Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 281/2010 – Sospensiva appalti pubblici illegittima automatica caducazione

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il terzo periodo dell’art. 1, comma 3, del d.l. n. 59 del 2008, nella parte in cui prevedeva la perdita automatica di efficacia del provvedimento di sospensione cautelare adottato o confermato dal giudice, nei giudizi di ottemperanza relativi ad appalti. La norma violava il diritto di difesa e il principio del giusto processo.

    Di cosa si tratta

    Il decreto-legge n. 59 del 2008 aveva introdotto una norma che, in giudizi di ottemperanza su appalti, faceva automaticamente perdere efficacia al provvedimento di sospensiva cautelare adottato o confermato dal giudice in certi casi. Il Tribunale di Roma, in funzione di giudice del lavoro, aveva sollevato la questione nel corso di un giudizio sulla cartella di pagamento di contributi previdenziali.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Roma ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 3, del d.l. n. 59 del 2008, convertito con la legge n. 101 del 2008, in riferimento agli artt. 24, secondo comma, 111, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione; nonché del combinato disposto dei commi 3 e 6, in riferimento agli artt. 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato: a) l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 3, terzo periodo, del d.l. n. 59 del 2008, nella parte in cui stabiliva la perdita di efficacia del provvedimento di sospensione adottato o confermato dal giudice; b) inammissibile la questione relativa al combinato disposto dei commi 3 e 6 del medesimo articolo.

    Il principio

    Una norma che priva automaticamente di efficacia un provvedimento cautelare già adottato o confermato dal giudice — senza che sia intervenuta una nuova valutazione giurisdizionale — viola il diritto di difesa (art. 24 Cost.) e il principio del giusto processo (art. 111 Cost.). Il legislatore non può annullare con una norma di legge gli effetti di un provvedimento cautelare già emesso dall’autorità giudiziaria.

    Domande e risposte

    Perché la perdita automatica della sospensiva è incostituzionale?

    Perché svuota di contenuto il potere cautelare del giudice: se il legislatore può far cadere automaticamente i provvedimenti di sospensione già emessi, l’effettività della tutela giurisdizionale viene meno. Il diritto di difesa comprende il diritto a misure cautelari efficaci.

    Cosa succede alla sospensiva cautelare dopo questa sentenza?

    La perdita automatica di efficacia è stata eliminata dall’ordinamento. Il provvedimento cautelare di sospensione adottato o confermato dal giudice mantiene la propria efficacia fino a quando il giudice stesso non lo revochi o lo modifichi.

    Chi erano le parti nel giudizio principale?

    C.S.C. Computer Sciences Corporation Italia s.r.l. contro INPS ed altra. La controversia riguardava il pagamento di contributi previdenziali e l’opposizione a cartella esattoriale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 280/2010 – Carta di circolazione veicoli servizi pubblici

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’art. 180, comma 4, del codice della strada nella parte in cui non estendeva a tutti i veicoli delle aziende fornitrici di servizi pubblici essenziali la facoltà di tenere a bordo una fotocopia autenticata della carta di circolazione, anziché l’originale.

    Di cosa si tratta

    Il codice della strada obbliga i conducenti a tenere a bordo del veicolo la carta di circolazione in originale. Una norma del 2003 aveva esteso la facoltà di usare una fotocopia autenticata ai veicoli di alcune aziende di servizi pubblici, ma non a tutte. L’AMIU di Genova (azienda municipale igiene urbana) si era vista irrogare una sanzione per non aver esibito l’originale, nonostante svolgesse un servizio pubblico essenziale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Genova ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 180, comma 4, del d.lgs. n. 285 del 1992 (codice della strada), come integrato dall’art. 3, comma 17, del d.l. n. 151 del 2003, in riferimento agli artt. 3 e 41 della Costituzione. La norma consentiva ad alcune aziende di usare fotocopie autenticate, ma non a tutte quelle erogatrici di servizi pubblici essenziali.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma nella parte in cui non estendeva a tutti i veicoli delle aziende fornitrici di servizi pubblici essenziali (ai sensi dell’art. 1 della l. n. 146 del 1990) la facoltà di tenere a bordo una fotocopia autenticata della carta di circolazione.

    Il principio

    Una disciplina che riconosce un beneficio (uso di fotocopia autenticata anziché originale) ad alcune categorie di aziende di servizi pubblici ma non ad altre che si trovano in posizione identica viola il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione. La disparità di trattamento non è giustificata da alcuna differenza sostanziale tra le categorie.

    Domande e risposte

    Quali sono i servizi pubblici essenziali ai sensi della legge n. 146 del 1990?

    Sono i servizi la cui interruzione può pregiudicare il godimento di diritti fondamentali: sanità, igiene pubblica, raccolta dei rifiuti, trasporti pubblici, erogazione di acqua, gas ed energia, protezione civile e altri. La raccolta rifiuti urbani rientra in questa categoria.

    Cosa deve tenere oggi a bordo il conducente di un veicolo aziendale?

    Le imprese fornitrici di servizi pubblici essenziali possono tenere a bordo una fotocopia della carta di circolazione autenticata dal proprietario del veicolo, in luogo dell’originale. La sentenza ha esteso questa facoltà a tutte le categorie di servizi essenziali.

    Perché il giudice di pace di Genova ha sollevato la questione?

    Nel corso del giudizio di opposizione proposto da AMIU s.p.a. contro un verbale di contestazione, il Giudice di pace ha rilevato che l’azienda — che gestisce la raccolta dei rifiuti urbani, servizio pubblico essenziale — si trovava in una posizione identica ad aziende già esentate dalla norma senza poter fruire dello stesso beneficio.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 279/2010 – Reclamo chiusura fallimento termine decorrenza

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’art. 119, secondo comma, della legge fallimentare (nel testo anteriore alle riforme del 2006-2007), nella parte in cui faceva decorrere il termine per il reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento dalla sola pubblicazione, anziché dalla comunicazione agli interessati già individuati negli atti processuali.

    Di cosa si tratta

    Prima della riforma del 2006, il termine di quindici giorni per proporre reclamo contro il decreto di chiusura del fallimento decorreva dalla data di pubblicazione del decreto nelle forme previste dall’art. 17 della legge fallimentare. I creditori già identificati negli atti non venivano informati personalmente, con il rischio di perdere il termine senza saperlo.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Napoli ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 119, secondo comma, del r.d. n. 267 del 1942 (legge fallimentare), nel testo anteriore alle modifiche dei d.lgs. n. 5 del 2006 e n. 169 del 2007, nella parte in cui il termine per il reclamo decorreva dalla pubblicazione anziché dalla comunicazione personale, in riferimento all’art. 24 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma nella parte in cui — nei confronti dei soggetti interessati già individuati sulla base degli atti processuali — faceva decorrere il termine per il reclamo dalla data di pubblicazione, anziché dalla comunicazione dell’avvenuto deposito effettuata a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento o altra modalità prevista dalla legge.

    Il principio

    Il diritto di difesa garantito dall’art. 24 della Costituzione esige che i soggetti già identificati negli atti di un procedimento siano informati personalmente degli atti che fanno decorrere termini decadenziali per l’esercizio di impugnazioni. La sola pubblicazione nelle forme generali non è sufficiente quando i destinatari siano specificamente individuabili.

    Domande e risposte

    Questa sentenza si applica ancora oggi?

    No, in via diretta. Le riforme della legge fallimentare del 2006 e del 2007 hanno modificato l’art. 119, adeguandolo ai principi del giusto processo. La sentenza ha rilevanza storica e interpretativa, ma la norma censurata non è più in vigore nel testo originario.

    Cosa cambia con la decorrenza dalla comunicazione anziché dalla pubblicazione?

    Con la comunicazione personale, il termine di quindici giorni per proporre reclamo parte solo dal momento in cui il destinatario è informato del provvedimento. Ciò garantisce che chi ha un interesse riconoscibile abbia la concreta possibilità di esercitare il proprio diritto di difesa.

    Chi ha promosso il giudizio?

    Il giudice rimettente era la Corte d’appello di Napoli, in un procedimento tra A.C. e A.G. ed altri, nell’ambito di una procedura fallimentare.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 278/2010 – Energia nucleare competenze regionali legge 99/2009

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’art. 3, comma 9, della legge n. 99 del 2009 in materia di energia, perché attribuiva al Governo il potere di localizzare siti nucleari senza alcuna forma di coinvolgimento delle Regioni, violando la competenza concorrente in materia di «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia».

    Di cosa si tratta

    La legge 23 luglio 2009, n. 99 aveva riavviato il programma nucleare italiano, delegando al Governo l’adozione di decreti legislativi per la localizzazione dei siti nucleari e la disciplina dell’intero ciclo del combustibile. Undici Regioni hanno impugnato diverse disposizioni, lamentando l’esclusione dalle procedure decisionali in una materia che tocca il loro territorio.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Regioni Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Basilicata, Piemonte, Lazio, Calabria, Marche, Emilia-Romagna e Molise hanno impugnato gli artt. 3, comma 9, 25, commi 1 e 2, 26, comma 1, e 27 della legge n. 99 del 2009, in riferimento agli artt. 117 e 118 della Costituzione e al principio di leale collaborazione. Le Regioni sostenevano di dover essere coinvolte nelle decisioni sulla localizzazione degli impianti nucleari.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 9, della legge n. 99 del 2009 per violazione dell’art. 117, terzo comma, Cost. La norma attribuiva al Governo poteri di localizzazione nucleare senza prevedere la necessaria intesa con le Regioni. Le altre questioni sono state dichiarate inammissibili per vari motivi processuali.

    Il principio

    La localizzazione di impianti per la produzione di energia, incluse le centrali nucleari, rientra nella materia di legislazione concorrente «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia»: lo Stato può fissare i principi fondamentali, ma deve garantire il coinvolgimento delle Regioni nelle scelte che incidono sui loro territori. L’esclusione delle Regioni da tale procedimento viola la Costituzione.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva l’art. 3, comma 9, della legge n. 99 del 2009?

    Consentiva al Governo di localizzare i siti per gli impianti del ciclo del combustibile nucleare mediante decreto legislativo, senza richiedere l’intesa con le Regioni interessate. La Corte ha ritenuto che questo meccanismo violasse la competenza concorrente in materia energetica.

    Le Regioni devono esprimere intesa obbligatoria sulle centrali nucleari?

    Sì, in materia di localizzazione di impianti energetici rilevanti il principio di leale collaborazione impone forme forti di coinvolgimento regionale, fino all’intesa. La Corte ha confermato questo orientamento anche in relazione al nucleare.

    Il programma nucleare italiano è andato avanti dopo questa sentenza?

    No. Un referendum nel giugno 2011 ha abrogato le norme che consentivano la realizzazione di impianti nucleari in Italia, ponendo fine definitivamente al programma.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — La produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia è materia di legislazione concorrente (comma 3)
  • Corte cost. n. 277/2010 – Definizione agevolata Corte dei conti inammissibile

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione sollevata dalla Corte dei conti sull’art. 1, commi 231-233, della legge finanziaria 2006, relativa all’istituto della definizione agevolata dei giudizi di responsabilità erariale. La questione era analoga ad altre già decise in precedenti ordinanze.

    Di cosa si tratta

    La legge finanziaria 2006 aveva previsto la possibilità di definire in via agevolata i giudizi di responsabilità erariale davanti alla Corte dei conti. La sezione terza centrale d’appello della Corte dei conti dubitava della costituzionalità della norma nella parte in cui non estendeva il beneficio a chi, assolto in primo grado, era stato poi condannato in appello su gravame del pubblico ministero.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte dei conti, terza sezione centrale d’appello, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 231, 232 e 233, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (legge finanziaria 2006), in riferimento agli artt. 3, 24, 97 e 111 della Costituzione, nella parte in cui non prevede l’applicazione della definizione agevolata anche a chi era stato assolto in primo grado e poi condannato in appello.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione, rilevando che era sostanzialmente identica ad altre già dichiarate inammissibili o manifestamente infondate in precedenti pronunce (ordinanze n. 153 del 2010, n. 39 e n. 3 del 2009). La riproposta di questioni sostanzialmente identiche senza addurre nuovi argomenti comporta l’inammissibilità.

    Il principio

    Una questione di legittimità costituzionale identica a quelle già decise dalla Corte — senza che il giudice rimettente adduca nuovi profili o argomenti — è manifestamente inammissibile per mancanza di autonomia argomentativa. Il giudicato costituzionale non produce effetti preclusivi assoluti, ma la mera riproposizione è inammissibile.

    Domande e risposte

    Cos’è la definizione agevolata nei giudizi di responsabilità erariale?

    Era un istituto straordinario introdotto dalla legge finanziaria 2006 che consentiva ai convenuti in giudizi di responsabilità erariale di chiudere il procedimento pagando una somma inferiore a quella contestata, evitando la prosecuzione del giudizio.

    Perché la questione era inammissibile?

    Perché la Corte dei conti aveva sollevato una questione sostanzialmente identica ad altre già decise in precedenza. La Corte costituzionale aveva già esaminato profili analoghi e il rimettente non aveva portato argomenti nuovi che giustificassero un riesame.

    Chi erano i soggetti nel giudizio principale?

    Il giudizio riguardava G.S. e altri, convenuti in un giudizio di responsabilità erariale dalla Procura regionale della Corte dei conti per la Regione Calabria, in relazione a una procedura di acquisto del Comune di San Calogero. Erano stati assolti in primo grado e poi condannati in appello.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 276/2010 – Matrimonio tra persone dello stesso sesso

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione relativa all’art. 2 della Costituzione e manifestamente infondata la questione relativa agli artt. 3 e 29, riguardanti le norme del codice civile che non consentono il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La disciplina è stata ritenuta conforme alla Costituzione, ferma restando la discrezionalità del legislatore.

    Di cosa si tratta

    Due uomini avevano chiesto la pubblicazione di matrimonio all’ufficiale di stato civile di Firenze, che aveva respinto la richiesta. Dopo l’opposizione al Tribunale e il reclamo alla Corte d’appello, quest’ultima aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale delle norme del codice civile che escludevano il matrimonio omosessuale.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 107, 108, 143, 143-bis e 156-bis del codice civile, nella parte in cui non consentono il matrimonio tra persone del medesimo sesso, in riferimento agli artt. 2, 3 e 29 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato: a) manifestamente inammissibile la questione in riferimento all’art. 2 Cost.; b) manifestamente infondata la questione in riferimento agli artt. 3 e 29 Cost. L’art. 29 Cost. si riferisce al matrimonio come istituto tradizionalmente inteso tra uomo e donna. L’art. 2 Cost. garantisce i diritti delle formazioni sociali (incluse le coppie omosessuali), ma non impone al legislatore di equipararle al matrimonio.

    Il principio

    L’art. 29 della Costituzione, riferendosi alla «società naturale» fondata sul matrimonio, rispecchia una nozione di matrimonio storicamente intesa come unione tra un uomo e una donna. La Costituzione non impone né vieta al legislatore di estendere il matrimonio alle coppie omosessuali: si tratta di una scelta rimessa alla discrezionalità del Parlamento, nel rispetto dei principi di ragionevolezza.

    Domande e risposte

    Le coppie omosessuali hanno diritti riconosciuti dalla Costituzione?

    Sì. La Corte ha ribadito che le coppie formate da persone dello stesso sesso rientrano nelle «formazioni sociali» tutelate dall’art. 2 Cost. e hanno diritto a un nucleo di diritti fondamentali. Ciò non equivale però al diritto al matrimonio.

    Questa sentenza ha definitivamente chiuso la questione?

    No. Successivamente la Corte ha riconosciuto (sent. n. 138 del 2010, coeva) che il legislatore può e, in alcuni casi, deve garantire specifici diritti alle coppie omosessuali. La questione è stata poi ripresa in più occasioni, sino alla legge Cirinnà (l. n. 76 del 2016) che ha introdotto le unioni civili.

    Perché la questione sull’art. 2 Cost. è stata dichiarata inammissibile e non infondata?

    Perché l’art. 2 Cost. non è una norma che può essere utilizzata come parametro diretto per dichiarare l’illegittimità di una norma ordinaria senza l’intermediazione di un diritto specificamente garantito; la Corte ha ritenuto che la questione fosse mal formulata rispetto a quel parametro.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 275/2010 – Integrazione stranieri Marche processo estinto

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato estinto il processo relativo alla legge della Regione Marche n. 13 del 2009 sull’integrazione degli stranieri immigrati. Il Presidente del Consiglio dei ministri aveva impugnato alcune disposizioni, ma ha successivamente rinunciato al ricorso, con accettazione della Regione.

    Di cosa si tratta

    La Regione Marche aveva approvato la legge n. 13 del 2009, recante «Disposizioni a sostegno dei diritti e dell’integrazione dei cittadini stranieri immigrati». Il Governo aveva impugnato alcune disposizioni che, a suo avviso, disciplinavano il soggiorno degli stranieri non ancora regolarizzati, invadendo la competenza statale in materia di immigrazione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri aveva impugnato l’art. 2, comma 1, lettera c), e le disposizioni collegate (artt. 11, 12, 13, 14, comma 1, e 16) della legge regionale marchigiana n. 13 del 2009, in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettere a) e b), della Costituzione. La norma censurata includeva tra i destinatari degli interventi regionali anche gli stranieri «in attesa del procedimento di regolarizzazione».

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato estinto il processo, a seguito della rinuncia al ricorso da parte del Presidente del Consiglio dei ministri e dell’accettazione della controparte (Regione Marche). La rinuncia seguita dall’accettazione comporta l’estinzione del processo ai sensi delle norme che regolano i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

    Il principio

    Nel giudizio in via principale davanti alla Corte costituzionale, la rinuncia al ricorso da parte del ricorrente, seguita dall’accettazione della parte resistente, determina l’estinzione del processo senza che la Corte si pronunci nel merito. La legge regionale rimane in vigore.

    Domande e risposte

    La legge regionale marchigiana è rimasta in vigore?

    Sì. L’estinzione del processo non equivale a una pronuncia di costituzionalità: la legge regionale rimane in vigore, ma non è stata «promossa» dalla Corte. Il Governo ha semplicemente rinunciato a contestarla.

    Perché il Governo ha rinunciato al ricorso?

    Il testo non specifica le ragioni della rinuncia. È prassi che il Governo ritiri i ricorsi quando la Regione modifica la legge impugnata o quando si raggiunge un accordo politico-istituzionale sulla questione.

    Gli stranieri in attesa di regolarizzazione possono ricevere servizi regionali?

    La questione è rimasta irrisolta sul piano costituzionale. In generale, la Corte ha chiarito in altre sentenze che le Regioni possono intervenire nell’ambito delle proprie competenze (servizi sociali, sanità) anche a favore di stranieri irregolari, ma non possono disciplinare l’ingresso e il soggiorno, riservati allo Stato.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 274/2010 – Ronde sicurezza urbana competenza regionale

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha accolto i conflitti di attribuzione promossi dalle Regioni Toscana ed Emilia-Romagna, dichiarando che non spettava allo Stato disciplinare l’attività di segnalazione di situazioni di disagio sociale da parte delle associazioni di osservatori volontari (le cosiddette «ronde»). Il decreto ministeriale dell’8 agosto 2009 è stato parzialmente annullato.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 94 del 2009 (pacchetto sicurezza) aveva previsto la possibilità di costituire associazioni di volontari che collaborassero con le forze dell’ordine nella segnalazione di situazioni di disagio sociale. Il decreto del Ministro dell’Interno dell’8 agosto 2009 ne aveva regolato il funzionamento. Le Regioni Toscana ed Emilia-Romagna hanno contestato la competenza statale nella parte relativa al disagio sociale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Regioni Toscana ed Emilia-Romagna hanno promosso conflitto di attribuzione nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, in relazione al decreto ministeriale dell’8 agosto 2009, lamentando la violazione dell’art. 117, commi secondo, lettera h), quarto e sesto, della Costituzione e del principio di leale collaborazione. Le Regioni sostenevano che la disciplina del disagio sociale rientrasse nelle loro competenze.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato che non spettava allo Stato disciplinare l’attività di segnalazione di situazioni di disagio sociale e ha annullato le parti del decreto ministeriale che vi si riferivano: l’art. 1, comma 1 (limitatamente alle parole «ovvero situazioni di disagio sociale»), l’art. 1, comma 2 (limitatamente alle parole «ovvero del disagio sociale») e l’art. 2, comma 1 (limitatamente alle parole «, ovvero situazioni di disagio sociale»). La disciplina relativa alla sicurezza pubblica è rimasta intatta.

    Il principio

    La gestione delle situazioni di disagio sociale rientra nelle competenze regionali in materia di politiche sociali (art. 117, quarto comma, Cost.); lo Stato può disciplinare le associazioni di volontari nella misura in cui operano per la sicurezza pubblica — materia esclusivamente statale — ma non può estendere tale disciplina alla segnalazione di fenomeni di disagio sociale, che è di competenza regionale.

    Domande e risposte

    Cosa sono le associazioni di osservatori volontari di cui alla legge n. 94 del 2009?

    Sono gruppi di cittadini che collaborano con le forze dell’ordine nella segnalazione di situazioni sospette o di disagio. La stampa le ha chiamate comunemente «ronde». La legge ne ha previsto l’iscrizione in elenchi prefettizi e la loro collaborazione con sindaci e prefetti.

    Qual è il confine tra sicurezza pubblica e disagio sociale?

    La sicurezza pubblica (ordine pubblico e prevenzione dei reati) è materia esclusiva dello Stato. Il disagio sociale (povertà, esclusione, marginalità) è invece di competenza regionale nell’ambito dei servizi sociali. Le ronde possono segnalare l’uno, ma non possono ricevere mandato statale per l’altro.

    Il decreto ministeriale è stato interamente annullato?

    No, solo nella parte in cui disciplinava la segnalazione di situazioni di disagio sociale. Le disposizioni relative alla sicurezza pubblica e all’ordine pubblico sono rimaste in vigore.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — Riparto di competenze: la sicurezza pubblica è materia esclusiva statale (comma 2, lett. h); le politiche sociali spettano alle Regioni (comma 4)
  • Corte cost. n. 273/2010 – Scarichi idrici sanzione penale inammissibile

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 23, comma 4, del d.lgs. n. 152 del 1999 in materia di scarichi idrici, per erronea ricostruzione del quadro normativo da parte del giudice rimettente. La questione era stata sollevata in riferimento all’art. 3 della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    La norma impugnata disciplinava le sanzioni penali per i titolari di scarichi di acque reflue urbane che non rispettassero le prescrizioni dell’autorizzazione. Il Tribunale di Firenze (sezione di Pontassieve) aveva sollevato dubbi sull’irragionevolezza della disciplina sanzionatoria nel confronto tra diverse categorie di soggetti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Firenze, sezione distaccata di Pontassieve, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 23, comma 4, del d.lgs. n. 152 del 1999 (come modificato dal d.lgs. n. 258 del 2000), in riferimento all’art. 3 della Costituzione. La norma censurata sostituiva l’art. 17 del r.d. n. 1775 del 1933 e prevedeva sanzioni penali per chi scaricava acque reflue senza rispettare le prescrizioni autorizzative.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Firenze. Il difetto riscontrato era nell’erronea ricostruzione del quadro normativo operata dal giudice rimettente, che non aveva correttamente identificato le disposizioni applicabili al caso concreto e il perimetro del regime sanzionatorio.

    Il principio

    L’inammissibilità per erronea ricostruzione del quadro normativo opera quando il giudice rimettente basa la questione su una lettura inesatta del sistema di norme applicabili: se il presupposto interpretativo è errato, la questione non può essere esaminata nel merito dalla Corte costituzionale.

    Domande e risposte

    Cosa significa che la questione è stata dichiarata inammissibile?

    Significa che la Corte non ha esaminato il merito del dubbio di costituzionalità. Non si pronuncia sulla fondatezza o infondatezza, ma constata che la questione non poteva essere posta nei termini in cui è stata formulata. Il giudice può sollevarla nuovamente in modo corretto.

    La norma sulle sanzioni per gli scarichi è rimasta in vigore?

    Sì. La pronuncia di inammissibilità non incide sulla validità della norma. L’art. 23, comma 4, del d.lgs. n. 152 del 1999 (nel testo vigente all’epoca) è rimasto applicabile secondo l’interpretazione dei giudici ordinari.

    Chi era coinvolto nel procedimento?

    Il giudizio nasceva da procedimenti penali a carico di soggetti accusati di aver scaricato acque reflue in violazione delle prescrizioni autorizzative. Nel procedimento davanti alla Corte erano costituiti R.A. ed altri, C.M. e P.V., nonché il Presidente del Consiglio dei ministri.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 272/2010 – Tariffe ARPAT telefonia mobile incostituzionali

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimi gli artt. 7, comma 6, e 9, comma 6, della legge della Regione Toscana n. 54 del 2000, nella parte in cui imponevano alle imprese di telefonia mobile il pagamento di oneri per i controlli ARPAT sugli impianti di radiocomunicazione. La disciplina regionale invadeva la competenza legislativa statale in materia di comunicazioni elettroniche.

    Di cosa si tratta

    La Regione Toscana aveva previsto che le aziende titolari di impianti di telefonia mobile dovessero sostenere i costi dei controlli ambientali svolti dall’ARPAT (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana). H3G s.p.a. contestò questa imposizione davanti al Tribunale di Pisa, che sollevò la questione di legittimità costituzionale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale ordinario di Pisa ha impugnato gli artt. 6, 7, comma 6, e 9, comma 6, della legge regionale toscana n. 54 del 2000 e l’art. 19 del Regolamento comunale di Pisa sugli impianti di telefonia mobile, in riferimento agli artt. 3 e 117, commi primo e terzo, della Costituzione. La norma regionale prevedeva oneri a carico degli operatori per lo svolgimento di controlli ARPAT, incidendo sulla materia delle comunicazioni riservata alla legislazione statale.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 7, comma 6, e 9, comma 6, della legge regionale toscana n. 54 del 2000 per violazione dell’art. 117, terzo comma, della Costituzione. Ha invece dichiarato inammissibile la questione relativa all’art. 6 della stessa legge e all’art. 19 del Regolamento comunale di Pisa.

    Il principio

    La disciplina degli oneri a carico degli operatori di telefonia mobile per i controlli sugli impianti di radiocomunicazione rientra nella materia «ordinamento della comunicazione» attribuita alla legislazione concorrente Stato-Regioni; la Regione non può introdurre autonomamente tariffe o contributi che interferiscano con l’assetto economico del settore fissato dalla normativa statale.

    Domande e risposte

    Le Regioni possono imporre oneri alle imprese di telefonia per i controlli ambientali sugli impianti?

    No, almeno non in modo autonomo. La materia rientra nella legislazione concorrente e la Regione deve rispettare i principi fondamentali stabiliti dallo Stato. Oneri che incidono sui costi delle imprese di telecomunicazione devono trovare base nella disciplina statale.

    Cosa cambia per H3G e le altre imprese di telefonia?

    Le disposizioni regionali che fondavano l’obbligo di pagamento dei controlli ARPAT sono state eliminate dall’ordinamento. Le ingiunzioni di pagamento emesse in base a tali norme perdono il proprio fondamento giuridico.

    La questione sul regolamento comunale è stata risolta?

    No: la Corte ha dichiarato inammissibile la questione relativa all’art. 19 del Regolamento del Comune di Pisa, perché il Tribunale rimettente non aveva adeguatamente motivato la rilevanza e la non manifesta infondatezza su quel punto specifico.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — Riparto di competenze legislative tra Stato e Regioni; il terzo comma include «ordinamento della comunicazione» tra le materie concorrenti
    • Art. 3 della Costituzione — Principio di uguaglianza, evocato come parametro dal giudice rimettente
  • Corte cost. n. 346/2010 – Toponomastica italiana minoranza linguistica tedesca Bolzano

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte ha dichiarato incostituzionale la norma del decreto legislativo n. 179 del 2009 nella parte in cui mantiene in vigore il regio decreto del 1923 che aveva italianizzato la toponomastica dell’Alto Adige, in contrasto con lo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige e con le norme di attuazione a tutela della minoranza linguistica tedesca.

    Di cosa si tratta

    Il decreto legislativo n. 179 del 2009 aveva individuato le disposizioni legislative anteriori al 1° gennaio 1970 ritenute indispensabili e ne aveva disposto la permanenza in vigore. Tra queste, il regio decreto 29 marzo 1923, n. 800 (convertito in legge n. 473 del 1925), che aveva imposto la toponomastica italiana nell’Alto Adige, sopprimendo i nomi di luogo in lingua tedesca e ladina. La Provincia autonoma di Bolzano aveva impugnato la scelta di mantenere in vigore tale decreto, lesiva delle garanzie linguistiche della minoranza tedesca.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Provincia autonoma di Bolzano ha impugnato l’art. 1, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 179 del 2009, nella parte in cui mantiene in vigore il r.d. n. 800 del 1923, in riferimento a numerose disposizioni dello Statuto speciale del Trentino-Alto Adige (d.P.R. n. 670 del 1972), agli artt. 3, 5, 6, 10, 11, 76, 77, 116 e 117, primo comma, della Costituzione, nonché a diverse convenzioni internazionali a tutela delle minoranze linguistiche.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 179 del 2009, limitatamente alla parte in cui mantiene in vigore il r.d. n. 800 del 1923, convertito in legge n. 473 del 1925. Il mantenimento in vigore di tale atto normativo era incompatibile con il quadro di tutela della minoranza linguistica tedesca garantito dallo Statuto speciale e dalle relative norme di attuazione.

    Il principio

    Lo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige e le sue norme di attuazione garantiscono alla minoranza linguistica tedesca e ladina la tutela della propria lingua, anche in materia di toponomastica; il mantenimento in vigore di un decreto del 1923 che ha imposto con la forza la toponomastica italiana contrasta con tali garanzie e è incostituzionale.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva il regio decreto n. 800 del 1923?

    Il decreto aveva imposto la toponomastica italiana in tutto il territorio altoatesino, sostituendo i nomi di luogo tradizionali in lingua tedesca e ladina con denominazioni in lingua italiana. Si trattava di una misura adottata in piena politica di italianizzazione forzata nel periodo fascista.

    Perché la Corte ha ritenuto incostituzionale mantenerlo in vigore nel 2009?

    Perché lo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige (nella versione consolidata del d.P.R. n. 670 del 1972) e le relative norme di attuazione garantiscono alla minoranza linguistica tedesca una protezione incompatibile con la sopravvivenza di quel decreto del 1923; la scelta del legislatore delegato di mantenerne la vigenza era quindi contraria alle garanzie costituzionali e statutarie.

    Quale è l’attuale disciplina della toponomastica in Alto Adige?

    La questione della toponomastica bilingue (tedesco/italiano) è ancora oggetto di discussione politica e giuridica. La sentenza n. 346 del 2010 ha rimosso un ostacolo rappresentato dal vecchio decreto del 1923, ma la disciplina positiva della toponomastica nella Provincia di Bolzano richiede un intervento normativo specifico.

    Norme collegate

    • Art. 3 della Costituzione — principio di uguaglianza e divieto di discriminazione, rilevante per la tutela delle minoranze linguistiche
    • Art. 117 della Costituzione — primo comma: rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento internazionale (convenzioni a tutela delle minoranze) e comunitario
  • Corte cost. n. 345/2010 – Cave e torbiere Bolzano lavorazione materiali inerti

    Leggi la decisione integrale
    Testo integrale ufficiale della pronuncia (Consulta OnLine) e PDF dal sito della Corte.

    📄 Leggi il testo integrale →PDF dal sito della Corte costituzionale

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione del Presidente del Consiglio contro la legge della Provincia autonoma di Bolzano che consentiva, all’interno delle cave, la lavorazione di materiali inerti provenienti da siti esterni. La Provincia ha esercitato la propria competenza sulle cave senza invadere la materia della tutela dell’ambiente, di competenza statale.

    Di cosa si tratta

    L’art. 9 della legge della Provincia autonoma di Bolzano n. 10 del 2009 aveva modificato la legge provinciale sulle cave e torbiere (l.p. n. 7 del 2003), consentendo, all’interno delle cave, la lavorazione di materiali inerti provenienti da altre cave, sbancamenti, scavi, gallerie, fiumi, torrenti e zone colpite da eventi naturali, purché ubicati entro una determinata distanza. Il Governo aveva impugnato la norma ritenendo che invadesse la competenza statale sulla tutela dell’ambiente (qualificazione dei materiali come rifiuti o sottoprodotti).

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 9 della legge provinciale n. 10 del 2009, in riferimento agli artt. 4, 8 e 9 dello Statuto speciale del Trentino-Alto Adige (d.P.R. n. 670 del 1972) e all’art. 117, primo e secondo comma, lettera s), della Costituzione, sostenendo che la norma definisse il regime giuridico dei materiali (rifiuti, sottoprodotti o prodotti), materia riservata alla competenza esclusiva statale.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione: la norma provinciale si limita a disciplinare la coltivazione delle cave e la lavorazione dei materiali in esse estratti, materia di competenza provinciale. Non è intervenuta sulla qualificazione giuridica dei materiali (rifiuto, sottoprodotto o prodotto), che rimane disciplinata dalla legislazione statale in materia di tutela dell’ambiente, a cui la legge provinciale stessa fa espresso rinvio.

    Il principio

    La Provincia autonoma di Bolzano può disciplinare l’attività estrattiva e la lavorazione dei materiali nelle cave nell’esercizio della propria competenza speciale, a condizione di non qualificare tali materiali come rifiuti o sottoprodotti: tale qualificazione spetta esclusivamente alla legislazione statale in materia ambientale.

    Domande e risposte

    Qual è la competenza della Provincia autonoma di Bolzano in materia di cave?

    In base allo Statuto speciale del Trentino-Alto Adige (d.P.R. n. 670 del 1972), la Provincia ha una competenza propria in materia di cave e torbiere, che include la disciplina della coltivazione e lavorazione dei materiali estratti.

    Chi decide se un materiale è un rifiuto, un sottoprodotto o un prodotto?

    La classificazione dei materiali come rifiuti, sottoprodotti o prodotti è di competenza esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., tutela dell’ambiente) e disciplinata dal d.lgs. n. 152 del 2006 (Codice dell’ambiente).

    Perché la norma provinciale non ha invaso la competenza statale sulla tutela dell’ambiente?

    Perché ha disciplinato solo la possibilità di lavorare certi materiali all’interno di un’area estrattiva, senza modificare il loro regime giuridico (rifiuto/sottoprodotto/prodotto) e rimandando espressamente al rispetto delle norme statali in materia ambientale.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — secondo comma, lettera s): tutela dell’ambiente, competenza esclusiva statale; primo comma: vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario