Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Caso d’uso e registrazione: casi pratici art. 6 D.P.R. 131/1986

    L’articolo 6 del D.P.R. 131/1986 introduce una nozione che, pur apparendo tecnica, ha effetti pratici molto concreti sulla vita degli atti privati: il cosiddetto «caso d’uso». Si tratta del momento in cui una scrittura, originariamente non soggetta a registrazione obbligatoria entro un termine fisso, finisce per essere depositata presso una cancelleria giudiziaria, una pubblica amministrazione o un ente equiparato per essere utilizzata in un procedimento, in una decisione o in un atto pubblico. Da quell’istante la registrazione diventa dovuta, con le conseguenze fiscali che ne derivano. Questa guida raccoglie cinque casi pratici per chiarire quando si verifica il caso d’uso, come distinguerlo dalla registrazione in termine fisso e quali sono le ipotesi più frequenti che intercettano contribuenti, parti contrattuali e notai.

    Il quadro normativo: caso d’uso e termine fisso a confronto

    L’art. 6 D.P.R. 131/1986 stabilisce che si ha caso d’uso «quando un atto si deposita, per essere acquisito agli atti, presso le cancellerie giudiziarie nell’esplicazione di attività amministrative o presso le amministrazioni dello Stato o degli enti pubblici territoriali e i rispettivi organi di controllo, salvo che il deposito avvenga ai fini dell’adempimento di un’obbligazione delle suddette amministrazioni, enti o organi ovvero sia obbligatorio per legge o regolamento». In altre parole, il presupposto non è la stipula dell’atto in sé, ma il suo utilizzo formale davanti a un soggetto pubblico.

    Il sistema dell’imposta di registro distingue infatti due grandi categorie: gli atti soggetti a registrazione in termine fisso (di regola venti giorni dalla formazione, come previsto dall’art. 13) e quelli soggetti a registrazione in caso d’uso. Per i secondi non esiste un obbligo immediato: la parte può conservare la scrittura nel cassetto per anni, senza alcuna conseguenza, fino a quando non decide di farne uso davanti alla pubblica amministrazione o all’autorità giudiziaria in funzione amministrativa. È quel momento a far scattare l’obbligo, e con esso la decorrenza dei termini per il pagamento dell’imposta.

    Quando si verifica il caso d’uso: ipotesi tipiche

    Le ipotesi pratiche sono molto più ampie di quanto si pensi. Una scrittura privata non autenticata fra privati, per esempio, può rimanere fuori dal sistema della registrazione per tutta la vita del rapporto. Ma se una delle parti la deposita in un giudizio civile per provare l’esistenza di un credito, oppure la presenta a un Comune per ottenere un’autorizzazione, l’atto entra nel circuito pubblico e diventa registrabile. Lo stesso vale per i verbali interni di società, per gli accordi informali tra soci, per le ricognizioni di debito sottoscritte senza forma notarile. Vediamo cinque scenari concreti.

    Caso 1 – Scrittura privata depositata in giudizio

    Una parte stipula con la controparte una scrittura privata non autenticata che riconosce un debito di 30.000 euro. L’atto non viene registrato perché non rientra fra quelli in termine fisso (l’art. 5 limita l’obbligo immediato alle scritture private autenticate e agli atti pubblici, oltre alle ipotesi specificamente individuate). Anni dopo il creditore non riceve il pagamento e propone causa civile per il recupero. Per provare la propria ragione deposita la scrittura come documento numero uno della produzione di parte.

    Da quel deposito scatta il caso d’uso. Il cancelliere è tenuto a inviare copia dell’atto all’Agenzia delle Entrate, che richiederà alla parte produttrice il versamento dell’imposta proporzionale (3% sui crediti, salvo aliquote diverse a seconda del contenuto). L’imposta è dovuta in misura piena, con sanzioni se la parte non provvede spontaneamente entro venti giorni dal deposito. La regola vale anche se la causa viene poi abbandonata: l’uso si è già consumato nel momento della produzione documentale.

    Caso 2 – Deposito di un atto in Comune per una pratica edilizia

    Un contribuente vuole ottenere il rilascio di un titolo edilizio per ampliare un capannone. Per dimostrare la disponibilità del bene allega all’istanza una scrittura privata non autenticata di comodato gratuito stipulata anni prima con il proprietario del terreno. La scrittura non era mai stata registrata perché il comodato fra parti private non rientra nelle ipotesi di termine fisso.

    Il deposito presso lo Sportello Unico Edilizia integra caso d’uso ai sensi dell’art. 6. La parte deve quindi presentare la scrittura per la registrazione e versare l’imposta dovuta (per il comodato di immobili, in genere in misura fissa). L’omessa registrazione non blocca il rilascio del titolo, ma espone il contribuente a recupero d’imposta e sanzioni se il Comune trasmette l’atto all’Agenzia. È buona prassi, in casi simili, registrare la scrittura prima del deposito per evitare contestazioni successive.

    Caso 3 – Uso fiscale di una scrittura informale

    Due fratelli si accordano per iscritto, con scrittura privata non autenticata, sulla divisione di alcuni mobili e oggetti d’arredo ereditati. L’atto non viene registrato. Anni dopo uno dei due fratelli viene sottoposto ad accertamento dall’Agenzia delle Entrate per giustificare alcuni movimenti patrimoniali, e produce la scrittura come prova della legittima provenienza dei beni.

    Anche in questo caso la produzione davanti all’amministrazione finanziaria integra caso d’uso. La scrittura deve essere registrata e l’imposta versata. La giurisprudenza è costante nel ritenere che ogni utilizzo «contro l’amministrazione», anche solo come elemento istruttorio in un contraddittorio endoprocedimentale, fa scattare l’obbligo. Resta esclusa la registrazione solo quando il deposito sia obbligatorio per legge o avvenga in adempimento di un’obbligazione della stessa amministrazione: ipotesi residuali che non comprendono la produzione di parte.

    Caso 4 – Verbale di assemblea citato in causa

    Una società a responsabilità limitata adotta una delibera assembleare di approvazione del bilancio. Il verbale, redatto in forma di scrittura privata non autenticata e trascritto nel libro sociale, non viene registrato perché non rientra nell’obbligo di termine fisso (gli atti societari soggetti a registrazione immediata sono quelli previsti dall’art. 4 della tariffa, parte prima). Un socio di minoranza impugna la delibera e produce in giudizio copia del verbale a sostegno dell’azione.

    La produzione del verbale integra caso d’uso. Tuttavia, l’imposta dovuta in caso d’uso per gli atti societari è in genere in misura fissa (200 euro), salvo che il verbale contenga statuizioni autonome a contenuto patrimoniale (ad esempio una rinuncia o un trasferimento). La parte produttrice deve presentare l’atto entro venti giorni dal deposito e versare l’imposta. È prassi consolidata che siano i difensori a curare materialmente l’adempimento, indicando in atti l’avvenuta registrazione.

    Caso 5 – Menzione in un atto notarile pubblico

    Il notaio sta rogando un atto pubblico di compravendita immobiliare. Le parti gli consegnano una scrittura privata non autenticata di transazione tra venditore e un terzo, da cui dipende la regolarità della provenienza del bene. Il notaio deve menzionare la scrittura nell’atto pubblico e allegarla in copia conforme.

    La menzione e l’allegazione integrano caso d’uso: l’atto allegato si considera utilizzato davanti a un pubblico ufficiale per la formazione di un atto pubblico. Il notaio è tenuto a richiedere alle parti la registrazione della scrittura allegata, contestualmente alla registrazione dell’atto principale, secondo il principio dell’unitarietà del trattamento fiscale. In pratica, la scrittura viene presentata insieme all’atto notarile e l’imposta è liquidata cumulativamente. La parte non può sottrarsi all’adempimento adducendo che la scrittura era rimasta «privata» per anni: il caso d’uso si è verificato al momento della consegna al notaio per l’uso nell’atto pubblico.

    Quando rileva e a chi rivolgersi

    La nozione di caso d’uso ha effetti pratici sia per il contribuente che per la parte contrattuale e per il notaio. Il contribuente deve sapere che ogni deposito di una scrittura privata davanti a un’amministrazione pubblica, salvo le eccezioni di legge, fa scattare l’obbligo di registrazione e il pagamento dell’imposta. La parte che produce un documento in giudizio o davanti a un ente locale deve quindi mettere in conto, oltre al merito della propria pretesa, anche il costo fiscale dell’uso del documento. Il notaio, dal canto suo, è il filtro principale del sistema: ogni volta che riceve una scrittura per menzionarla o allegarla a un atto pubblico, deve verificare la sua posizione fiscale e curare l’eventuale adempimento.

    Il termine per la registrazione in caso d’uso è di venti giorni dal deposito, ai sensi dell’art. 13. La sanzione per l’omissione va dal 120% al 240% dell’imposta dovuta, ridotta tramite ravvedimento se la parte regolarizza prima della contestazione. Per evitare sorprese, chi si appresta a usare una scrittura privata davanti alla pubblica amministrazione o all’autorità giudiziaria in funzione amministrativa dovrebbe valutare in anticipo se procedere a una registrazione volontaria, ai sensi dell’art. 8, che permette di pagare l’imposta in qualsiasi momento, anche prima del verificarsi dell’uso, mettendosi così al riparo da contestazioni future.

    Norme di riferimento

    Le disposizioni rilevanti sono:

    • art. 6 D.P.R. 131/1986 – definizione di caso d’uso e ipotesi di esclusione (deposito obbligatorio o in adempimento di un’obbligazione dell’amministrazione);
    • art. 5 D.P.R. 131/1986 – individuazione degli atti soggetti a registrazione in termine fisso e in caso d’uso, con rinvio alla tariffa;
    • art. 1 D.P.R. 131/1986 – oggetto dell’imposta e ambito di applicazione, presupposto di registrabilità degli atti.

    Domande frequenti

    1. Il caso d’uso si verifica anche se deposito la scrittura presso un’autorità giudiziaria penale?

    No, non in via diretta. L’art. 6 fa riferimento al deposito presso cancellerie giudiziarie «nell’esplicazione di attività amministrative». Il deposito di una scrittura privata in un procedimento penale, di regola, non integra di per sé caso d’uso ai fini dell’imposta di registro, perché l’attività del giudice penale non rientra nella nozione di attività amministrativa rilevante. Tuttavia, se la scrittura viene poi utilizzata in sede civile o davanti a un’amministrazione, il caso d’uso si verifica in quel momento.

    2. Devo registrare una scrittura privata che allego a una dichiarazione fiscale?

    Sì, di regola sì. L’allegazione di una scrittura privata a una dichiarazione presentata all’Agenzia delle Entrate o ad altro ente pubblico integra caso d’uso ai sensi dell’art. 6, salvo che l’allegazione sia obbligatoria per legge o regolamento e ricada nell’eccezione prevista dalla norma. È prudente verificare preventivamente la posizione e, in caso di dubbio, procedere a una registrazione volontaria.

    3. Se uso una scrittura privata davanti a un’autorità estera, scatta il caso d’uso?

    L’art. 6 si riferisce alle cancellerie giudiziarie e alle amministrazioni dello Stato italiano e degli enti pubblici territoriali italiani. Il deposito presso un’autorità estera non integra di per sé caso d’uso ai fini dell’imposta di registro italiana. Tuttavia, se la scrittura viene successivamente prodotta in Italia (per esempio per ottenere riconoscimento di un atto formato all’estero), il caso d’uso può verificarsi a quel punto. È inoltre necessario verificare le regole fiscali dello Stato estero, che possono prevedere autonome forme di registrazione.

    4. La sanzione per omessa registrazione in caso d’uso è la stessa di quella per termine fisso?

    Sì, la disciplina sanzionatoria è la medesima. L’art. 69 del D.P.R. 131/1986 prevede per l’omessa registrazione una sanzione amministrativa dal 120% al 240% dell’imposta dovuta. La sanzione può essere ridotta tramite ravvedimento operoso (art. 13 D.Lgs. 472/1997) se la parte regolarizza la propria posizione prima della contestazione formale da parte dell’amministrazione finanziaria. Il calcolo dei venti giorni decorre dal momento del deposito che integra il caso d’uso, non dalla data di stipula della scrittura.

  • Piano Triennale Fabbisogni Personale (PTFP): casi pratici art. 6 TUPI

    L’organizzazione degli uffici nelle pubbliche amministrazioni non si improvvisa: ogni decisione su dotazioni, profili e nuove assunzioni deve passare dal Piano Triennale dei Fabbisogni di Personale (PTFP), lo strumento di programmazione che l’art. 6 TUPI pone come perno di tutto il sistema. Senza un PTFP coerente, nessun concorso, nessuna progressione e nessuna riorganizzazione regge alla verifica di legittimità.

    Il quadro normativo in sintesi

    L’art. 6 TUPI (D.Lgs. 165/2001), come riformato dal D.Lgs. 75/2017 (riforma Madia), impone che ogni amministrazione definisca l’organizzazione degli uffici in conformita al PTFP. Il piano e adottato annualmente dall’organo di vertice, ha respiro triennale e si raccorda con gli strumenti di programmazione economico-finanziaria, con il piano della performance e con la programmazione lavori e servizi.

    I criteri guida sono quattro e vanno tenuti insieme: performance, efficienza, economicita e qualita dei servizi. Non si tratta di etichette: la Corte dei conti, in sede di controllo, valuta proprio la coerenza tra fabbisogni dichiarati, capacita assunzionali e risultati attesi.

    PTFP triennale e aggiornamento annuale: come funziona

    Il PTFP si articola su un orizzonte di tre anni ma viene rivisto ogni anno, in modo che la programmazione resti aderente all’evoluzione organizzativa. L’aggiornamento annuale serve a:

    • rimodulare le assunzioni programmate in base ai turnover effettivi;
    • recepire i nuovi vincoli di spesa di personale fissati dalle leggi di bilancio;
    • tener conto di riorganizzazioni, accorpamenti, nuove funzioni attribuite all’ente;
    • aggiornare i profili professionali richiesti (es. competenze digitali, transizione ecologica, PNRR).

    Il PTFP confluisce nel Piano Integrato di Attivita e Organizzazione (PIAO), che dal 2022 e il documento unico di programmazione delle PA. Il PIAO non sostituisce il PTFP: lo contiene e lo rende leggibile insieme a performance, anticorruzione e valore pubblico.

    I criteri operativi: performance, efficienza, economicita

    La triade non e retorica. Significa che ogni scelta organizzativa deve essere giustificata:

    • Performance: il fabbisogno si lega agli obiettivi del piano della performance. Se un servizio e in sofferenza sui tempi di risposta, il PTFP deve spiegare come il nuovo organico contribuira a migliorarli.
    • Efficienza: prima di assumere, l’amministrazione verifica la possibilita di redistribuire personale interno, di ricorrere alla mobilita o di rivedere i processi.
    • Economicita: ogni profilo programmato ha un costo standard. Il PTFP deve restare entro i tetti di spesa di personale e rispettare i parametri di sostenibilita.
    • Qualita dei servizi: la scelta dei profili e tarata sui bisogni reali dell’utenza, non sulle preferenze degli uffici.

    Cinque casi pratici

    1) Comune che approva il nuovo PTFP per il triennio

    Un Comune di medie dimensioni deve approvare il PTFP 2026-2028. La giunta verifica la spesa storica di personale, il rispetto del tetto del D.L. 90/2014 e i parametri del DM 17 marzo 2020 (capacita assunzionale dei Comuni). Dal piano della performance emerge la necessita di rafforzare l’ufficio tributi (recupero evasione) e i servizi sociali (nuove povertà post-pandemia).

    Il PTFP programma: 2 istruttori amministrativi tributi (cat. C), 1 assistente sociale (cat. D), 1 funzionario tecnico per il PNRR (cat. D a tempo determinato). Si motiva la scelta in termini di performance attesa (riduzione tempi pratiche, recupero gettito) e di economicita (sostenibilita su tre anni). Il documento e trasmesso al Dipartimento della Funzione Pubblica tramite il sistema SICO e pubblicato in Amministrazione Trasparente.

    2) Ministero che modifica l’organizzazione degli uffici

    Un Ministero deve riorganizzare un dipartimento per accorpare due direzioni generali. La modifica organizzativa non puo prescindere dal PTFP: occorre verificare che la nuova struttura sia coerente con i fabbisogni programmati e che la dotazione organica complessiva resti invariata o si riduca.

    Il capo dipartimento, con il supporto dell’OIV e del DG personale, ricalcola il fabbisogno della nuova direzione unica: alcuni dirigenti di seconda fascia confluiscono come responsabili di divisione, una posizione dirigenziale viene soppressa, i risparmi finanziano un concorso per 5 funzionari amministrativi. Il PTFP aggiornato e adottato con DPCM e trasmesso alla Corte dei conti per il controllo preventivo.

    3) ASL che programma il fabbisogno di medici e infermieri

    Una ASL registra una forte carenza in pronto soccorso e nei reparti di medicina interna. Il direttore generale, sentita la conferenza dei sindaci e in raccordo con la Regione, aggiorna il PTFP del SSR includendo: 12 dirigenti medici (medicina d’urgenza, anestesia, medicina interna), 30 infermieri (cat. D), 5 OSS (cat. B).

    La programmazione tiene conto dei tetti di spesa del comparto sanitario (art. 11 D.L. 35/2019), del piano delle assunzioni regionale e dei vincoli del PNRR Missione 6. Le assunzioni sono distribuite sul triennio: 50% nel primo anno per coprire le urgenze, il resto modulato in base ai pensionamenti attesi. Il PTFP confluisce nell’atto aziendale e nel PIAO della ASL.

    4) Universita statale che programma ricercatori e tecnici

    Un ateneo statale deve programmare il fabbisogno per il triennio 2026-2028. La cornice e duplice: il PTFP TUPI per il personale TA (tecnico-amministrativo) e la specifica programmazione del personale docente e ricercatore prevista dalla L. 240/2010 e dai punti organico assegnati dal MUR.

    Il Senato accademico, su proposta del rettore e sentito il CdA, programma: 15 ricercatori a tempo determinato (RTT), 8 professori associati (passaggi e chiamate), 4 ordinari, 20 unita di personale TA (di cui 10 area tecnica per i laboratori PNRR e 10 area amministrativa). La sostenibilita e verificata sui parametri ministeriali (ISEF, spesa personale/FFO). Il PTFP TA segue le regole TUPI; la parte docente segue il regolamento di ateneo.

    5) Ente locale che avvia un riassetto post-fusione

    Tre piccoli Comuni decidono di fondersi: il nuovo ente unico deve adottare un PTFP che ridisegni l’organizzazione. Il personale dei tre Comuni confluisce nella nuova dotazione, ma servono scelte chiare su duplicazioni (tre uffici ragioneria diventano uno), sul ricollocamento (sportelli decentrati per non perdere prossimita) e sui profili mancanti (un comandante di PL unico, un responsabile unico dei servizi sociali).

    Il segretario generale, con il supporto dei responsabili di settore, predispone uno studio di carichi di lavoro per ciascun servizio. Il PTFP del nuovo ente prevede: nessuna nuova assunzione esterna nel primo anno (si lavora su mobilita interna e formazione), 4 assunzioni nel secondo anno per coprire pensionamenti, 3 nel terzo. La fusione beneficia dei contributi statali decennali, ma il PTFP resta lo strumento per dimostrare che il risparmio organizzativo e reale.

    Quando rivolgersi a chi (e perche evitare i consulenti improvvisati)

    Il PTFP non e materia per consulenti esterni generalisti. Le competenze stanno gia dentro la PA e nei suoi interlocutori istituzionali:

    • Dirigente del personale (o segretario generale negli enti locali): e il responsabile tecnico della redazione del PTFP. Conosce la dotazione, i vincoli di spesa, i fabbisogni dei settori.
    • OIV / Nucleo di valutazione: valida il collegamento tra PTFP e piano della performance.
    • Dipartimento della Funzione Pubblica: emana le linee guida (DM 8 maggio 2018) e raccoglie i dati via SICO. In caso di dubbio interpretativo, e l’interlocutore istituzionale corretto.
    • Ragioneria Generale dello Stato / MEF: per i profili di sostenibilita finanziaria.
    • Corte dei conti (sezioni regionali di controllo): in caso di richiesta di parere ex art. 7 L. 131/2003 su questioni interpretative di stretta competenza contabile.
    • ARAN: per i profili contrattuali collegati ai nuovi inquadramenti previsti dai CCNL.

    Il ricorso a consulenti privati per la redazione del PTFP e spesso un campanello d’allarme: il piano e un atto di indirizzo politico-amministrativo e una scelta organizzativa interna. Studi esterni possono al massimo affiancare analisi di carichi di lavoro o benchmark, ma la responsabilita resta dell’amministrazione.

    Le norme di riferimento

    • Art. 6 TUPI (D.Lgs. 165/2001) – organizzazione degli uffici e PTFP;
    • Art. 6-ter TUPI – linee di indirizzo per la pianificazione dei fabbisogni di personale (DM Funzione Pubblica 8 maggio 2018);
    • Art. 35 TUPI – reclutamento del personale, che deve attuare le previsioni del PTFP;
    • D.Lgs. 75/2017 (riforma Madia) – ha riscritto l’art. 6 e introdotto il concetto di fabbisogno in luogo della dotazione organica rigida;
    • D.Lgs. 80/1998 – disposizioni in materia di organizzazione delle PA, primo nucleo della disciplina sulla programmazione del personale;
    • D.L. 80/2021 conv. L. 113/2021 – istituzione del PIAO, dentro cui il PTFP confluisce;
    • DM 17 marzo 2020 – capacita assunzionali dei Comuni in base alla sostenibilita finanziaria.

    FAQ

    Il PTFP e obbligatorio per tutti gli enti?

    Si, il PTFP e obbligatorio per tutte le amministrazioni pubbliche rientranti nell’art. 6 TUPI, dai ministeri agli enti locali, dalle universita alle ASL. La mancata adozione blocca le assunzioni: senza PTFP non si possono bandire concorsi ne stipulare contratti, e gli atti adottati in violazione sono illegittimi.

    Cosa succede se l’ente non rispetta i criteri di performance ed economicita?

    Il PTFP e oggetto di controllo da parte dell’OIV (collegamento con la performance), del collegio dei revisori (sostenibilita finanziaria) e della Corte dei conti (controllo successivo sulla gestione). Scostamenti significativi possono generare rilievi, responsabilita amministrativo-contabile per i dirigenti firmatari e, nei casi piu gravi, l’obbligo di rivedere il piano. Le assunzioni effettuate in violazione del PTFP sono nulle.

    Il PTFP puo essere modificato in corso d’anno?

    Si, il PTFP e uno strumento dinamico. Puo essere aggiornato in corso d’anno con apposita deliberazione dell’organo competente, ad esempio per recepire nuovi vincoli normativi, per sopravvenute esigenze organizzative o per cogliere opportunita di mobilita. La modifica segue le stesse forme dell’adozione originaria (informativa sindacale, parere dei revisori, pubblicazione in trasparenza).

    Che differenza c’e tra PTFP e dotazione organica?

    La riforma Madia (D.Lgs. 75/2017) ha superato la rigidita della dotazione organica come elenco numerico fisso di posti. Oggi la dotazione organica e definita in termini di spesa potenziale massima sostenibile, mentre il PTFP individua, dentro quella cornice, i profili effettivamente necessari e le modalita di copertura. In altre parole: la dotazione fissa il tetto, il PTFP riempie il contenitore secondo i fabbisogni reali del triennio.

  • Short selling e CDS sovrani: casi pratici art. 4-ter TUF

    Le vendite allo scoperto e i credit default swap su debito sovrano sono strumenti che fanno paura per nome, ma in realtà sono attività regolate da un impianto normativo molto preciso. Il fulcro italiano di quel sistema è l’art. 4-ter TUF, che individua MEF, Banca d’Italia e CONSOB come autorità competenti ai fini del Regolamento (UE) 236/2012 sullo short selling e sui CDS sovrani. Sapere chi vigila su cosa è il primo passo per capire chi ti deve autorizzare, chi può sanzionarti e chi può vietarti un’operazione.

    In questa pagina trovi cinque casi pratici molto frequenti tra banche, gestori, hedge fund e investitori istituzionali, costruiti su situazioni tipiche di mercato: short selling su un titolo bancario, copertura con CDS sovrano, ban temporaneo su un titolo in caduta libera, notifica di posizioni nette rilevanti, sanzione amministrativa per violazione delle regole di trasparenza. L’obiettivo è aiutarti a riconoscere il tuo scenario prima di prendere una posizione.

    Quadro generale: il riparto di competenze MEF‑BdI‑CONSOB

    L’art. 4-ter TUF non riscrive il diritto sostanziale, ma assegna i ruoli. Il MEF è l’autorità politica di vertice e definisce gli indirizzi sul debito pubblico. La Banca d’Italia è competente per le posizioni corte su emittenti sovrani e per i CDS sovrani, in coordinamento con il Tesoro: tocca i titoli di Stato e gli strumenti che ne replicano il rischio di credito. La CONSOB è competente per le posizioni corte sui titoli azionari ammessi a mercati regolamentati italiani e, più in generale, sugli strumenti non sovrani. Questo riparto, abbinato al art. 4-ter TUF, evita sovrapposizioni e individua con chiarezza l’interlocutore in caso di notifica, divieto o sanzione.

    Short selling regolato: cosa significa nei fatti

    Vendere allo scoperto significa cedere uno strumento finanziario che non si possiede, contando di ricomprarlo a un prezzo più basso. La normativa UE non vieta questa pratica, ma la disciplina. Le posizioni corte nette su azioni quotate vanno notificate quando superano determinate soglie (lo 0,2% del capitale verso l’autorità competente, lo 0,5% con pubblicazione al mercato, con scaglioni intermedi). Le posizioni corte non coperte («naked short selling») sono di regola vietate sia su azioni sia sul debito sovrano. Per gli investitori istituzionali, questo significa progettare la strategia conoscendo a priori soglie, regole di copertura e canali di notifica.

    Ban temporanei: come e quando scattano

    Quando un titolo perde valore in modo significativo in una sola seduta, l’autorità competente può imporre un divieto temporaneo di vendite allo scoperto. La soglia indicativa è un calo del 10% in giornata per i titoli liquidi (con parametri diversi per i titoli meno liquidi). Il ban dura in genere fino alla chiusura della seduta successiva e può essere prorogato. In situazioni eccezionali – stress sistemico, eventi avversi che minacciano la stabilità – il ban può coprire un intero comparto (per esempio i titoli bancari) e durare molto più a lungo, come già accaduto in passato.

    Cinque scenari realistici

    Caso 1 – Banca operativa che apre una posizione corta su un titolo bancario quotato

    Situazione. Una banca italiana costruisce una posizione corta netta su un titolo bancario quotato a Milano, raggiungendo lo 0,3% del capitale. La posizione è coperta da prestito titoli regolare.

    Cosa fare. La banca deve notificare la posizione corta netta a CONSOB entro le 15:30 del giorno di negoziazione successivo, con l’apposito modulo telematico. Al superamento dello 0,5% scatta anche la pubblicazione al mercato. La banca tiene traccia delle variazioni in tempo reale per evitare buchi di notifica.

    Errore tipico. Calcolare la posizione netta solo a fine settimana: il calcolo va fatto a fine giornata e va notificato il superamento o discesa sotto ogni soglia di 0,1% rilevante.

    Caso 2 – Hedge fund che usa CDS su un emittente sovrano UE

    Situazione. Un hedge fund con sede a Londra acquista CDS su un emittente sovrano europeo come copertura di un portafoglio di obbligazioni corporate dello stesso paese.

    Cosa fare. I CDS sovrani «nudi» (non a copertura di un’esposizione correlata) sono vietati. Il fondo deve dimostrare che il CDS è uncovered solo in modo strumentale a una copertura concreta, documentando l’esposizione sottostante. Le posizioni nette su debito sovrano italiano si notificano a Banca d’Italia, che vigila in coordinamento con il MEF.

    Errore tipico. Pensare che le regole UE non si applichino perché il fondo è estero: il regime segue il titolo e l’emittente, non la residenza dell’investitore.

    Caso 3 – CONSOB impone un ban su un titolo in caduta libera

    Situazione. Un titolo industriale quotato perde il 14% in una seduta dopo una notizia negativa. CONSOB, a mercati chiusi, dispone il divieto temporaneo di vendite allo scoperto sul titolo per la seduta successiva.

    Cosa fare. Gli intermediari devono bloccare gli ordini di vendita allo scoperto sul titolo. Le posizioni già aperte non vanno chiuse forzatamente, ma non possono essere incrementate. Il provvedimento viene pubblicato sul sito CONSOB e comunicato all’ESMA.

    Errore tipico. Eseguire vendite «covered» pensando di esserne fuori: il ban di regola comprende anche le vendite coperte, salvo deroghe per attività di market making.

    Caso 4 – Notifica di posizione netta rilevante alla soglia di pubblicazione

    Situazione. Un asset manager raggiunge una posizione corta netta dello 0,52% sul capitale di una società quotata.

    Cosa fare. Oltre alla notifica a CONSOB, scatta l’obbligo di pubblicazione al mercato: il dato è pubblicato sul sito dell’autorità con nome del soggetto, emittente, percentuale e data. Il gestore deve aggiornare la pubblicazione ad ogni variazione di soglia rilevante (sopra/sotto i gradini di 0,1%).

    Errore tipico. Non monitorare la posizione su base infragiornaliera quando il portafoglio è movimentato: ai fini della soglia di pubblicazione conta la posizione a fine giornata.

    Caso 5 – Sanzione amministrativa per mancata notifica

    Situazione. Un intermediario detiene per tre mesi una posizione corta netta sopra lo 0,2% senza notificare. L’autorità competente avvia il procedimento.

    Cosa fare. Il sanzionamento avviene secondo il Reg. UE 236/2012 e le norme nazionali di attuazione. Le sanzioni amministrative pecuniarie possono essere ingenti e proporzionate alla durata e alla rilevanza della violazione. L’intermediario può presentare memorie difensive nei termini previsti dal procedimento sanzionatorio.

    Errore tipico. Considerare la notifica come un adempimento formale: gli organi di vigilanza usano la trasparenza come strumento di stabilità e le omissioni vengono perseguite.

    Quando ricontrollare lo scenario

    Per le strategie di short selling e di copertura con CDS non c’è uno schema buono per tutti. Conviene riallineare i presidi quando:

    • cambia la composizione del portafoglio o si avvicinano le soglie di notifica o di pubblicazione;
    • l’ESMA aggiorna le linee guida tecniche o il regime di calcolo delle posizioni nette;
    • CONSOB o Banca d’Italia adottano divieti temporanei su singoli titoli o comparti;
    • cambia la classificazione di un emittente sovrano o l’emittenza viene riallocata tra mercati;
    • si introducono nuovi strumenti derivati nel paniere coperto dalla strategia.

    Questa pagina ha natura informativa: per le valutazioni operative su singole posizioni rivolgiti al tuo intermediario abilitato o all’operatore di compliance dell’ente, che conoscono il dettaglio del portafoglio, le abilitazioni del soggetto e i protocolli di notifica già in essere.

    Norme di riferimento

    • Art. 4-ter TUF (D.Lgs. 58/1998) – individuazione di MEF, Banca d’Italia e CONSOB come autorità competenti ai fini del Reg. UE 236/2012;
    • Regolamento (UE) n. 236/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 marzo 2012, relativo alle vendite allo scoperto e a taluni aspetti dei contratti derivati aventi ad oggetto la copertura del rischio di inadempimento dell’emittente («credit default swap»);
    • Regolamento delegato (UE) n. 826/2012, n. 918/2012, n. 919/2012 – standard tecnici e norme di attuazione;
    • Linee guida ESMA in materia di calcolo delle posizioni nette corte, definizione di posizione coperta, regime delle esenzioni di market making;
    • Comunicazioni e provvedimenti CONSOB e Banca d’Italia in attuazione del Reg. UE 236/2012.

    FAQ – Domande frequenti

    1) Chi devo notificare se apro una posizione corta netta su un titolo azionario italiano?

    La notifica va presentata a CONSOB con i moduli telematici dedicati, al raggiungimento o al superamento della soglia dello 0,2% (e successivi gradini), entro le 15:30 del giorno di negoziazione successivo. Sopra lo 0,5% scatta anche la pubblicazione al mercato.

    2) Posso comprare CDS su un emittente sovrano senza avere obbligazioni di quell’emittente?

    Di regola no: i CDS sovrani «nudi» sono vietati. È ammessa la copertura quando il CDS è correlato a un’esposizione effettiva al rischio sovrano (anche per via indiretta, come obbligazioni corporate dello stesso paese), nei limiti e con la documentazione richiesti dal Regolamento UE 236/2012.

    3) Quanto può durare un divieto temporaneo di vendite allo scoperto?

    Il ban «automatico» su singolo titolo dopo un calo significativo dura in genere fino al termine della seduta successiva e può essere prorogato. I divieti di emergenza adottati per ragioni di stabilità finanziaria possono coprire interi comparti per periodi più lunghi, in coordinamento con ESMA.

    4) Cosa rischio se non notifico una posizione corta netta?

    La mancata o tardiva notifica costituisce violazione del Reg. UE 236/2012 ed è punita con sanzione amministrativa pecuniaria. Le autorità valutano gravità, durata e impatto della violazione, oltre alla collaborazione del soggetto. Le sanzioni vengono di norma pubblicate sul sito dell’autorità.

  • Art. 18 D.Lgs. 22/2015 – Copertura finanziaria

    Art. 18 D.Lgs. 22/2015 – Copertura finanziaria

    Disciplina della NASpI (D.Lgs. 4 marzo 2015, n. 22)

    1. Ai maggiori oneri derivanti dagli articoli da 1 a 15, valutati in 751 milioni di euro per l’anno 2015, 1.574 milioni di euro per l’anno 2016, 1.902 milioni di euro per l’anno 2017, 1.794 milioni di euro per l’anno 2018, 1.707 milioni di euro per l’anno 2019, 1.706 milioni di euro per l’anno 2020, 1.709 milioni di euro per l’anno 2021, 1.712 milioni di euro per l’anno 2022, 1.715 milioni di euro per l’anno 2023 e 1.718 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2024 e dagli articoli 16 e 17, pari a 232 milioni di euro per l’anno 2015 e a 200 milioni di euro per l’anno 2016, si provvede, quanto a 114 milioni di euro per l’anno 2015, a valere sulle risorse di cui all’articolo 15, comma 14 e, per la restante parte, mediante corrispondente riduzione del fondo di cui all’ articolo 1, comma 107, della legge 23 dicembre 2014, n. 190.

    2. Il Ministro dell’economia e delle finanze provvede al monitoraggio degli effetti finanziari derivanti dalle disposizioni introdotte dal presente decreto e, nel caso in cui si verifichino, o siano in procinto di verificarsi, scostamenti rispetto alle previsioni di cui al comma 1, adotta tempestivamente, nel rispetto dei saldi di finanza pubblica, le conseguenti iniziative legislative volte alla correzione dei predetti effetti, ai sensi dell’ articolo 17, comma 13, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, ovvero, ai sensi dell’articolo 11, comma 3, lettera l), della legge medesima, qualora tali scostamenti siano in procinto di verificarsi al termine dell’esercizio finanziario.

    3. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

  • Art. 318 sexies Cod. Amb. – Sospensione del procedimento penale

    Art. 318 Sexies Cod. Amb. – Sospensione del procedimento penale)

    D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152 – testo aggiornato

    1. Il procedimento per la contravvenzione è sospeso dal momento dell’iscrizione della notizia di reato nel registro di cui all’ articolo 335 del codice di procedura penale fino al momento in cui il pubblico ministero riceve una delle comunicazioni di cui all’articolo 318-quater, commi 2 e 3, del presente decreto.

    2. Nel caso previsto dall’articolo 318-quinquies, comma 1, il procedimento rimane sospeso fino al termine indicato al comma 1 del presente articolo.

    3. La sospensione del procedimento non preclude la richiesta di archiviazione. Non impedisce, inoltre, l’assunzione delle prove con incidente probatorio, né gli atti urgenti di indagine preliminare, né il sequestro preventivo ai sensi degli articoli 321 e seguenti del codice di procedura penale .

  • Comitati regionali sicurezza: casi pratici art. 7 T.U. Sicurezza

    L’art. 7 T.U. Sicurezza istituisce presso ogni regione e provincia autonoma il Comitato regionale di coordinamento in materia di salute e sicurezza sul lavoro, con il compito di realizzare una programmazione coordinata di prevenzione e vigilanza, evitando duplicazioni e indirizzando le risorse degli enti pubblici verso obiettivi comuni. Per il datore di lavoro non si tratta di un organismo astratto: le decisioni dei Comitati regionali influenzano direttamente piani di vigilanza, settori sotto osservazione, bandi INAIL e protocolli operativi che orientano le ispezioni di ASL e Ispettorato del Lavoro nei mesi successivi.

    Quadro normativo e funzione del Comitato

    L’art. 7 rinvia al D.P.C.M. 21 dicembre 2007 che disciplina la composizione e le modalità di funzionamento dei Comitati regionali. Il Comitato opera in stretto collegamento con la Commissione consultiva permanente nazionale (art. 6) e con il Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive (art. 5): i tre organi formano l’architettura istituzionale che declina a livello nazionale, interregionale e regionale gli obiettivi del art. 7 T.U. Sicurezza.

    La funzione principale è quella di programmare la vigilanza e definire piani mirati per settori, territori o rischi specifici, raccordando l’azione di ASL/SPSAL, Direzione Interregionale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), INAIL, Vigili del Fuoco e amministrazione regionale. Le parti sociali – organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative – partecipano con funzione consultiva e propositiva.

    Composizione regionale tipo

    Sebbene ogni regione adotti il proprio regolamento, lo schema comune prevede: il Presidente della Giunta regionale (o un assessore delegato) come presidente; gli assessori a sanità, lavoro, ambiente, agricoltura e formazione; rappresentanti dell’INL territoriale, dell’INAIL regionale, dei Vigili del Fuoco, dell’Agenzia regionale per l’ambiente; i direttori dei dipartimenti di prevenzione delle ASL; rappresentanti dell’ANCI per i Comuni; quattro rappresentanti dei lavoratori e quattro dei datori di lavoro designati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. L’Ufficio operativo del Comitato – composto da operatori tecnici degli enti coinvolti – istruisce i piani e supporta i gruppi di lavoro tematici.

    Programmazione e vigilanza coordinata

    Il Comitato approva annualmente il Piano regionale della prevenzione nei luoghi di lavoro, declinazione del Piano nazionale, e i piani mirati su comparti a rischio elevato (edilizia, agricoltura, logistica, industria chimica, sanità). Definisce gli obiettivi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) di prevenzione per le ASL, fissa i criteri di scambio informativo, gestisce i protocolli con INL per evitare sovrapposizioni e organizza campagne di vigilanza congiunta. Le imprese ricevono indirettamente l’effetto di queste scelte: un settore inserito nel piano mirato vede aumentare la frequenza dei controlli, le richieste documentali e l’attenzione agli aspetti tecnici specifici.

    Caso 1 – Lombardia: piano cantieri e DURC di congruità

    Il Comitato regionale Lombardia, nell’ultimo Piano regionale della prevenzione, ha individuato i cantieri sopra 70.000 euro e gli appalti pubblici come priorità di vigilanza. Per il datore di lavoro impresa edile questo significa, in pratica: maggior probabilità di accesso ispettivo congiunto ASL+INL+INAIL, controllo incrociato del DURC di congruità rispetto alle ore denunciate in Cassa edile, verifica del PSC e del POS, attenzione alle lavorazioni in quota e alla gestione subappalti. Il datore prepara la cartella di cantiere completa (notifica preliminare, PSC, POS, fascicolo dell’opera, designazioni CSE/CSP) e il RSPP coordina la verifica preventiva con il direttore tecnico.

    Caso 2 – Veneto: raccordo su agricoltura e trattori

    L’azienda agricola del veronese riceve la circolare della ASL competente che richiama il piano mirato “Sicurezza in agricoltura” approvato dal Comitato regionale Veneto. Il documento elenca le verifiche prioritarie: adeguamento dei trattori con dispositivi di protezione anti-ribaltamento (ROPS) e cintura, manutenzione periodica delle macchine, formazione abilitante per uso trattori (Accordo Stato-Regioni), gestione fitosanitari. Il datore agricolo, supportato dal RSPP esterno, aggiorna il DVR sezione “agenti chimici” e “macchine agricole”, programma la formazione specifica per i conduttori e calendarizza la revisione dei trattori. Il RLS territoriale del comparto agricolo partecipa al sopralluogo congiunto.

    Caso 3 – Protocollo ASL+INL su appalti logistici

    La cooperativa di logistica con magazzino in provincia di Bologna apprende dal Comitato regionale Emilia-Romagna del protocollo siglato tra ASL territoriale e Ispettorato del Lavoro per il comparto logistica-trasporti. Il protocollo prevede ispezioni congiunte che combinano i due profili: ASL su rischi sicurezza/movimentazione manuale carichi/MMC, formazione, sorveglianza sanitaria, ergonomia e INL su appalti, somministrazione, orari, contratti, regolarità dei subappalti. Il datore di lavoro committente verifica preliminarmente il DUVRI con le ditte appaltatrici, l’idoneità tecnico-professionale, i contratti di appalto-somministrazione e la formazione carrellisti dei lavoratori somministrati. Il RSPP aggiorna le procedure di interferenza.

    Caso 4 – Vigilanza congiunta su settori a rischio elevato

    Il Comitato regionale Toscana attiva una campagna sui lavori in spazi confinati dopo alcuni eventi gravi nel comparto manutenzioni industriali. Le aziende del settore (manutentori serbatoi, depuratori, silos) ricevono indirizzo di verificare: rispetto del D.P.R. 177/2011 (qualificazione delle imprese in ambienti confinati), procedure di accesso, sistemi di salvataggio, formazione specifica, presenza dell’autorizzazione del datore committente. La piccola impresa di manutenzioni adegua la procedura di permit-to-work, completa la formazione del personale operativo e del preposto e documenta l’esperienza triennale nel comparto. Il RLS partecipa alla revisione delle procedure.

    Caso 5 – Finanziamenti INAIL e bandi ISI

    Il Comitato regionale Piemonte, in raccordo con la Direzione regionale INAIL, orienta una parte delle risorse del bando ISI (Incentivi Sostegno Imprese) su comparti individuati dal piano regionale: edilizia, agricoltura, micro-imprese artigiane. La PMI metalmeccanica con 18 addetti, individuato un investimento di 80.000 euro in nuove macchine utensili con sicurezze adeguate e aspirazione fumi di saldatura, presenta domanda ISI Asse 1 (progetti di investimento) con il supporto del consulente tecnico interno e del RSPP. La domanda contiene il quadro di rischio del DVR aggiornato, l’analisi di riduzione del rischio attesa e il preventivo dell’investimento. La premialità è maggiore se il comparto rientra nelle priorità del Comitato regionale.

    Quando rileva per il datore di lavoro

    Il datore di lavoro non interagisce direttamente con il Comitato regionale, ma deve sapere che le sue determinazioni si traducono in: maggiore probabilità di vigilanza sul proprio comparto, indirizzi tecnici applicati da ASL/INL, opportunità di finanziamento INAIL, modulistica e procedure standardizzate. Il RSPP – interno o esterno – monitora il sito della regione e dell’ASL territoriale per i Piani regionali della prevenzione e i piani mirati, aggiornando di conseguenza il DVR e il programma di formazione. Il RLS aziendale, in qualità di rappresentante dei lavoratori, può sollecitare la riflessione sui temi emergenti del Comitato. Nelle imprese plurilocalizzate il datore tiene conto delle differenze tra regioni: il piano mirato “cantieri” lombardo ha priorità diverse dal piano siciliano e l’azienda che opera in più territori si adegua agli indirizzi di ciascun Comitato regionale.

    Norme di riferimento

    • Art. 7 D.Lgs. 81/2008 – istituzione dei Comitati regionali di coordinamento
    • Art. 5 D.Lgs. 81/2008 – Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive
    • Art. 6 D.Lgs. 81/2008 – Commissione consultiva permanente
    • D.P.C.M. 21 dicembre 2007 – composizione e funzionamento dei Comitati regionali di coordinamento
    • Leggi regionali attuative – ciascuna regione/provincia autonoma disciplina nel dettaglio composizione, articolazione in gruppi di lavoro tematici, Ufficio operativo, modalità di approvazione del Piano regionale della prevenzione
    • Piano nazionale della prevenzione – cornice nazionale entro cui i Comitati regionali declinano gli obiettivi territoriali

    FAQ

    Il datore di lavoro deve partecipare alle riunioni del Comitato regionale?

    No, il datore di lavoro singolo non partecipa: il Comitato regionale è un organo istituzionale composto da amministrazione regionale, enti di vigilanza (ASL, INL, INAIL, VVF) e rappresentanti delle organizzazioni datoriali e sindacali. La rappresentanza degli interessi datoriali è affidata a Confindustria, Confartigianato, CNA, Coldiretti, Confcommercio e altre sigle comparativamente più rappresentative, che designano i propri delegati. Il singolo datore può segnalare temi alle associazioni di categoria che siedono nel Comitato.

    Come scopro quali sono le priorità di vigilanza del mio Comitato regionale?

    Le priorità sono pubbliche: si trovano nel Piano regionale della prevenzione approvato dalla Giunta e pubblicato sul sito della regione, nei piani mirati delle ASL/SPSAL territoriali e nelle delibere dei Comitati regionali. Le associazioni datoriali e gli ordini professionali (consulenti del lavoro, ingegneri, periti) diffondono di norma circolari informative. Il RSPP esterno qualificato consulta queste fonti per aggiornare i clienti.

    Cosa cambia se il mio settore entra in un piano mirato?

    Aumenta la probabilità di accesso ispettivo, gli ispettori utilizzano check-list dedicate al comparto, le richieste documentali sono più mirate (esempio: in cantiere, DURC congruità e POS aggiornato; in agricoltura, attestati abilitazione trattori; in logistica, contratti di appalto e idoneità tecnico-professionale). Il datore conviene anticipare i controlli con un audit interno condotto dal RSPP, aggiornando il DVR sui rischi specifici evidenziati e calendarizzando la formazione mancante.

    Le decisioni del Comitato regionale hanno valore vincolante?

    Gli indirizzi del Comitato vincolano gli enti pubblici aderenti (ASL, INL, INAIL territoriale, regione) nell’organizzazione della vigilanza e nella programmazione dei controlli. Per le imprese non hanno valore di norma giuridica diretta, ma orientano interpretazione e applicazione del T.U. Sicurezza: ignorarli significa esporsi a un controllo che applica gli stessi criteri tecnici e procedurali concordati a livello regionale. Il datore di lavoro prudente – supportato da RSPP e RLS – si adegua agli indirizzi anche quando questi non sono formalmente cogenti.

  • CCNL Scuola AGIDAE: Apprendistato

    CCNL Scuola Privata AGIDAE

    In sintesi

    Apprendistato CCNL Scuola AGIDAE: l’apprendistato professionalizzante è regolato dall’Allegato 4 del contratto (art. 25). Il CCNL fissa la prova degli apprendisti dei livelli dal I al IV (30 giorni, 60 al IV) e il preavviso di 1 mese (artt. 22 e 87). Per legge si assumono giovani dai 18 ai 29 anni, per una durata da 6 mesi a 3 anni, con piano formativo individuale scritto e inquadramento fino a due livelli sotto quello di arrivo (D.Lgs. 81/2015, artt. 42 e 44).

    Dati contrattuali

    Parti firmatarie
    AGIDAE (Associazione Gestori Istituti Dipendenti dall’Autorità Ecclesiastica) · FLC CGIL · CISL Scuola · UIL Scuola RUA · SNALS-Confsal · SINASCA
    Ultimo rinnovo
    CCNL del 3 luglio 2024; secondo biennio economico 2026-2027 rinnovato il 19 maggio 2026
    Vigenza
    1° gennaio 2024 – 31 dicembre 2027 (parte normativa); secondo biennio economico dal 1° gennaio 2026
    Platea
    ~50.000 (docenti, personale amministrativo, ATA, educatori scuole paritarie cattoliche da nido a universitario)

    Tabella riepilogativa

    Apprendistato professionalizzante
    Voce Regola Fonte
    Disciplina contrattuale Allegato 4 del CCNL Art. 25 CCNL
    Livelli Dal I al IV, che comprende docenti di infanzia e primaria, educatori di nido e segretari Art. 22 CCNL
    Periodo di prova 30 giorni ai livelli I, II e III; 60 giorni al IV Art. 22 CCNL
    Preavviso 1 mese Art. 87 CCNL
    Età Dai 18 ai 29 anni (dai 17 con qualifica professionale) Art. 44 D.Lgs. 81/2015
    Durata Almeno 6 mesi, al massimo 3 anni Artt. 42 e 44 D.Lgs. 81/2015
    Inquadramento e retribuzione Fino a due livelli sotto quello di arrivo, o retribuzione in percentuale; vietato il cottimo Art. 42 D.Lgs. 81/2015

    Fonte: testo del CCNL AGIDAE Scuola del 3 luglio 2024, artt. 22, 25 e 87; D.Lgs. 81/2015, artt. 42 e 44.

    Per chi si usa

    Il CCNL fissa la prova degli apprendisti fino al IV livello (art. 22): l’apprendistato può riguardare quindi sia il personale ausiliario, tecnico e amministrativo sia i profili del IV livello dell’area educativa, come educatori di nido e docenti di infanzia e primaria. La durata, la formazione e le regole di dettaglio sono nell’Allegato 4 del contratto (art. 25).

    Piano formativo e forma scritta

    Il contratto di apprendistato si stipula per iscritto e contiene, in forma sintetica, il piano formativo individuale (art. 42 D.Lgs. 81/2015). La qualificazione da raggiungere si individua sui profili del sistema di inquadramento del CCNL (art. 44).

    Fine dell’apprendistato

    Al termine del periodo formativo le parti possono recedere con il preavviso dell’art. 2118 c.c., che decorre dalla fine dell’apprendistato; se nessuna recede, il rapporto prosegue come ordinario rapporto a tempo indeterminato (art. 42 D.Lgs. 81/2015).

    Docenti che si abilitano

    Per i docenti che frequentano i percorsi universitari per l’abilitazione (secondaria) o per la laurea in Scienze della formazione primaria il CCNL non usa l’apprendistato: l’art. 73 garantisce, nei limiti del possibile, un orario compatibile, l’uso dei permessi o un’aspettativa non retribuita con conservazione del posto.

    Casi pratici

    Tizio – apprendista in segreteria
    Tizio, 22 anni, è assunto come apprendista segretario (IV livello): ha 60 giorni di prova e, se recede durante il rapporto, deve 1 mese di preavviso (artt. 22 e 87).
    Caia – apprendista educatrice di nido
    Caia, 24 anni, è assunta come apprendista educatrice di asilo nido, un profilo del IV livello: anche per lei la prova è di 60 giorni; nel contratto scritto c’è il piano formativo individuale.
    Sempronio – apprendista addetto alla manutenzione
    Sempronio, 19 anni, è apprendista addetto alla manutenzione degli impianti (II livello): la prova è di 30 giorni. Alla fine del percorso, se nessuna parte recede, il rapporto prosegue a tempo indeterminato.

    Stesso CCNL: consulta anche tabelle retributive e minimi per docenti e ATA, Preavviso, Ferie e permessi, Maternità e congedi, Tredicesima e premi e Malattia e infortunio.

    Le informazioni di questa guida hanno finalità divulgativa e sono aggiornate al rinnovo del CCNL Scuola Privata AGIDAE. Per situazioni specifiche è consigliabile consultare un consulente del lavoro, il sindacato di categoria o l’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

  • Reperibilità, trasferta e indennità nel CCNL Portieri e Proprietari di Fabbricato

    CCNL Portieri e Proprietari di Fabbricato

    Reperibilità, trasferta e indennità nel CCNL Portieri e Proprietari di Fabbricato

    Dove il servizio non può fermarsi — impianti, assistenza, soccorso, presidio continuo — la reperibilità è un istituto centrale: compensa la disponibilità a intervenire fuori orario, mentre l’eventuale chiamata genera lavoro effettivo da retribuire a parte. A questo si affiancano trasferta e rimborsi spese.

    In sintesi

    La reperibilità compensa con un’indennità il vincolo di restare disponibili a intervenire fuori orario; l’intervento effettivo è lavoro a tutti gli effetti, da retribuire a parte e nel rispetto del riposo minimo di legge. A questo si aggiungono trasferta e rimborsi spese, con le soglie di esenzione dell’art. 51 TUIR.

    Dati contrattuali

    Parti firmatarie
    Confedilizia · Filcams-CGIL · Fisascat-CISL · Uiltucs-UIL
    Istituti trattati
    Reperibilità e interventi · Trasferta e rimborsi · Indennità di turno
    Riferimenti
    Art. 51, commi 5 e 6, TUIR (regime fiscale) · D.Lgs. 66/2003 (riposi) · CCNL per importi e maggiorazioni
    Fonte
    Testo del CCNL depositato presso il CNEL

    Le voci in sintesi

    Le indennità legate alla mobilità e alla disponibilità hanno natura e trattamento fiscale diversi. La tabella riepiloga le principali, distinguendo la voce dal suo regime contributivo e fiscale.

    Indennità legate a trasferta e disponibilità — quadro generale
    Voce Quando spetta Regime fiscale (regola di legge)
    Indennità di trasferta (fuori Comune) Prestazione temporanea fuori dal territorio comunale della sede Esente fino a 46,48 €/giorno in Italia e 77,47 €/giorno all’estero (art. 51 c. 5 TUIR)
    Rimborso analitico (a piè di lista) Spese di vitto, alloggio e viaggio documentate Non imponibile se documentato; le soglie forfettarie si riducono se cumulato
    Indennità per trasferta nel Comune Spostamenti entro il territorio comunale della sede Imponibile per intero, salvo rimborsi di trasporto documentati
    Indennità di reperibilità Obbligo di restare disponibile a intervenire fuori orario Imponibile (retribuzione a tutti gli effetti)
    Indennità di turno Articolazione del lavoro su turni avvicendati Imponibile; misura fissata dal CCNL
    Indennità di trasfertismo Lavoratori abitualmente in trasferta (importo fisso e continuativo) Imponibile al 50% (art. 51 c. 6 TUIR)
    Gli importi delle indennità (reperibilità, turno, trasferta forfettaria interna) sono fissati dal CCNL e dagli accordi aziendali: per le cifre esatte si rinvia al testo contrattuale vigente. Le soglie di esenzione fiscale, invece, sono fissate dalla legge e valgono per tutti i settori.

    Reperibilità: disponibilità, chiamata e riposo

    Dove il servizio è continuo, la reperibilità è l’istituto attorno a cui ruota l’organizzazione fuori orario. È bene distinguere con precisione le sue tre fasi, perché ciascuna ha un trattamento proprio.

    La disponibilità

    È il solo vincolo di restare raggiungibili e pronti a intervenire. Non è lavoro effettivo: viene compensata da un’indennità di reperibilità, di regola parametrata alla giornata e di importo diverso tra feriale e festivo, secondo quanto stabilito dal CCNL e dagli accordi aziendali.

    L’intervento

    Se la chiamata arriva, le ore effettivamente lavorate sono retribuite a parte come lavoro prestato, con le maggiorazioni che ricorrono (notturne, festive). L’indennità di disponibilità non assorbe il compenso per l’intervento.

    Il riposo

    L’intervento incide sul riposo giornaliero: l’art. 7 del D.Lgs. 66/2003 garantisce 11 ore consecutive ogni 24. Quando la chiamata notturna comprime questo riposo, va riconosciuto un riposo compensativo. Anche il riposo settimanale e i limiti di durata massima vanno rispettati nella programmazione dei turni di reperibilità.

    I tre sistemi di rimborso: forfettario, analitico, misto

    La normativa fiscale (art. 51, comma 5, TUIR) prevede tre modalità di trattamento della trasferta fuori dal Comune, che il CCNL e la prassi aziendale possono combinare.

    1. Rimborso forfettario

    Al lavoratore è riconosciuta un’indennità giornaliera fissa. È esente da imposte e contributi fino a 46,48 € al giorno per le trasferte in Italia e 77,47 € al giorno per quelle all’estero; la parte eccedente concorre al reddito.

    2. Rimborso analitico (a piè di lista)

    Vengono rimborsate le spese effettivamente sostenute e documentate (vitto, alloggio, viaggio). Tali rimborsi, se giustificati, non sono imponibili. È possibile riconoscere in piè una piccola indennità non documentata, esente entro un limite ridotto.

    3. Rimborso misto

    Si combinano indennità forfettaria e rimborso analitico. In questo caso le soglie di esenzione forfettaria si riducono: di un terzo se è rimborsato analiticamente il vitto oppure l’alloggio, di due terzi se sono rimborsati entrambi.

    Trasfertisti: il regime dell’art. 51, comma 6 TUIR

    È trasfertista chi, per la natura della mansione, lavora abitualmente fuori dalla sede e percepisce un’indennità fissa e continuativa, non legata alla singola missione. Per questi lavoratori non vale la soglia piena di esenzione della trasferta occasionale: le indennità e maggiorazioni concorrono al reddito imponibile nella misura del 50%. La distinzione tra trasferta occasionale e trasfertismo va valutata sulla base delle concrete modalità di svolgimento del rapporto ed è fonte frequente di contenzioso.

    Casi pratici

    Tizio — reperibilità nel weekend con chiamata notturna
    Tizio è in reperibilità da sabato a domenica e percepisce la relativa indennità. Alle 2 di notte viene chiamato e lavora due ore. Quelle ore non sono coperte dalla sola indennità: vanno retribuite come lavoro effettivo, con la maggiorazione notturna del CCNL. Se l’intervento gli ha tolto parte del riposo, ha diritto a un riposo compensativo a tutela delle 11 ore di legge.
    Caia — settimana di reperibilità senza interventi
    Caia è reperibile per un’intera settimana ma non viene mai chiamata. Le spetta comunque l’indennità di reperibilità per ciascun giorno di disponibilità, feriali e festivi secondo gli importi del CCNL: l’indennità remunera il vincolo, non l’effettivo intervento.

    Domande frequenti

    L’indennità di trasferta è sempre esente da tasse?
    No. È esente solo entro le soglie di legge (46,48 €/giorno in Italia, 77,47 €/giorno all’estero) e solo per le trasferte fuori dal Comune della sede. La parte eccedente, e l’indennità per spostamenti dentro il Comune, sono imponibili.
    Le voci di trasferta e reperibilità entrano nel calcolo del TFR?
    Le voci a carattere retributivo e continuativo rientrano nella base di calcolo del TFR e delle mensilità aggiuntive nei limiti previsti dal CCNL. Per le voci occasionali occorre verificare la clausola contrattuale specifica.
    Dove trovo gli importi esatti previsti dal mio contratto?
    Gli importi di indennità di reperibilità, turno e trasferta forfettaria sono fissati dal CCNL e dagli accordi aziendali. Le soglie di esenzione fiscale qui citate sono invece di legge e valgono per tutti i settori.
    Se durante la reperibilità non vengo chiamato, mi spetta comunque qualcosa?
    Sì: l’indennità di reperibilità remunera il vincolo di disponibilità, non l’intervento. Spetta per ogni giorno di reperibilità anche in assenza di chiamate, negli importi previsti dal CCNL.

    Stesso CCNL: consulta anche minimi per livello, come darle, preavviso e telematiche, Preavviso, licenziamento e dimissioni nel CCNL Portieri e Proprietari di Fabbricato, Ferie e permessi nel CCNL Portieri e Proprietari di Fabbricato, Maternità, paternità e congedi nel CCNL Portieri e Proprietari di Fabbricato e Tredicesima e mensilità aggiuntive nel CCNL Portieri e Proprietari di Fabbricato.

    Contenuto divulgativo aggiornato alle regole generali di legge. Per importi, percentuali e clausole specifiche si rinvia sempre al testo del CCNL vigente e agli accordi aziendali applicabili.

  • Esenzioni servizi di investimento: casi pratici art. 4-terdecies TUF

    Non tutti i soggetti che, in qualche misura, svolgono attività riconducibili ai servizi e alle attività di investimento ricadono nella disciplina della Parte II del TUF. L’art. 4-terdecies TUF recepisce le esenzioni previste dall’art. 2 della Direttiva 2014/65/UE (MiFID II) e individua una serie di categorie di operatori che, per natura, per tipo di clientela o per accessorietà dell’attività rispetto al business principale, restano fuori dal perimetro della vigilanza prevista per le imprese di investimento e le banche autorizzate alla prestazione dei servizi.

    L’esenzione, però, non è mai un “salvacondotto” generico: si applica solo se l’attività viene svolta entro confini precisi e può venire meno quando il soggetto supera i limiti previsti. L’errore espone a sanzioni Consob e Banca d’Italia e all’invalidità dei contratti conclusi senza titolo.

    Il quadro: perimetro della Parte II TUF e logica delle esenzioni

    La Parte II del TUF disciplina la prestazione dei servizi e delle attività di investimento elencati nell’art. 1, comma 5 (negoziazione per conto proprio, esecuzione di ordini, sottoscrizione e collocamento, gestione di portafogli, ricezione e trasmissione di ordini, consulenza in materia di investimenti, gestione di sistemi multilaterali di negoziazione e organizzati). Chiunque presti tali servizi nei confronti del pubblico è sottoposto a un regime di autorizzazione, vigilanza prudenziale e regole di condotta.

    L’art. 4-terdecies TUF introduce un elenco tassativo di soggetti e attività che, pur potendo astrattamente integrare uno dei servizi di investimento, restano esclusi dal campo di applicazione della Parte II. La logica è duplice: da un lato evitare duplicazioni di vigilanza per soggetti già sottoposti a regolamentazione settoriale (assicurazioni, banche centrali, OICR), dall’altro non gravare di oneri sproporzionati attività che hanno carattere accessorio, infragruppo o limitato a una platea molto ristretta.

    Categorie esentate: chi resta fuori dalla Parte II

    Imprese di assicurazione e di riassicurazione autorizzate ai sensi del Codice delle assicurazioni private quando operano nell’esercizio dell’attività tipica. La vigilanza IVASS sostituisce quella Consob/Banca d’Italia per gli atti di gestione del patrimonio assicurativo, ferma restando l’applicazione della disciplina IBIP per i prodotti di investimento assicurativi.

    Soggetti che prestano servizi di investimento esclusivamente per la propria impresa controllante, per le proprie controllate o per altre controllate della propria controllante: la tipica funzione di tesoreria di gruppo, che gestisce la liquidità e il rischio finanziario consolidato, non rientra nella Parte II perché non c’è offerta a terzi.

    Persone che prestano un servizio di investimento in modo accessorio nell’ambito di un’attività professionale, a condizione che questa sia regolata da disposizioni legislative o regolamentari o da un codice deontologico che non escludono la prestazione del servizio. È l’ipotesi del professionista che, in via marginale rispetto alla propria attività principale (legale, contabile, notarile), fornisce indicazioni di natura patrimoniale.

    Soggetti che negoziano per conto proprio strumenti finanziari diversi dai derivati su merci o quote di emissione, e che non prestano altri servizi di investimento, salvo si tratti di market maker, membri di mercati regolamentati o sistemi multilaterali, o soggetti che utilizzano tecniche di negoziazione algoritmica ad alta frequenza.

    Banca Centrale Europea, banche centrali nazionali e altri organismi pubblici incaricati della gestione del debito pubblico, della politica monetaria, dei cambi e delle riserve ufficiali, oltre a istituzioni finanziarie internazionali costituite da più Stati. Operano in regime pubblicistico e non sono soggette alla vigilanza di mercato.

    Organismi di investimento collettivo del risparmio, fondi pensione e relativi gestori, depositari: la disciplina settoriale (Parte II TUF su SGR e OICR, normativa previdenziale) prevale e assorbe la regolazione generale dei servizi di investimento.

    Limiti dell’esenzione e revoca

    L’esenzione opera “a condizione che”. Significa che il soggetto deve continuare a soddisfare i requisiti previsti: se l’attività accessoria diventa principale, se il professionista inizia a sollecitare il pubblico, se il trader proprietario assume il ruolo di market maker o se il gruppo apre la tesoreria a soggetti esterni, l’esenzione decade e scatta l’obbligo di autorizzazione.

    Consob e Banca d’Italia possono effettuare accertamenti per verificare la sussistenza dei presupposti dell’esenzione e, in caso di sconfinamento, possono ordinare la cessazione dell’attività e applicare le sanzioni previste dagli articoli 166 e seguenti TUF per abusivismo. La giurisprudenza amministrativa ha chiarito che il carattere “accessorio” si valuta in concreto, con riferimento al peso economico, al tempo dedicato e alla rilevanza dell’attività per la clientela.

    Caso 1 – Società di holding che opera intragruppo

    Situazione. Una holding industriale italiana centralizza la gestione della tesoreria delle 12 controllate del gruppo. Negozia strumenti finanziari (titoli di Stato, obbligazioni, derivati di copertura cambio) per conto delle società figlie e gira loro le posizioni con scritture interne.

    Esenzione. L’attività rientra nell’esenzione prevista per i soggetti che operano esclusivamente per la propria controllante, le proprie controllate o altre controllate della medesima controllante. La holding non offre il servizio a soggetti esterni al perimetro consolidato e non è tenuta all’autorizzazione Consob.

    Limite operativo. Se la holding iniziasse a prestare lo stesso servizio anche a una società collegata non controllata, oppure a una controllata di un socio di minoranza, l’esenzione cesserebbe perché il rapporto di gruppo verrebbe meno per quella parte di attività.

    Caso 2 – Consulenza accessoria a clientela professionale esistente

    Situazione. Uno studio legale tributario specializzato in passaggi generazionali assiste 40 famiglie imprenditoriali. Nell’ambito della pianificazione successoria, fornisce indicazioni occasionali sull’allocazione del patrimonio mobiliare già detenuto, senza promuovere prodotti finanziari specifici e senza percepire compensi separati per la “consulenza in materia di investimenti”.

    Esenzione. L’attività di investimento è accessoria rispetto a quella professionale principale, regolata dall’ordinamento forense e dal codice deontologico. L’art. 4-terdecies TUF riconosce l’esenzione purché la prestazione resti marginale.

    Limite operativo. Se lo studio costituisse una divisione “family office” con consulenti dedicati, listino orario, modulistica di profilatura e proposte di portafoglio, l’attività perderebbe il carattere accessorio e richiederebbe iscrizione all’Albo dei consulenti finanziari autonomi tenuto dall’OCF.

    Caso 3 – Operatore qualificato che negozia conto proprio

    Situazione. Una società commerciale dotata di tesoreria attiva impiega la liquidità aziendale acquistando obbligazioni corporate e BTP per conto proprio, senza eseguire ordini di terzi, senza fare market making e senza ricorrere a tecniche di trading algoritmico ad alta frequenza.

    Esenzione. Il soggetto negozia per conto proprio strumenti finanziari diversi dai derivati su merci e non presta altri servizi di investimento: ricade nell’esenzione per gli operatori c/proprio non market maker. Non è sottoposto alla Parte II TUF né tenuto a iscrizioni Consob.

    Limite operativo. Se la società iniziasse a quotare prezzi denaro/lettera su strumenti illiquidi o a partecipare come membro di un MTF, perderebbe l’esenzione perché assumerebbe il ruolo di market maker; lo stesso effetto si avrebbe attivando algoritmi HFT.

    Caso 4 – Compagnia assicurativa che gestisce gli attivi a copertura

    Situazione. Una compagnia di assicurazione vita autorizzata IVASS investe i premi raccolti in titoli di Stato, obbligazioni corporate e quote di OICR per costituire le riserve tecniche e remunerare le polizze rivalutabili.

    Esenzione. Le imprese di assicurazione e riassicurazione sono escluse dalla Parte II TUF quando operano nell’esercizio dell’attività tipica. La gestione finanziaria del patrimonio a copertura ricade nella vigilanza prudenziale IVASS, non in quella Consob/Banca d’Italia sui servizi di investimento.

    Limite operativo. L’esenzione non copre la distribuzione di prodotti di investimento assicurativi (IBIP), che rimangono soggetti agli obblighi MiFID di informativa, adeguatezza e trasparenza dei costi recepiti negli articoli 25 e 25-bis TUF.

    Caso 5 – Banca centrale e gestione del debito pubblico

    Situazione. Banca d’Italia esegue operazioni di mercato aperto, gestisce le riserve ufficiali e collabora con il MEF nel collocamento dei titoli del debito pubblico. Il Dipartimento del Tesoro effettua emissioni e operazioni di liability management.

    Esenzione. Le banche centrali nazionali, la BCE e gli organismi pubblici incaricati della gestione del debito sono esplicitamente esclusi dalla Parte II TUF. La loro operatività risponde a finalità pubblicistiche di politica monetaria e di finanziamento dello Stato, non di prestazione di servizi al pubblico.

    Limite operativo. L’esenzione è soggettiva e funzionale: non si estende a controllate strumentali che dovessero offrire al pubblico servizi di investimento al di fuori del mandato istituzionale.

    Quando ricontrollare la propria posizione

    Le esenzioni non sono mai “acquisite per sempre”. Vanno verificate periodicamente perché la fisionomia dell’attività può mutare nel tempo. Conviene riesaminare la posizione almeno una volta l’anno e in tutti i seguenti casi:

    • quando il volume dell’attività “accessoria” cresce in modo significativo rispetto a quella principale;
    • quando si entra in nuovi mercati o si iniziano a usare strumenti diversi (derivati, prodotti complessi);
    • quando si stipulano contratti con soggetti che escono dal perimetro del gruppo;
    • quando si introducono strumenti di trading automatico o sistemi di negoziazione ad alta frequenza;
    • quando si modifica il modello di compenso (da accessorio a remunerato separatamente).

    Per il dubbio sulla qualifica della propria attività non è opportuno rivolgersi a consulenti generalisti: serve un confronto con un soggetto vigilato (banca, SIM, SGR, consulente autonomo iscritto OCF) o, nei casi più complessi, con un professionista che abbia esperienza specifica di diritto dei mercati finanziari.

    Norme di riferimento

    • Art. 4-terdecies TUF – esenzioni dall’applicazione della Parte II (D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58)
    • Art. 2 Direttiva 2014/65/UE (MiFID II) – esenzioni dall’ambito di applicazione della direttiva sui servizi di investimento
    • Art. 1, comma 5, TUF – definizione dei servizi e delle attività di investimento
    • Art. 18 TUF – riserva di attività per la prestazione di servizi e attività di investimento
    • Artt. 166 e ss. TUF – sanzioni per abusiva prestazione di servizi di investimento
    • D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209 (Codice delle assicurazioni private) per il regime IVASS

    Domande frequenti

    L’esenzione ex art. 4-terdecies TUF deve essere chiesta a Consob o opera automaticamente?

    Opera automaticamente, perché deriva direttamente dalla legge: non c’è una procedura di autorizzazione o di iscrizione. Il soggetto, però, deve essere in grado di dimostrare in qualsiasi momento, in caso di accertamento di Consob o Banca d’Italia, che i requisiti dell’esenzione sussistono concretamente (carattere accessorio, perimetro intragruppo, qualifica soggettiva). Per questo è opportuno conservare documentazione organizzativa, contrattuale e contabile che evidenzi i limiti dell’operatività.

    Un commercialista che indica un fondo specifico al cliente è coperto dall’esenzione per la consulenza accessoria?

    Dipende. L’esenzione copre l’attività di investimento svolta in modo accessorio nell’ambito di un’attività professionale principale regolata dall’ordinamento. Indicazioni generiche di allocazione patrimoniale in sede di pianificazione fiscale o successoria rientrano normalmente nell’esenzione. La raccomandazione personalizzata di acquistare uno specifico strumento finanziario, con valutazione di adeguatezza al profilo del cliente, è “consulenza in materia di investimenti” ex art. 1, comma 5-septies TUF e richiede iscrizione all’Albo OCF dei consulenti finanziari autonomi.

    Una società industriale che fa trading speculativo sui mercati con la propria liquidità eccedente è esentata?

    Sì, se ricorrono congiuntamente tre condizioni: negozia solo per conto proprio, opera su strumenti diversi dai derivati su merci e quote di emissione, non assume il ruolo di market maker né di membro/partecipante diretto a mercati regolamentati o sistemi multilaterali, e non utilizza tecniche di negoziazione algoritmica ad alta frequenza. Se anche una sola di queste condizioni viene meno, l’esenzione decade e si applica la Parte II TUF.

    Le imprese di assicurazione sono sempre esentate, anche quando vendono polizze di investimento?

    No. L’esenzione copre la gestione del patrimonio assicurativo a copertura delle riserve, sottoposta alla vigilanza prudenziale IVASS. La distribuzione di prodotti di investimento assicurativi (IBIP, come unit linked e index linked) ricade però nella disciplina MiFID recepita dagli articoli 25 e 25-bis TUF: si applicano gli obblighi di informativa, valutazione di adeguatezza, trasparenza dei costi e gestione dei conflitti di interesse, in quanto si tratta di prodotti che combinano una componente assicurativa con un’esposizione al rischio finanziario.

  • Art. 145 Reg. (UE) 2023/1114 – Modifica del regolamento (UE) n. 1095/2010

    Art. 145 Reg. (UE) 2023/1114 – Modifica del regolamento (UE) n. 1095/2010

    Regolamento (UE) 2023/1114 del Parlamento europeo e del Consiglio del 31 maggio 2023 relativo ai mercati delle cripto-attività (Markets in Crypto-Assets, MiCA)

    All’articolo 1, paragrafo 2, del regolamento (UE) n. 1095/2010, il primo comma è sostituito dal seguente:

    «L’Autorità opera nel quadro dei poteri conferiti dal presente regolamento e nell’ambito di applicazione delle direttive 97/9/CE, 98/26/CE, 2001/34/CE, 2002/47/CE, 2004/109/CE, 2009/65/CE, 2011/61/UE del Parlamento europeo e del Consiglio ( *9 ) , del regolamento (CE) n. 1060/2009, della direttiva 2014/65/UE del Parlamento europeo e del Consiglio ( *10 ) , del regolamento (UE) 2017/1129 del Parlamento europeo e del Consiglio ( *11 ) e del regolamento (UE) 2023/1114 del Parlamento europeo e del Consiglio ( *12 ) e, nella misura in cui tali atti si applicano alle società che prestano servizi d’investimento o agli organismi d’investimento collettivo che commercializzano le proprie quote o azioni, agli emittenti di cripto-attività, agli offerenti, alle persone che chiedono l’ammissione alla negoziazione di cripto-attività e ai prestatori di servizi per le cripto-attività, e alle relative autorità di vigilanza competenti, nell’ambito delle parti pertinenti delle direttive 2002/87/CE e 2002/65/CE, comprese le direttive, i regolamenti e le decisioni basati su tali atti, e di ogni altro atto giuridicamente vincolante dell’Unione che attribuisca compiti all’Autorità.

  • Iniziativa dichiarazione fallimento: casi pratici art. 6 L.Fall.

    L’art. 6 L.Fall. indicava chi poteva chiedere la dichiarazione di fallimento: il debitore stesso, uno o più creditori, il pubblico ministero. Era una norma di apertura del procedimento concorsuale, perno del sistema fondato sul Regio Decreto 16 marzo 1942 n. 267. Dal 15 luglio 2022 la disposizione è abrogata: il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (D.Lgs. 12 gennaio 2019 n. 14) ha sostituito il fallimento con la liquidazione giudiziale, ricollocando i legittimati attivi negli articoli 37 e 38 CCII. La logica resta affine, ma cambiano lessico, organi competenti e adempimenti preliminari (in particolare l’allerta e la composizione negoziata). Capire chi può attivare la procedura, e con quali documenti, è decisivo per imprenditori in difficoltà, creditori non pagati, curatori e tribunali che ancora maneggiano dossier pre-15 luglio 2022.

    Il quadro dopo l’abrogazione

    L’art. 6 L.Fall. è uscito dall’ordinamento insieme all’intero R.D. 267/1942 con l’entrata in vigore del CCII. Il nuovo perimetro è tracciato dall’art. 37 CCII per il debitore, i creditori e gli organi della procedura, mentre l’art. 38 CCII regola l’iniziativa del pubblico ministero. La continuità di disciplina è rilevante per i procedimenti già incardinati: i fallimenti dichiarati prima del 15 luglio 2022 proseguono secondo la legge fallimentare, ma le nuove istanze devono essere depositate ai sensi del codice della crisi.

    Per l’imprenditore commerciale non sotto soglia (art. 1 L.Fall. abrogato, ora art. 2 lett. d CCII) cambia anche il presupposto: dallo “stato di insolvenza” si passa alla nozione più ampia di “crisi” e “insolvenza” definite dal CCII. L’art. 6 L.Fall. resta così rilevante solo per ricostruire posizioni pregresse, controversie su istanze depositate prima dell’abrogazione o questioni transitorie.

    I legittimati storici dell’art. 6 L.Fall.

    Sotto l’art. 6 L.Fall. l’iniziativa spettava a tre soggetti: il debitore (con istanza in proprio), uno o più creditori (con ricorso al tribunale), il pubblico ministero (quando l’insolvenza emergeva nel corso di un procedimento penale o veniva segnalata dal giudice civile o da pubblica autorità). Il tribunale fallimentare valutava la legittimazione, lo stato di insolvenza e la qualifica di imprenditore commerciale soggetto a fallimento.

    La struttura ha retto fino al 2022 ed è stata trasposta, con qualche aggiornamento, negli articoli 37 e 38 CCII. La regola pratica: se l’istanza è del 2023 si guarda al CCII, se è del 2021 si applica l’art. 6 L.Fall.

    Corrispondenza con l’art. 37 CCII

    L’art. 37 CCII conferma i tre soggetti legittimati (debitore, creditore, P.M.) ma aggiunge un canale: gli “organi e autorità amministrative” titolari di funzioni di controllo e vigilanza sull’impresa, che possono chiedere l’apertura della liquidazione giudiziale quando ne ricorrano i presupposti. Per il debitore permane l’obbligo, in capo all’imprenditore in stato di crisi, di attivare gli strumenti di regolazione previsti dal codice (composizione negoziata, concordato preventivo, accordi di ristrutturazione) prima di subire un’iniziativa esterna.

    Cinque casi pratici

    Caso 1 – Debitore che deposita istanza in proprio

    Un imprenditore titolare di una S.r.l. operante nel commercio all’ingrosso registra debiti scaduti per 480.000 euro a fronte di disponibilità liquide irrisorie e crediti commerciali per soli 60.000 euro. Sotto l’art. 6 L.Fall. il debitore poteva depositare istanza di fallimento in proprio, allegando lo stato patrimoniale, l’elenco nominativo dei creditori e i bilanci degli ultimi tre esercizi. Oggi la stessa scelta passa per il deposito di un ricorso ex art. 37 CCII per la liquidazione giudiziale, oppure – se ne sussistono i presupposti – per l’accesso a uno strumento di regolazione della crisi. Il tribunale verifica i requisiti soggettivi (impresa commerciale non sotto soglia) e oggettivi (insolvenza). L’imprenditore che ha già tentato senza successo una composizione negoziata accelera l’apertura della liquidazione.

    Caso 2 – Creditore non pagato che presenta istanza

    Un fornitore vanta un credito di 75.000 euro per forniture eseguite e fatturate, sostenuto da titolo esecutivo passato in giudicato. Dopo precetto, pignoramento mobiliare risultato infruttuoso e segnalazioni a centrale rischi, decide di chiedere la dichiarazione di insolvenza del debitore. Sotto l’art. 6 L.Fall. depositava ricorso allegando i titoli e gli indici sintomatici dell’insolvenza (protesti, decreti ingiuntivi notificati, esecuzioni infruttuose). Oggi presenta lo stesso ricorso ai sensi dell’art. 37 CCII al tribunale competente, indicando il presupposto soggettivo (qualifica del debitore) e oggettivo (insolvenza). Il creditore non è tenuto a dimostrare la propria definitività del credito: basta un credito anche non titolato purché liquido ed esigibile.

    Caso 3 – Pubblico ministero che agisce d’ufficio

    Nel corso di un procedimento penale per bancarotta fraudolenta a carico dell’amministratore di una S.p.a. il P.M. acquisisce documentazione che evidenzia un buco di cassa di oltre 2 milioni di euro, debiti tributari per 800.000 euro e mancato pagamento di stipendi da quattro mesi. Sotto l’art. 6 L.Fall. il pubblico ministero poteva chiedere il fallimento ogni volta che l’insolvenza emergeva in un procedimento penale o gli veniva segnalata dal giudice civile, dalla pubblica autorità o nel corso del procedimento prefallimentare stesso. Oggi l’art. 38 CCII conferma il potere di iniziativa del P.M., ampliandone i casi: oltre alle ipotesi della legge fallimentare, anche segnalazioni di organi amministrativi di vigilanza e indici di crisi rilevati nei procedimenti civili. La richiesta del P.M. è particolarmente frequente nei dissesti di società di capitali con sospetti di distrazione patrimoniale.

    Caso 4 – Intervento del creditore in procedura già aperta

    Una banca creditrice di una S.r.l. apprende che un fornitore ha già depositato istanza di fallimento. Sotto l’art. 6 L.Fall. il creditore non era tenuto a presentare istanza autonoma: poteva intervenire nel procedimento prefallimentare con memoria, far valere il proprio credito e contribuire a dimostrare l’insolvenza. Oggi, ai sensi dell’art. 40 CCII, i creditori possono spiegare intervento depositando memoria fino all’udienza, allegando documentazione del proprio credito e indici sintomatici dell’insolvenza. L’intervento è strategico per banche e fornitori che vogliono concorrere alla nomina del curatore o alla designazione del comitato dei creditori.

    Caso 5 – Transizione L.Fall. – CCII su istanze “a cavallo”

    Un creditore deposita istanza di fallimento il 10 luglio 2022. Cinque giorni dopo entra in vigore il CCII. Il tribunale come decide? La disciplina transitoria (art. 390 CCII) stabilisce che le procedure ancora pendenti alla data del 15 luglio 2022 e i ricorsi già depositati proseguono secondo la legge fallimentare. Quindi quel ricorso resta governato dall’art. 6 L.Fall. Se invece l’istanza fosse stata depositata il 16 luglio 2022, sarebbe stata trattata ai sensi dell’art. 37 CCII. Il tribunale verifica la data di deposito al fascicolo e applica la legge corrispondente, anche se la decisione viene assunta mesi dopo. La distinzione è rilevante per regime probatorio, presupposti soggettivi e adempimenti del curatore o del liquidatore giudiziale.

    Quando rileva ancora oggi

    Anche se abrogato, l’art. 6 L.Fall. continua a guidare l’esame di tre situazioni ricorrenti. Primo: fallimenti dichiarati prima del 15 luglio 2022 ancora aperti, dove il curatore continua a operare nel quadro del R.D. 267/1942. Secondo: impugnazioni e opposizioni a sentenza dichiarativa di fallimento depositata prima dell’entrata in vigore del CCII, per le quali la cassazione applica la legge del tempo. Terzo: contenziosi su responsabilità di amministratori e sindaci per omessa istanza di fallimento ex art. 217 e 224 L.Fall., che richiedono di ricostruire l’obbligo di attivazione vigente all’epoca dei fatti.

    Imprenditore, creditore, curatore e tribunale restano i quattro angoli del campo. L’imprenditore valuta se attivarsi in proprio o ricorrere agli strumenti di regolazione della crisi; il creditore decide se depositare istanza autonoma o intervenire; il curatore (o liquidatore giudiziale nel nuovo regime) gestisce i procedimenti già aperti; il tribunale verifica legittimazione, presupposti e applicabilità della disciplina nel tempo.

    Norme di riferimento

    • Art. 6 L.Fall. (abrogato) – R.D. 16 marzo 1942 n. 267, art. 6: “Iniziativa per la dichiarazione di fallimento”. Soggetti legittimati: debitore, creditore, pubblico ministero.
    • Art. 37 CCII – D.Lgs. 12 gennaio 2019 n. 14: iniziativa per l’accesso alla liquidazione giudiziale. Legittimati: debitore, creditore, organi e autorità amministrative.
    • Art. 38 CCII – Iniziativa del pubblico ministero per l’apertura della liquidazione giudiziale.
    • Art. 40 CCII – Intervento dei creditori nel procedimento di apertura della liquidazione giudiziale.
    • Art. 390 CCII – Disciplina transitoria: i procedimenti pendenti al 15 luglio 2022 proseguono secondo la legge fallimentare.

    FAQ

    L’art. 6 L.Fall. è ancora applicabile?
    Solo ai procedimenti pendenti alla data del 15 luglio 2022 in forza dell’art. 390 CCII. Per istanze successive si applica l’art. 37 CCII e, per il pubblico ministero, l’art. 38 CCII.

    Un creditore può chiedere la liquidazione giudiziale del proprio debitore?
    Sì. L’art. 37 CCII conferma la legittimazione del creditore con credito liquido ed esigibile, anche non titolato, purché il debitore sia un imprenditore commerciale non sotto soglia in stato di insolvenza.

    Il debitore può chiedere il proprio fallimento?
    Oggi parla di liquidazione giudiziale in proprio ex art. 37 CCII. Prima di accedervi dovrebbe valutare gli strumenti di regolazione della crisi (composizione negoziata, concordato, accordi di ristrutturazione).

    In che casi interviene il pubblico ministero?
    L’art. 38 CCII consente l’iniziativa del P.M. quando l’insolvenza emerge in un procedimento penale, in un procedimento civile, da segnalazioni di organi di vigilanza o di altre pubbliche autorità. La fattispecie estende quella dell’art. 6 L.Fall.

  • Termine fisso vs caso d’uso: casi pratici art. 5 D.P.R. 131/1986

    Quando un atto va registrato entro trenta giorni e quando, invece, basta presentarlo all’ufficio solo se lo si vuole far valere davanti a un giudice o a una pubblica amministrazione? La risposta, apparentemente tecnica, ha un impatto enorme sulla gestione quotidiana di contratti, scritture private e atti notarili. L’art. 5 D.P.R. 131/1986 traccia esattamente questa linea, distinguendo gli atti soggetti a registrazione in termine fisso da quelli soggetti a registrazione solo in caso d’uso.

    Il quadro: due binari di registrazione

    Il Testo Unico dell’imposta di registro costruisce un sistema binario. Da un lato, esistono atti per i quali la registrazione è obbligatoria entro un termine perentorio: di regola trenta giorni dalla data dell’atto, se formato in Italia, o sessanta giorni se formato all’estero (art. 13 D.P.R. 131/1986). Dall’altro, esistono atti che entrano nel circuito fiscale solo in un momento eventuale e successivo, ossia quando vengono concretamente “usati” in determinati contesti.

    La fonte di questa distinzione è duplice. L’art. 5, comma 1, T.U. registro stabilisce che sono soggetti a registrazione in termine fisso gli atti indicati nella Parte I della Tariffa allegata al decreto, mentre il comma 2 dispone che sono soggetti a registrazione solo in caso d’uso gli atti indicati nella Parte II della stessa Tariffa. L’art. 1 T.U. registro, poi, conferma il principio generale: l’imposta si applica agli atti soggetti a registrazione, secondo le disposizioni delle due parti della Tariffa.

    Parte I della Tariffa: registrazione in termine fisso

    Nella Parte I confluiscono gli atti che il legislatore considera fiscalmente rilevanti già al momento della loro formazione. Sono atti dal contenuto patrimoniale tipico, spesso traslativi o costitutivi di diritti reali, oppure dotati di particolare solennità formale.

    Rientrano nella Parte I, a titolo esemplificativo, gli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di beni immobili, gli atti di costituzione di diritti reali immobiliari, i contratti di locazione e affitto di beni immobili, gli atti societari di costituzione e modifica del capitale, le cessioni di azienda, gli atti di donazione e, in generale, tutti gli atti pubblici e le scritture private autenticate aventi contenuto patrimoniale. Per questi atti il contribuente deve attivarsi entro trenta giorni: presentazione telematica o cartacea all’Agenzia delle Entrate, autoliquidazione o liquidazione d’ufficio dell’imposta, versamento.

    La logica è chiara: si tratta di atti che producono effetti immediati nel patrimonio delle parti e che, per la loro stessa natura, devono entrare subito nei registri pubblici fiscali, sia per esigenze di certezza del traffico giuridico, sia per consentire allo Stato di percepire tempestivamente il tributo.

    Parte II della Tariffa: registrazione solo in caso d’uso

    Nella Parte II rientrano, invece, atti che il legislatore considera meno “impegnativi” sul piano fiscale o che, per la loro forma o per il loro oggetto, non giustificano una registrazione obbligatoria immediata. Per essi l’art. 5, comma 2, T.U. registro prevede la registrazione solo in caso d’uso.

    Cosa significa, tecnicamente, “caso d’uso”? L’art. 6 T.U. registro lo definisce: si ha caso d’uso quando un atto si deposita, per essere acquisito agli atti, presso le cancellerie giudiziarie nell’esplicazione di attività amministrative o presso le amministrazioni dello Stato o degli enti pubblici territoriali e i rispettivi organi di controllo, salvo che il deposito avvenga ai fini dell’adempimento di un’obbligazione delle stesse amministrazioni, enti o organi ovvero sia obbligatorio per legge o regolamento.

    Tradotto: fino a quando un atto della Parte II rimane nella sfera privata delle parti, non c’è alcun obbligo di registrarlo. L’obbligo sorge nel momento in cui quell’atto viene portato in un’amministrazione pubblica o in una cancelleria per produrre effetti formali. È un meccanismo che premia la circolazione informale di certi contratti e rinvia l’imposizione a un momento successivo, eventualmente mai realizzato.

    Rientrano tipicamente nella Parte II le scritture private non autenticate aventi a oggetto somme o valori non determinati, alcuni contratti tra privati di natura non immobiliare, ricevute, quietanze in forma di scrittura privata semplice e altri atti minori espressamente indicati dalla Tariffa.

    Casi d’uso e implicazioni operative

    Il “caso d’uso” non è una formula astratta: produce conseguenze pratiche molto concrete. Quando si verifica, l’atto deve essere registrato e l’imposta è dovuta nella misura stabilita dalla Parte II per quel tipo di atto. Il termine per la registrazione, in questo caso, decorre dal momento in cui si concretizza l’uso (art. 13 T.U. registro). L’art. 9 T.U. registro, inoltre, regola le modalità di registrazione e individua i soggetti obbligati: parti contraenti, notai e altri pubblici ufficiali che hanno redatto l’atto, soggetti che ne fanno uso.

    Sul piano della prova, è importante ricordare un principio: un atto soggetto a registrazione in termine fisso, se non registrato, non può essere prodotto in giudizio né davanti alla pubblica amministrazione senza prima essere regolarizzato, con applicazione delle sanzioni per ritardato pagamento. Per gli atti soggetti a registrazione solo in caso d’uso, invece, la mancata registrazione non è patologica fino a quando l’atto resta nella sfera privata: è l’uso stesso che attiva, contestualmente, l’obbligo di registrazione e il pagamento dell’imposta.

    Cinque casi pratici

    1) Contratto di locazione di immobile urbano

    Tizio e Caio sottoscrivono un contratto di locazione abitativa di durata quadriennale per un appartamento a Roma. Il canone annuo è pattuito in dodicimila euro.

    Il contratto rientra nella Parte I della Tariffa e va registrato entro trenta giorni dalla data di stipula (art. 5, comma 1, e art. 13 T.U. registro). Il locatore o il conduttore presenta il modello RLI all’Agenzia delle Entrate, calcola l’imposta dovuta sull’ammontare complessivo dei canoni (con possibilità di scegliere la registrazione annuale o per l’intera durata) e versa l’importo. La parte che ha firmato per prima il contratto e la parte che lo ha richiesto sono solidalmente obbligate al pagamento; in pratica, basta che una delle due provveda. Saltare i trenta giorni espone a sanzioni e interessi e, in caso di contenzioso davanti al giudice, costringe a regolarizzare prima di poter utilizzare il contratto come prova.

    2) Comodato verbale di immobile tra fratelli

    Caia concede in comodato gratuito al fratello Sempronio un appartamento di sua proprietà. L’accordo è solo verbale, non viene redatto alcun documento.

    Il comodato verbale non è un atto scritto e quindi, di regola, non rientra tra gli atti soggetti a registrazione in termine fisso (l’art. 3 T.U. registro disciplina gli atti soggetti a registrazione per loro natura). Se Caia o Sempronio non hanno alcun interesse a opporlo a terzi o a far valere il rapporto presso una pubblica amministrazione, non c’è alcun obbligo immediato. Diversa la situazione del comodato scritto, dove la Tariffa prevede una specifica disciplina: la scelta della forma scritta o verbale incide direttamente sulla collocazione nelle parti della Tariffa e, quindi, sull’obbligo di registrazione.

    3) Scrittura privata preliminare di compravendita

    Mevio e Filana sottoscrivono una scrittura privata, non autenticata, con cui si impegnano a stipulare entro sei mesi il contratto definitivo di compravendita di un terreno agricolo. Nella scrittura sono indicati prezzo, descrizione del bene e termini.

    Il contratto preliminare di compravendita è espressamente previsto dalla Tariffa, Parte I: si tratta di atto soggetto a registrazione in termine fisso. La scrittura va presentata all’ufficio entro trenta giorni, con applicazione dell’imposta fissa per la parte obbligatoria di registrazione del preliminare e di imposte proporzionali sugli eventuali acconti o caparre confirmatorie pattuite. La forma di scrittura privata semplice non sottrae l’atto all’obbligo: ciò che conta è la collocazione nella Parte I della Tariffa, non la solennità della forma.

    4) Cessione di quote di SRL con atto pubblico

    Caio cede a Tizio l’intera partecipazione del cinquanta per cento detenuta in una SRL operativa nel settore manifatturiero. L’atto è ricevuto da un notaio.

    Gli atti societari che modificano la composizione della compagine sociale di società di capitali, ricevuti per atto pubblico o scrittura privata autenticata, rientrano nella Parte I della Tariffa: registrazione in termine fisso entro trenta giorni. In questo caso opera il principio dell’art. 9 T.U. registro, che individua tra i soggetti obbligati anche il pubblico ufficiale rogante. Il notaio, di prassi, provvede direttamente alla registrazione telematica entro i termini, con autoliquidazione e versamento dell’imposta. Le parti si limitano a corrispondere al notaio gli oneri di registro insieme al compenso professionale.

    5) Scrittura privata non autenticata per somma indeterminata

    Tre soggetti privati, senza ricorrere a notaio, firmano una scrittura privata con cui regolano i rapporti interni di una collaborazione informale. L’accordo non quantifica somme certe né valori determinati e non incide su beni immobili.

    Si tratta di una scrittura privata non autenticata avente a oggetto somme o valori non determinati: la Tariffa, Parte II, la colloca tra gli atti soggetti a registrazione solo in caso d’uso (art. 5, comma 2, T.U. registro). Finché la scrittura rimane nei cassetti delle parti, non c’è alcun obbligo. Se uno dei firmatari decide di produrla davanti al giudice in una causa civile, oppure se la consegna a un’amministrazione pubblica per ottenere un atto di assenso, scatta il “caso d’uso” definito dall’art. 6 T.U. registro: a quel punto la scrittura va portata in registrazione e si paga l’imposta nella misura prevista dalla Parte II.

    Quando e come registrare

    Sul versante operativo, la registrazione di un atto soggetto a termine fisso segue alcune regole costanti. Anzitutto, l’individuazione dei soggetti obbligati: l’art. 9 T.U. registro indica le parti contraenti, i notai e i pubblici ufficiali, i soggetti che si avvalgono di un atto in caso d’uso. La parte o il contribuente che provvede deve presentare l’atto all’Agenzia delle Entrate, di regola in via telematica per gli atti più ricorrenti (locazioni, atti notarili), oppure tramite modello cartaceo presso un ufficio territoriale per gli atti minori.

    Il pagamento avviene tramite modello F24 o F23, a seconda del tipo di atto e del soggetto che provvede. Il calcolo dell’imposta segue le aliquote o le misure fisse indicate nella Tariffa: imposta proporzionale per gli atti di contenuto patrimoniale tipicamente traslativo, imposta fissa per atti di contenuto formale o di importo modesto, imposta sostitutiva in alcuni casi speciali. Per gli atti in caso d’uso, lo schema è analogo, ma il “momento iniziale” del termine coincide con il deposito presso la cancelleria o l’amministrazione.

    In caso di omessa o tardiva registrazione, l’art. 76 T.U. registro disciplina la decadenza dell’azione dell’ufficio per la liquidazione e applica sanzioni proporzionali al tributo dovuto. La regolarizzazione spontanea, attraverso il ravvedimento operoso, consente di ridurre le sanzioni in misura significativa se il pagamento avviene entro determinati termini.

    Per chi non ha competenze specialistiche, la scelta più prudente è quella di affidarsi a un soggetto qualificato: un notaio per atti che richiedono forma pubblica, un servizio di assistenza fiscale, oppure ricorrere ai canali telematici dell’Agenzia delle Entrate per gli adempimenti più semplici. È utile, in fase di pianificazione di un’operazione, valutare in anticipo la collocazione dell’atto nella Parte I o nella Parte II della Tariffa: scegliere consapevolmente la forma (verbale, scrittura privata semplice, scrittura autenticata, atto pubblico) significa anche scegliere il regime di registrazione e, di conseguenza, il carico fiscale e i tempi.

    Norme di riferimento

    • art. 5 D.P.R. 131/1986 – atti soggetti a registrazione in termine fisso e in caso d’uso, con rinvio alla Parte I e alla Parte II della Tariffa allegata.
    • art. 1 D.P.R. 131/1986 – oggetto dell’imposta di registro e principio di applicazione agli atti indicati nella Tariffa.
    • art. 6 D.P.R. 131/1986 – definizione di “caso d’uso”: deposito presso cancellerie giudiziarie nell’esplicazione di attività amministrative o presso amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici territoriali.
    • art. 9 D.P.R. 131/1986 – soggetti obbligati alla richiesta di registrazione: parti contraenti, notai e pubblici ufficiali, soggetti che fanno uso dell’atto.
    • art. 13 D.P.R. 131/1986 – termini per la registrazione: trenta giorni dalla data dell’atto formato in Italia, sessanta giorni per atti formati all’estero, decorrenza dal caso d’uso per gli atti della Parte II.
    • Tariffa allegata al D.P.R. 131/1986, Parte I – atti soggetti a registrazione in termine fisso.
    • Tariffa allegata al D.P.R. 131/1986, Parte II – atti soggetti a registrazione solo in caso d’uso.

    Domande frequenti

    Cosa succede se non registro nei trenta giorni un contratto della Parte I?

    Maturano sanzioni amministrative e interessi di mora a carico dei soggetti obbligati. L’atto, finché non viene registrato, non può essere utilizzato in giudizio né depositato presso una pubblica amministrazione. È possibile regolarizzare con il ravvedimento operoso, beneficiando di sanzioni ridotte se si interviene tempestivamente. Decorso un termine più lungo, l’ufficio dell’Agenzia delle Entrate può procedere d’ufficio alla liquidazione del tributo e all’irrogazione delle sanzioni piene.

    Una scrittura privata mai mostrata a nessuno va comunque registrata?

    Dipende dalla collocazione nella Tariffa. Se la scrittura rientra nella Parte I (per esempio una scrittura privata che documenta una compravendita o un preliminare di immobile), l’obbligo di registrazione in termine fisso esiste a prescindere dall’uso. Se invece la scrittura rientra nella Parte II – tipicamente le scritture private non autenticate per somme o valori non determinati – non c’è alcun obbligo finché la scrittura resta nella sfera privata: la registrazione è dovuta solo quando si verifica il caso d’uso, ossia il deposito presso una cancelleria o un’amministrazione pubblica.

    Chi paga concretamente l’imposta: il venditore, il compratore o entrambi?

    L’art. 9 T.U. registro individua una pluralità di soggetti obbligati in solido: tutte le parti contraenti, oltre al pubblico ufficiale che ha redatto l’atto. Sul piano fiscale, ciascuno può essere chiamato a versare l’intera imposta, salvo poi rivalersi sugli altri obbligati secondo gli accordi interni. Nella prassi, per le compravendite immobiliari l’imposta è a carico dell’acquirente, ma è una ripartizione contrattuale: davanti al fisco, restano coobbligati in solido.

    Come capisco se un atto sta nella Parte I o nella Parte II della Tariffa?

    La verifica si fa leggendo la Tariffa allegata al D.P.R. 131/1986. La Parte I elenca tipologie di atti tipicamente solenni o patrimonialmente rilevanti (trasferimenti immobiliari, locazioni, atti societari, donazioni, atti pubblici e scritture private autenticate con contenuti patrimoniali). La Parte II elenca atti minori o scritture private non autenticate per somme indeterminate. Quando l’inquadramento non è immediato, conviene rivolgersi al notaio rogante, a un servizio di assistenza fiscale o consultare le risorse dell’Agenzia delle Entrate: la corretta collocazione incide sia sull’obbligo di registrazione sia sull’aliquota o sulla misura fissa dell’imposta.

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