Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 114/2005 – Opposizione a ordinanza-ingiunzione e termine del giudice

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    La Corte dichiara manifestamente infondate le questioni relative all’art. 22 della legge n. 689/1981 e all’art. 204-bis del codice della strada, che individuano nel giudice del luogo dell’accertamento il giudice competente per l’opposizione alle ordinanze-ingiunzione. Il rimettente sosteneva che ciò potesse ledere il diritto di difesa quando l’infrazione era accertata in luogo diverso dalla residenza dell’opponente.

    Di cosa si tratta

    Il codice della strada (art. 204-bis, introdotto nel 2003) stabilisce che l’opposizione all’ordinanza-ingiunzione emessa per infrazioni stradali debba essere proposta davanti al giudice del luogo in cui è stata accertata la violazione. Un automobilista residente altrove aveva impugnato un’ingiunzione emessa dalla Prefettura di Firenze per una violazione accertata a Firenze: il Giudice di pace di Roma (sez. distaccata di Ostia) ha sollevato la questione di costituzionalità.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Roma (sezione distaccata di Ostia) ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 della l. n. 689/1981 e dell’art. 204-bis, comma 1, del d.lgs. n. 285/1992 (codice della strada), in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, secondo comma, della Costituzione, nella parte in cui individuano nel giudice del luogo dell’accertamento il giudice competente per le opposizioni.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato le questioni manifestamente infondate: la scelta del criterio di competenza territoriale basato sul luogo dell’accertamento della violazione rientra nella discrezionalità del legislatore e non è manifestamente irragionevole. Il diritto di difesa non impone che il giudice sia sempre quello del domicilio dell’opponente.

    Il principio

    La determinazione delle regole di competenza territoriale appartiene alla discrezionalità del legislatore; il criterio del luogo dell’accertamento per l’opposizione alle ordinanze-ingiunzione non è manifestamente irragionevole né lesivo del diritto di difesa, potendo rispondere a legittime esigenze di efficienza del sistema sanzionatorio.

    Domande e risposte

    Dove si fa opposizione a una multa del codice della strada?

    Davanti al giudice di pace del luogo in cui è stata commessa l’infrazione, ai sensi dell’art. 204-bis del codice della strada. Non conta la residenza del trasgressore, ma il luogo dell’accertamento.

    La competenza nel luogo dell’accertamento può essere svantaggiosa per il cittadino?

    Sì, in caso di infrazione commessa in città lontana dalla residenza. Per questo il rimettente aveva sollevato la questione. La Corte ha tuttavia ritenuto che tale disagio non renda incostituzionale la norma: il legislatore può preferire il foro del luogo dell’accertamento per ragioni di effettività del sistema sanzionatorio.

    L’art. 204-bis del codice della strada era nuovo nel 2005?

    Sì: era stato introdotto dal d.l. n. 151 del 2003, convertito in l. n. 214 del 2003, e aveva unificato la disciplina dell’opposizione alle sanzioni amministrative stradali, fissando espressamente il criterio del luogo dell’accertamento.

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  • Corte cost. n. 141/2005 – Inottemperanza all’ordine di allontanamento e motivazione per relationem

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni sollevate dal Tribunale di Foggia sull’art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286/1998 (reato di inottemperanza all’ordine del questore di lasciare il territorio). Il giudice aveva motivato le proprie ordinanze unicamente per rinvio alle argomentazioni di un diverso giudice, senza sviluppare motivazione autonoma.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Foggia aveva sollevato con tre ordinanze questione di legittimità dell’art. 14, comma 5-ter, d.lgs. n. 286/1998 che punisce penalmente lo straniero che, senza giustificato motivo, non ottempera all’ordine del questore di lasciare il territorio. Tutte e tre le ordinanze, di contenuto sostanzialmente identico, si limitavano a richiamare le motivazioni contenute in una precedente ordinanza del Tribunale di Roma del 12 novembre 2002.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale denunciava la violazione degli artt. 24, 27, 104 e 111 della Costituzione, ma senza sviluppare autonomamente né la rilevanza né la non manifesta infondatezza della questione, limitandosi al rinvio per relationem all’ordinanza di altro giudice.

    La decisione della Corte

    La Corte ribadisce il proprio costante orientamento: nel giudizio incidentale di legittimità non possono avere ingresso questioni motivate solo per relationem. Il giudice rimettente deve sviluppare una motivazione autosufficiente, che non sia sostituibile dal rinvio al contenuto di altre ordinanze dello stesso o di diverso giudice. Le tre questioni sono dichiarate manifestamente inammissibili.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione deve contenere una motivazione autosufficiente sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza della questione. Non è ammissibile la motivazione esclusivamente per relationem che rinvii integralmente alle argomentazioni contenute in una precedente ordinanza di un diverso giudice remittente.

    Domande e risposte

    Che cosa punisce l’art. 14, comma 5-ter, del d.lgs. n. 286/1998?

    Punisce lo straniero che, senza giustificato motivo, non ottempera all’ordine del questore di lasciare il territorio entro cinque giorni. Si tratta di un reato omissivo la cui legittimità è stata più volte scrutinata dalla Corte, che in altre pronunce ha affrontato le questioni nel merito.

    Perché la motivazione per relationem è inammissibile?

    Perché la Corte costituzionale non può sindacare la correttezza del ragionamento giuridico di un giudice diverso da quello rimettente. Ogni ordinanza di rimessione deve contenere, con propria autonoma argomentazione, le ragioni per cui quel giudice, in quella causa, ritiene la questione rilevante e non manifestamente infondata.

    Cosa succede dopo una dichiarazione di inammissibilità?

    Il giudizio a quo riprende il suo corso ordinario, con applicazione della norma senza verificarne la compatibilità costituzionale. Il giudice può sollevare nuovamente la questione con un’ordinanza motivata in modo corretto, oppure applicare la norma e attendere eventuali pronunce in altri giudizi.

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  • Corte cost. n. 113/2005 – Ammende notarili e adeguatezza sanzionatoria

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione relativa all’art. 137 della legge notarile del 1913, che fissa l’importo delle ammende per le infrazioni disciplinari dei notai. Il rimettente (Tribunale di Savona) lamentava che le sanzioni pecuniarie fossero diventate irrisorie per effetto dell’inflazione, rendendo privo di senso il procedimento disciplinare. La Corte respinge la questione: la scelta della misura sanzionatoria spetta al legislatore.

    Di cosa si tratta

    L’art. 137 della legge 16 febbraio 1913, n. 89 (Ordinamento del notariato) stabilisce l’ammontare delle ammende applicabili ai notai in sede disciplinare. Il Tribunale di Savona, investito di un procedimento disciplinare, ha osservato che tali ammende, rimaste invariate dal 1913, erano ormai così irrisorie da rendere il sistema sanzionatorio privo di effettività.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Savona ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 137 della l. n. 89 del 1913, nella parte in cui determina l’ammontare delle ammende notarili, in riferimento agli artt. 3, 54, 97 e 111 della Costituzione, per violazione del principio di buon andamento della pubblica amministrazione e del principio di uguaglianza.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la questione manifestamente infondata: la scelta della misura sanzionatoria appartiene alla discrezionalità del legislatore. L’eventuale inadeguatezza dell’entità delle ammende rispetto agli scopi dell’ordinamento disciplinare è un problema di politica legislativa, non un vizio di incostituzionalità.

    Il principio

    La determinazione della misura delle sanzioni pecuniarie in un ordinamento disciplinare (incluso quello notarile) rientra nella discrezionalità del legislatore. Il solo fatto che le sanzioni siano diventate irrisorie per effetto dell’inflazione non le rende incostituzionali: spetta al Parlamento aggiornare la normativa sanzionatoria.

    Domande e risposte

    Le ammende disciplinari dei notai erano davvero irrisorie nel 2005?

    Sì, secondo il Tribunale rimettente: fissate nel 1913 in lire, non erano mai state adeguate all’inflazione e al mutato valore della moneta, rendendo di fatto simboliche le sanzioni pecuniarie previste dalla legge notarile.

    Perché la Corte non ha dichiarato incostituzionale la norma?

    Perché non esiste un vincolo costituzionale che imponga al legislatore di fissare sanzioni di un determinato importo: l’adeguatezza della pena pecuniaria è una scelta di merito che appartiene al Parlamento. La Corte può intervenire solo quando la sanzione è manifestamente sproporzionata in eccesso, non in difetto.

    Cosa avrebbe dovuto fare il legislatore?

    Aggiornare l’importo delle ammende notarili alla luce dell’evoluzione economica e del valore della moneta, come avvenuto per altri settori dell’ordinamento. In assenza di intervento legislativo, il sistema sanzionatorio disciplinare dei notai rimaneva formalmente vigente ma di scarsa efficacia deterrente.

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  • Corte cost. n. 112/2005 – Sospensione pena e revoca misura alternativa

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni relative all’art. 1, comma 3, lett. d), della legge n. 207 del 2003 sulla sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva, nella parte in cui consente di beneficiarne anche a chi abbia subito la revoca per fatto colpevole di una misura alternativa alla detenzione. Le ordinanze di rimessione non soddisfano i requisiti minimi di motivazione.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 207 del 2003 aveva introdotto la sospensione condizionata dell’esecuzione della parte finale della pena detentiva (fino a due anni). Il Tribunale di sorveglianza di Bari e i Magistrati di sorveglianza di Bari e Foggia avevano sollevato questione di legittimità costituzionale della norma che permetteva l’accesso a tale beneficio anche a chi avesse già subito la revoca per fatto colpevole di una misura alternativa, sostenendo che ciò violasse i principi di uguaglianza e rieducazione della pena.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di sorveglianza di Bari e i Magistrati di sorveglianza di Bari e Foggia hanno sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 3, lettera d), della legge 1° agosto 2003, n. 207, in riferimento agli artt. 3 e 27, secondo comma, della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità di tutte le questioni: le ordinanze di rimessione non descrivevano in modo adeguato i presupposti di fatto del giudizio principale, rendendo impossibile verificare la rilevanza della questione.

    Il principio

    Le ordinanze di rimessione devono descrivere i presupposti di fatto del giudizio principale con sufficiente precisione, così da consentire alla Corte di verificare la rilevanza della questione di legittimità costituzionale. L’omessa o carente descrizione di tali presupposti rende la questione manifestamente inammissibile.

    Domande e risposte

    Chi poteva beneficiare della sospensione condizionata della pena ex l. n. 207/2003?

    Tutti i detenuti che soddisfacessero determinati requisiti di legge, salvo alcune categorie escluse. La lettera d) del comma 3 escludeva da tale beneficio chi avesse subito la revoca per fatto colpevole di una misura alternativa: i giudici rimettenti si dolevano però che tale esclusione fosse formulata in modo tale da non operare in certi casi.

    Cos’è la revoca per fatto colpevole di una misura alternativa?

    La revoca per fatto colpevole si ha quando il soggetto beneficiario di una misura alternativa alla detenzione (come gli arresti domiciliari o la libertà vigilata) viola le prescrizioni imposte in modo volontario e consapevole, determinando così il rientro in carcere.

    Perché le questioni sono state dichiarate inammissibili?

    Perché i giudici rimettenti non avevano descritto con sufficiente chiarezza i fatti del caso concreto, impedendo alla Corte di verificare che la norma impugnata fosse effettivamente applicabile e rilevante ai fini della decisione del giudizio principale.

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  • Corte cost. n. 140/2005 – Espulsione straniero e diritto di difesa nel processo

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale del d.lgs. n. 286/1998 sollevata dal Tribunale di Foggia. Il giudice rimettente aveva omesso di indicare la specifica norma oggetto di censura, non aveva descritto la fattispecie concreta e aveva mancato di motivare sulla rilevanza della questione.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Foggia, nel corso di un procedimento penale, aveva sollevato questione di legittimità dell’intero Testo Unico sull’immigrazione (d.lgs. n. 286/1998) lamentando che la normativa, così come interpretata, prevedesse l’immediata concessione del nulla osta all’espulsione dell’imputato senza sospendere tale decisione fino al passaggio in giudicato della sentenza. L’imputato, se espulso prima del giudicato, sarebbe stato privato della possibilità di partecipare al processo.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Foggia denunciava la violazione degli artt. 24 e 111 Cost.: l’imputato espulso prima del passaggio in giudicato della sentenza non avrebbe potuto partecipare al processo né disporre delle condizioni necessarie per la sua difesa.

    La decisione della Corte

    La Corte rileva tre vizi procedurali insanabili: il rimettente non ha individuato la specifica norma del d.lgs. oggetto di censura (citando l’intero testo unico), non ha descritto la fattispecie concreta oggetto del giudizio a quo, e ha del tutto omesso di motivare sulla rilevanza della questione. La questione è pertanto manifestamente inammissibile.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione deve indicare con precisione quale norma si impugna, descrivere adeguatamente il caso concreto pendente davanti al giudice rimettente e argomentare sulla rilevanza della questione per la definizione di quel giudizio. La mancanza di questi requisiti minimi rende la questione manifestamente inammissibile.

    Domande e risposte

    Può essere espulso un imputato durante il processo penale?

    Il quadro normativo del d.lgs. n. 286/1998 prevede alcune ipotesi in cui l’espulsione dello straniero imputato può essere eseguita, ad esempio quando la pena irrogata non è superiore a due anni e non vi è connessione con il reato per cui si procede. La questione del diritto di difesa dell’imputato espulso è però una tematica complessa su cui la giurisprudenza si è più volte pronunciata.

    Quali sono i requisiti minimi di un’ordinanza di rimessione?

    L’ordinanza deve: (1) individuare la norma oggetto di censura; (2) indicare i parametri costituzionali che si ritiene violati; (3) descrivere la fattispecie concreta del giudizio a quo; (4) argomentare sulla rilevanza della questione per la definizione di quel giudizio; (5) motivare sulla non manifesta infondatezza del dubbio di incostituzionalità.

    Che cosa si intende per “rilevanza” della questione?

    La questione è rilevante quando la norma impugnata deve essere applicata nel giudizio pendente davanti al rimettente, e quando l’eventuale declaratoria di incostituzionalità influirebbe sull’esito di quel giudizio. Senza questo nesso, la questione è ipotetica e inammissibile.

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  • Corte cost. n. 111/2005 – Tetti di spesa SSR Puglia per prestazioni specialistiche private

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    La Corte dichiara in parte inammissibile e in parte non fondata la questione relativa alla legge di bilancio della Regione Puglia che fissava i tetti di spesa per le prestazioni specialistiche ambulatoriali erogate da strutture private accreditate, ancorandoli ai volumi del 1998. La questione sulla disparità di trattamento tra strutture pubbliche e private è inammissibile per difetto di rilevanza; quella sulla ragionevolezza del criterio del 1998 è non fondata.

    Di cosa si tratta

    La legge di bilancio regionale della Puglia del 2003 aveva stabilito che le prestazioni specialistiche ambulatoriali erogate oltre il tetto di spesa fossero remunerate con tariffe ridotte (regressione tariffaria), con il tetto fissato in misura corrispondente ai volumi del 1998. Il TAR per la Puglia, adito da strutture private accreditate, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale per violazione del principio di equiordinazione tra strutture pubbliche e private e per irragionevolezza del riferimento all’anno 1998.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR per la Puglia (sezione staccata di Lecce) ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 30, comma 4, della l.r. Puglia n. 4 del 2003, in riferimento agli artt. 3, 97 e 117 Cost., per disparità di trattamento tra strutture accreditate pubbliche e private e per irragionevolezza del criterio di calcolo del tetto di spesa.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile la questione nella parte relativa alla presunta disparità tra strutture pubbliche e private: il rimettente aveva errato nell’individuare la norma da sottoporre al controllo, non avendo correttamente identificato la disposizione che disciplinava il finanziamento delle strutture pubbliche. La questione sull’irragionevolezza del riferimento al 1998 è stata dichiarata non fondata.

    Il principio

    La fissazione di tetti di spesa per le prestazioni erogate da strutture private accreditate al SSR è legittima e non viola di per sé il principio di equiordinazione tra strutture pubbliche e private, che opera sulle modalità di remunerazione a tariffa delle prestazioni concordate, non sui meccanismi di finanziamento complessivo del sistema sanitario.

    Domande e risposte

    Le Regioni possono fissare tetti di spesa per le strutture sanitarie private accreditate?

    Sì: la legislazione nazionale (d.lgs. n. 502/1992) prevede espressamente che gli accordi contrattuali con le strutture accreditate definiscano i volumi massimi di attività. Il superamento del tetto comporta la remunerazione ridotta (regressione tariffaria), scelta rimessa alla Regione.

    Cosa significa equiordinazione tra strutture pubbliche e private nel SSR?

    Significa che, nell’erogare prestazioni a carico del SSR, le strutture accreditate pubbliche e private devono essere trattate secondo gli stessi criteri di remunerazione a tariffa e qualità. Non significa, tuttavia, che debbano ricevere lo stesso tipo di finanziamento complessivo.

    Perché il TAR aveva sollevato la questione in modo “confuso”?

    Perché non aveva correttamente individuato quale norma regolasse il finanziamento delle strutture pubbliche (disciplinato dal sistema per quote capitarie, non dalla stessa disposizione sul tetto di spesa), rendendo così impossibile alla Corte valutare la comparazione tra i due regimi.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 139/2005 – Cinture di sicurezza e patente a punti

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 172 e 126-bis del Codice della strada (obbligo di cinture di sicurezza e sistema a punti della patente) sollevate da due giudici di pace. Le ordinanze di rimessione presentavano motivazioni gravemente insufficienti sia sulla rilevanza sia sulla non manifesta infondatezza.

    Di cosa si tratta

    Il Giudice di pace di Viterbo e il Giudice di pace di Genova, nel corso di giudizi di opposizione a sanzioni per mancato uso delle cinture di sicurezza, avevano sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 172 e 126-bis del d.lgs. n. 285/1992 (Codice della strada), come modificati dal d.l. n. 151/2003 che aveva introdotto la “patente a punti”.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Viterbo lamentava la violazione degli artt. 2, 3, 13 e 32 Cost. nonché della CEDU, sostenendo che l’obbligo delle cinture ledesse la libertà personale e l’autodeterminazione. Il Giudice di pace di Genova denunciava la violazione dell’art. 3 Cost. per il fatto che la patente a punti prevede sanzioni analoghe per violazioni ontologicamente diverse (quelle a tutela dei terzi e quelle a tutela dello stesso destinatario).

    La decisione della Corte

    Entrambe le ordinanze presentano motivazioni gravemente insufficienti. Il Giudice di pace di Viterbo non dimostra adeguatamente la rilevanza della questione — la norma era stata modificata dopo l’accertamento dell’infrazione contestata — e si limita a fare proprie le argomentazioni della parte privata senza sviluppare autonoma motivazione. Il Giudice di pace di Genova argomenta in modo scarso e poco chiaro sul profilo della non manifesta infondatezza. La Corte richiama il suo costante orientamento: le questioni prive di adeguata motivazione sulla rilevanza o sulla non manifesta infondatezza sono manifestamente inammissibili.

    Il principio

    Il giudice rimettente deve motivare autonomamente e compiutamente tanto la rilevanza della questione nel giudizio a quo quanto la non manifesta infondatezza del dubbio di incostituzionalità. Non è sufficiente riportarsi alle argomentazioni della parte privata o svolgere motivazioni generiche e lacunose.

    Domande e risposte

    Perché la questione del Giudice di pace di Viterbo era carente sulla rilevanza?

    Perché l’infrazione era stata contestata nel maggio 2002, ma la norma impugnata era stata modificata nel giugno 2003. Il giudice non aveva chiarito se la versione applicabile al fatto fosse quella precedente o quella successiva alla modifica, rendendo impossibile valutare se la questione fosse rilevante nel giudizio concreto.

    Cosa si intende per “motivazione autosufficiente” dell’ordinanza di rimessione?

    L’ordinanza deve contenere, in modo autonomo e senza necessità di integrazione esterna, le ragioni di rilevanza della questione nel giudizio a quo e gli argomenti che la rendono non manifestamente infondata. Non può limitarsi a riprodurre le eccezioni delle parti.

    L’obbligo delle cinture di sicurezza contrasta con la libertà personale?

    La Corte non si pronuncia nel merito, avendo dichiarato la questione inammissibile. Tuttavia la giurisprudenza costituzionale ha costantemente ritenuto che l’art. 13 Cost. tuteli la libertà fisica della persona da coercizioni dello Stato, non l’autodeterminazione individuale in materia di sicurezza stradale.

    Norme collegate

    • Art. 3 della Costituzione — principio di uguaglianza e ragionevolezza, parametro invocato per il sistema sanzionatorio della patente a punti
    • Art. 13 della Costituzione — libertà personale, parametro invocato per l’obbligo delle cinture di sicurezza
  • Corte cost. n. 110/2005 – Soprattassa aziende faunistico-venatorie e delega legislativa

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    La Corte dichiara non fondata la questione relativa alla soprattassa sulle tasse di concessione regionale per le aziende faunistico-venatorie. La previsione del d.lgs. n. 230 del 1991 è coerente con i criteri della delega legislativa conferita con la l. n. 281/1970, come modificata dalla l. n. 158/1990, e non viola gli artt. 70 e 76 della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    Alcune aziende faunistico-venatorie della Puglia avevano chiesto il rimborso della soprattassa versata negli anni 1994-1997 sulla tassa di concessione regionale, sostenendo che tale soprattassa non fosse stata introdotta nel rispetto dei criteri della delega parlamentare al Governo. La Commissione tributaria provinciale di Bari ha sollevato questione di legittimità costituzionale del d.lgs. n. 230/1991 per eccesso di delega.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria provinciale di Bari ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 del d.lgs. 22 giugno 1991, n. 230, nella parte relativa alla soprattassa per le aziende faunistico-venatorie, in riferimento agli artt. 70 e 76 della Costituzione, sostenendo che il decreto legislativo avesse ecceduto i criteri della delega conferita con la l. n. 281/1970.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione: il decreto legislativo del 1991 ha correttamente esercitato la delega conferita dalla legge n. 281/1970, come modificata dalla l. n. 158/1990. L’introduzione della soprattassa era coerente con i criteri fissati dal legislatore delegante e non costituisce eccesso di delega.

    Il principio

    Il rispetto dei criteri della delega legislativa deve essere valutato in relazione all’insieme delle disposizioni della legge delegante e al loro spirito complessivo. Un decreto legislativo che si mantiene nell’ambito dello scopo e dei principi indicati dal Parlamento non eccede la delega, anche se introduce strumenti fiscali non espressamente previsti nel dettaglio.

    Domande e risposte

    Cos’è la delega legislativa e quali sono i suoi limiti?

    La delega legislativa (art. 76 Cost.) consente al Parlamento di affidare al Governo il potere di emanare decreti aventi forza di legge, entro un tempo determinato e su oggetti definiti e principi e criteri direttivi fissati dalla legge delega. Il Governo non può andare al di là di tali limiti.

    Cosa sono le tasse di concessione regionale?

    Sono tributi dovuti alle Regioni per il rilascio di determinate concessioni o autorizzazioni (in questo caso, per la gestione di aziende faunistico-venatorie). La tariffa è stabilita dallo Stato con decreto legislativo ed è commisurata all’attività autorizzata.

    Le aziende avevano diritto al rimborso della soprattassa?

    No, alla luce della sentenza. La Corte ha confermato la legittimità della soprattassa, escludendo che si trattasse di un tributo introdotto in violazione dei criteri della delega; pertanto le aziende non avevano titolo per il rimborso.

    Norme collegate

    • Art. 97 della Costituzione — principio di legalità e buon andamento della pubblica amministrazione (richiamato come parametro)
  • Corte cost. n. 138/2005 – Espulsione stranieri e convalida giudiziaria

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    La Corte ordina la restituzione degli atti ai giudici rimettenti in materia di espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera. La questione sull’art. 13, comma 5-bis, del d.lgs. n. 286/1998 era già stata decisa con la sentenza n. 222/2004 che aveva dichiarato tale comma incostituzionale; la norma è stata poi sostituita da decreto-legge.

    Di cosa si tratta

    Quattro tribunali (Trieste, Vicenza, Roma in due cause) avevano sollevato questione di legittimità dell’art. 13, commi 4 e 5-bis, del Testo Unico Immigrazione (d.lgs. n. 286/1998), contestando che il meccanismo di convalida del decreto di espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera fosse puramente formale: lo straniero veniva espulso prima ancora che il giudice potesse esaminare il caso, senza contraddittorio né audizione.

    La questione di legittimità costituzionale

    I rimettenti denunciavano la violazione degli artt. 3, 13, 24 e 111 della Costituzione: il controllo giurisdizionale sulla limitazione della libertà personale era solo formale e privo di effettività, l’espulsione era già eseguita prima della convalida, e lo straniero non poteva difendersi.

    La decisione della Corte

    Nel frattempo la sentenza n. 222/2004 di questa stessa Corte aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 13, comma 5-bis. Successivamente tale norma era stata sostituita dall’art. 1 del decreto-legge 14 settembre 2004, n. 241, convertito in legge n. 271/2004. La Corte ordina quindi la restituzione degli atti, affinché i giudici valutino la persistente rilevanza della questione alla luce del mutato quadro normativo.

    Il principio

    Quando, dopo la sollevazione di una questione incidentale, interviene una sentenza della Corte costituzionale che affronta la stessa questione e successivamente la norma impugnata viene modificata dal legislatore, gli atti vanno restituiti ai giudici rimettenti per rivalutare la rilevanza della questione alla luce dello ius superveniens.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva il comma 5-bis dell’art. 13 del d.lgs. n. 286/1998?

    Prevedeva che il provvedimento di espulsione con accompagnamento immediato alla frontiera fosse immediatamente esecutivo, con convalida del giudice successiva all’esecuzione e senza previa audizione dello straniero. La sentenza n. 222/2004 della Corte lo aveva dichiarato incostituzionale per violazione dell’art. 13 Cost.

    Che cosa cambia con la restituzione degli atti?

    I giudici rimettenti devono valutare se la nuova disciplina introdotta dal d.l. n. 241/2004 abbia eliminato i vizi di incostituzionalità segnalati. Se la questione non è più rilevante nel giudizio a quo, il processo incidentale si chiude; altrimenti può essere risollevata davanti alla Corte.

    Perché era contestata la mancanza di audizione dello straniero?

    Perché il diritto di difesa (art. 24 Cost.) e il principio del giusto processo (art. 111 Cost.) impongono che, quando si limita la libertà personale di un individuo, questi abbia la possibilità di far valere le proprie ragioni prima o comunque contestualmente all’esecuzione del provvedimento restrittivo.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 109/2005 – Interruzione del processo in cassazione per morte del difensore

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    La Corte dichiara inammissibile la questione sollevata dalla Corte di cassazione sulla mancata applicazione dell’istituto dell’interruzione del processo quando il difensore muore dopo la proposizione del ricorso e prima dell’udienza di discussione. Pur riconoscendo il problema e la sua fondatezza di principio, la Corte ritiene che la soluzione non sia costituzionalmente obbligata: spetta al legislatore disciplinare la complessa materia.

    Di cosa si tratta

    Nel giudizio di cassazione, il codice di procedura civile non prevede che la morte del difensore determini l’interruzione del processo. La Corte di cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale di tale disciplina, osservando che l’assenza di un meccanismo interruttivo priva la parte colpita dalla morte del difensore della possibilità di esercitare pienamente il diritto di difesa nelle fasi successive al ricorso.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte di cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 301 e 377, secondo comma, del codice di procedura civile, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24, secondo comma, e 111 della Costituzione, nella parte in cui non attribuiscono rilevanza, nel giudizio di cassazione, alla morte dell’unico difensore verificatasi dopo la proposizione del ricorso e prima dell’udienza di discussione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la questione inammissibile: pur condividendo il principio che il carattere officioso del giudizio di cassazione non giustifica l’esclusione dell’istituto dell’interruzione, ha rilevato che la soluzione del problema implica scelte discrezionali complesse — quali la portata e le modalità dell’interruzione nel giudizio di legittimità — che spettano al legislatore e non alla Corte.

    Il principio

    Il carattere officioso del giudizio di cassazione non vale di per sé a escludere l’applicazione dell’istituto dell’interruzione del processo per eventi che pregiudicano l’integrità difensiva della parte. Tuttavia, quando la pronuncia additiva richiederebbe scelte legislative discrezionali, la questione deve essere dichiarata inammissibile, rinviando al legislatore il compito di regolare la materia.

    Domande e risposte

    Se il difensore muore durante il giudizio di cassazione, il processo si interrompe?

    Secondo il diritto vigente al 2005, no: il giudizio di cassazione non prevede l’interruzione per morte del difensore. La Corte ha riconosciuto la problematicità di questa situazione ma non ha potuto colmarla con una pronuncia additiva, rimettendo la soluzione al legislatore.

    Perché la questione è stata dichiarata inammissibile anziché fondata?

    Perché per riconoscere rilevanza alla morte del difensore nel giudizio di cassazione sarebbe necessario risolvere una serie di questioni tecniche complesse (durata e modalità dell’interruzione, effetti sulle notifiche già effettuate, ecc.) che non hanno una soluzione costituzionalmente necessitata.

    Cosa si tutela con l’istituto dell’interruzione del processo?

    Il diritto di difesa: l’interruzione consente alla parte colpita da un evento pregiudizievole (come la morte del difensore) di continuare ad esercitare tutti i poteri processuali riconosciuti dalla legge, non solo quelli d’impulso.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 137/2005 – Testimone falso e uso delle dichiarazioni investigative

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione di legittimità dell’art. 500, comma 4, c.p.p. nella parte in cui consente l’acquisizione dibattimentale delle precedenti dichiarazioni del testimone solo in caso di subornazione o violenza, e non anche quando il testimone renda volontariamente dichiarazioni false o reticenti.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Milano aveva sollevato questione di legittimità sull’art. 500, comma 4, c.p.p. nel corso di un processo penale in cui la persona offesa – sentita come testimone – aveva reso in dibattimento dichiarazioni palesemente false e reticenti, negando di conoscere il presunto autore delle minacce subite, diversamente da quanto aveva dichiarato nelle indagini preliminari.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Milano sosteneva che la norma, consentendo l’acquisizione delle dichiarazioni investigative solo in caso di condotta illecita di terzi sul testimone (subornazione, violenza, minaccia), e non anche quando è il testimone stesso a deporre il falso, violasse gli artt. 3 e 111, quinto comma, Cost. Il giudice rimettente riteneva che la deroga al contraddittorio prevista dall’art. 111, quinto comma, Cost. dovesse coprire anche le condotte illecite commesse dal dichiarante.

    La decisione della Corte

    La Corte richiama le ordinanze n. 453 e n. 518 del 2002, nelle quali aveva già chiarito che l’art. 111, quinto comma, Cost. — nel prefigurare la deroga al contraddittorio per “provata condotta illecita” — si riferisce solo alle condotte illecite poste in essere “sul” dichiarante da parte di terzi (violenza, minaccia, subornazione), non a quelle commesse “dal” dichiarante medesimo. Le situazioni sono eterogenee e non comparabili ai sensi dell’art. 3 Cost.

    Il principio

    La deroga al principio del contraddittorio nella formazione della prova, prevista dall’art. 111, quinto comma, Cost. per “provata condotta illecita”, riguarda esclusivamente le condotte illecite poste in essere da terzi sul testimone, non le scelte autonome del testimone di mentire o tacere in dibattimento.

    Domande e risposte

    Quando possono essere acquisite al dibattimento le dichiarazioni rese nelle indagini?

    Ai sensi dell’art. 500, comma 4, c.p.p., le dichiarazioni investigative del testimone possono essere acquisite solo quando vi siano elementi concreti per ritenere che il testimone sia stato subornato oppure sottoposto a violenza o minaccia. Non basta che il testimone menta o taccia per propria scelta.

    Perché la falsa testimonianza non è equiparabile alla subornazione ai fini dell’art. 111 Cost.?

    Perché la ratio della deroga costituzionale al contraddittorio è tutelare il processo dalle intimidazioni esterne: la coartazione ab externo del dichiarante è fenomeno diverso dalla sua libera scelta di non dire il vero. Le situazioni sono ontologicamente diverse e non paragonabili ai sensi del principio di uguaglianza.

    Esiste un rimedio contro il testimone che mente in dibattimento?

    Sì: il reato di falsa testimonianza (art. 372 c.p.). La Corte riconosce che la sanzione penale può non essere un deterrente sufficiente, ma ciò non autorizza a modificare per via interpretativa il contenuto dell’art. 111, quinto comma, Cost.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 136/2005 – Insindacabilità parlamentare e legge n. 140/2003

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, della legge n. 140/2003 sull’insindacabilità parlamentare. La norma, pur nella sua formulazione ampia, non amplia la prerogativa dell’art. 68, primo comma, Cost. rispetto all’interpretazione già consolidata, ma si limita a renderla operativa sul piano processuale.

    Di cosa si tratta

    Tre tribunali (Caltanissetta, Roma, Brescia) avevano sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, della legge 20 giugno 2003, n. 140, che disciplina l’insindacabilità dei parlamentari per le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni. I procedimenti riguardavano deputati e senatori imputati di diffamazione aggravata per dichiarazioni rese in trasmissioni televisive.

    La questione di legittimità costituzionale

    I giudici rimettenti sospettavano che la norma, introdotta con legge ordinaria, avesse ampliato la garanzia di insindacabilità dell’art. 68, primo comma, Cost. ben oltre i limiti fissati dalla giurisprudenza costituzionale, creando un privilegio illimitato a favore dei parlamentari (violazione dell’art. 3 Cost.) e comprimendo il diritto di difesa della persona offesa (violazione dell’art. 24 Cost.).

    La decisione della Corte

    La Corte riunisce i giudizi e dichiara le questioni manifestamente infondate, richiamando la sentenza n. 120/2004 in cui aveva già chiarito che la norma impugnata, nonostante la più ampia formulazione lessicale, è di mera attuazione dell’art. 68, primo comma, Cost.: non innova rispetto alla disposizione costituzionale, ma ne rende esplicito e direttamente operativo il contenuto sul piano processuale.

    Il principio

    Una legge ordinaria che si limiti a rendere immediatamente operativo sul piano processuale il disposto di una norma costituzionale sull’insindacabilità parlamentare non si pone in contrasto con la Costituzione, a condizione che non innovi rispetto al contenuto della disposizione costituzionale stessa.

    Domande e risposte

    Che cosa garantisce l’art. 68, primo comma, della Costituzione?

    Garantisce che i parlamentari non siano chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. La Corte ha precisato che la garanzia copre anche le dichiarazioni extra-parlamentari che siano di significato sostanzialmente corrispondente a opinioni già espresse in sede parlamentare.

    Può una legge ordinaria estendere una prerogativa costituzionale?

    No. Una legge ordinaria non può ampliare il contenuto di una prerogativa fissata dalla Costituzione. Può invece renderne operativi i contenuti già impliciti, come ha fatto la legge n. 140/2003 secondo la Corte.

    Qual è la differenza tra questa ordinanza e la sentenza n. 120/2004?

    La sentenza n. 120/2004 aveva già affrontato e risolto questioni identiche. L’ordinanza n. 136/2005 si limita a prendere atto che i giudici rimettenti non hanno addotto argomenti nuovi rispetto a quelli già valutati, dichiarando quindi la manifesta infondatezza.

    Norme collegate

    • Art. 68 della Costituzione — disciplina l’insindacabilità dei parlamentari per voti e opinioni espressi nell’esercizio delle funzioni
    • Art. 3 della Costituzione — principio di uguaglianza, invocato dai giudici rimettenti in relazione al trattamento privilegiato dei parlamentari
    • Art. 24 della Costituzione — diritto di difesa, ritenuto compresso dalla norma secondo i rimettenti