Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Guadagni da app su Play Store e App Store: come si dichiarano

    In sintesi

    • App sviluppata una tantum senza struttura organizzata: reddito diverso da attività commerciale occasionale.
    • Attività continuativa con aggiornamenti, nuovi titoli e rapporto stabile con gli store: obbligo di partita IVA.
    • Royalties e proventi da app sono considerati redditi da utilizzazione economica di opere dell’ingegno se percepiti dall’autore.
    • Regime forfetario accessibile fino a 85.000 euro di compensi; imposta sostitutiva 15% (o 5% per i primi 4 anni).
    • Ritenuta sulle royalties: se prevista, spetta all’autore la riduzione forfetaria del 25% (40% per gli under 35).
    • Proventi da store esteri: potrebbero richiedere il quadro RW se accreditati su conti esteri non gestiti da intermediari italiani.

    Quando e come si tassano i guadagni da app

    Sviluppare un’app e pubblicarla su Google Play o App Store può generare redditi in modi diversi: vendite dirette dell’app, acquisti in-app, abbonamenti o royalties sulle licenze. La categoria fiscale in cui ricadono questi guadagni dipende da come li ottieni e da quanto è strutturata la tua attività.

    Se hai creato un’app come progetto personale, in modo non ripetuto e senza una struttura organizzata, i proventi ricevuti dallo store sono redditi diversi da attività commerciale non esercitata abitualmente. Li dichiari nel quadro D5 del Modello 730 (codice 1) oppure nel quadro RL14 del Modello Redditi PF. Se invece l’attivita’ è continua – aggiorni l’app, sviluppi nuovi titoli, hai rapporti continuativi con gli store – il fisco la considera attività d’impresa o di lavoro autonomo abituale e devi aprire la partita IVA.

    C’è un’ulteriore ipotesi: se i guadagni derivano specificamente dalla cessione o dalla concessione in licenza dei diritti su un’opera dell’ingegno da te creata (l’app come opera software), potrebbero rientrare nella disciplina dei diritti d’autore. In quel caso, il trattamento è più favorevole: spetta una riduzione forfetaria del 25% sull’imponibile (40% se hai meno di 35 anni). Le istruzioni al Modello 730 e al Modello Redditi PF 2026 classificano questi proventi nel quadro D3 codice 1 (730) o RL25 (Redditi PF).

    Guadagni da app: categoria fiscale per situazione
    Situazione Categoria fiscale Dove si dichiara
    App sviluppata occasionalmente, nessuna struttura Redditi diversi – attività commerciale occasionale 730 quadro D5 codice 1 / Redditi PF RL14
    Proventi da licenza / cessione diritti software (autore) Utilizzazione economica opere dell'ingegno 730 quadro D3 codice 1 / Redditi PF RL25 (riduzione 25%)
    Attività continuativa, più app, aggiornamenti costanti Reddito d'impresa o lavoro autonomo (partita IVA) Quadro RF/RG o RE (Fascicolo 3) / quadro LM forfetario
    Forfetario: compensi fino a 85.000 euro Imposta sostitutiva 15% (5% primi 4 anni) Quadro LM Sezione III Modello Redditi PF

    Esempio pratico

    • Tizio, programmatore dipendente, sviluppa nel tempo libero un’app di produttività e la pubblica su App Store nel 2024. Nel 2025 incassa 4.800 euro da Apple. Non ha altre app e non aggiorna sistematicamente. I 4.800 euro sono redditi diversi da attività commerciale occasionale: Tizio li dichiara nel quadro D5 del Modello 730 (codice 1) e li somma al suo reddito complessivo, che viene tassato con le aliquote IRPEF ordinarie. Se invece Tizio avesse dichiarato i proventi come corrispettivi per la licenza d’uso del software da lui creato (diritto d’autore), avrebbe potuto applicare la riduzione forfetaria del 25%, dichiarando solo 3.600 euro come imponibile nel quadro D3 codice 1.

    Documenti necessari

    • Estratto conto della piattaforma (Apple / Google) con il dettaglio dei pagamenti ricevuti nel 2025
    • Contratto o termini di servizio con lo store (per qualificare il tipo di rapporto: vendita, licenza, royalty)
    • Eventuale certificazione del reddito se lo store ha applicato ritenute (es. withholding tax estera)
    • Fatture o documentazione delle spese inerenti la produzione del reddito (se in regime ordinario)
    • Codice fiscale o partita IVA dell’autore per la dichiarazione

    Caso 1 – Tizio: sviluppatore dipendente con un'app pubblicata

    Scenario. Tizio lavora come dipendente in un’azienda IT. Nel tempo libero ha sviluppato un gioco mobile e lo ha pubblicato su Google Play. Nel 2025 incassa 2.200 euro. Non ha mai aggiornato l’app, non ha altre pubblicazioni e non vuole aprire partita IVA.

    Come si applica. L’attivita’ di Tizio è occasionale: i 2.200 euro sono redditi diversi da attività commerciale non esercitata abitualmente. Tizio li dichiara nel quadro D5 del Modello 730 codice 1. Non può dedurre spese generali, ma può scomputare i costi specificatamente inerenti la produzione di quel reddito (es. licenze software usate per sviluppare il gioco) se riesce a documentarli. Il reddito si aggiunge al suo reddito complessivo e concorre alla formazione dell’IRPEF.

    In pratica

    • Tieni separata la documentazione dei proventi dallo store rispetto al tuo stipendio: sono redditi diversi e vanno dichiarati separatamente.
    • Se le entrate crescono e l’attivita’ diventa continuativa, valuta l’apertura della partita IVA prima che il fisco la contesti.
    • Google e Apple trattengono commissioni: l’importo da dichiarare è quello effettivamente percepito al netto delle commissioni della piattaforma.

    Caso 2 – Caio: sviluppatore freelance con più app e attività strutturata

    Scenario. Caio sviluppa app come attività principale: ha 8 app pubblicate su vari store, le aggiorna regolarmente, investe in pubblicità e nel 2025 incassa 60.000 euro complessivi. Ha aperto partita IVA.

    Come si applica. Caio svolge attività d’impresa o di lavoro autonomo abituale. Con compensi di 60.000 euro, ben al di sotto di 85.000 euro, può applicare il regime forfetario (quadro LM Sezione III). Il reddito imponibile si calcola applicando il coefficiente di redditività del suo codice ATECO ai 60.000 euro di compensi. Per le attività professionali e di sviluppo software il coefficiente tipico è del 78%. L’imposta sostitutiva è del 15%, o del 5% se è nei primi 4 anni di attività e ne ricorrono i requisiti.

    In pratica

    • Nel forfetario non detrai le spese analitiche: il coefficiente di redditività le ‘assorbe’ in modo forfetario.
    • Verifica il codice ATECO corretto per la tua attivita’: determina il coefficiente e quindi l’imponibile.
    • Se superi 85.000 euro di compensi in un anno esci dal forfetario per quell’anno; se superi 100.000 euro esci già nell’anno stesso.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Devo usare il Modello 730 o il Modello Redditi PF per i guadagni da app?

    Se usi il Modello 730 puoi dichiarare i redditi da app occasionali nel quadro D5. Se hai partita IVA, sei in regime forfetario o hai redditi d’impresa devi usare il Modello Redditi PF (Fascicolo 3 per RE, RF, RG o LM).

    Posso scegliere di dichiarare i proventi come diritti d'autore invece che come attività commerciale?

    Dipende dalla natura del rapporto con lo store. Se cedi o licenzi i diritti sul software da te creato, la qualificazione come opera dell’ingegno è possibile. In quel caso applichi la riduzione del 25% (40% sotto i 35 anni) sull’imponibile. È opportuno farsi assistere da un professionista per scegliere la qualificazione corretta.

    Google e Apple mi pagano in dollari: come dichiaro?

    Converti in euro al cambio del giorno in cui incassi, oppure usa i cambi medi mensili pubblicati dall’Agenzia delle Entrate. Documenta il tasso di cambio applicato.

    Ho ricevuto una ritenuta alla fonte da Apple (withholding tax USA): come la recupero?

    La ritenuta alla fonte applicata da un soggetto estero può essere portata in detrazione come credito d’imposta per redditi prodotti all’estero, compilando il quadro CE del Modello Redditi PF (Fascicolo 3). Non è automaticamente rimborsabile nel Modello 730.

    Devo compilare il quadro RW se i pagamenti arrivano su un conto PayPal estero?

    Se il conto PayPal è intestato a un soggetto residente all’estero o è tecnicamente un conto estero, potresti avere obblighi di monitoraggio nel quadro RW. Se i fondi transitano su un conto italiano, l’obbligo decade. Verifica dove è registrata la tua utenza PayPal.

    Quando scatta l'obbligo di aprire la partita IVA per i guadagni da app?

    Non c’è una soglia di reddito automatica. L’obbligo scatta quando l’attivita’ diventa abituale e organizzata: pluralità di app, aggiornamenti continuativi, investimenti strutturati. Se il provento è davvero occasionale e non ripetuto, la partita IVA non è obbligatoria. In caso di dubbio, un professionista può aiutarti a valutare la situazione concreta.

  • Art. 77 D.Lgs. 151/2001 – Vigilanza sull’applicazione del testo unico

    Art. 77 D.Lgs. 151/2001 – Vigilanza sull’applicazione del testo unico

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. L’autorità competente a ricevere il rapporto per le violazioni amministrative previste dal presente testo unico e ad emettere l’ordinanza di ingiunzione è il servizio ispettivo del Ministero del lavoro, competente per territorio.

    2. La vigilanza sul presente testo unico, ad eccezione dei Capi XI, XII e XIII, è demandata al Ministero del lavoro e della previdenza sociale che la esercita attraverso i servizi ispettivi.

    3. La vigilanza in materia di controlli di carattere sanitario spetta alle regioni, e per esse al Servizio sanitario nazionale.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Art. 76 D.Lgs. 151/2001 – Documentazione per gli assegni di maternità

    Art. 76 D.Lgs. 151/2001 – Documentazione per gli assegni di maternità

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Al rilascio dei certificati medici di cui al presente testo unico, salvo i casi di ulteriore specificazione, sono abilitati i medici del Servizio sanitario nazionale.

    2. Qualora i certificati siano redatti da medici diversi da quelli di cui al comma 1, il datore di lavoro o l’istituto presso il quale la lavoratrice è assicurata per il trattamento di maternità hanno facoltà di accettare i certificati stessi ovvero di richiederne la regolarizzazione alla lavoratrice interessata.

    3. I medici dei servizi ispettivi del Ministero del lavoro hanno facoltà di controllo.

    4. Tutti i documenti occorrenti per l’applicazione del presente testo unico sono esenti da ogni imposta, tassa, diritto o spesa di qualsiasi specie e natura.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Art. 75 D.Lgs. 151/2001 – Assegno maternità lavori atipici e discontinui

    Art. 75 D.Lgs. 151/2001 – Assegno maternità lavori atipici e discontinui

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Alle donne residenti, cittadine italiane o comunitarie o familiari titolari della carta di soggiorno di cui agli articoli 10 e 17 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, o titolari di permesso di soggiorno ed equiparate alle cittadine italiane ai sensi dell’articolo 41, comma 1-ter, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, ovvero titolari di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, per le quali sono in atto o sono stati versati contributi per la tutela previdenziale obbligatoria della maternità, è corrisposto, per ogni figlio nato, o per ogni minore in affidamento preadottivo o in adozione senza affidamento dal 2 luglio 2000, un assegno di importo complessivo pari a lire 3 milioni, per l’intero nel caso in cui non beneficiano dell’indennità di cui agli articoli 22, 66 e 70 del presente testo unico, ovvero per la quota differenziale rispetto alla prestazione complessiva in godimento se questa risulta inferiore, quando si verifica uno dei seguenti casi:

    a) quando la donna lavoratrice ha in corso di godimento una qualsiasi forma di tutela previdenziale o economica della maternità e possa far valere almeno tre mesi di contribuzione nel periodo che va dai diciotto ai nove mesi antecedenti alla nascita o all’effettivo ingresso del minore nel nucleo familiare;

    b) qualora il periodo intercorrente tra la data della perdita del diritto a prestazioni previdenziali o assistenziali derivanti dallo svolgimento, per almeno tre mesi, di attività lavorativa, così come individuate con i decreti di cui al comma 5, e la data della nascita o dell’effettivo ingresso del minore nel nucleo familiare, non sia superiore a quello del godimento di tali prestazioni, e comunque non sia superiore a nove mesi. Con i medesimi decreti è altresì definita la data di inizio del predetto periodo nei casi in cui questa non risulti esattamente individuabile;

    c) in caso di recesso, anche volontario, dal rapporto di lavoro durante il periodo di gravidanza, qualora la donna possa far valere tre mesi di contribuzione nel periodo che va dai diciotto ai nove mesi antecedenti alla nascita.

    2. Ai trattamenti di maternità corrispondono anche i trattamenti economici di maternità corrisposti da datori di lavoro non tenuti al versamento dei contributi di maternità.

    3. L’assegno di cui al comma 1 è concesso ed erogato dall’INPS, a domanda dell’interessata, da presentare in carta semplice nel termine perentorio di sei mesi dalla nascita o dall’effettivo ingresso del minore nel nucleo familiare.

    4. L’importo dell’assegno è rivalutato al 1 gennaio di ogni anno, sulla base della variazione dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’ISTAT.

    5. Con i decreti di cui al comma 6 sono disciplinati i casi nei quali l’assegno, se non ancora concesso o erogato, può essere corrisposto al padre o all’adottante del minore.

    6. Con uno o più decreti del Ministro per la solidarietà sociale, di concerto con i Ministri del lavoro e della previdenza sociale e del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, sono emanate le disposizioni regolamentari necessarie per l’attuazione del presente articolo.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Airdrop e rendimenti DeFi: come si dichiarano

    In sintesi

    • Airdrop e staking generano proventi tassabili nel periodo d’imposta in cui li percepisci.
    • Il valore da dichiarare è quello di mercato della cripto-attività al momento in cui la ricevi.
    • I proventi da detenzione di cripto-attività (staking, yield) si tassano senza alcuna deduzione di spese.
    • Le plusvalenze dalla successiva vendita delle cripto ricevute si tassano nel quadro RT: 26% per le cessioni fino al 31 dicembre 2025, 33% dal 1° gennaio 2026.
    • La soglia di 2.000 euro per le plusvalenze riguardava solo le cessioni fino al 31 dicembre 2024; dal 2025 non esiste.
    • Monitoraggio RW: le cripto in portafoglio vanno dichiarate con imposta del 2 per mille annuo sul valore.

    Airdrop e DeFi: perché il fisco li vuole sapere

    Gli airdrop sono distribuzioni gratuite di token che alcuni protocolli blockchain inviano ai propri utenti, spesso in cambio di attività passate sul network o come forma di promozione. Lo staking consiste nel bloccare le proprie cripto-attività per contribuire alla sicurezza della rete e ricevere una ricompensa periodica. Il yield farming e i rendimenti DeFi (finanza decentralizzata) sono invece proventi generati da liquidity pool o protocolli di prestito decentralizzati.

    In Italia, tutte queste forme di provento rientrano nella categoria delle cripto-attività regolata dall’art. 67 del TUIR, introdotto nella forma attuale dalla Legge di Bilancio 2023. Le istruzioni ufficiali al Modello Redditi PF 2026 chiariscono che ‘i proventi derivanti dalla detenzione di cripto-attività percepiti nel periodo di imposta sono assoggettati a tassazione senza alcuna deduzione’. Questo vale per airdrop, staking reward, yield e qualsiasi altro provento che non derivi da una vendita.

    La distinzione fondamentale da tenere a mente è questa: i proventi che ricevi (airdrop, staking) sono tassati come redditi nel momento in cui li percepisci, al valore di mercato di quel momento. La successiva vendita di quelle stesse cripto genera invece una plusvalenza (o minusvalenza), tassata separatamente come reddito diverso di natura finanziaria: 26% per le cessioni fino al 2025, 33% dal 1° gennaio 2026.

    Airdrop e DeFi: trattamento fiscale per tipo di provento
    Tipo di provento Momento della tassazione Regime e aliquota
    Airdrop (token ricevuti gratuitamente) Al momento dell'accredito Reddito tassabile IRPEF; proventi cripto senza deduzione
    Staking reward (ricompense staking) Al momento di ogni accredito Reddito tassabile IRPEF; proventi cripto senza deduzione
    Yield / rendimenti DeFi in cripto Al momento dell'accredito Reddito tassabile IRPEF; proventi cripto senza deduzione
    Vendita delle cripto ricevute (plusvalenza) Al momento della cessione Imposta sostitutiva 26% fino al 2025, 33% dal 2026 (quadro RT Sezione V-A)
    Imposta patrimoniale su cripto detenute Al 31 dicembre di ogni anno 2 per mille sul valore (quadro RW)

    Esempio pratico

    • Caio riceve un airdrop di 500 token il 15 aprile 2025. Il valore di mercato di quel giorno è di 2 euro per token, quindi percepisce un reddito di 1.000 euro, tassabile IRPEF senza possibilità di dedurre spese. A settembre 2025 vende 300 di quei token a 3 euro l’uno, incassando 900 euro. Il costo di carico (valore al momento dell’airdrop) era 600 euro (300 x 2 euro), quindi la plusvalenza è 300 euro. Poiché la cessione avviene dal 1° gennaio 2025, non c’è soglia di franchigia: Caio paga l’imposta sostitutiva del 26% su 300 euro, pari a 78 euro, nel quadro RT Sezione V-A del Modello Redditi PF.

    Documenti necessari

    • Report della piattaforma o del wallet con data e quantità di ogni airdrop/reward ricevuto
    • Valore di mercato della cripto-attività al momento di ogni accredito (da exchange o sito specializzato)
    • Estratto conto delle vendite successive con data, quantità e prezzi di cessione
    • Documentazione del wallet o dell’exchange che certifica le operazioni
    • Eventuale documentazione per la rideterminazione del valore al 1° gennaio 2025 (se applicata)

    Caso 1 – Tizio: ha ricevuto un airdrop da un protocollo DeFi

    Scenario. Tizio era utente attivo di un protocollo di swap decentralizzato. A marzo 2025 il protocollo distribuisce automaticamente 1.000 token agli utenti storici (airdrop). Il valore al momento dell’accredito è 0,50 euro per token, quindi Tizio riceve token per 500 euro.

    Come si applica. Tizio deve dichiarare 500 euro come reddito nel Modello Redditi PF (non può usare il 730 per questo tipo di reddito). I 500 euro si sommano al suo reddito complessivo e vengono tassati con le aliquote IRPEF ordinarie. Se successivamente Tizio vende parte dei token, il costo di carico è 0,50 euro per token: qualsiasi prezzo di vendita superiore genera una plusvalenza tassata al 26% nel quadro RT.

    In pratica

    • Salva screenshot o esporta il report della piattaforma: prova la data e il valore dell’airdrop.
    • I token ricevuti come airdrop diventano il tuo ‘magazzino’ a costo documentato: non dichiarare quel costo equivale a pagare piu’ tasse alla vendita.
    • Anche i token che non hai ancora venduto vanno indicati nel quadro RW e scontano l’imposta del 2 per mille.

    Caso 2 – Caio: ha messo in staking le sue ETH su un exchange centralizzato

    Scenario. Caio detiene 2 ETH su un exchange italiano che offre staking. Nel 2025 ha ricevuto 0,06 ETH come reward di staking, accreditati mensilmente. Il valore medio di ETH durante l’anno era circa 2.000 euro per unità.

    Come si applica. I 0,06 ETH di reward, valorizzati al momento di ciascun accredito mensile, costituiscono redditi tassabili senza deduzione. Se l’exchange italiano applica una ritenuta, questa è a titolo di acconto e va dichiarata. In assenza di ritenuta, Caio deve dichiarare i proventi in autonomia. Se poi vende gli ETH di reward, il costo di carico è il valore al momento di ogni accredito mensile.

    In pratica

    • Verifica se l’exchange applica ritenuta: in tal caso trovi il dato nella certificazione rilasciata dalla piattaforma.
    • Se non c’è ritenuta, annota il valore di ETH per ogni data di accredito del reward: ti serve per calcolare l’imponibile.
    • Lo staking su exchange straniero richiede anche la compilazione del quadro RW se il custode non è residente in Italia.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Un airdrop che non ho richiesto è comunque tassabile?

    Si. Il fisco tassa i proventi da cripto-attività nel momento in cui li percepisci, indipendentemente da come li hai ottenuti. Anche un airdrop automatico e inatteso va dichiarato al valore di mercato del giorno di accredito.

    Se non riesco a trovare il valore di un token al momento dell'airdrop, come mi comporto?

    Devi fare del tuo meglio per ricostruire il valore: cerca dati storici su siti come CoinGecko o CoinMarketCap. Se il token era illiquido o non quotato e non c’è documentazione, il valore è difficile da determinare; in tal caso il costo fiscalmente riconosciuto potrebbe essere considerato pari a zero, il che aumenta la plusvalenza alla vendita.

    Lo yield farming in cripto è trattato come lo staking?

    Si. Tutti i proventi derivanti dalla detenzione di cripto-attività – inclusi i rendimenti da liquidity pool, lending decentralizzato e yield farming – sono tassati senza deduzione di spese nel periodo d’imposta in cui li percepisci.

    Posso compensare le perdite da DeFi con le plusvalenze da vendita?

    Le minusvalenze da cessione di cripto-attività (quadro RT Sezione V-A) si compensano con le plusvalenze della stessa sezione, non oltre il quarto periodo d’imposta successivo. I proventi da detenzione (airdrop, staking) non sono plusvalenze e non si compensano con le minusvalenze.

    Devo compilare il quadro RW per i token in un wallet non custodial?

    Si. Il quadro RW si compila per tutte le cripto-attività detenute attraverso portafogli, conti digitali o altri sistemi, inclusi i wallet non custodial. L’imposta sul valore è 2 per mille annuo calcolato sul valore al 31 dicembre 2025.

    Se ricevo token DeFi che valgono pochissimo al momento dell'airdrop, devo comunque dichiarare?

    Si, anche se il valore è irrisorio. Non esiste una soglia di esenzione per i proventi da detenzione di cripto-attività. Tuttavia, se il valore è praticamente zero, l’imponibile sarà minimo o nullo.

  • Art. 187 Cod. Amb.: Divieto di miscelazione di rifiuti pericolosi

    Art. 187 Cod. Amb.: Divieto di miscelazione di rifiuti pericolosi

    Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.

    (Divieto di miscelazione di rifiuti pericolosi) 1.

    È vietato miscelare rifiuti pericolosi aventi differenti caratteristiche di pericolosità ovvero rifiuti pericolosi con rifiuti non pericolosi.

    La miscelazione comprende la diluizione di sostanze pericolose.

    In deroga al comma 1, la miscelazione dei rifiuti pericolosi che non presentino la stessa caratteristica di pericolosità, tra loro o con altri rifiuti, sostanze o materiali, può essere autorizzata ai sensi degli articoli 208, 209 e 211 a condizione che: a) siano rispettate le condizioni di cui all'articolo 177, comma 4, e l'impatto negativo della gestione dei rifiuti sulla salute umana e sull'ambiente non risulti accresciuto; b) l'operazione di miscelazione sia effettuata da un ente o da un'impresa che ha ottenuto un'autorizzazione ai sensi degli articoli 208, 209 e 211; c) l'operazione di miscelazione sia conforme alle migliori tecniche disponibili di cui all'articoli 183, comma 1, lettera nn). 2-bis.

    Gli effetti delle autorizzazioni in essere relative all'esercizio degli impianti di recupero o di smaltimento di rifiuti che prevedono la miscelazione di rifiuti speciali, consentita ai sensi del presente articolo e dell'allegato G alla parte quarta del presente decreto, nei testi vigenti prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 , restano in vigore fino alla revisione delle autorizzazioni medesime.

    Fatta salva l'applicazione delle sanzioni specifiche ed in particolare di quelle di cui all'articolo 256, comma 5, chiunque viola il divieto di cui al comma 1 è tenuto a procedere a proprie spese alla separazione dei rifiuti miscelati, qualora sia tecnicamente ed economicamente possibile e nel rispetto di quanto previsto dall'articolo 177, comma 4. 3-bis.

    Le miscelazioni non vietate in base al presente articolo non sono sottoposte ad autorizzazione e, anche se effettuate da enti o imprese autorizzati ai sensi degli articoli 208, 209 e 211, non possono essere sottoposte a prescrizioni o limitazioni diverse od ulteriori rispetto a quelle previste per legge 108

    Fonte: Normattiva.it.

  • Società semplice o SNC: che differenza c’è

    In sintesi

    • L’oggetto sociale discrimina tutto: la società semplice non può svolgere attività commerciale; la SNC può fare qualsiasi attività economica compresa quella commerciale.
    • Tassazione per trasparenza in entrambi i casi: sia la società semplice sia la SNC imputano il reddito ai soci che lo tassano con l’IRPEF progressiva (23-43%).
    • La società semplice per attività agricole e di mero godimento: è la forma tipica per gestire terreni agricoli, partecipazioni in altre società o immobili non in affitto commerciale.
    • Responsabilità illimitata in entrambe: i soci rispondono con il patrimonio personale; nella SNC tutti i soci sono illimitatamente responsabili, nella semplice almeno un socio lo deve essere.
    • Adempimenti ridotti nella società semplice: non è obbligata alla tenuta dei libri contabili commerciali né all’iscrizione nella sezione ordinaria del Registro Imprese.
    • La SNC è soggetta a fallimento; la società semplice no: solo le imprese commerciali (come la SNC) possono essere dichiarate fallite (oggi: sottoposte a liquidazione giudiziale).

    La differenza fondamentale: attività commerciale sì o no

    Società semplice e SNC (società in nome collettivo) sono entrambe società di persone e condividono la tassazione per trasparenza: il reddito prodotto viene imputato ai soci in proporzione alle quote e ciascuno paga l’IRPEF progressiva. Ma il confine tra le due forme è netto e di legge: la società semplice non può avere per oggetto l’esercizio di un’attività commerciale. La SNC, al contrario, è nata proprio per svolgere attività commerciale.

    La società semplice si usa quando l’attività non è commerciale: gestione di beni immobili, attività agricola, detenzione di partecipazioni in altre società, esercizio di arti e professioni tra soci. Non è iscritta nella sezione ordinaria del Registro delle Imprese (bensì nella sezione speciale) e non è soggetta alle procedure concorsuali (fallimento, oggi liquidazione giudiziale). La SNC invece è pienamente commerciale, deve tenere i libri contabili obbligatori per le imprese e può essere dichiarata in liquidazione giudiziale in caso di insolvenza.

    La scelta tra le due forme non è quindi una questione di convenienza fiscale – la tassazione è identica nel meccanismo – ma di natura dell’attività che si vuole svolgere.

    Società semplice vs SNC: confronto testa a testa
    Aspetto Società semplice SNC
    Attività esercitabile Solo attività NON commerciale: agricoltura, gestione immobili, partecipazioni, professioni Qualsiasi attività economica, compresa quella commerciale (commercio, artigianato, servizi)
    Tassazione del reddito Per trasparenza: IRPEF progressiva (23-43%) sui soci in proporzione alle quote Per trasparenza: IRPEF progressiva (23-43%) sui soci in proporzione alle quote
    Responsabilità dei soci Illimitata per almeno un socio (i soci accomandanti possono avere responsabilità limitata per patto sociale) Illimitata e solidale per tutti i soci: nessuna distinzione possibile
    Iscrizione Registro Imprese Sezione speciale (non sezione ordinaria) Sezione ordinaria obbligatoria
    Assoggettabilità a procedure concorsuali No: non è imprenditore commerciale Sì: può essere soggetta a liquidazione giudiziale (ex fallimento)
    Quando si usa Holding familiare, gestione terreni agricoli, studio professionale associato Imprese commerciali con due o più soci: bottega, negozio, studio tecnico commerciale

    Esempio pratico

    • Tizio e Caio possiedono insieme un terreno agricolo che affitta a terzi e produce un reddito agrario annuo di 20.000 euro. Scelgono la società semplice: ciascuno dichiara 10.000 euro di reddito agrario per trasparenza e paga l’IRPEF nella fascia del 23%. Se invece volessero trasformare il terreno in un agriturismo con attività ricettiva e ristorazione commerciale, dovrebbero costituire una SNC (o altra forma commerciale), perché la società semplice non può esercitare tale attività. Con 40.000 euro di reddito SNC pro-quota ciascuno, l’IRPEF salirebbe: 23% su 28.000 € (6.440 €) + 33% su 12.000 € (3.960 €) = 10.400 € a testa.

    Documenti necessari

    • Atto costitutivo della società semplice o della SNC (scrittura privata autenticata o atto pubblico)
    • Iscrizione al Registro delle Imprese: sezione speciale per la società semplice, sezione ordinaria per la SNC
    • Codice fiscale della società e partita IVA (se svolta attività imponibile IVA)
    • Modello REDDITI SP (dichiarazione della società con prospetto redditi imputati ai soci)
    • Modello REDDITI PF di ciascun socio (per dichiarare la quota di reddito imputata)
    • Scritture contabili obbligatorie per la SNC (libro giornale, libro inventari)

    Caso 1 – Tizio gestisce una proprietà agricola con la famiglia

    Scenario. Tizio e sua sorella Caio (nome fittizio) hanno ereditato dei terreni agricoli. Li coltivano parzialmente e affittano il resto a un agricoltore. Vogliono strutturare la gestione comune in forma societaria.

    Come si applica. La società semplice è la forma ideale. L’attività è agricola e non commerciale: rientra perfettamente nell’oggetto ammesso per la società semplice. Non è obbligatorio iscriversi nella sezione ordinaria del Registro Imprese, non ci sono obblighi di contabilità commerciale, non c’è rischio di procedure concorsuali. Il reddito agrario viene imputato ai soci per trasparenza e tassato con l’IRPEF. Se i terreni fossero invece adibiti a un’attività commerciale (es. vendita diretta al pubblico con struttura organizzata stabile), occorrerebbe passare a una SNC.

    In pratica

    • La società semplice è la forma giuridica corretta per gestire patrimoni non commerciali tra più persone: terreni agricoli, immobili, partecipazioni. Semplice, economica, senza obblighi contabili commerciali.
    • Se anche una sola attività svolta dalla società ha natura commerciale, la forma ‘semplice’ non è più ammessa: bisogna passare a SNC, SAS o società di capitali.

    Caso 2 – Caio apre un negozio di ferramenta con un socio

    Scenario. Caio e un amico vogliono aprire insieme un negozio di ferramenta. Si chiedono se possono usare la società semplice per risparmiare sugli adempimenti.

    Come si applica. No: il negozio di ferramenta è un’attività commerciale. La società semplice non può avere ad oggetto attività commerciale: sarebbe giuridicamente non valida per quello scopo. La forma corretta è la SNC (o una società di capitali come la SRL). La SNC va iscritta nella sezione ordinaria del Registro Imprese, deve tenere i libri contabili previsti per le imprese commerciali ed è soggetta, in caso di insolvenza, alla procedura di liquidazione giudiziale. Il reddito sarà tassato per trasparenza in capo ai soci con l’IRPEF progressiva.

    In pratica

    • Qualsiasi attività commerciale – vendita al dettaglio, ristorazione, artigianato, servizi – richiede la SNC (o altra forma commerciale): la società semplice non è ammessa.
    • La SNC porta con sé la responsabilità illimitata e solidale di tutti i soci: ogni socio risponde per l’intero debito della società, indipendentemente dalla sua quota.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Qual è la differenza principale tra società semplice e SNC?

    La differenza fondamentale è l’oggetto sociale: la società semplice può svolgere solo attività non commerciale (agricoltura, gestione immobili, professioni); la SNC può svolgere qualsiasi attività economica, compresa quella commerciale. La tassazione per trasparenza con IRPEF progressiva è identica in entrambe.

    Si paga la stessa IRPEF in una società semplice e in una SNC?

    Sì. Entrambe imputano il reddito ai soci per trasparenza, e ciascun socio paga l’IRPEF progressiva sulla propria quota di reddito: 23% fino a 28.000 euro, 33% da 28.000 a 50.000 euro, 43% oltre. Il meccanismo è identico.

    La società semplice può fare fallimento?

    No. La società semplice non è un’imprenditrice commerciale e quindi non è soggetta alla liquidazione giudiziale (ex fallimento). La SNC invece, essendo una società commerciale, può essere assoggettata alla procedura concorsuale in caso di insolvenza.

    Posso usare una società semplice per gestire appartamenti in affitto?

    Dipende. Se l’affitto è di tipo non commerciale (locazione abitativa ordinaria, non struttura ricettiva), la società semplice è ammessa e spesso usata per la gestione patrimoniale familiare. Se invece si gestisce una struttura ricettiva o un bed and breakfast con carattere commerciale, occorre una forma commerciale (SNC, SRL).

    La società semplice deve tenere la contabilità?

    Non è soggetta agli obblighi contabili previsti per le imprese commerciali (libro giornale, inventari). Deve comunque tenere una contabilità interna adeguata alla determinazione del reddito da imputare ai soci. L’iscrizione è nella sezione speciale del Registro Imprese, non in quella ordinaria.

    Quale forma scegliere tra società semplice e SNC per uno studio professionale?

    Uno studio associato tra professionisti (avvocati, medici, commercialisti) è tradizionalmente gestito come associazione professionale o società semplice, perché l’attività professionale non è qualificata come commerciale. La SNC è più adatta quando l’attività ha effettivamente carattere commerciale. Tuttavia con le STP (società tra professionisti) sono oggi possibili anche forme di capitali.

  • SRL o ditta individuale: cosa conviene davvero

    In sintesi

    • Tassazione diversa: la ditta individuale paga IRPEF progressiva (23-43%); la SRL paga IRES al 24% sul reddito societario.
    • Doppia imposizione nella SRL: sugli utili distribuiti come dividendo il socio paga un’ulteriore imposta sostitutiva del 26%.
    • Responsabilità: il titolare di ditta individuale risponde con il patrimonio personale; nella SRL la responsabilità è limitata alle quote versate.
    • Costi e adempimenti: la SRL richiede sempre contabilità ordinaria, bilancio e notaio per l’atto costitutivo; la ditta può stare in contabilità semplificata.
    • Compenso amministratore: prelevare denaro dalla SRL come compenso riduce l’IRES (è deducibile), ma l’importo è poi tassato a IRPEF sul percettore.
    • Forfettario alternativo: con ricavi sotto 85.000 euro la ditta individuale può accedere al regime forfettario con imposta sostitutiva al 15%.

    Le due strade per fare impresa: come funziona la tassazione

    Quando si avvia un’attività economica, la prima decisione è la forma giuridica. La ditta individuale è la scelta più semplice: sei tu l’impresa, il reddito che generi viene sommato agli altri tuoi redditi e tassato con l’IRPEF progressiva. La SRL – società a responsabilità limitata – è invece una persona giuridica autonoma: paga le proprie imposte (l’IRES, cioè l’imposta sul reddito delle società) e, se vuoi incassare gli utili, devi ‘distribuirli’ sotto forma di dividendo o prelevare un compenso come amministratore.

    La differenza fondamentale è che l’IRPEF è progressiva: più guadagni, più l’aliquota sale. L’IRES è invece proporzionale al 24%: la società paga sempre il 24% del suo reddito imponibile, indipendentemente dall’importo. Questo fa sì che, superata una certa soglia di reddito, la tassazione della SRL possa risultare più bassa di quella della ditta. Ma attenzione: quando gli utili della SRL vengono distribuiti al socio come dividendo, scatta un’altra imposta sostitutiva del 26%, generando quella che si chiama ‘doppia imposizione economica’.

    Non esiste una risposta valida per tutti: la scelta dipende dal livello di reddito atteso, dalla necessità di proteggere il patrimonio personale, dalla volontà di reinvestire gli utili in azienda e dai costi di gestione che si è disposti a sostenere. Nei paragrafi che seguono trovi un confronto sistematico tra le due forme.

    SRL vs ditta individuale: confronto testa a testa
    Aspetto Ditta individuale SRL
    Tassazione del reddito IRPEF progressiva: 23% fino a 28.000 €, 33% da 28.000 a 50.000 € (dal 2026), 43% oltre 50.000 € IRES 24% sul reddito della società (proporzionale)
    Distribuzione degli utili N/A: il reddito è già del titolare (tassato per trasparenza) Dividendo tassato al 26% come imposta sostitutiva in capo al socio persona fisica
    Responsabilità patrimoniale Illimitata: risponde con tutto il patrimonio personale Limitata alle quote versate: il patrimonio personale è separato
    Regime contabile Semplificata possibile sotto le soglie di ricavi; forfettario se ricavi ≤ 85.000 € Sempre contabilità ordinaria con bilancio annuale
    Costi di avvio e gestione Minimi: iscrizione CCIAA, nessun notaio, nessun capitale minimo Notaio per atto costitutivo, iscrizione CCIAA, commercialista per bilancio
    Quando conviene Redditi bassi o medi, attività in avvio, regime forfettario, basso rischio di credito Redditi elevati da reinvestire, rischio di credito alto, più soci, espansione futura

    Esempio pratico

    • Tizio ha un reddito d’impresa di 60.000 euro. Come ditta individuale paga: 23% su 28.000 € (6.440 €) + 33% su 22.000 € (7.260 €) + 43% su 10.000 € (4.300 €) = circa 18.000 € di IRPEF (più addizionali). Come SRL con lo stesso imponibile, la società paga 24% × 60.000 = 14.400 € di IRES. Se Tizio poi vuole incassare tutto come dividendo, paga altri 26% su (60.000 − 14.400) = 45.600 €, cioè circa 11.856 €: totale complessivo circa 26.256 €, più della ditta. Ma se reinveste l’utile in azienda e non lo distribuisce, il carico si ferma a 14.400 €, nettamente inferiore.

    Documenti necessari

    • Visura camerale aggiornata (se si trasforma una ditta in SRL)
    • Atto costitutivo e statuto della SRL (rogito notarile)
    • Bilancio d’esercizio approvato dall’assemblea (per la SRL)
    • Libro giornale e libro degli inventari (contabilità ordinaria SRL)
    • Modello REDDITI SC (dichiarazione IRES della SRL)
    • Modello REDDITI PF o 730 (dichiarazione del titolare/socio)

    Caso 1 – Tizio, artigiano con reddito medio

    Scenario. Tizio è idraulico e fattura circa 40.000 euro l’anno con costi di 10.000 euro: reddito netto 30.000 euro. Lavora da solo e non ha dipendenti.

    Come si applica. Con 30.000 euro di reddito, la ditta individuale è quasi certamente la scelta migliore. Tizio paga il 23% sui primi 28.000 € e il 33% sui restanti 2.000 €: IRPEF totale circa 7.100 €. Se stesse sotto gli 85.000 € di ricavi potrebbe anche valutare il regime forfettario, che applica un’imposta sostitutiva fissa del 15% sul reddito determinato con coefficiente ATECO, con zero IVA e zero IRAP. La SRL, con i suoi costi fissi di notaio, commercialista e bilancio, sarebbe uno spreco per il livello di attività di Tizio.

    In pratica

    • Con redditi netti sotto i 30-35.000 euro la ditta individuale (e ancor più il forfettario) batte quasi sempre la SRL sul piano fiscale e dei costi.
    • La SRL diventa interessante quando si vuole proteggere il patrimonio personale da rischi di credito importanti, anche con redditi modesti.

    Caso 2 – Caio, consulente con reddito elevato da reinvestire

    Scenario. Caio gestisce uno studio di consulenza informatica che genera 150.000 euro di ricavi e 80.000 euro di reddito imponibile. Ha intenzione di reinvestire circa 50.000 euro in attrezzature e assumere un collaboratore.

    Come si applica. Con 80.000 euro di reddito, la ditta individuale comporterebbe un’IRPEF pesante (aliquota marginale al 43%). La SRL paga l’IRES al 24% (19.200 €) e Caio può prelevare come compenso amministratore solo la parte necessaria alle sue spese personali, deducendola dalla base imponibile societaria: il compenso sarà tassato a IRPEF su di lui, ma la quota reinvestita in azienda sconta solo il 24%. Questo meccanismo riduce sensibilmente il carico fiscale complessivo rispetto alla ditta individuale con lo stesso reddito.

    In pratica

    • Quando si prevede di reinvestire una parte rilevante degli utili, la SRL può essere molto più efficiente della ditta individuale grazie all’aliquota IRES fissa al 24%.
    • Il compenso amministratore, deducibile dalla SRL per cassa (art. 95 c.5 TUIR), abbatte l’IRES societaria; il socio lo tassa a IRPEF solo sulla parte che preleva.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Qual è la differenza principale tra SRL e ditta individuale?

    La ditta individuale è il titolare stesso: tutto il reddito è tassato con l’IRPEF progressiva (23-43%) direttamente in capo a lui. La SRL è una persona giuridica separata che paga l’IRES al 24%; solo quando gli utili escono come dividendo il socio paga un’ulteriore imposta sostitutiva del 26%.

    Quando conviene passare dalla ditta individuale alla SRL?

    In linea generale, quando il reddito netto supera stabilmente i 50.000-60.000 euro e si ha intenzione di reinvestire una parte degli utili in azienda. Con redditi più bassi i costi fissi della SRL (notaio, bilancio, commercialista) spesso non si ripagano.

    Nella SRL pago sempre sia l'IRES che il 26% sul dividendo?

    No. Il 26% si paga solo quando gli utili vengono effettivamente distribuiti come dividendo. Se li lasci in azienda o li reinvesti, paghi solo l’IRES del 24%. In alternativa, puoi prelevarli come compenso amministratore: è deducibile per la SRL ma tassato a IRPEF su di te.

    La ditta individuale mi espone a rischi patrimoniali maggiori?

    Sì. Il titolare di ditta individuale risponde delle obbligazioni dell’impresa con tutto il suo patrimonio personale (casa, conti, risparmi). Nella SRL invece la responsabilità del socio è limitata alle quote versate: il patrimonio personale è in linea di principio al riparo dai creditori sociali.

    Posso usare il regime forfettario con una SRL?

    No. Il regime forfettario è riservato alle persone fisiche (ditte individuali e professionisti) con ricavi/compensi non superiori a 85.000 euro annui. Le società, comprese le SRL, ne sono escluse per legge.

    Quali sono i costi fissi di una SRL rispetto alla ditta individuale?

    La SRL richiede l’atto costitutivo davanti a un notaio, l’iscrizione al Registro Imprese, la tenuta della contabilità ordinaria, la redazione del bilancio annuale e spesso un commercialista dedicato. La ditta individuale ha costi di avvio minimi (iscrizione CCIAA) e, se in regime forfettario, quasi nessun adempimento contabile.

  • Art. 74 D.Lgs. 151/2001 – Assegno di maternità di base

    Art. 74 D.Lgs. 151/2001 – Assegno di maternità di base

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Per ogni figlio nato dal 1 gennaio 2001, o per ogni minore in affidamento preadottivo o in adozione senza affidamento dalla stessa data, alle donne residenti, cittadine italiane o comunitarie o familiari titolari della carta di soggiorno di cui agli articoli 10 e 17 del decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30, o titolari di permesso di soggiorno ed equiparate alle cittadine italiane ai sensi dell’articolo 41, comma 1-ter, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, ovvero titolari di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, che non beneficiano dell’indennità di cui agli articoli 22, 66 e 70 del presente testo unico, è concesso un assegno di maternità pari a complessive L. 2.500.000.

    2. Ai trattamenti di maternità corrispondono anche i trattamenti economici di maternità corrisposti da datori di lavoro non tenuti al versamento dei contributi di maternità.

    3. L’assegno è concesso dai comuni nella misura prevista alla data del parto, alle condizioni di cui al comma 4. I comuni provvedono ad informare gli interessati invitandoli a certificare il possesso dei requisiti all’atto dell’iscrizione all’anagrafe comunale dei nuovi nati.

    4. L’assegno di maternità di cui al comma 1, nonché l’integrazione di cui al comma 6, spetta qualora il nucleo familiare di appartenenza della madre risulti in possesso di risorse economiche non superiori ai valori dell’indicatore della situazione economica (ISE), di cui al decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 109, tabella 1, pari a lire 50 milioni annue con riferimento a nuclei familiari con tre componenti.

    5. Per nuclei familiari con diversa composizione detto requisito economico è riparametrato sulla base della scala di equivalenza prevista dal predetto decreto legislativo n. 109 del 1998, tenendo anche conto delle maggiorazioni ivi previste.

    6. Qualora il trattamento della maternità corrisposto alle lavoratrici che godono di forme di tutela economica della maternità diverse dall’assegno istituito al comma 1 risulti inferiore all’importo di cui al medesimo comma 1, le lavoratrici interessate possono avanzare ai comuni richiesta per la concessione della quota differenziale.

    7. L’importo dell’assegno è rivalutato al 1 gennaio di ogni anno, sulla base della variazione dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati calcolato dall’ISTAT.

    8. L’assegno di cui al comma 1, ferma restando la titolarità concessiva in capo ai comuni, è erogato dall’INPS sulla base dei dati forniti dai comuni, secondo modalità da definire nell’ambito dei decreti di cui al comma 9.

    9. Con uno o più decreti del Ministro per la solidarietà sociale, di concerto con i Ministri del lavoro e della previdenza sociale e del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, sono emanate le necessarie disposizioni regolamentari per l’attuazione del presente articolo.

    10. Con tali decreti sono disciplinati i casi nei quali l’assegno, se non ancora concesso o erogato, può essere corrisposto al padre o all’adottante del minore.

    11. Per i procedimenti di concessione dell’assegno di maternità relativi ai figli nati dal 2 luglio 1999 al 30 giugno 2000 continuano ad applicarsi le disposizioni di cui all’articolo 66 della legge 23 dicembre 1998, n. 448. Per i procedimenti di concessione dell’assegno di maternità relativi ai figli nati dal 1 luglio 2000 al 31 dicembre 2000 continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al comma 12 dell’articolo 49 della legge 23 dicembre 1999, n. 488.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Art. 73 D.Lgs. 151/2001 – Indennità per interruzione gravidanza professioniste

    Art. 73 D.Lgs. 151/2001 – Indennità per interruzione gravidanza professioniste

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. In caso di interruzione della gravidanza, spontanea o volontaria, nei casi previsti dagli articoli 4, 5 e 6 della legge 22 maggio 1978, n. 194, verificatasi non prima del terzo mese di gravidanza, l’indennità di cui all’articolo 70 è corrisposta nella misura pari all’80 per cento di una mensilità del reddito o della retribuzione determinati ai sensi dei commi 2 e 3 del citato articolo 70.

    2. La domanda deve essere corredata da certificato medico, rilasciato dalla U.S.L. che ha fornito le prestazioni sanitarie, comprovante il giorno dell’avvenuta interruzione della gravidanza, spontanea o volontaria, ai sensi della legge 22 maggio 1978, n. 194, e deve essere presentata al competente ente che gestisce forme obbligatorie di previdenza in favore dei liberi professionisti entro il termine perentorio di centottanta giorni dalla data dell’interruzione della gravidanza.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Quadro RH 2026: redditi da partecipazione in società di persone

    In sintesi

    • Chi usa il quadro RH: soci di società di persone (snc, sas), collaboratori di imprese familiari, coniuge partecipante ad azienda coniugale, soci di società a ristretta base azionaria in regime di trasparenza ex art. 116 TUIR, e membri di GEIE.
    • Imputazione per trasparenza: il reddito (o la perdita) viene attribuito a ciascun socio in proporzione alla quota di partecipazione, indipendentemente dal fatto che sia stato effettivamente incassato.
    • Azienda coniugale: al coniuge non titolare viene imputato il 50 per cento del reddito (o la diversa quota stabilita ai sensi dell’art. 210 c.c.).
    • Impresa familiare: i collaboratori partecipano agli utili ma non alle perdite. Se l’imprenditore è in regime forfettario, i collaboratori sono esonerati da dichiarazione e versamenti.
    • Concordato preventivo biennale (CPB): se la società ha aderito al CPB, il limite minimo di reddito di 2.000 euro è ripartito tra i soci in base alle rispettive quote di partecipazione.
    • Socio IAP agricolo: la quota di reddito fondiario non imponibile imputata da società agricole agevolate non può superare 12.500 euro complessivi.

    Come funziona la tassazione per trasparenza nel quadro RH

    Se fai parte di una società di persone (snc, sas, società semplice), di un’impresa familiare o di un’azienda coniugale, non dichiari il reddito come se avessi uno stipendio: lo dichiari come ‘quota di partecipazione’. Il meccanismo si chiama tassazione per trasparenza, e significa che il reddito della società viene diviso tra i soci e ciascuno lo porta in dichiarazione nella propria quota, anche se quei soldi non sono stati distribuiti. Il quadro RH del Modello Redditi PF 2026 (periodo d’imposta 2025), che molti cercano come «quadro H», serve esattamente a questo. Le istruzioni stanno nel fascicolo 2 delle istruzioni Redditi PF 2026. Il quadro non esiste nel 730: chi ha redditi di partecipazione in società di persone presenta il modello Redditi PF.

    La regola di base è semplice: la quota di reddito (o di perdita) imputata a ciascun socio è proporzionale alla quota di partecipazione agli utili, e si considera ‘percepita’ alla data di chiusura del periodo d’imposta della società, non quando effettivamente i soldi arrivano in tasca. Questo significa che potresti dover pagare imposte su utili che la società ha prodotto ma non ha ancora distribuito.

    Il quadro RH si divide in quattro sezioni. La Sezione I riguarda i soci di società di persone ordinarie, imprese familiari e aziende coniugali. La Sezione II riguarda la trasparenza fiscale delle srl a ristretta base (art. 116 TUIR). La Sezione III serve per calcolare il reddito complessivo da partecipazione. La Sezione IV riepiloga ritenute, crediti e oneri detraibili imputati dalla società.

    Chi compila il quadro RH e con quale codice
    Tipo di partecipazione Codice colonna 2 Nota
    Società di persone, GEIE, impresa familiare in contabilità semplificata o ordinaria 1 Reddito d'impresa imputato per quota
    Associazione fra artisti e professionisti 2 Reddito di lavoro autonomo per quota
    Società semplice con reddito di lavoro autonomo soggetto a contribuzione INPS 3 Codice specifico per soc. semplici professionali
    Società semplice (altri casi) 4 Redditi vari imputati per quota
    Recesso, esclusione, riscatto, riduzione del capitale esuberante o liquidazione: somma ricevuta superiore al prezzo pagato per la quota (società d’impresa, azienda coniugale, impresa familiare, GEIE) 5 Reddito ex art. 20-bis TUIR
    Stessa ipotesi per la società semplice professionale (soggetta a contribuzione INPS) 6 Come il codice 3
    Stessa ipotesi per l’associazione fra artisti e professionisti 7 Come il codice 2
    Stessa ipotesi per le altre società semplici 8 Come il codice 4
    Azienda coniugale non gestita in forma societaria 1 50% del reddito al coniuge non titolare

    Esempio pratico

    • Tizio e Caio sono soci in una snc, con quote di partecipazione rispettivamente del 60% e del 40%. La snc chiude il 2025 con un reddito d’impresa di 80.000 euro. Tizio dichiara nel quadro RH una quota di 48.000 euro (80.000 × 60%), Caio dichiara 32.000 euro (80.000 × 40%). Entrambi inseriscono la quota nel rigo RH1, colonna 4, con il codice 1 in colonna 2. I 80.000 euro vengono tassati in capo ai soci anche se la snc non ha distribuito nulla.

    Documenti necessari

    • Prospetto riepilogativo rilasciato dalla società partecipata (con quote di reddito, ritenute, crediti e oneri)
    • Atto costitutivo o statuto della società (per verifica della quota di partecipazione agli utili)
    • Codice fiscale della società partecipata
    • Certificazione delle eventuali imposte pagate all’estero (per credito d’imposta, quadro CE)
    • Dichiarazione della società partecipata (Modello Redditi SP o SC) per verifica del reddito concordato CPB

    Collaboratore di impresa familiare: utile sì, perdita no

    Scenario. Sempronio collabora nell’impresa familiare del padre, titolare di un negozio di alimentari. L’impresa chiude il 2025 con un utile di 40.000 euro; Sempronio ha diritto al 25% degli utili secondo l’atto di famiglia. Sempronio si chiede se debba dichiarare anche lui qualcosa.

    Come si applica. Sì. Sempronio deve compilare il quadro RH e indicare la sua quota di reddito: 40.000 × 25% = 10.000 euro, codice 1 in colonna 2 del rigo RH1. Apponendo la sua firma nel frontespizio, attesta di aver prestato la propria attività nell’impresa in modo continuativo e prevalente. Se invece l’impresa fosse in perdita, Sempronio non avrebbe nulla da indicare: i collaboratori familiari partecipano agli utili ma non alle perdite. Attenzione: se il padre avesse adottato il regime forfettario, Sempronio sarebbe esonerato dall’obbligo dichiarativo sulla propria quota, perché l’imposta è già stata versata interamente dal titolare.

    In pratica

    • L’impresa familiare produce utile 40.000 euro: il collaboratore indica la sua quota (25% = 10.000 euro) nel quadro RH.
    • L’impresa produce perdita: il collaboratore non compila il quadro RH (nessuna quota di perdita da dichiarare).
    • Se l’imprenditore è in regime forfettario, il collaboratore non ha né obblighi dichiarativi né di versamento sulla propria quota.

    Socio di srl trasparente: la sezione II del quadro RH

    Scenario. Caio possiede il 35% di una srl a ristretta base familiare che ha optato per la trasparenza fiscale ai sensi dell’art. 116 del TUIR. La srl chiude il 2025 con un reddito di 60.000 euro e ha già versato acconti IRES per 8.000 euro. Caio deve sapere come dichiara la sua quota.

    Come si applica. Caio compila la Sezione II del quadro RH (righi RH5-RH6). Indica il codice fiscale della srl in colonna 1 e la sua quota del 35% in colonna 3. Il reddito imputato è 60.000 × 35% = 21.000 euro (colonna 4). La quota degli acconti IRES versati dalla srl imputata a Caio va in colonna 14 del rigo RH5. Il reddito di 21.000 euro confluisce nel rigo RH7, colonna 2, e, al netto delle eventuali perdite, nel rigo RH14, da cui passa al rigo RN1 del quadro RN, dove si somma agli altri suoi redditi IRPEF. Importante: le perdite pregresse maturate prima che la srl optasse per la trasparenza non possono essere usate da Caio per abbattere il reddito imputato dalla società.

    In pratica

    • Sezione II per la trasparenza srl ex art. 116 TUIR: il reddito è imputato in base alla quota di utili, non a quanto distribuito.
    • Gli acconti IRES già versati dalla srl vengono ‘girati’ al socio e scomputati dalla sua IRPEF.
    • Le perdite accumulate prima dell’opzione per la trasparenza restano in capo alla srl e non possono essere trasferite ai soci.

    Quadro RH colonna per colonna: codici, reddito minimo e concordato

    Ogni rigo da RH1 a RH4 corrisponde a una partecipazione. I dati si copiano dal prospetto che la società rilascia ai soci insieme al modello Redditi SP: quota percentuale, reddito o perdita, ritenute, crediti, oneri. La sezione II (righi RH5 e RH6) ha una struttura simile per le srl trasparenti, con in più la colonna 13 per l’eccedenza IRES della società e la colonna 14 per i suoi acconti.

    Quadro RH, righi RH1-RH4: cosa va in ogni colonna
    Colonna Cosa si indica
    1 Codice fiscale della società, associazione, impresa familiare o azienda coniugale
    2 Codice del tipo di partecipazione (da 1 a 8, vedi tabella sopra)
    3 Quota di partecipazione al reddito, in percentuale
    4 Quota di reddito imputata (la perdita con il segno meno): è il reddito effettivo, quello che la società espone nel quadro CP se ha aderito al concordato
    4A e 5 Quota di perdita non compensata; casella 5 barrata se la perdita è utilizzabile in misura piena (art. 84, comma 2, TUIR)
    6 e 7 Casella per il reddito dei terreni determinato nel quadro RA; casella per la detrazione dell’art. 13, comma 5, TUIR
    8 Quota di reddito «minimo» se la società è di comodo (art. 30 L. 724/1994): non si compensa con perdite di anni precedenti
    9, 10, 12 Ritenute subite dalla società, crediti d’imposta (esclusi quelli del quadro RU), oneri detraibili imputati al socio
    13 Quota di reddito fondiario non imponibile (società semplici, coltivatori diretti e IAP)
    13A-16 Concordato preventivo biennale: casella «CPB», quota del reddito concordato (colonna 14), perdita non compensata (15), quota della soglia minima di 2.000 euro (16)

    Reddito effettivo e reddito concordato. Se la società ha aderito al concordato preventivo biennale, nel quadro RH compaiono due importi diversi: in colonna 4 il reddito effettivo imputato (quello del quadro CP della società), in colonna 14 la quota del reddito concordato (quello che la società dichiara nel quadro RN). È la quota di colonna 14, mai inferiore a quella di colonna 16, che entra nel calcolo del rigo RH7. Per il funzionamento dell’istituto vedi la guida al concordato preventivo biennale.

    Società con gli ISA. Se partecipi a una società che applica gli indici sintetici di affidabilità fiscale va barrata la casella accanto alla sezione III: in questo caso gli acconti IRPEF si versano in due rate del 50 per cento ciascuna (rigo RN62).

    Chi non compila il quadro RH

    • Socio di srl non trasparente. Il quadro RH riguarda solo le srl che hanno optato per la trasparenza dell’art. 116 TUIR. Gli utili distribuiti da una srl ordinaria, formatisi dal 2018, subiscono una ritenuta del 26 per cento a titolo d’imposta e non si dichiarano; nel quadro RL vanno solo gli utili qualificati prodotti fino al 2017 con distribuzione deliberata entro il 31 dicembre 2022. Vedi utili SRL distribuiti ai soci.
    • Partecipazione detenuta dall’impresa. Se la quota è iscritta nell’inventario dell’impresa individuale del socio, il reddito o la perdita vanno nei quadri RF o RG, non nel quadro RH.
    • Collaboratori di impresa familiare in regime forfetario. Sono esonerati da dichiarazione e versamenti, perché l’imposta è versata per intero dal titolare.
    • Collaboratori di impresa familiare in perdita. Partecipano agli utili ma non alle perdite: se l’impresa chiude in perdita non compilano il quadro.

    Più società, liquidazione, redditi esteri: i casi particolari

    • Più di quattro partecipazioni nella sezione I, o più di due srl trasparenti nella sezione II: si compilano più moduli del quadro; i dati della sezione III vanno riportati solo sul primo.
    • Uscita dalla società o liquidazione. Se in sede di recesso, esclusione, riscatto, riduzione del capitale o liquidazione ricevi più di quanto hai pagato per la quota, la differenza va nel quadro RH con i codici da 5 a 8. Approfondimento: recesso dalla SNC o SAS e liquidazione della quota.
    • Imposte pagate all’estero dalla società: il credito si chiede nel quadro CE del fascicolo 3. I redditi di partecipazioni in imprese di Stati a fiscalità privilegiata seguono invece la tassazione separata del quadro RM.
    • Crediti d’imposta del quadro RU della società attribuiti ai soci e plusvalenze da exit tax con opzione per la tassazione separata: non vanno nel quadro RH ma, rispettivamente, nei quadri RU e TR.
    • Socio IAP di più società agricole: il reddito fondiario non imponibile complessivo (rigo RH26) non può superare 12.500 euro.

    Dal quadro RH al quadro RN: dove finisce il reddito

    Percorso degli importi del quadro RH
    Tipo di partecipazione Rigo del quadro RH Dove va
    Imprese (codici 1 e 5) e srl trasparenti RH14 (dopo le perdite di RH8-RH12) Rigo RN1
    Associazioni fra artisti e professionisti (codici 2 e 7) RH17 Rigo RN1; se negativo, perdita scomputabile
    Società semplici (codici 3, 4, 6 e 8) RH18, colonna 1 Rigo RN1, colonna 5
    Ritenute imputate RH19 Ritenute del quadro RN
    Reddito minimo da società di comodo RH7, colonna 1 Limite sotto cui il reddito non scende

    Le perdite che restano dopo la compensazione con il reddito di partecipazione vanno nel prospetto «Perdite d’impresa non compensate» del quadro RS. Come si formano e come le usa il socio è spiegato nella guida alle perdite delle società di persone imputate ai soci; per le vicende dei soci (ingresso, uscita, cessione della quota) vedi SNC e SAS: imputazione del reddito ai soci.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Devo compilare il quadro RH anche se la società non mi ha distribuito niente?

    Sì. La tassazione per trasparenza funziona per competenza, non per cassa: il reddito viene imputato nel momento in cui la società lo produce (chiusura del periodo d’imposta), indipendentemente dalla distribuzione effettiva. Se la snc o l’impresa familiare ha prodotto un utile nel 2025, la tua quota va dichiarata nel quadro RH del Modello Redditi PF 2026.

    Posso compensare la quota di perdita imputata dalla società con altri miei redditi?

    Dipende dal tipo di perdita e da come si è formata. Le perdite d’impresa del periodo corrente possono essere compensate con i redditi di impresa dello stesso periodo; l’eventuale eccedenza va riportata nel prospetto RS del Fascicolo 3. Le perdite maturate in periodi precedenti sono utilizzabili in misura limitata all’80 per cento del reddito (regola ordinaria) oppure in misura piena, se rientrano nei casi speciali dell’art. 84, comma 2, TUIR.

    Cosa succede se la società partecipata ha aderito al concordato preventivo biennale?

    Devi compilare colonne specifiche (dal 14 alla 16 nei righi RH1-RH4, oppure dal 15 al 17 nei righi RH5-RH6). Il limite minimo di reddito concordato di 2.000 euro viene ripartito tra i soci proporzionalmente alle quote di partecipazione. Il reddito da dichiarare non può essere inferiore alla tua quota del reddito concordato.

    Come funziona il quadro RH per l’azienda coniugale?

    Al coniuge non titolare va imputato il 50 per cento del reddito (o la diversa percentuale stabilita secondo l’art. 210 del Codice civile). Il coniuge compila il rigo RH1 con codice 1, indica il codice fiscale dell’azienda coniugale e riporta la propria quota di reddito in colonna 4.

    Il socio IAP (imprenditore agricolo professionale) ha limiti speciali?

    Sì. La quota di reddito fondiario non imponibile imputata da società agricole che fruiscono del regime agevolato per gli IAP non può superare complessivamente 12.500 euro. Se la somma delle quote agevolabili da più società eccede questo limite, il socio deve ridurre le quote non imponibili e aumentare corrispondentemente quelle imponibili nei righi RH1-RH4.

    Dove finisce il reddito del quadro RH nella dichiarazione?

    Il reddito da partecipazione in imprese e in srl trasparenti (codici 1 e 5) passa dal rigo RH7 al rigo RH14, al netto delle perdite, e da lì al rigo RN1. Il reddito delle associazioni fra artisti e professionisti va nel rigo RH17 e poi in RN1. Il reddito delle società semplici va nel rigo RH18, colonna 1, e poi nel rigo RN1, colonna 5.

    Il socio di una srl deve compilare il quadro RH?

    Solo se la srl ha optato per la trasparenza fiscale dell’art. 116 TUIR: in quel caso si usa la sezione II (righi RH5 e RH6). Se la srl non è trasparente, gli utili formatisi dal 2018 subiscono una ritenuta del 26 per cento a titolo d’imposta e non si dichiarano.

    Se partecipo a più società quanti moduli del quadro RH compilo?

    La sezione I ha quattro righi (RH1-RH4) e la sezione II due (RH5-RH6): oltre questi numeri si compilano più moduli. I totali della sezione III si riportano solo sul primo modulo.

  • Art. 113 L. 633/1941

    Art. 113 L. 633/1941

    Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.

    L'espropriazione è disposta per decreto Reale, su proposta del Ministro per la cultura popolare, di concerto con il Ministro per l'educazione nazionale, sentito il Consiglio di Stato.

    Nel decreto di espropriazione od in altro successivo è stabilita l'indennità spettante all'espropriato.

    Il decreto ha forza di titolo esecutivo nei riguardi sia degli aventi diritto, che dei terzi detentori delle cose materiali necessarie per l'esercizio dei diritti espropriati.

    Fonte: Normattiva.it.

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