Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Art. 56 D.Lgs. 151/2001 – Diritto al rientro e conservazione del posto

    Art. 56 D.Lgs. 151/2001 – Diritto al rientro e conservazione del posto

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Al termine dei periodi di divieto di lavoro previsti dal Capo II e III, le lavoratrici hanno diritto di conservare il posto di lavoro e, salvo che espressamente vi rinuncino, di rientrare nella stessa unità produttiva ove erano occupate all’inizio del periodo di gravidanza o in altra ubicata nel medesimo comune, e di permanervi fino al compimento di un anno di età del bambino; hanno altresì diritto di essere adibite alle mansioni da ultimo svolte o a mansioni equivalenti, nonché di beneficiare di eventuali miglioramenti delle condizioni di lavoro, previsti dai contratti collettivi ovvero in via legislativa o regolamentare, che sarebbero loro spettati durante l’assenza.

    2. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche al lavoratore al rientro al lavoro dopo la fruizione del congedo di paternità.

    3. Negli altri casi di congedo, di permesso o di riposo disciplinati dal presente testo unico, la lavoratrice e il lavoratore hanno diritto alla conservazione del posto di lavoro e, salvo che espressamente vi rinuncino, al rientro nella stessa unità produttiva ove erano occupati al momento della richiesta, o in altra ubicata nel medesimo comune; hanno altresì diritto di essere adibiti alle mansioni da ultimo svolte o a mansioni equivalenti.

    4. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche in caso di adozione e di affidamento. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano fino a un anno dall’ingresso del minore nel nucleo familiare.

    4-bis. L’inosservanza delle disposizioni contenute nel presente articolo è punita con le sanzioni di cui all’articolo 54, comma 8. Non è ammesso il pagamento in misura ridotta di cui all’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Messa in mora per canoni di affitto non pagati: fac-simile

    Modelli e fac-simile · Casa e locazioni

    In sintesi

    Quando l’inquilino non paga il canone, il primo passo è una messa in mora scritta che intima il pagamento entro un termine, interrompe la prescrizione e costituisce la base per l’eventuale sfratto per morosità.

    Scheda rapida

    Quando si usa
    Quando l’inquilino non paga il canone
    Forma
    Scritta (raccomandata A/R o PEC)
    Invio consigliato
    Raccomandata A/R o PEC
    Riferimenti
    Art. 1219 c.c.; art. 5 L. 392/1978

    Cos’è e quando si usa

    La messa in mora è la diffida con cui il locatore intima formalmente all’inquilino moroso di pagare i canoni scaduti e gli oneri accessori. Serve a documentare l’inadempimento, a interrompere la prescrizione del credito e a creare il presupposto per l’azione di sfratto per morosità.

    Secondo l’art. 5 della Legge 392/1978, il mancato pagamento del canone per oltre venti giorni dalla scadenza (o degli oneri accessori per un importo superiore a due mensilità) costituisce grave inadempimento. La diffida bonaria è quasi sempre il passaggio che precede il ricorso al giudice.

    Cosa deve contenere

    • Dati del locatore e del conduttore
    • Estremi del contratto e indirizzo dell’immobile
    • Indicazione dei canoni e degli oneri scaduti, con importi e mensilità
    • Intimazione a pagare entro un termine preciso (es. 15 giorni)
    • Avvertimento delle conseguenze (sfratto, interessi, spese)
    • Luogo, data e firma

    Fac-simile: intimazione di pagamento

    Fac-simile da compilare
    [LUOGO], [DATA]
    
    Raccomandata A/R / PEC
    
    Spett.le [NOME E COGNOME DEL CONDUTTORE]
    [INDIRIZZO]
    
    Oggetto: messa in mora per canoni di locazione non pagati
    
    Io sottoscritto/a [NOME E COGNOME], C.F. [CODICE FISCALE], locatore dell'immobile sito in [INDIRIZZO], oggetto del contratto registrato al n. [NUMERO] del [DATA], rilevo che ad oggi non risultano pagati i seguenti canoni e oneri accessori:
    
    - mensilità di [MESE/ANNO]: euro [IMPORTO]
    - mensilità di [MESE/ANNO]: euro [IMPORTO]
    - oneri accessori: euro [IMPORTO]
    
    per un totale di euro [TOTALE].
    
    Con la presente La costituisco formalmente in mora ai sensi dell'art. 1219 c.c. e La INVITO E DIFFIDO a versare l'intera somma entro e non oltre [NUMERO] giorni dal ricevimento della presente, mediante [MODALITÀ, es. bonifico su IBAN ___].
    
    Decorso inutilmente tale termine, agirò per la risoluzione del contratto e lo sfratto per morosità, con addebito di interessi e spese.
    
    Distinti saluti.
    
    [FIRMA]

    I campi tra parentesi quadre [COSÌ] vanno sostituiti con i tuoi dati. Verifica sempre date, importi e riferimenti prima dell’invio.

    Come inviarlo e conservarlo

    Invia la messa in mora con raccomandata A/R o PEC e conserva la prova di ricezione. La diffida bonaria non è obbligatoria per avviare lo sfratto, ma è fortemente consigliata: dimostra la tua buona fede e spesso induce l’inquilino a saldare senza arrivare in tribunale.

    Se il pagamento non arriva nel termine, potrai rivolgerti a un avvocato per l’intimazione di sfratto per morosità e il contestuale decreto ingiuntivo per i canoni arretrati.

    Errori da evitare

    • Limitarsi a solleciti verbali o telefonici, senza prova scritta
    • Non indicare con precisione importi e mensilità dovute
    • Omettere un termine chiaro per il pagamento
    • Accettare pagamenti parziali senza riserva, indebolendo la posizione

    Domande frequenti

    Dopo quanti canoni non pagati posso procedere allo sfratto?
    La legge considera grave il mancato pagamento del canone protratto oltre venti giorni dalla scadenza. In pratica, già una mensilità non pagata e non sanata legittima l’azione di sfratto per morosità.
    La messa in mora è obbligatoria prima dello sfratto?
    Non è obbligatoria, ma è vivamente consigliata: documenta l’inadempimento e spesso evita il contenzioso, inducendo l’inquilino a pagare.
    Posso chiedere anche gli interessi?
    Sì. Dalla costituzione in mora decorrono gli interessi di legge sulle somme dovute, oltre alle eventuali spese.

    Questo modello ha finalità divulgativa e va adattato alla tua situazione concreta. Non sostituisce la consulenza di un avvocato o di un professionista qualificato: per controversie di valore o in caso di dubbio, fatti assistere prima di inviare comunicazioni con effetti giuridici.

  • Art. 55 D.Lgs. 151/2001 – Dimissioni in gravidanza e maternità

    Art. 55 D.Lgs. 151/2001 – Dimissioni in gravidanza e maternità

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. In caso di dimissioni volontarie presentate durante il periodo per cui è previsto, a norma dell’articolo 54, il divieto di licenziamento, la lavoratrice ha diritto alle indennità previste da disposizioni di legge e contrattuali per il caso di licenziamento. La lavoratrice e il lavoratore che si dimettono nel predetto periodo non sono tenuti al preavviso.

    2. La disposizione di cui al comma 1 si applica al padre lavoratore che ha fruito del congedo di paternità.

    3. La disposizione di cui al comma 1 si applica anche nel caso di adozione e di affidamento, entro un anno dall’ingresso del minore nel nucleo familiare.

    4. La risoluzione consensuale del rapporto o la richiesta di dimissioni presentate dalla lavoratrice, durante il periodo di gravidanza, e dalla lavoratrice o dal lavoratore durante i primi tre anni di vita del bambino o nei primi tre anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento, o, in caso di adozione internazionale, nei primi tre anni decorrenti dalle comunicazioni di cui all’articolo 54, comma 9, devono essere convalidate dal servizio ispettivo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali competente per territorio. A detta convalida è sospensivamente condizionata l’efficacia della risoluzione del rapporto di lavoro.

    5. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 15 GIUGNO 2015, N. 80.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Art. 54 D.Lgs. 151/2001 – Divieto di licenziamento in maternità

    Art. 54 D.Lgs. 151/2001 – Divieto di licenziamento in maternità

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Le lavoratrici non possono essere licenziate dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione dal lavoro previsti dal Capo III, nonché fino al compimento di un anno di età del bambino.

    2. Il divieto di licenziamento opera in connessione con lo stato oggettivo di gravidanza, e la lavoratrice, licenziata nel corso del periodo in cui opera il divieto, è tenuta a presentare al datore di lavoro idonea certificazione dalla quale risulti l’esistenza all’epoca del licenziamento, delle condizioni che lo vietavano.

    3. Il divieto di licenziamento non si applica nel caso:

    a) di colpa grave da parte della lavoratrice, costituente giusta causa per la risoluzione del rapporto di lavoro;

    b) di cessazione dell’attività dell’azienda cui essa è addetta;

    c) di ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice è stata assunta o di risoluzione del rapporto di lavoro per la scadenza del termine;

    d) di esito negativo della prova; resta fermo il divieto di discriminazione di cui all’articolo 4 della legge 10 aprile 1991, n. 125, e successive modificazioni.

    4. Durante il periodo nel quale opera il divieto di licenziamento, la lavoratrice non può essere sospesa dal lavoro, salvo il caso che sia sospesa l’attività dell’azienda o del reparto cui essa è addetta, semprechè il reparto stesso abbia autonomia funzionale. La lavoratrice non può altresì essere collocata in mobilità a seguito di licenziamento collettivo ai sensi della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni, salva l’ipotesi di collocamento in mobilità a seguito della cessazione dell’attività dell’azienda di cui al comma 3, lettera b).

    5. Il licenziamento intimato alla lavoratrice in violazione delle disposizioni di cui ai commi 1, 2 e 3, è nullo.

    6. È altresì nullo il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore.

    7. In caso di fruizione del congedo di paternità, di cui agli articoli 27-bis e 28, il divieto di licenziamento si applica anche al padre lavoratore per la durata del congedo stesso e si estende fino al compimento di un anno di età del bambino. Si applicano le disposizioni del presente articolo, commi 3, 4 e 5.

    8. L’inosservanza delle disposizioni contenute nel presente articolo è punita con la sanzione amministrativa da lire due milioni a lire cinque milioni. Non è ammesso il pagamento in misura ridotta di cui all’articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689. Inoltre, ove rilevata nei due anni antecedenti alla richiesta della certificazione della parità di genere di cui all’articolo 46-bis del decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, o di analoghe certificazioni previste dalle regioni e dalle province autonome nei rispettivi ordinamenti, impedisce al datore di lavoro il conseguimento delle stesse certificazioni.

    9. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche in caso di adozione e di affidamento. Il divieto di licenziamento si applica fino ad un anno dall’ingresso del minore nel nucleo familiare. In caso di adozione internazionale, il divieto opera dal momento della comunicazione della proposta di incontro con il minore adottando, ai sensi dell’articolo 31, terzo comma, lettera d), della legge 4 maggio 1983, n. 184, e successive modificazioni, ovvero della comunicazione dell’invito a recarsi all’estero per ricevere la proposta di abbinamento.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Art. 81 TUEL: Aspettative

    Art. 81 TUEL: Aspettative

    Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.

    Aspettative 1.

    I sindaci, i presidenti delle province, i presidenti dei consigli comunali e provinciali, i presidenti dei consigli circoscrizionali dei comuni di cui all'articolo 22, comma 1, i presidenti delle comunità montane e delle unioni di comuni, nonché i membri delle giunte di comuni e province , che siano lavoratori dipendenti possono essere collocati a richiesta in aspettativa non retribuita per tutto il periodo di espletamento del mandato.

    Il periodo di aspettativa è considerato come servizio effettivamente prestato, nonché come legittimo impedimento per il compimento del periodo di prova.

    I consiglieri di cui all'articolo 77, comma 2, se a domanda collocati in aspettativa non retribuita per il periodo di espletamento del mandato, assumono a proprio carico l'intero pagamento degli oneri previdenziali, assistenziali e di ogni altra natura previsti dall'articolo 86 .

    Fonte: Normattiva.it.

  • Art. 53 D.Lgs. 151/2001 – Lavoro notturno e tutela maternità

    Art. 53 D.Lgs. 151/2001 – Lavoro notturno e tutela maternità

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. È vietato adibire le donne al lavoro, dalle ore 24 alle ore 6, dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino.

    2. Non sono obbligati a prestare lavoro notturno:

    a) la lavoratrice madre di un figlio di età inferiore a tre anni o, in alternativa, il lavoratore padre convivente con la stessa;

    b) la lavoratrice o il lavoratore che sia l’unico genitore affidatario di un figlio convivente di età inferiore a dodici anni;

    b-bis) la lavoratrice madre adottiva o affidataria di un minore, nei primi tre anni dall’ingresso del minore in famiglia, e comunque non oltre il dodicesimo anno di età o, in alternativa ed alle stesse condizioni, il lavoratore padre adottivo o affidatario convivente con la stessa.

    3. Ai sensi dell’articolo 5, comma 2, lettera c), della legge 9 dicembre 1977, n. 903, non sono altresì obbligati a prestare lavoro notturno la lavoratrice o il lavoratore che abbia a proprio carico un soggetto disabile ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni.

    3-bis. Ferma restando le sanzioni di cui all’articolo 18-bis del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, l’inosservanza delle disposizioni di cui ai precedenti commi 1, 2 e 3, ove rilevata nei due anni antecedenti alla richiesta della certificazione della parità di genere di cui all’articolo 46-bis del decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, o di analoghe certificazioni previste dalle regioni e dalle province autonome nei rispettivi ordinamenti, impedisce al datore di lavoro il conseguimento delle stesse certificazioni

    Testo vigente da Normattiva.

  • Articolo 54 TU Giustizia Tributaria – Organi di assistenza alle corti di giustizia tributaria

    Art. 54 D.Lgs. 175/2024 – Organi di assistenza alle corti di giustizia tributaria di primo e secondo grado

    Testo vigente – D.Lgs. 14 novembre 2024, n. 175 (Testo unico della giustizia tributaria) (aggiornato da Normattiva)

    1. Il personale dell'ufficio di segreteria assiste la corte di giustizia tributaria di primo e secondo grado secondo le disposizioni del codice di procedura civile concernenti il cancelliere.

    2. Le attività dell'ufficiale giudiziario in udienza sono disimpegnate dal personale ausiliario addetto alla segreteria.

  • Rateizzare le imposte o pagare in un’unica soluzione?

    In sintesi

    • Chi presenta il 730 può chiedere che il debito venga trattenuto a rate dalla busta paga a partire da luglio (agosto/settembre per i pensionati), con l’interesse dello 0,33% mensile su ogni rata successiva alla prima.
    • Per chi usa il Modello Redditi PF o il 730 senza sostituto, il saldo IRPEF si paga con F24 entro giugno/luglio; è possibile rateizzare con un interesse dello 0,33% mensile per ogni rata successiva alla prima.
    • Il pagamento in un’unica soluzione è più semplice e non comporta interessi, ma richiede disponibilità immediata della liquidità.
    • La rateizzazione IRPEF (per chi usa F24) si fa in rate mensili di pari importo da completare entro il 16 dicembre: partendo da giugno sono fino a 7 rate (dal 2024 il D.Lgs. 1/2024 ha esteso il calendario oltre novembre).
    • L’acconto IRPEF di novembre non è rateizzabile tramite F24 per chi usa il Redditi PF: va versato in un’unica soluzione.
    • Per chi ha il sostituto d’imposta (730 con sostituto), la rateizzazione comporta lo stesso interesse dello 0,33% mensile sulle rate successive alla prima, calcolato dal datore di lavoro o dall’INPS, che trattengono le rate mensili dalla retribuzione o dalla pensione.

    Pagare tutto subito o a rate: come funziona la scelta

    Quando dalla dichiarazione emerge un debito IRPEF, hai una scelta: pagare tutto in una volta o distribuire il pagamento in più rate mensili. La risposta giusta dipende dalla tua liquidità disponibile e dal modello dichiarativo che usi.

    Se hai presentato il 730 con un sostituto d’imposta (datore di lavoro o ente pensionistico), la questione è semplice: puoi chiedere la rateizzazione e il sostituto tratterrà le rate dalla busta paga o dalla pensione, maggiorate dell’interesse dello 0,33% mensile dalla seconda rata. È la soluzione più comoda, perché non devi versare nulla con l’F24.

    Se invece presenti il Redditi PF o il 730 senza sostituto, i debiti si pagano con il modello F24. In questo caso la rateizzazione è possibile, ma si aggiunge un interesse dello 0,33% mensile a partire dalla seconda rata. In pratica, chi sceglie di pagare in 6 rate anziché in una sola deve mettere in conto questo costo aggiuntivo.

    Attenzione: non tutte le somme sono rateizzabili. L’acconto IRPEF di novembre (la seconda o unica rata dell’acconto) deve essere versato integralmente alla scadenza, senza possibilità di dilazione con F24.

    Rateizzazione vs pagamento unico: confronto
    Aspetto Pagamento unico Rateizzazione
    Costo aggiuntivo (730 con sostituto) Nessuno 0,33% mensile per ogni rata successiva alla prima (calcolato dal sostituto)
    Costo aggiuntivo (Redditi PF / F24) Nessuno 0,33% mensile per ogni rata successiva alla prima
    Numero massimo di rate (F24) 1 Rate mensili fino al 16 dicembre (fino a 7 rate con prima rata a giugno; con il sostituto da 2 a 6 rate, massimo 5 per i pensionati)
    Acconto IRPEF di novembre Sempre in unica soluzione Non rateizzabile tramite F24
    Gestione Un solo pagamento, niente da monitorare Più F24 mensili o trattenute automatiche in busta
    Impatto sulla liquidità Richiede disponibilità immediata Distribuisce il pagamento nel tempo

    Esempio pratico

    • Caio deve versare 2.400 euro di saldo IRPEF con F24 entro il 30 giugno. Sceglie di rateizzare in 6 rate mensili. La prima rata (giugno) è di 400 euro senza interessi. Dalla seconda rata in poi si aggiunge lo 0,33% mensile: la seconda rata di luglio include 400 euro + 1,32 euro di interessi (0,33% × 400 euro); la terza di agosto 400 euro + 2,64 euro; e così via. Il totale degli interessi per le 5 rate successive alla prima è circa 9,90 euro. Un costo modesto in cambio di non dover sborsare 2.400 euro tutti insieme a giugno.

    Documenti necessari

    • Modello F24 precompilato con i codici tributo corretti (rilasciato dal CAF o dal commercialista)
    • Prospetto di liquidazione modello 730-3 (rilasciato da sostituto o CAF) con indicazione delle rate
    • Comunicazione scritta al sostituto d’imposta (entro il 10 ottobre) se si vuole ridurre o azzerare la rata di acconto di novembre
    • IBAN del conto corrente (per addebito diretto se si usa il servizio online dell’Agenzia delle Entrate)

    Tizio: dipendente con 730 – rateizzazione con trattenuta in busta

    Scenario. Tizio lavora come impiegato e presenta il 730 tramite il CAF. Dalla liquidazione emerge un debito IRPEF di 1.800 euro per il saldo e il primo acconto.

    Come si applica. Tizio chiede la rateizzazione: il datore di lavoro tratterrà le rate dalla busta paga a partire da luglio, aggiungendo lo 0,33% di interesse per ogni mese successivo al primo. Se la retribuzione di un mese non è sufficiente a coprire la rata, la parte residua viene trattenuta nei mesi successivi con l’interesse dello 0,4% mensile previsto per l’incapienza. Tizio non deve fare nulla: è il sostituto d’imposta a gestire tutto sulla base del modello 730-4 ricevuto dal CAF.

    In pratica

    • Con il 730 con sostituto, gli interessi sono lo 0,33% mensile dalla seconda rata, calcolati dal sostituto.
    • Non devi compilare F24 né andare in banca: tutto automatico in busta paga.
    • Controlla il cedolino di luglio per verificare che la trattenuta sia partita correttamente.

    Caio: libero professionista – valuta la rateizzazione con F24

    Scenario. Caio è un avvocato con partita IVA. A giugno deve versare con F24 un saldo IRPEF di 5.000 euro e un primo acconto di 3.000 euro, per un totale di 8.000 euro.

    Come si applica. Caio ha due opzioni. Paga tutto entro il 30 giugno: 8.000 euro in un colpo solo, zero interessi. Oppure rateizza: versa la prima rata a giugno e le successive entro il 16 di ogni mese fino a novembre, aggiungendo 0,33% di interesse mensile sulle rate successive alla prima. Su 8.000 euro in 6 rate, gli interessi totali ammontano a circa 33 euro. Se Caio ha la liquidità, il pagamento unico è la scelta più semplice; se ha altre uscite importanti a giugno (es. saldo IVA, contributi), la rateizzazione gli evita un esborso eccessivo in un solo mese.

    In pratica

    • Lo 0,33% mensile è un costo basso: su 8.000 euro in 6 rate, si pagano circa 33 euro in più.
    • La rateizzazione è utile se giugno è già un mese pesante di uscite fiscali (IVA, contributi INPS).
    • Ricorda: l’acconto di novembre non si rateizza, va versato per intero alla scadenza.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Posso rateizzare sempre il debito IRPEF?

    Per chi ha il 730 con sostituto, la rateizzazione è disponibile con l’interesse dello 0,33% mensile dalla seconda rata, calcolato dal sostituto. Per chi usa il Redditi PF o il 730 senza sostituto, la rateizzazione con F24 è possibile ma si applica uno 0,33% mensile per ogni rata successiva alla prima. L’acconto di novembre non è rateizzabile.

    Quante rate posso fare con il Redditi PF?

    Il saldo IRPEF può essere rateizzato in rate mensili di pari importo, con la prima rata da versare entro il 30 giugno (o entro il 31 luglio con la maggiorazione dello 0,40%) e completamento entro il 16 dicembre: partendo da giugno sono fino a 7 rate. Le rate successive alla prima scadono il giorno 16 di ogni mese.

    Cosa succede se non pago una rata in scadenza?

    La decadenza non è immediata: per le somme da dichiarazione, l’art. 15-ter del DPR 602/1973 la fa scattare se non paghi la prima rata entro 90 giorni dalla scadenza o una rata successiva entro il termine della rata seguente. In quel caso il residuo è iscritto a ruolo con la sanzione del 25% (violazioni dal 1° settembre 2024). Sono tollerati il ritardo fino a 7 giorni e l’insufficienza fino al 3% (massimo 10.000 euro), e resta possibile il ravvedimento operoso.

    Posso ridurre l'acconto IRPEF di novembre?

    Sì, ma solo se hai fondati motivi per ritenere che le imposte dovute per l’anno in corso saranno inferiori. Per il 730 con sostituto, devi comunicarlo per iscritto al datore di lavoro entro il 10 ottobre. Per il Redditi PF, calcoli l’acconto sulla base del reddito previsionale e lo versi con F24.

    La rateizzazione vale anche per le addizionali?

    Sì. Con il 730 con sostituto, anche le addizionali regionale e comunale vengono trattenute a rate dalla busta paga. Con il Redditi PF, le addizionali si versano con il saldo IRPEF e possono essere rateizzate con le stesse modalità.

    Se pago tutto in una volta risparmio sugli interessi?

    Esatto. Il pagamento in unica soluzione non comporta alcun interesse aggiuntivo. La rateizzazione F24 aggiunge 0,33% al mese sulle rate successive alla prima: un costo contenuto, ma presente.

  • Art. 52 D.Lgs. 151/2001 – Sanzioni per malattia del figlio

    Art. 52 D.Lgs. 151/2001 – Sanzioni per malattia del figlio

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Il rifiuto, l’opposizione o l’ostacolo all’esercizio dei diritti di assenza dal lavoro di cui al presente Capo sono puniti con la sanzione amministrativa da lire un milione a lire cinque milioni.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Lavoro notturno 2026: come funziona la tassazione agevolata? caso pratico

    In sintesi

    • Aliquota sostitutiva al 15% su IRPEF e addizionali regionali e comunali
    • Applicabile a maggiorazioni per lavoro notturno e compensi per straordinari festivi
    • Limite annuo agevolabile: 1.500 euro complessivi per lavoratore
    • Valida solo per il periodo d’imposta 2026 (misura temporanea)
    • Il lavoratore può rinunciare con dichiarazione scritta espressa

    Cosa prevede la Legge di Bilancio 2026

    Il comma 10 della legge di bilancio 2026 (L. 199/2025) introduce, per il solo periodo d’imposta 2026, un’imposta sostitutiva di IRPEF e addizionali del 15% sulle maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e sui compensi per lavoro straordinario nei giorni festivi, corrisposte ai lavoratori dipendenti entro il limite annuo complessivo di 1.500 euro, salvo rinuncia scritta del lavoratore.

    Approfondimento normativo completo: Commi 7-10 LB 2026: tassazione agevolata 5% su aumenti CCNL e 15.

    La tassazione al 15% sulle maggiorazioni notturne e sullo straordinario festivo nel 2026

    Accanto all’agevolazione sugli aumenti da rinnovo contrattuale, la legge di bilancio 2026 (L. 30 dicembre 2025, n. 199) ha introdotto, al comma 10, un regime fiscale specifico per le somme legate al disagio del lavoro notturno e festivo. Si tratta di un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali regionali e comunali fissata al 15%, che si affianca – ma non si sovrappone – alla sostitutiva al 5% sugli incrementi retributivi da rinnovi CCNL trattata separatamente.

    Le somme agevolabili sono quelle corrisposte a titolo di maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e quelle per prestazioni di lavoro straordinario effettuate nei giorni festivi. Il limite entro cui opera la sostitutiva al 15% è di 1.500 euro annui per ciascun lavoratore dipendente. Oltre tale soglia, le somme rientrano nella tassazione IRPEF ordinaria. La misura è temporanea: il comma 10 la circoscrive esplicitamente al solo periodo d’imposta 2026.

    Come per la sostitutiva sugli aumenti CCNL, il meccanismo è opt-out: la tassazione agevolata si applica automaticamente, salvo che il lavoratore presenti al datore una rinuncia espressa e scritta. Questa possibilità torna utile, ad esempio, quando il lavoratore ha un reddito complessivo molto basso e il regime ordinario gli consentirebbe detrazioni o deduzioni tali da azzerare o ridurre ulteriormente l’imposta dovuta rispetto all’aliquota sostitutiva del 15%.

    Cosa verificare per l'applicazione della sostitutiva al 15%

    • Verificare che le somme siano qualificate come maggiorazioni notturne o straordinario festivo dal CCNL
    • Monitorare il raggiungimento del limite annuo di 1.500 euro per non applicare la sostitutiva oltre soglia
    • Conservare la documentazione dei turni notturni e delle prestazioni festive per eventuali controlli
    • Accertarsi che il lavoratore non abbia presentato rinuncia scritta all’agevolazione
    • Distinguere le somme agevolabili ex comma 10 da quelle agevolabili ex comma 7 (aumenti CCNL), che hanno aliquota diversa

    Caso 1: Tizio, infermiere di notte in una clinica privata

    Scenario. Tizio lavora come infermiere in una clinica privata e svolge regolarmente turni notturni. Nel 2026 percepisce 1.100 euro di indennità e maggiorazioni per lavoro notturno, oltre a 300 euro per prestazioni straordinarie in giorni festivi: il totale ammonta a 1.400 euro, sotto la soglia dei 1.500 euro. Non ha presentato rinuncia scritta all’agevolazione.

    Come si legge in pratica. L’intero importo di 1.400 euro rientra nel limite annuo di 1.500 euro previsto dal comma 10 della legge di bilancio 2026, pertanto è integralmente assoggettabile all’imposta sostitutiva del 15%. L’imposta sostitutiva ammonta a 210 euro. In alternativa, con un’aliquota IRPEF marginale del 27% (scaglione 28.001-50.000 euro), avrebbe pagato circa 378 euro. Il risparmio stimato è di circa 168 euro, a cui si aggiunge il mancato pagamento delle addizionali regionali e comunali sulla medesima base imponibile. Il datore di lavoro applica la ritenuta mensile del 15% man mano che le somme vengono erogate, tenendo il registro delle somme già assoggettate all’agevolazione per non superare il tetto dei 1.500 euro.

    Riepilogo Caso 1

    • Indennità notturne + straordinario festivo 2026: 1.400 euro
    • Limite annuo agevolabile: 1.500 euro (non raggiunto)
    • Imposta sostitutiva applicata: 15% = 210 euro
    • Risparmio stimato rispetto a IRPEF ordinaria (aliq. 27%): circa 168 euro
    • Addizionali regionali e comunali: non dovute sulla quota agevolata

    Caso 2: Caia, barista con straordinari festivi e turni notturni

    Scenario. Caia lavora come barista in un locale che apre anche la domenica e nei giorni festivi. Nel 2026 matura 900 euro di maggiorazioni per lavoro notturno (turni serali oltre le 22:00) e 750 euro per prestazioni straordinarie effettuate nei giorni festivi, per un totale di 1.650 euro. Non ha presentato rinuncia scritta.

    Come si legge in pratica. Il totale di 1.650 euro supera il limite annuo di 1.500 euro stabilito dalla norma. L’agevolazione si applica soltanto fino alla soglia: i primi 1.500 euro sono tassati al 15% (imposta: 225 euro), mentre i restanti 150 euro confluiscono nel reddito ordinario di Caia e vengono tassati con le aliquote IRPEF progressive e le addizionali. Il datore di lavoro deve tenere un conteggio progressivo durante l’anno: quando la soglia è raggiunta, le erogazioni successive vengono automaticamente ricondotte alla tassazione ordinaria. Non è possibile scegliere selettivamente quali somme assoggettare all’agevolazione: si applica nell’ordine temporale di erogazione.

    Riepilogo Caso 2

    • Totale maggiorazioni notturne + straordinari festivi 2026: 1.650 euro
    • Quota agevolata (fino al limite): 1.500 euro, tassati al 15% = 225 euro
    • Quota eccedente il limite: 150 euro, tassati a IRPEF ordinaria
    • Addizionali regionali e comunali: dovute solo sui 150 euro eccedenti
    • Obbligo datore: monitorare il cumulo annuo per ciascun lavoratore

    Caso 3: Sempronio, magazziniere con soli straordinari diurni feriali

    Scenario. Sempronio lavora in un magazzino e svolge frequentemente ore di straordinario, ma esclusivamente nei giorni feriali e nelle ore diurne. Nel 2026 percepisce 1.800 euro di compensi per lavoro straordinario. Non ha presentato rinuncia scritta all’agevolazione.

    Come si legge in pratica. Sempronio non può beneficiare dell’imposta sostitutiva al 15%. La norma prevista dal comma 10 della legge di bilancio 2026 agevolisce esclusivamente le maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e i compensi per lavoro straordinario nei giorni festivi. Lo straordinario feriale diurno non rientra in nessuna delle due categorie indicate dal legislatore: i 1.800 euro percepiti da Sempronio saranno integralmente assoggettati a IRPEF ordinaria e alle addizionali. Sempronio verifica con il consulente del lavoro se la propria contrattazione aziendale preveda un piano di welfare o premi di produttività che permettano di accedere all’agevolazione all’1% prevista dal comma 9 per le somme erogate a titolo di partecipazione agli utili.

    Riepilogo Caso 3

    • Compensi straordinario feriale diurno 2026: 1.800 euro
    • Applicabilità sostitutiva 15% (comma 10): esclusa – straordinario non festivo
    • Tassazione applicata: IRPEF ordinaria con aliquota marginale + addizionali
    • Nota: la norma agevolisce solo notturno e straordinario festivo
    • Alternativa da valutare: premi di produttività con sostitutiva 1% (comma 9)

    Quando conviene una verifica

    Per verificare se le maggiorazioni in busta paga rientrano nell’agevolazione: Consulta un esperto di diritto del lavoro.

    Norme e fonti collegate

    Domande frequenti

    Cosa si intende per 'lavoro notturno' ai fini dell'agevolazione del comma 10?

    La norma richiama le maggiorazioni e indennità per lavoro notturno previste dai contratti collettivi e dalla disciplina legale. In generale, la fascia notturna è definita dal D.Lgs. 66/2003 come il periodo di almeno sette ore consecutive che comprende l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino. Tuttavia, la qualificazione specifica delle maggiorazioni spettanti dipende dal CCNL applicato al rapporto di lavoro, che può fissare fasce orarie e importi differenti rispetto al minimo legale.

    Il limite di 1.500 euro è per singolo datore di lavoro o complessivo su tutti i rapporti di lavoro?

    Il comma 10 fissa il limite a 1.500 euro complessivi annui per ciascun lavoratore dipendente, indipendentemente dal numero di rapporti di lavoro intrattenuti nel corso del 2026. In presenza di più datori di lavoro nel medesimo anno, il lavoratore deve comunicare la situazione a ciascun sostituto d’imposta per evitare che la sostitutiva venga applicata in misura eccedente il tetto complessivo, con conseguente obbligo di regolarizzazione in dichiarazione dei redditi.

    La sostitutiva al 15% sul lavoro notturno si applica anche ai lavoratori del settore pubblico?

    Il comma 10 della legge di bilancio 2026 non contiene, nel testo normativo, un’esplicita limitazione al solo settore privato analoga a quella prevista per la sostitutiva del 5% sugli aumenti CCNL (comma 8). Tuttavia, l’interpretazione sistematica e le circolari applicative dell’Agenzia delle entrate – che non sono ancora state pubblicate al momento della vigenza della norma – chiarirà l’ambito soggettivo. È opportuno attendere i chiarimenti ufficiali prima di applicare la misura ai dipendenti di enti pubblici.

    Lo straordinario nei giorni di riposo settimanale (domenica non festiva) rientra nell'agevolazione?

    La norma fa riferimento alle prestazioni di lavoro straordinario nei giorni festivi, locuzione che ricomprende le festività nazionali e quelle previste dalla contrattazione collettiva. La domenica è generalmente considerata giorno festivo ai fini lavoristici (art. 2109 c.c. e L. 260/1949), ma la qualificazione concreta dipende dal CCNL e dall’accordo individuale. Si raccomanda di verificare la classificazione contrattuale prima di applicare la sostitutiva alle prestazioni domenicali.

    Cosa succede se il datore di lavoro applica erroneamente la sostitutiva al 15% su somme non agevolabili?

    Se il sostituto d’imposta applica l’imposta sostitutiva del 15% su somme che non rientrano nelle categorie previste dal comma 10 (ad esempio su straordinari feriali diurni), si verifica un’applicazione indebita del regime agevolato. Il lavoratore è tenuto a segnalare l’errore in dichiarazione dei redditi, dove le somme erroneamente agevolate confluiranno nel reddito complessivo soggetto a tassazione ordinaria. Il datore di lavoro potrà essere chiamato a rispondere delle maggiori imposte non versate con relative sanzioni e interessi.

  • Art. 51 D.Lgs. 151/2001 – Documentazione per malattia del figlio

    Art. 51 D.Lgs. 151/2001 – Documentazione per malattia del figlio

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    Ai fini della fruizione del congedo di cui al presente capo, la lavoratrice e il lavoratore comunicano direttamente al medico, all’atto della compilazione del certificato di cui al comma 3 dell’articolo 47, le proprie generalità allo scopo di usufruire del congedo medesimo.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Holding o partecipazioni dirette: cosa cambia per i soci

    In sintesi

    • Partecipazione diretta: il socio persona fisica paga il 26% su dividendi e plusvalenze da cessione di quote.
    • Holding: i dividendi infragruppo concorrono al reddito solo per il 5% del loro ammontare (art. 89 TUIR), con tassazione effettiva IRES del 1,2%.
    • La PEX (Participation Exemption) esonera il 95% delle plusvalenze da cessione di partecipazioni qualificate, se rispettati i quattro requisiti dell’art. 87 TUIR.
    • La holding consente di reinvestire gli utili nelle partecipate senza subire il 26% sul dividendo prima del reimpiego.
    • La struttura con holding comporta costi aggiuntivi: gestione di una seconda società, contabilità ordinaria, adempimenti societari.
    • Il holding period minimo per la PEX è di 12 mesi di possesso ininterrotto prima della cessione.

    Il problema della doppia imposizione sui dividendi

    Quando un imprenditore o un professionista detiene quote di una SRL direttamente come persona fisica, ogni volta che la società distribuisce gli utili – i cosiddetti dividendi – deve versare un’imposta sostitutiva del 26%. Se poi decide di vendere le proprie quote e realizza una plusvalenza, anche quella è tassata al 26%.

    La holding è una società che, invece di operare direttamente sul mercato, possiede partecipazioni in altre società. Quando una holding riceve dividendi dalle proprie partecipate, le regole fiscali sono molto diverse: grazie all’articolo 89 del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), solo il 5% di quei dividendi concorre alla formazione del reddito imponibile IRES. Il restante 95% è escluso. Con un’IRES al 24%, la tassazione effettiva sui dividendi infragruppo scende all’1,2%.

    Allo stesso modo, se la holding cede le partecipazioni realizzando una plusvalenza, può beneficiare della PEX (Participation Exemption, art. 87 TUIR): il 95% della plusvalenza è esente da IRES, a condizione che siano rispettati tutti i requisiti di legge. Il risparmio rispetto alla tassazione diretta al 26% è notevole, ma la struttura va costruita con anticipo e ha costi di manutenzione.

    Holding vs partecipazione diretta – confronto fiscale
    Aspetto Partecipazione diretta (persona fisica) Tramite holding (società di capitali)
    Tassazione dividendi ricevuti Imposta sostitutiva 26% Solo il 5% concorre al reddito IRES → tassazione effettiva ~1,2%
    Tassazione plusvalenza da cessione quote Imposta sostitutiva 26% PEX: 95% esente, tassato solo 5% → effettiva ~1,2% (IRES 24% × 5%)
    Requisiti PEX Non applicabile Possesso ≥12 mesi, immobilizzazione finanziaria, partecipata non in paradiso fiscale, partecipata esercita impresa commerciale
    Reinvestimento degli utili Prima del reimpiego: prelievo soggetto a 26% Utili circolano nell'holding quasi senza pressione fiscale (1,2%)
    Costi strutturali Nessun costo societario aggiuntivo Seconda società: contabilità ordinaria, bilancio, adempimenti, costi professionali
    Minusvalenze da cessione PEX Deducibili (26% in diminuzione) Indeducibili – simmetria con l'esenzione delle plusvalenze
    Doppia imposizione all'uscita Una sola imposta (26%) al socio IRES holding + eventuale 26% quando la persona fisica preleva dalla holding

    Esempio pratico

    • Alfa SRL genera utili per 200.000 euro e li distribuisce interamente. Tizio la detiene direttamente: versa 200.000 × 26% = 52.000 euro di imposta sostitutiva. Rimangono in tasca 148.000 euro. Beta SRL (la holding di Tizio) detiene invece le stesse quote: riceve i 200.000 euro di dividendi, ma ne tassa solo il 5% = 10.000 euro al 24% di IRES = 2.400 euro. Restano 197.600 euro nella holding, pronti per essere reinvestiti – con un risparmio immediato di 49.600 euro rispetto alla detenzione diretta. Se Tizio vuole poi prelevare quegli utili dalla holding come dividendo, pagherà il 26% su 197.600 euro = 51.376 euro. Il vantaggio della holding emerge in modo netto quando gli utili restano reinvestiti nel gruppo per più anni.

    Documenti necessari

    • Atto costitutivo e statuto della holding
    • Delibere di distribuzione degli utili delle partecipate
    • Bilancio della holding con evidenza delle partecipazioni in immobilizzazioni finanziarie
    • Documentazione del costo di acquisto delle partecipazioni (per il calcolo di plusvalenze/minusvalenze)
    • Certificazione degli utili percepiti (CU o attestazione societaria)
    • Eventuale perizia di stima delle quote cedute

    Caso 1 – Tizio vuole cedere le quote di Alfa SRL dopo tre anni

    Scenario. Tizio ha acquistato quote di Alfa SRL per 50.000 euro. Dopo tre anni le cede per 250.000 euro, realizzando una plusvalenza di 200.000 euro.

    Come si applica. Se Tizio detiene le quote direttamente come persona fisica, paga il 26% su 200.000 euro = 52.000 euro di imposta sostitutiva. Se invece le quote sono detenute dalla sua holding Beta SRL, e tutti i requisiti PEX sono rispettati (possesso da oltre 12 mesi, partecipazione in immobilizzazioni finanziarie fin dal primo bilancio, Alfa SRL non in paradiso fiscale e attiva commercialmente), la plusvalenza di 200.000 euro è esente per il 95%. Solo 10.000 euro concorrono al reddito IRES di Beta SRL: imposta 10.000 × 24% = 2.400 euro. Risparmio immediato: 49.600 euro. La holding ha però dovuto essere strutturata prima dell’acquisto delle quote, e il periodo di possesso deve essere ininterrotto.

    In pratica

    • La PEX funziona solo se la partecipazione era classificata tra le immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio di possesso.
    • Il periodo minimo di possesso è di 12 mesi: vendere prima annulla il beneficio.
    • Le minusvalenze su partecipazioni PEX sono indeducibili: simmetria fiscale obbligatoria.

    Caso 2 – Caio vuole reinvestire i dividendi in una nuova società

    Scenario. Caio possiede tramite la sua holding tre partecipazioni. Ogni anno riceve dividendi complessivi di 100.000 euro dalle partecipate. Vuole usare quegli utili per finanziare una nuova acquisizione.

    Come si applica. Se Caio avesse le partecipazioni direttamente, dovrebbe prima pagare 26.000 euro di imposta sostitutiva sui 100.000 di dividendi, e potrebbe reinvestire solo 74.000 euro. Con la holding, i 100.000 euro di dividendi infragruppo sono tassati solo al 5% × 24% = 1.200 euro; restano 98.800 euro disponibili per la nuova acquisizione. Anno dopo anno, questo vantaggio si accumula in modo significativo. L’efficienza è massima quando la strategia è di lungo periodo e gli utili vengono continuamente reinvestiti senza uscire dalla struttura societaria.

    In pratica

    • Con la holding, il costo fiscale del passaggio di utili tra società del gruppo scende all’1,2% effettivo.
    • Il risparmio annuo, reinvestito, accelera la crescita del gruppo.
    • La convenienza si riduce se Caio preleva frequentemente denaro dalla holding come dividendo personale.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Quanto si tassa un dividendo ricevuto da una persona fisica?

    Il dividendo percepito da un socio persona fisica è soggetto a un’imposta sostitutiva del 26%, applicata sulla totalità del dividendo lordo. Non è possibile dedurre costi.

    Tutti i requisiti PEX devono essere rispettati contemporaneamente?

    Sì, devono ricorrere tutti e quattro: possesso ininterrotto da almeno 12 mesi prima della cessione, classificazione in immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio di possesso, residenza fiscale della partecipata non in un Paese a fiscalità privilegiata, esercizio da parte della partecipata di un’impresa commerciale.

    Se la holding cede una partecipazione in perdita, la minusvalenza è deducibile?

    No. Le minusvalenze su partecipazioni che soddisfano i requisiti PEX sono fiscalmente indeducibili. È il rovescio del beneficio: se le plusvalenze sono esenti al 95%, le minusvalenze non possono essere portate in deduzione.

    Conviene sempre la holding?

    No. La holding introduce una seconda società con costi fissi (contabilità ordinaria, bilancio, amministrazione, professionisti). Va valutata quando il risparmio fiscale atteso nel tempo è superiore ai costi strutturali aggiuntivi. Per importi modesti o strutture semplici, la detenzione diretta può essere più efficiente.

    Il dividendo che esce dalla holding verso il socio persona fisica è tassato?

    Sì: quando la holding distribuisce utili al socio persona fisica, questi paga il 26% come per qualsiasi altro dividendo. Il vantaggio complessivo dipende dal tempo che intercorre prima di questo prelievo e dagli utili reinvestiti nel frattempo.

    Cosa significa 'partecipazione in immobilizzazioni finanziarie'?

    Significa che, nel primo bilancio di esercizio in cui la partecipazione compare, essa deve essere classificata tra le immobilizzazioni (investimento duraturo) e non nell’attivo circolante (investimento speculativo). Questo vincolo va rispettato fin dall’acquisto, con una scelta consapevole e documentata.

Informazione di carattere generale. I calcoli e le indicazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e si basano sulle fonti ufficiali indicate nel metodo editoriale. Non sostituiscono il parere di un professionista abilitato: per la valutazione del caso concreto è necessario rivolgersi a un avvocato, a un commercialista o a un consulente iscritto al proprio albo.