reddito tassabile e 52.000 di perdite da riportare in avanti, da utilizzare con la stessa regola negli esercizi successivi.

    Le perdite dei primi 3 periodi d’imposta: riporto integrale

    L’art. 84, comma 2, del TUIR prevede un regime di favore per le perdite realizzate nei primi tre periodi d’imposta dalla data di costituzione. Queste perdite si computano in diminuzione del reddito per l’intero importo che trova capienza, cioè senza il limite dell’80%, a condizione che si riferiscano a una nuova attività produttiva.

    Perché sono più “vantaggiose”? Perché possono azzerare integralmente il reddito imponibile degli anni futuri, non solo l’80%. La start-up tipicamente accumula perdite nei primi esercizi di avvio e, quando entra a regime e genera utili, può assorbirli per intero con quelle perdite iniziali. La condizione della “nuova attività produttiva” serve a evitare che il beneficio premi semplici riorganizzazioni o la prosecuzione di attività preesistenti sotto nuova veste.

    È quindi opportuno tenere distinte, nella contabilità fiscale e nel modello dichiarativo, le perdite dei primi tre periodi (a riporto integrale) dalle perdite ordinarie (soggette all’80%): hanno un “peso” diverso e si utilizzano con regole diverse.

    Il limite antielusivo: cambio di controllo più cambio di attività

    L’art. 84, comma 3, del TUIR contiene la principale regola antielusiva. Il riporto delle perdite non è consentito quando ricorrono congiuntamente due condizioni:

    1. la maggioranza delle partecipazioni con diritto di voto nell’assemblea ordinaria viene trasferita o acquisita da terzi (cambio di controllo);
    2. viene modificata l’attività principale di fatto esercitata nei periodi d’imposta in cui le perdite sono state realizzate (cambio di attività).

    La modifica dell’attività rileva se interviene nel periodo d’imposta del trasferimento del controllo oppure nei due periodi successivi o anteriori. La logica è chiara: senza questa norma, sarebbe possibile acquisire una società ormai inattiva ma ricca di perdite e “travasarvi” una nuova attività redditizia al solo scopo di azzerare l’imposta. Il legislatore colpisce proprio la combinazione di nuovo socio di controllo e nuova attività: se manca uno dei due elementi, il limite non scatta.

    Il test di vitalità (40%) che neutralizza il limite

    Il comma 3 prevede una valvola di salvaguardia: il limite antielusivo non opera se la società supera un test di vitalità. In particolare, il riporto resta consentito se, nel periodo d’imposta precedente al trasferimento del controllo:

    • i ricavi e proventi dell’attività caratteristica, e
    • le spese per prestazioni di lavoro dipendente e relativi contributi

    sono superiori al 40% della media dei due esercizi anteriori. In sostanza, se la società mostra di essere ancora “viva” e operativa (un certo livello di ricavi e di costo del personale), si presume che non sia una semplice “bara fiscale” e le perdite restano riportabili nonostante il cambio di controllo.

    La riforma del D.Lgs. 192/2024

    Il D.Lgs. 192/2024 è intervenuto sull’art. 84, ridefinendo alcuni profili rilevanti:

    • Nozione di “modifica dell’attività principale”: viene precisata come cambiamento del settore o del comparto merceologico, ovvero come acquisizione di un’azienda o di un ramo d’azienda che comporta una variazione sostanziale dell’attività. L’obiettivo è rendere più oggettivo e meno incerto il presupposto del cambio di attività.
    • Esimente per operazioni infragruppo: viene reintrodotta una causa di disapplicazione del limite antielusivo per i trasferimenti di controllo che avvengono all’interno dello stesso gruppo, dove non c’è il tipico fenomeno del “commercio di perdite” tra soggetti terzi.

    Avvertenza sulla decorrenza. Le modifiche introdotte dalla riforma si applicano a partire da una determinata decorrenza temporale: prima di applicarle a un caso concreto è indispensabile verificare la decorrenza esatta prevista dal decreto e l’eventuale regime transitorio, perché la disciplina utilizzabile dipende dal periodo d’imposta interessato.

    Domande frequenti

    Le perdite fiscali delle società hanno una scadenza?

    No. La regola generale dell’art. 84, comma 1, del TUIR prevede il riporto senza limiti di tempo. Il vincolo non è temporale ma quantitativo: ogni anno si può utilizzare la perdita solo fino all’80% del reddito imponibile del periodo. La parte non capiente si trascina agli esercizi successivi.

    Posso azzerare del tutto il reddito di un anno con le perdite pregresse?

    In via ordinaria no: il limite dell’80% lascia comunque tassabile almeno il 20% del reddito imponibile. Fanno eccezione le perdite dei primi tre periodi d’imposta dalla costituzione, riferite a una nuova attività produttiva, che si utilizzano per l’intero importo che trova capienza e quindi possono abbattere integralmente il reddito.

    Se vendo la maggioranza della società perdo le perdite riportate?

    Non automaticamente. Il limite dell’art. 84, comma 3, scatta solo se al cambio di controllo si aggiunge anche il cambio dell’attività principale nei periodi indicati dalla norma. Inoltre, anche in presenza di entrambi gli elementi, il riporto resta possibile se la società supera il test di vitalità (ricavi e spese per lavoro dipendente superiori al 40% della media dei due esercizi precedenti).

    La riforma del 2024 cambia subito le mie regole?

    Dipende dal periodo d’imposta. Il D.Lgs. 192/2024 ha modificato la nozione di modifica dell’attività e reintrodotto l’esimente infragruppo, ma l’applicazione concreta dipende dalla decorrenza stabilita dal provvedimento. È necessario verificare quale formulazione dell’art. 84 sia vigente per l’esercizio che si sta considerando.

    Hai un caso concreto?
    Questa guida spiega la regola.
    Per applicarla alla tua situazione, scrivici.

    Richiedi una consulenza →

  • Reverse charge IVA 2026: cos’è, settori e differenza con lo split payment

    Il reverse charge (o inversione contabile) è il meccanismo per cui l’obbligo di assolvere l’IVA passa dal venditore al compratore. Il fornitore emette la fattura senza addebito d’imposta, con la dicitura “inversione contabile”, e il cliente integra il documento applicando l’IVA, registrandola sia a debito sia a credito. È previsto dall’art. 17, commi 5 e 6, del DPR 633/1972 e riguarda settori specifici: edilizia (subappalti, pulizia e impianti), elettronica, rottami, oro e quote di emissione di gas serra. È cosa diversa dallo split payment, che riguarda invece le operazioni verso la Pubblica Amministrazione.

    Cos’è il reverse charge e come funziona in pratica

    Nel meccanismo ordinario, chi vende un bene o presta un servizio addebita l’IVA in fattura e poi la versa allo Stato. Con il reverse charge questo schema si inverte: l’imposta non viene addebitata dal fornitore, ma assolta direttamente dal cliente (cessionario o committente), a condizione che entrambi siano soggetti passivi IVA.

    In concreto, il fornitore emette una fattura senza IVA, riportando la dicitura “inversione contabile” e il riferimento alla norma. Il cliente che riceve la fattura compie la cosiddetta integrazione: calcola l’IVA dovuta sull’imponibile e la annota due volte, una a debito (come se fosse il venditore) e una a credito (per recuperarla come acquisto). È la cosiddetta doppia registrazione: nel registro delle fatture emesse (o dei corrispettivi) e in quello degli acquisti.

    Il risultato, per chi ha pieno diritto alla detrazione, è un’operazione a saldo zero: l’IVA a debito e quella a credito si compensano. Non avviene materialmente alcun esborso d’imposta da fornitore a cliente, perché l’imposta resta “interna” alla contabilità del committente.

    Un esempio illustrativo (ipotesi)

    Ipotizziamo, con numeri tondi a solo scopo esemplificativo, un’impresa edile che affida un subappalto a un’altra impresa per 10.000 euro.

    • Il subappaltatore emette fattura di 10.000 euro senza IVA, con la dicitura “inversione contabile”.
    • L’impresa appaltatrice che riceve la fattura calcola l’IVA al 22%, ossia 2.200 euro.
    • Annota quei 2.200 euro a debito (registro vendite) e a credito (registro acquisti).

    Se l’appaltatrice ha diritto alla detrazione piena, le due annotazioni si neutralizzano e non c’è IVA da versare su quella specifica operazione. I valori sono puramente illustrativi.

    Perché esiste: il contrasto alle frodi IVA

    Il reverse charge nasce come strumento antifrode. Nel meccanismo ordinario il fornitore incassa l’IVA dal cliente e dovrebbe poi versarla allo Stato: nelle frodi cosiddette “carosello” alcuni operatori incassavano l’imposta e sparivano senza versarla, mentre il cliente la portava regolarmente in detrazione, generando un danno per l’Erario.

    Spostando l’obbligo di assolvimento sul cliente, si elimina il momento in cui l’IVA passa di mano e potrebbe essere sottratta: non c’è più un’imposta incassata dal venditore che rischia di non essere versata. Per questo il legislatore lo ha riservato a settori storicamente esposti a frodi.

    Cosa cambia in pratica: chi vende non incassa più l’IVA e deve ricordare di non addebitarla, indicando in fattura la dicitura corretta; chi compra deve attivarsi per integrare e registrare correttamente il documento, assumendosi la responsabilità del corretto trattamento dell’imposta.

    I settori principali in cui si applica

    Il reverse charge “interno” si applica solo nei casi tassativamente previsti dall’art. 17, comma 6, del DPR 633/1972. I principali sono riepilogati nella tabella seguente.

    Settore Operazioni interessate Riferimento
    Edilizia – subappalti Prestazioni di servizi rese in subappalto nel settore edile Art. 17 c.6 lett. a)
    Edilizia – pulizia e impianti Pulizia, demolizione, installazione di impianti e completamento relativi a edifici (dal 1/1/2015, L. 190/2014) Art. 17 c.6 lett. a-ter)
    Elettronica Cessioni di telefoni cellulari, console da gioco, tablet PC, laptop e dispositivi a circuito integrato (microprocessori) Art. 17 c.6 lett. b) e c)
    Rottami e recupero Cessioni di rottami e materiali di recupero Art. 17 c.6 (settore rottami)
    Oro Cessioni di oro Art. 17 c.6
    Quote emissioni Trasferimenti di quote di emissioni di gas a effetto serra Art. 17 c.6 lett. d-bis), d-ter), d-quater)

    Per il settore elettronico ed energetico l’applicazione del reverse charge è stata prorogata a livello UE fino al 31 dicembre 2026 (Direttiva UE 2022/890). Resta quindi operativo per le cessioni di telefoni, console, tablet, laptop e microprocessori entro tale termine.

    Va precisato che le ipotesi di reverse charge sono di stretta interpretazione: non si possono estendere per analogia ad altri settori non espressamente previsti dalla legge.

    La differenza con lo split payment

    Lo split payment (scissione dei pagamenti, art. 17-ter DPR 633/1972) è un meccanismo diverso, anche se spesso confuso con il reverse charge. Si applica alle cessioni di beni e prestazioni di servizi rese nei confronti della Pubblica Amministrazione e di altri enti elencati dalla norma.

    In questo caso il fornitore emette regolarmente la fattura con IVA, ma non la incassa: l’imposta è versata direttamente all’Erario dalla PA committente, anziché al fornitore. Il fornitore, quindi, riceve solo l’imponibile.

    Aspetto Reverse charge Split payment
    Chi assolve l’IVA Il cliente (cessionario/committente) La PA committente versa l’IVA all’Erario
    IVA in fattura Fattura senza IVA, dicitura “inversione contabile” Fattura con IVA, ma non incassata dal fornitore
    Ambito Settori specifici (edilizia, elettronica, rottami, oro, emissioni) Operazioni verso PA ed enti elencati
    Norma Art. 17 c.5 e 6 DPR 633/1972 Art. 17-ter DPR 633/1972

    Regola fondamentale: quando un’operazione è soggetta a reverse charge, il reverse charge prevale sullo split payment. Se cioè un’impresa rende verso la PA una prestazione che rientra tra quelle in inversione contabile, si applica il reverse charge e non lo split payment.

    Errori comuni da evitare

    Gli errori più frequenti riguardano l’applicazione sbagliata del meccanismo:

    • Addebitare l’IVA quando andava il reverse charge: il fornitore emette la fattura con IVA su un’operazione che doveva essere in inversione contabile. Il cliente non dovrebbe pagare quell’imposta e si crea un’irregolarità da correggere.
    • Non applicare il reverse charge quando era dovuto: l’operazione rientra tra quelle previste dalla legge, ma viene trattata come ordinaria. Anche in questo caso l’imposta non è assolta nel modo corretto.
    • Mancata integrazione da parte del cliente: ricevuta la fattura senza IVA, il committente dimentica di integrare e registrare l’imposta a debito e a credito.
    • Omessa o errata dicitura in fattura: la mancata indicazione della dicitura “inversione contabile” rende il documento formalmente irregolare.

    Per questo la dicitura in fattura non è un dettaglio formale: segnala con chiarezza a chi riceve il documento che deve assolvere lui l’imposta, evitando equivoci tra le parti. Sul fronte della fatturazione elettronica, l’indicazione del corretto codice natura dell’operazione segue le specifiche tecniche del Sistema di Interscambio (SdI), che vanno verificate nella loro versione aggiornata.

    Domande frequenti

    Il reverse charge si applica anche tra un’impresa e un privato consumatore?

    No. Il meccanismo presuppone che entrambe le parti siano soggetti passivi IVA. Verso un privato consumatore finale si applica l’IVA in modo ordinario.

    Chi deve assolvere l’IVA con il reverse charge?

    L’IVA è assolta dal cliente (cessionario o committente), che integra la fattura ricevuta senza imposta e la registra sia a debito sia a credito. Il fornitore non addebita né incassa l’imposta.

    Qual è la differenza tra reverse charge e split payment?

    Nel reverse charge la fattura è emessa senza IVA e l’imposta è assolta dal cliente, e riguarda settori specifici. Nello split payment la fattura riporta l’IVA, che però è versata all’Erario dalla PA committente; riguarda le operazioni verso la Pubblica Amministrazione. Se ricorrono entrambi, prevale il reverse charge.

    Fino a quando si applica il reverse charge nel settore elettronico?

    Per il settore elettronico ed energetico la misura è stata prorogata a livello UE fino al 31 dicembre 2026 (Direttiva UE 2022/890). Oltre tale termine occorrerà verificare le eventuali nuove disposizioni.

    Hai un caso concreto?
    Questa guida spiega la regola.
    Per applicarla alla tua situazione, scrivici.

    Richiedi una consulenza →

  • Corte cost. n. 111/2010 – Indennità accompagnamento stranieri extracomunitari

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione sul requisito della carta di soggiorno per l’accesso all’indennità di accompagnamento da parte degli stranieri invalidi, perché le norme impugnate erano già state dichiarate incostituzionali con precedenti sentenze della stessa Corte.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Pistoia aveva sollevato questione di legittimità delle norme che subordinano l’accesso degli stranieri extracomunitari alla pensione di inabilità e all’assegno di accompagnamento al possesso della carta di soggiorno (ora permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo) e al rispetto di specifici limiti reddituali. La questione era stata proposta nel 2008 nell’ambito di un ricorso di una cittadina extracomunitaria invalida contro l’INPS.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Pistoia ha sollevato questione di legittimità del combinato disposto dell’art. 80, comma 19, della legge n. 388/2000 e dell’art. 9, comma 1, del d.lgs. n. 286/1998, in riferimento agli artt. 117, primo comma, 2 e 3 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità: le norme censurate erano già state dichiarate costituzionalmente illegittime dalla sentenza n. 306 del 2008 e, in parte, dalla sentenza n. 11 del 2009. Il giudice rimettente avrebbe dovuto disapplicare le norme già annullate e non sollevare una nuova questione su norme prive di efficacia.

    Il principio

    Il giudice non può sollevare questione di legittimità costituzionale su norme già dichiarate incostituzionali dalla Corte: deve applicare direttamente l’effetto retroattivo della sentenza di incostituzionalità, disapplicando la norma caducata nel giudizio pendente.

    Domande e risposte

    Cosa dicevano le sentenze n. 306/2008 e n. 11/2009?

    Con la sentenza n. 306/2008 la Corte aveva dichiarato incostituzionale la norma nella parte in cui escludeva l’assegno di accompagnamento per gli stranieri che non possedessero la carta di soggiorno; con la n. 11/2009 aveva esteso la pronuncia alla pensione di inabilità.

    Cosa deve fare il giudice quando la norma è già stata annullata?

    Deve applicare l’effetto erga omnes della sentenza di incostituzionalità: la norma dichiarata illegittima perde efficacia con effetto retroattivo in tutti i giudizi pendenti, e il giudice decide come se la norma non fosse mai esistita.

    Gli stranieri invalidi hanno quindi diritto all’indennità di accompagnamento?

    A seguito delle sentenze n. 306/2008 e n. 11/2009, sì: il requisito della carta di soggiorno non può più essere imposto per escludere gli stranieri extracomunitari dall’assegno di accompagnamento e dalla pensione di inabilità.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 110/2010 – Translatio iudicii e difetto di giurisdizione

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione sull’art. 37 del codice di procedura civile in tema di difetto di giurisdizione. Il giudice rimettente non aveva motivato adeguatamente la rilevanza, trascurando che la Corte di cassazione aveva già riconosciuto in via giurisprudenziale l’operatività della translatio iudicii anche tra giudici di giurisdizioni diverse.

    Di cosa si tratta

    Una società aveva proposto opposizione a una cartella di pagamento INPS prima davanti al giudice del lavoro, che aveva declinato la propria giurisdizione, poi riassunto il giudizio davanti alla Commissione tributaria. L’INPS aveva eccepito la decadenza, sostenendo che la riassunzione dopo una declaratoria di difetto di giurisdizione (art. 37 c.p.c.) non conserva gli effetti della domanda originaria, a differenza di quanto accade per l’incompetenza (artt. 42-50 c.p.c.).

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria provinciale di Taranto ha sollevato questione di legittimità dell’art. 37 c.p.c., in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, nella parte in cui – a differenza delle norme sulla competenza – non consentirebbe la conservazione degli effetti processuali e sostanziali della domanda in caso di declinatoria di giurisdizione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità per difetto di motivazione sulla rilevanza: il giudice rimettente non aveva considerato che le Sezioni Unite della Cassazione avevano già affermato (sentenza n. 4109/2007) l’operatività della translatio iudicii anche in ipotesi di difetto di giurisdizione, superando la lacuna normativa denunciata in via interpretativa.

    Il principio

    Prima di sollevare una questione di costituzionalità, il giudice rimettente deve verificare se il problema possa essere risolto in via interpretativa, anche alla luce della giurisprudenza consolidata delle corti superiori: se esiste un’interpretazione adeguatrice, la questione difetta di rilevanza.

    Domande e risposte

    Che cosa è la translatio iudicii?

    È il meccanismo che consente di riassumere un giudizio davanti al giudice competente dopo che il primo giudice ha declinato la propria competenza o giurisdizione, conservando gli effetti processuali e sostanziali della domanda originaria (come l’interruzione della prescrizione).

    Dopo questa ordinanza, la translatio iudicii vale anche per il difetto di giurisdizione?

    Sì: la Corte di cassazione a Sezioni Unite aveva già esteso il principio al difetto di giurisdizione, e la Corte costituzionale, con la sentenza n. 77 del 2007, aveva dichiarato l’illegittimità dell’art. 30 della legge n. 1034/1971 nella parte in cui non ammetteva la translatio tra giudice ordinario e amministrativo.

    Cosa succede se si lascia decorrere il termine per la riassunzione?

    Il processo si estingue e gli effetti della domanda originaria vengono meno, con possibile decadenza dall’azione o interruzione della prescrizione non più operante.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 109/2010 – Convalida trattenimento straniero in CIE

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione relativa all’art. 13, comma 5-ter, del Testo unico sull’immigrazione, sollevata per presunti rischi di condizionamento del giudice di pace durante le udienze di convalida del trattenimento presso i Centri di identificazione ed espulsione.

    Di cosa si tratta

    Il Giudice di pace di Roma, chiamato a convalidare il trattenimento di un cittadino egiziano in un Centro di identificazione ed espulsione (CIE), aveva sollevato dubbi sulla propria indipendenza: doveva recarsi fisicamente nel centro, circondato da agenti di polizia e militari, temendo condizionamenti ambientali. In tale contesto aveva contestato la norma che consente alle questure di fornire locali nei CIE per le udienze di convalida.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Roma ha sollevato questione di legittimità dell’art. 13, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286/1998 (TU immigrazione), in riferimento agli artt. 13, 24, 97 e 111 della Costituzione, nella parte in cui prevede che le questure forniscano al giudice di pace locali nei CIE per le convalide dei provvedimenti di trattenimento.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità per difetto di motivazione sulla rilevanza: il rimettente non aveva adeguatamente descritto la fattispecie concreta né spiegato perché la norma impugnata, nella specifica situazione processuale, fosse determinante per la decisione.

    Il principio

    Il giudice rimettente deve motivare in modo specifico e puntuale sia la rilevanza della questione nel giudizio a quo, sia la non manifesta infondatezza: affermazioni generiche sull’indipendenza del giudice, senza descrivere la fattispecie concreta, rendono la questione inammissibile.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per “manifesta inammissibilità” di una questione di costituzionalità?

    La Corte dichiara manifestamente inammissibile una questione quando l’ordinanza di rimessione non soddisfa i requisiti minimi: descrizione adeguata della fattispecie, motivazione sulla rilevanza (il processo non può essere definito senza risolvere la questione) e sulla non manifesta infondatezza.

    Il giudice di pace può tenere udienze nei CIE?

    La norma impugnata prevede che le questure “nei limiti delle risorse disponibili” forniscano locali idonei nei CIE: l’udienza può svolgersi nel centro, ma ciò ha sollevato questioni sull’indipendenza del giudice che la Corte non ha esaminato nel merito per via dell’inammissibilità formale.

    Il tema può essere riproposto in futuro?

    Sì: la dichiarazione di manifesta inammissibilità non preclude una nuova rimessione da parte di un altro giudice, purché l’ordinanza sia adeguatamente motivata sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza.

    Norme collegate

  • Plusvalenza da cessione d’azienda o di ramo 2026: come si tassa, rateazione e tassazione separata

    Quando un imprenditore vende l’azienda o un ramo d’azienda, la differenza tra quanto incassa e il valore fiscale dei beni ceduti genera una plusvalenza che concorre al reddito d’impresa. La buona notizia è che la legge offre due strumenti distinti per alleggerire l’impatto fiscale: la rateazione della plusvalenza e, per le sole imprese individuali, la tassazione separata. Questa guida spiega come si calcola la plusvalenza, quando e a chi convengono i due regimi agevolati, e perché la scelta tra vendere l’azienda o le partecipazioni della società cambia radicalmente il conto fiscale.

    Come si calcola la plusvalenza da cessione d’azienda

    La plusvalenza da cessione a titolo oneroso di azienda (o di un suo ramo) è pari alla differenza tra il corrispettivo conseguito, al netto degli oneri di diretta imputazione, e il valore fiscalmente riconosciuto dei beni ceduti. Questo valore comprende l’avviamento, cioè il sovrapprezzo che il compratore paga per la capacità dell’azienda di generare reddito. La disciplina è dettata dall’articolo 86, comma 1 lettera c) e comma 2 del TUIR, e la plusvalenza concorre al reddito d’impresa del cedente.

    In pratica, occorre prima determinare il valore fiscale netto del complesso aziendale ceduto: si sommano i valori fiscalmente riconosciuti dei singoli beni (immobilizzazioni, magazzino, crediti) e si sottraggono le passività trasferite. La differenza tra il prezzo pattuito e questo valore netto è la plusvalenza tassabile, avviamento incluso.

    Esempio illustrativo (ipotesi)

    I numeri che seguono sono una semplice ipotesi a scopo esplicativo, con cifre tonde. Ipotizziamo che un imprenditore venda la propria azienda per un corrispettivo di 500.000 euro. Il valore fiscalmente riconosciuto netto dei beni ceduti è di 300.000 euro. Gli oneri di diretta imputazione (per esempio spese notarili e di intermediazione direttamente collegate) ammontano a 20.000 euro.

    Voce Importo (ipotesi)
    Corrispettivo della cessione 500.000 euro
    Oneri di diretta imputazione – 20.000 euro
    Corrispettivo netto 480.000 euro
    Valore fiscale netto dei beni (avviamento incluso) – 300.000 euro
    Plusvalenza imponibile 180.000 euro

    In questo esempio la plusvalenza di 180.000 euro è quella che concorrerà al reddito d’impresa. Da qui in avanti entrano in gioco le due possibili agevolazioni.

    La rateazione fino a 5 esercizi (possesso oltre 3 anni)

    Se l’azienda è posseduta da più di tre anni, l’articolo 86, comma 4 del TUIR consente al cedente di rateizzare la plusvalenza in quote costanti nell’esercizio in cui è realizzata e nei successivi, ma non oltre il quarto. Significa una distribuzione su un massimo di cinque esercizi. La scelta è facoltativa e va effettuata in dichiarazione.

    Riprendendo l’esempio, anziché tassare 180.000 euro tutti nello stesso anno, l’imprenditore potrebbe imputarne 36.000 euro per ciascuno dei cinque esercizi. Il vantaggio non è pagare meno in valore assoluto, ma spalmare il carico nel tempo.

    A chi conviene? Tipicamente a chi, concentrando tutta la plusvalenza in un solo anno, finirebbe per scontare l’imposizione sugli scaglioni più alti del reddito complessivo, oppure a chi ha bisogno di non drenare liquidità in un’unica soluzione. Diluendo la plusvalenza, una parte del reddito può restare in scaglioni inferiori e l’esborso viene distribuito su più annualità.

    La tassazione separata (imprese individuali, possesso oltre 5 anni)

    Il secondo strumento è riservato alle imprese individuali (e agli eredi o donatari che proseguono l’attività). Se l’azienda è posseduta da più di cinque anni, la plusvalenza da cessione a titolo oneroso può, su opzione in dichiarazione, essere assoggettata a tassazione separata, ai sensi dell’articolo 17, comma 1 lettera g) e comma 2 del TUIR, con richiamo all’articolo 58 TUIR. Non è mai obbligatoria: resta una scelta del contribuente.

    La tassazione separata sottrae la plusvalenza al reddito complessivo dell’anno e la assoggetta a un prelievo calcolato secondo regole proprie, pensate per i redditi maturati in più anni ma incassati in un solo momento. L’obiettivo è evitare che un provento straordinario, formatosi lungo l’intera vita dell’impresa, venga schiacciato dagli scaglioni marginali più elevati dell’anno di realizzo.

    Quando conviene rispetto a quella ordinaria? In linea di massima, conviene valutarla quando la plusvalenza è rilevante e il reddito ordinario del cedente è già alto, perché in tassazione ordinaria quella plusvalenza sconterebbe l’aliquota marginale più alta. Poiché il calcolo dipende dalla storia reddituale del contribuente, la convenienza va sempre verificata caso per caso confrontando le due ipotesi.

    Attenzione: rateazione e tassazione separata sono due benefici distinti e alternativi. La prima richiede il possesso da oltre tre anni ed è aperta anche alle società; la seconda richiede oltre cinque anni ed è riservata alle imprese individuali. Non si cumulano: occorre scegliere la strada più conveniente.

    Vendere l’azienda o vendere le partecipazioni: perché cambia tutto

    La stessa operazione economica – trasferire un’attività – può essere strutturata in due modi profondamente diversi sul piano fiscale.

    • Cessione d’azienda: genera una plusvalenza che concorre al reddito d’impresa del cedente, in forma ordinaria oppure, ricorrendone i presupposti, in forma rateizzata o separata.
    • Cessione delle partecipazioni della società che possiede l’azienda: il regime cambia a seconda del venditore. Se il socio cedente è un soggetto IRES, la plusvalenza può beneficiare del regime PEX (participation exemption), con esenzione del 95%, ai sensi dell’articolo 87 TUIR, al ricorrere delle condizioni di legge. Se il socio è una persona fisica non imprenditore, la plusvalenza rientra tra i redditi diversi di natura finanziaria e sconta l’imposta sostitutiva del 26%.

    La differenza pratica è sostanziale: cedere le quote può risultare molto più leggero (esenzione 95% in ambito IRES, prelievo del 26% per le persone fisiche) rispetto alla tassazione piena di una plusvalenza da cessione d’azienda. Per questo la struttura dell’operazione, decisa a monte, incide pesantemente sul risultato netto e va impostata prima di firmare qualsiasi accordo.

    Cenno agli aspetti indiretti: l’imposta di registro

    La cessione d’azienda è soggetta a imposta di registro, disciplinata dal DPR 131/1986 (Testo unico dell’imposta di registro). Le modalità applicative e le aliquote dipendono dalla composizione del compendio ceduto e dalla natura dei beni che lo compongono: per gli importi precisi è necessario fare riferimento direttamente al DPR 131/1986. La cessione di partecipazioni, al contrario, segue regole proprie e generalmente più favorevoli sul fronte delle imposte indirette, ennesima ragione per cui la scelta della forma dell’operazione conta.

    Domande frequenti

    La rateazione della plusvalenza riduce le imposte da pagare?

    Non riduce il valore complessivo dovuto: distribuisce la plusvalenza su un massimo di cinque esercizi. Il vantaggio è finanziario (esborso diluito) e, in alcuni casi, di scaglione, perché concentrare tutto in un anno potrebbe spingere il reddito verso aliquote marginali più alte.

    La tassazione separata si applica anche alle società?

    No. La tassazione separata della plusvalenza da cessione d’azienda è riservata alle imprese individuali (oltre che agli eredi e donatari che proseguono l’attività), a condizione che l’azienda sia posseduta da più di cinque anni. Le società possono invece valutare la rateazione, se l’azienda è posseduta da oltre tre anni.

    Posso usare insieme rateazione e tassazione separata?

    No, sono due benefici alternativi con presupposti diversi (oltre tre anni per la rateazione, oltre cinque anni per la tassazione separata riservata alle imprese individuali). Occorre confrontare le due ipotesi e scegliere quella più conveniente nel caso concreto.

    Conviene di più vendere l’azienda o le quote della società?

    Dipende dal venditore. La cessione d’azienda produce una plusvalenza che concorre al reddito d’impresa; la cessione di partecipazioni può beneficiare della PEX (esenzione 95%) per i soggetti IRES o dell’imposta sostitutiva del 26% per le persone fisiche non imprenditori. La struttura va decisa prima di impostare l’operazione, perché incide in modo decisivo sul carico complessivo.

    Hai un caso concreto?
    Questa guida spiega la regola.
    Per applicarla alla tua situazione, scrivici.

    Richiedi una consulenza →

  • Corte cost. n. 108/2010 – Responsabilità sanitaria ASL Friuli-Venezia Giulia

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 15, comma 2, della legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 19 del 2006, nella parte in cui escludeva la legittimazione passiva della Regione per i debiti delle soppresse unità sanitarie locali. La norma violava la competenza statale in materia di ordinamento civile.

    Di cosa si tratta

    Una paziente aveva subito un intervento chirurgico nel 1992 presso un ospedale di Udine, allora gestito da una unità sanitaria locale poi soppressa. Nel tentativo di ottenere il risarcimento, si era trovata di fronte a una norma regionale del 2006 che escludeva qualsiasi responsabilità della Regione, attribuendo i debiti delle vecchie USL alle nuove aziende sanitarie regionali. La Corte d’appello di Trieste aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Trieste, sezione II civile, ha sollevato questione di legittimità dell’art. 15, comma 2, della l.r. FVG n. 19/2006, in riferimento all’art. 117, comma 3, della Costituzione e all’art. 5, n. 16, dello Statuto speciale FVG. La disposizione regionale, intervenendo sui rapporti di responsabilità civile e sulla legittimazione passiva, avrebbe invaso la materia “ordinamento civile”, riservata alla legislazione esclusiva statale.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 15, comma 2, della legge regionale FVG n. 19/2006. La norma regionale, incidendo sulla disciplina della responsabilità civile e della legittimazione passiva in giudizio, aveva invaso la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost.

    Il principio

    Le Regioni, anche a statuto speciale, non possono dettare norme che incidono sulla responsabilità civile e sulla legittimazione processuale passiva, trattandosi di materia riservata all’ordinamento civile di competenza esclusiva statale.

    Domande e risposte

    Cosa intende la Corte per “ordinamento civile” come materia esclusiva statale?

    L’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost. riserva allo Stato la disciplina del diritto privato, incluse le norme sulla responsabilità civile, i soggetti legittimati a stare in giudizio e i meccanismi di successione nei debiti tra enti pubblici.

    Le Regioni a statuto speciale hanno margini diversi in questa materia?

    No: anche per le Regioni a statuto speciale come il Friuli-Venezia Giulia, la competenza in materia sanitaria non consente di intervenire sulle regole dell’ordinamento civile, che restano di spettanza statale esclusiva.

    Qual è la conseguenza pratica per i cittadini danneggiati?

    Con la dichiarazione di incostituzionalità, la norma che escludeva la responsabilità della Regione è stata eliminata dall’ordinamento, ripristinando la possibilità per i danneggiati di agire nei confronti dell’ente successore delle USL soppresse.

    Norme collegate

  • IRAP 2026: chi la paga, l’esclusione degli autonomi, base imponibile e aliquota

    IRAP 2026 in breve: chi la paga e su cosa

    L’IRAP è l’imposta regionale sulle attività produttive, disciplinata dal D.Lgs. 446/1997. Dal 1 gennaio 2022 l’imposta non si applica più alle persone fisiche che esercitano in forma individuale: imprenditori individuali e professionisti autonomi sono esclusi, a prescindere dall’autonoma organizzazione. Restano invece soggetti passivi le società (di persone e di capitali), gli studi associati e le associazioni tra professionisti, gli enti commerciali e non commerciali. L’aliquota ordinaria è del 3,90%, ma le Regioni possono variarla fino a 0,92 punti percentuali in aumento o in diminuzione.

    Cos’è l’IRAP e su cosa si calcola

    L’IRAP è un tributo a carattere regionale introdotto dal D.Lgs. 446/1997. Il suo presupposto è l’esercizio abituale di un’attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni o di servizi. In altre parole, non colpisce direttamente il reddito o il profitto, ma il valore che l’attività produce nel suo complesso.

    La base di calcolo è infatti il valore della produzione netta derivante dall’attività esercitata nel territorio della regione. Questo è un punto che spesso genera confusione: l’IRAP può essere dovuta anche in presenza di un reddito modesto, perché la base imponibile si costruisce a partire dal valore della produzione e non dall’utile netto. La distribuzione territoriale del valore della produzione, inoltre, spiega perché l’imposta sia regionale: il gettito è collegato alla regione in cui l’attività viene materialmente esercitata.

    Chi paga l’IRAP e chi no: la grande esclusione del 2022

    La svolta più importante degli ultimi anni riguarda le persone fisiche. Dal 1 gennaio 2022, per effetto dell’art. 1, commi 8 e 9, della L. 234/2021 (Legge di Bilancio 2022), l’IRAP non si applica più:

    • alle persone fisiche esercenti attività commerciali, cioè gli imprenditori individuali (ditte individuali);
    • alle persone fisiche esercenti arti e professioni in forma individuale, cioè i professionisti che lavorano da soli con partita IVA individuale.

    Questa esclusione opera a prescindere dalla presenza o meno di un’autonoma organizzazione. È un cambiamento netto: prima del 2022 un imprenditore individuale o un professionista poteva essere chiamato a pagare l’IRAP se la sua attività risultava autonomamente organizzata. Oggi, se opera come persona fisica in forma individuale, è semplicemente fuori dal campo di applicazione del tributo.

    Chi resta soggetto passivo IRAP

    L’esclusione del 2022 riguarda esclusivamente le persone fisiche in forma individuale. Restano soggetti passivi dell’IRAP (art. 3 D.Lgs. 446/1997):

    • le società di persone: società in nome collettivo (snc) e in accomandita semplice (sas);
    • gli studi associati e le associazioni tra professionisti;
    • le società di capitali: società a responsabilità limitata (srl), per azioni (spa), in accomandita per azioni (sapa);
    • gli enti commerciali e non commerciali.

    Tradotto in pratica: due professionisti che si organizzano in un studio associato tornano soggetti a IRAP, anche se ciascuno di loro, lavorando da solo, ne sarebbe escluso. Allo stesso modo, una srl o una snc paga l’IRAP a prescindere dalle dimensioni. La forma giuridica scelta, quindi, è decisiva per capire se l’imposta è dovuta.

    Perché il dibattito sull’autonoma organizzazione è ormai superato

    Per anni la questione centrale per imprenditori individuali e professionisti è stata l’autonoma organizzazione: chi lavorava senza una struttura significativa (dipendenti, collaboratori stabili, beni strumentali rilevanti oltre il minimo indispensabile) poteva sostenere di non dover pagare l’IRAP. Ne è nato un lungo contenzioso, con numerose pronunce su quando una struttura potesse dirsi davvero organizzata.

    Per le persone fisiche in forma individuale quel dibattito ha perso rilievo pratico. Dal 2022 sono escluse comunque, organizzate o meno: non è più necessario valutare la presenza di dipendenti o di beni strumentali per stabilire se l’imposta sia dovuta, perché la legge le ha messe fuori dal perimetro del tributo. Il concetto di autonoma organizzazione resta nel presupposto generale dell’IRAP, ma per il singolo imprenditore individuale o per il professionista individuale non determina più alcun obbligo, dato che l’esclusione è a monte.

    L’aliquota: ordinaria, variabilità regionale e settori maggiorati

    L’aliquota ordinaria IRAP è pari al 3,90%. Non è però un valore rigido su tutto il territorio nazionale: l’art. 16 del D.Lgs. 446/1997 consente alle Regioni di variarla fino a un massimo di 0,92 punti percentuali, sia in aumento sia in diminuzione. Significa che, a seconda della regione in cui si esercita l’attività, l’aliquota effettiva può risultare più alta o più bassa di quella ordinaria.

    Per conoscere l’aliquota concretamente applicabile occorre quindi verificare la normativa della specifica Regione: le aliquote regionali puntuali possono cambiare e vanno controllate caso per caso sulle leggi regionali vigenti.

    Esistono inoltre aliquote di settore maggiorate rispetto a quella ordinaria, previste per categorie particolari di soggetti, tra cui:

    • banche e altri enti e società finanziarie;
    • imprese di assicurazione;
    • Amministrazioni pubbliche.

    I valori esatti di queste aliquote maggiorate vanno verificati direttamente sull’art. 16 del D.Lgs. 446/1997 e sulle eventuali leggi regionali, perché possono variare nel tempo e tra territori. In questa guida non vengono indicate cifre precise per i settori maggiorati e per le singole Regioni proprio per evitare riferimenti non aggiornati.

    Cenni alla base imponibile e alle differenze tra soggetti

    Come anticipato, l’imposta si calcola sul valore della produzione netta prodotto nel territorio della regione. Le modalità concrete di determinazione di questa base imponibile variano in base al tipo di soggetto: società di capitali, società di persone, enti commerciali ed enti non commerciali seguono criteri distinti, coerenti con la natura dell’attività svolta e con il loro regime contabile.

    In termini generali, la base parte dalle componenti che esprimono il valore prodotto dall’attività, al netto di determinate voci. Poiché le regole di dettaglio e gli importi dipendono dalla categoria del soggetto e dalla normativa vigente, in questa sede ci si limita a evidenziare il principio: si tassa il valore della produzione netta, non l’utile in sé, e il calcolo specifico va impostato in base alla forma giuridica e ai criteri di legge applicabili a ciascun soggetto.

    Domande frequenti

    Una srl unipersonale paga l’IRAP?

    Sì. L’esclusione del 2022 riguarda solo le persone fisiche che esercitano in forma individuale. Una srl è una società di capitali e resta soggetto passivo IRAP anche se ha un unico socio: la presenza di un solo socio non la trasforma in persona fisica individuale.

    Un professionista individuale con partita IVA paga l’IRAP?

    No. Dal 1 gennaio 2022 le persone fisiche esercenti arti e professioni in forma individuale sono escluse dall’IRAP, a prescindere dall’autonoma organizzazione. Il professionista che lavora da solo, anche con qualche bene strumentale, non è più soggetto al tributo.

    Due professionisti in studio associato pagano l’IRAP?

    Sì. Lo studio associato (e le associazioni tra professionisti) resta soggetto passivo IRAP. Lavorando in forma associata si esce dall’ambito della persona fisica individuale, quindi l’esclusione del 2022 non si applica.

    L’aliquota IRAP è uguale in tutta Italia?

    No. L’aliquota ordinaria è del 3,90%, ma le Regioni possono variarla fino a 0,92 punti percentuali in più o in meno (art. 16 D.Lgs. 446/1997). Esistono inoltre aliquote di settore maggiorate per banche, assicurazioni e Amministrazioni pubbliche. Il valore effettivo va quindi verificato sulla normativa regionale e di settore applicabile.

    Hai un caso concreto?
    Questa guida spiega la regola.
    Per applicarla alla tua situazione, scrivici.

    Richiedi una consulenza →

  • Accertamento fiscale 2026: i tipi e il contraddittorio preventivo obbligatorio

    Accertamento fiscale: cos’è e perché conoscerne i tipi aiuta a difendersi

    Un accertamento fiscale è l’atto con cui l’Amministrazione finanziaria rettifica il reddito o l’imposta dichiarati, contestando al contribuente un maggior imponibile o un’imposta dovuta. La difesa parte sempre dalla stessa domanda: con quale metodo l’Ufficio ha ricostruito il reddito? Capirlo è decisivo, perché ogni tipo di accertamento ha presupposti diversi e, soprattutto, regimi di prova diversi.

    In sintesi: più l’Ufficio si allontana dai dati certi e si affida a presunzioni, più il contribuente ha margini per contestare i presupposti e la solidità del ragionamento. Conoscere il tipo di atto significa sapere su cosa concentrare le proprie osservazioni e quali documenti raccogliere. A questo si aggiunge, dal 2024, una garanzia procedurale generalizzata: il contraddittorio preventivo obbligatorio, che impone all’Ufficio di confrontarsi con il contribuente prima di emettere l’atto.

    I quattro tipi di accertamento sui redditi

    1. Accertamento analitico

    È il metodo più rigoroso. L’Ufficio rettifica singole componenti del reddito (un ricavo non dichiarato, un costo non deducibile) sulla base di prove dirette, senza ribaltare l’intera contabilità. Si fonda sull’art. 39, comma 1, del DPR 600/1973. La contabilità resta nel complesso attendibile: viene corretto ciò che è documentalmente errato.

    2. Accertamento analitico-induttivo (o analitico-presuntivo)

    Anch’esso previsto dall’art. 39, comma 1, DPR 600/1973, consente di rettificare il reddito utilizzando presunzioni gravi, precise e concordanti. La contabilità è formalmente regolare, ma emergono incongruenze che, attraverso un ragionamento presuntivo solido, portano a ricostruire maggiori ricavi. Qui la difesa si gioca sulla qualità delle presunzioni: l’Ufficio deve dimostrare che siano davvero gravi, precise e concordanti, non semplici ipotesi.

    3. Accertamento induttivo puro

    Disciplinato dall’art. 39, comma 2, DPR 600/1973, è il metodo più invasivo. Scatta quando la contabilità è inattendibile o omessa (ad esempio scritture non tenute, irregolarità così gravi da renderle inutilizzabili). In questi casi l’Ufficio ricostruisce complessivamente il reddito e può avvalersi anche di presunzioni semplici prive dei requisiti di gravità, precisione e concordanza. È il regime probatorio più favorevole all’Amministrazione, ma resta vincolato alla sussistenza dei presupposti che lo legittimano.

    4. Accertamento sintetico / redditometro

    Previsto dall’art. 38 DPR 600/1973, riguarda le persone fisiche. L’Ufficio determina il reddito complessivo non partendo dalle singole fonti, ma dalle spese sostenute: se il tenore di vita e le spese sono incompatibili con quanto dichiarato, si presume un reddito superiore. La difesa tipica consiste nel dimostrare che le spese sono state finanziate con redditi esenti, già tassati, risparmi o disponibilità di terzi.

    Tabella di sintesi

    Tipo Norma Presupposto Prove ammesse
    Analitico Art. 39 c.1 DPR 600/1973 Contabilità attendibile, errori su singole voci Prove dirette
    Analitico-induttivo Art. 39 c.1 DPR 600/1973 Contabilità regolare ma incongruente Presunzioni gravi, precise e concordanti
    Induttivo puro Art. 39 c.2 DPR 600/1973 Contabilità inattendibile o omessa Anche presunzioni semplici prive di gravità, precisione e concordanza
    Sintetico / redditometro Art. 38 DPR 600/1973 Spese della persona fisica incompatibili col dichiarato Presunzione basata sulle spese sostenute

    Il contraddittorio preventivo obbligatorio dal 2024

    La novità più rilevante è la generalizzazione del contraddittorio preventivo. Dal 18 gennaio 2024, per effetto dell’art. 6-bis della Legge 212/2000 (Statuto del contribuente), introdotto dal D.Lgs. 219/2023, tutti gli atti autonomamente impugnabili davanti al giudice tributario devono essere preceduti, a pena di annullabilità, da un contraddittorio informato ed effettivo.

    Lo schema di atto

    In concreto, l’Amministrazione non emette subito l’atto definitivo: prima comunica al contribuente uno schema di atto, cioè una bozza che anticipa le contestazioni e la pretesa. Il contribuente può così conoscere in anticipo le motivazioni e intervenire prima che l’accertamento diventi definitivo.

    I 60 giorni e la proroga al 120° giorno

    Ricevuto lo schema, il contribuente dispone di un termine non inferiore a 60 giorni per presentare controdeduzioni oppure per accedere ed estrarre copia degli atti del fascicolo. C’è una tutela importante sui tempi: se questo termine scade dopo il termine di decadenza dell’accertamento, la decadenza è posticipata al 120° giorno successivo alla scadenza del contraddittorio. In questo modo l’Ufficio non può comprimere il diritto di difesa adducendo la scadenza imminente dei termini.

    La motivazione rafforzata

    Il contraddittorio non è un adempimento formale. L’atto finale deve essere motivato anche con riferimento alle osservazioni del contribuente non accolte: la cosiddetta motivazione rafforzata. Se l’Ufficio ignora del tutto le controdeduzioni o non spiega perché le ha respinte, l’atto è vulnerabile.

    Quando NON spetta il contraddittorio: le esclusioni

    Il contraddittorio preventivo non si applica a tutti gli atti. Sono esclusi:

    • gli atti automatizzati e sostanzialmente automatizzati;
    • gli atti di pronta liquidazione e di controllo formale delle dichiarazioni;
    • i casi motivati di fondato pericolo per la riscossione;
    • gli atti di recupero di crediti inesistenti;
    • i dinieghi di rimborso.

    L’individuazione puntuale degli atti esclusi è rimessa al decreto MEF del 24 aprile 2024. Per chi riceve un atto, verificare se rientra o meno tra le esclusioni è il primo controllo da fare: se l’atto doveva essere preceduto dal contraddittorio e non lo è stato, si apre un vizio di annullabilità.

    Cosa fare in pratica quando arriva lo schema di atto

    Ricevere lo schema di atto non è ancora ricevere l’accertamento: è la finestra utile per incidere. Ecco una sequenza operativa concreta.

    1. Leggere con attenzione lo schema e identificare il tipo di accertamento e la norma richiamata (art. 38, art. 39 c.1, art. 39 c.2 DPR 600/1973). Da qui si capisce quale onere probatorio grava sull’Ufficio.
    2. Verificare i termini: annotare la data di ricezione e calcolare i 60 giorni (o il termine più ampio indicato), tenendo presente l’eventuale slittamento della decadenza al 120° giorno.
    3. Accedere agli atti: si può chiedere di estrarre copia del fascicolo per conoscere su quali documenti e presunzioni si fonda la pretesa.
    4. Raccogliere la documentazione che smonta le contestazioni: fatture, contratti, estratti conto, giustificativi delle spese, prove dei redditi esenti o già tassati nel caso del sintetico.
    5. Presentare le osservazioni nei termini, in modo puntuale: contestare i singoli presupposti, la qualità delle presunzioni e i calcoli, allegando le prove. Le osservazioni ben costruite obbligano l’Ufficio alla motivazione rafforzata e preparano il terreno a un eventuale ricorso.

    Il principio operativo è semplice: far emergere subito, e per iscritto, ogni elemento favorevole. Ciò che resta non detto nella fase del contraddittorio è più difficile da recuperare dopo.

    Domande frequenti

    Il contraddittorio preventivo vale per tutti gli accertamenti?

    Vale per tutti gli atti autonomamente impugnabili davanti al giudice tributario, salvo le esclusioni di legge (atti automatizzati e sostanzialmente automatizzati, pronta liquidazione, controllo formale, pericolo per la riscossione, recupero di crediti inesistenti, dinieghi di rimborso), individuate dal decreto MEF del 24 aprile 2024.

    Cosa succede se l’Ufficio non attiva il contraddittorio dovuto?

    L’atto emesso senza il contraddittorio preventivo, quando questo era obbligatorio, è annullabile. È un vizio che può essere fatto valere impugnando l’atto.

    Quanto tempo ho per rispondere allo schema di atto?

    Un termine non inferiore a 60 giorni dalla comunicazione dello schema, per presentare controdeduzioni o accedere ed estrarre copia degli atti. Se il termine scade dopo la decadenza dell’accertamento, quest’ultima slitta al 120° giorno successivo.

    Qual è la differenza pratica tra induttivo puro e analitico-induttivo?

    Nell’analitico-induttivo la contabilità è regolare e l’Ufficio deve usare presunzioni gravi, precise e concordanti. Nell’induttivo puro, ammesso solo quando la contabilità è inattendibile o omessa, l’Ufficio può usare anche presunzioni semplici prive di quei requisiti: il regime di prova è più favorevole all’Amministrazione, perciò contestare i presupposti che lo legittimano è spesso la prima leva difensiva.

    Hai un caso concreto?
    Questa guida spiega la regola.
    Per applicarla alla tua situazione, scrivici.

    Richiedi una consulenza →

  • Corte cost. n. 107/2010 – Sospensione d.l. elezioni regionali Lazio

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha rigettato la domanda della Regione Lazio di sospendere il decreto-legge n. 29 del 2010, che interpretava autenticamente le norme sul procedimento elettorale regionale. La Consulta ha ritenuto insussistente il grave e irreparabile pregiudizio necessario per la cautela, anche alla luce dell’imminente svolgimento delle elezioni del 28-29 marzo 2010.

    Di cosa si tratta

    La Regione Lazio aveva impugnato il decreto-legge 5 marzo 2010, n. 29, recante interpretazione autentica di disposizioni sul procedimento elettorale regionale. Temendo che la consultazione del 28-29 marzo 2010 si svolgesse sulla base di norme incostituzionali, la Regione aveva chiesto alla Corte di sospenderne l’efficacia in via cautelare, ai sensi dell’art. 35, comma 1, della legge n. 87 del 1953.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Lazio ha impugnato gli artt. 1 e 2 del d.l. n. 29/2010 in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 48, 72 co. 4, 77, 102, 104, 111 e 122, primo comma, della Costituzione, lamentando un’indebita interferenza statale nella competenza regionale a disciplinare nel dettaglio le elezioni del Consiglio e del Presidente della Giunta regionale.

    La decisione della Corte

    Con ordinanza del 18 marzo 2010, la Corte ha rigettato la domanda di sospensione. La Consulta ha escluso la sussistenza del “grave e irreparabile pregiudizio” richiesto per la misura cautelare, giudicando che lo svolgimento delle elezioni nei termini fissati non integrasse di per sé un danno irreversibile tale da giustificare la sospensione.

    Il principio

    La tutela cautelare nei giudizi in via principale davanti alla Corte costituzionale richiede la prova del grave e irreparabile pregiudizio; il semplice timore di svolgere elezioni sulla base di norme successivamente annullabili non è sufficiente a integrare tale requisito.

    Domande e risposte

    Che cos’è l’istanza di sospensione nel giudizio costituzionale?

    È una misura cautelare che la parte ricorrente può chiedere alla Corte affinché sospenda l’efficacia della norma impugnata in attesa della decisione di merito, a condizione di dimostrare un rischio di pregiudizio grave e irreparabile.

    Perché la Corte ha rigettato la domanda?

    Perché la Regione non ha dimostrato che lo svolgimento delle elezioni sulla base del decreto-legge avrebbe prodotto danni irreversibili: l’annullamento eventuale della norma avrebbe potuto essere valutato nel merito del giudizio principale.

    Cosa è successo al merito del ricorso?

    L’ordinanza riguarda solo la fase cautelare; il giudizio principale sulla legittimità costituzionale del d.l. n. 29/2010 è stato trattato separatamente dalla Corte.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 91/2010 – Atti contrari pubblica decenza forma colposa e art. 726 c.p.

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sul reato di atti contrari alla pubblica decenza (art. 726 c.p.) nella forma colposa: il rimettente ha descritto in modo contraddittorio il fatto contestato e ha proposto un petitum oscuro tra pronuncia ablativa e manipolativa.

    Di cosa si tratta

    Un Giudice di pace stava processando una persona sorpresa ad urinare in una pubblica via. Il rimettente riteneva che l’art. 726 c.p. (atti contrari alla pubblica decenza) fosse ingiusto nella parte in cui puniva anche la condotta colposa, chiedendo alla Corte di eliminare o trasformare in illecito amministrativo questa fattispecie.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norme impugnate: art. 44 del d.lgs. n. 507/1999 e artt. 1 e 7, comma 1, lett. c), della legge n. 205/1999 (delega depenalizzazione), in relazione all’art. 726 c.p., nella parte in cui non prevedono l’eliminazione o la trasformazione in illecito amministrativo degli atti contrari alla pubblica decenza commessi per colpa. Parametri: artt. 3 e 27 Cost. Giudice rimettente: Giudice di pace di San Severino Marche (ordinanza 20 luglio 2009).

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità per due ragioni concorrenti: (1) il rimettente descrive il fatto prima come commesso “per colpa” e poi come privo di “coscienza e volontà” (condotta incolpevole, penalmente irrilevante ex art. 42 c.p.); (2) il petitum è oscuro: il rimettente chiede alternativamente una pronuncia ablativa (eliminazione della fattispecie colposa) o manipolativa (trasformazione in illecito amministrativo), soluzioni che implicano scelte discrezionali del legislatore.

    Il principio

    Una questione di legittimità costituzionale è inammissibile sia quando la descrizione del fatto nella causa principale è contraddittoria (rendendo impossibile verificare la rilevanza), sia quando il petitum è formulato in modo alternativo o oscuro, rimettendo alla Corte scelte che spettano al legislatore.

    Domande e risposte

    Cosa punisce l’art. 726 c.p.?

    Gli atti o gesti contrari alla pubblica decenza eseguiti in luogo pubblico o aperto al pubblico. È una contravvenzione punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dopo le riforme di depenalizzazione, ma nella sua forma originaria era un reato penale.

    La condotta colposa è punibile in materia di contravvenzioni?

    In linea generale sì: per le contravvenzioni risponde anche chi agisce per colpa, salvo che la legge richieda espressamente il dolo (art. 42, comma 4, c.p.). Tuttavia, se il fatto è del tutto privo di coscienza e volontà, è penalmente irrilevante ai sensi dell’art. 42, comma 1, c.p.

    Qual era la contraddizione nel quesito del giudice rimettente?

    Prima qualificava il fatto come commesso “per colpa” (forma minima di imputazione soggettiva) e poi lo descriveva come commesso senza “coscienza e volontà” (condotta incolpevole in senso assoluto): le due affermazioni si escludono a vicenda, rendendo impossibile individuare la fattispecie concretamente applicabile.

    Norme collegate