Autore: Andrea Marton

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Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Art. 3 DPR 602/1973 – Riscossione mediante versamenti diretti

    Art. 3 DPR 602/1973 – Riscossione mediante versamenti diretti

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito

    Sono riscosse mediante versamento diretto al concessionario:

    1) le ritenute alla fonte effettuate, a norma degli articoli 23, 24, 25, 25-bis e 28 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, da parte di soggetti diversi da quelli indicati nel primo comma dell’art. 29 del predetto decreto e da quelli di cui al successivo comma del presente articolo;

    2) (numero abrogato dall’art. 3 decreto del Presidente della Repubblica 24 dicembre 1976 n. 920);

    3) l’imposta sul reddito delle persone giuridiche, nonché l’imposta sostitutiva di cui all’articolo 16-bis del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, dovute in base alla dichiarazione annuale;

    4) (numero abrogato dall’art. 1-bis, comma 1 decreto-legge 2 ottobre 1981 n. 546);

    5) le ritenute alla fonte sui dividendi a norma degli articoli 27 e 73 del decreto indicato al n. 1);

    6) l’imposta locale sui redditi dovuta in base alla dichiarazione annuale dei soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche che si avvalgono della facoltà di approvare il bilancio, a norma di leggi speciali, oltre sei mesi dalla data di chiusura dell’esercizio.

    Sono riscosse mediante versamento diretto alle sezioni di tesoreria provinciale dello Stato:

    a) le ritenute operate dalle amministrazioni della Camera dei deputati, del Senato e della Corte costituzionale a norma dell’art. 29, commi quarto e quinto, del decreto indicato al primo comma, n. 1);

    b) le ritenute operate ai sensi del comma 4 dell’articolo 27 del decreto indicato al primo comma, numero 1);

    c) l’imposta sul reddito delle persone fisiche dovuta in base alla dichiarazione annuale, nonché l’imposta sostitutiva di cui all’articolo 16-bis del testo unico delle imposte sui redditi, ad esclusione dell’imposta applicabile sui redditi soggetti a tassazione separata ai sensi dell’articolo 16 del medesimo decreto;

    d) le ritenute alla fonte applicabili sui redditi di cui all’art. 26, comma 1, del decreto indicato al n. 1), maturati nel periodo d’imposta ancorché non corrisposti;

    e) le ritenute alla fonte sui redditi di cui all’art. 26, comma 2, del decreto indicato al n. 1), maturati nel periodo d’imposta ancorché non corrisposti;

    f) le ritenute sui redditi di cui all’articolo 26, commi 3, 3-bis e 5, del decreto indicato nel numero 1, ivi compresa la somma dovuta in caso di anticipato rimborso di obbligazioni e titoli similari.

    g) le ritenute alla fonte sui premi di cui all’art. 30 del decreto indicato al n. 1), maturati nel periodo d’imposta ancorché non corrisposti;

    h) le ritenute alla fonte operate dalle aziende di credito e dagli istituti di credito a norma dell’art. 1 del D.L. 2 ottobre 1981, n. 546;

    h-bis) le ritenute operate dagli enti pubblici di cui alle tabelle A e B allegate alla legge 29 ottobre 1984, n. 720.

  • Liquidazione di una società: come funziona la dichiarazione fiscale

    In sintesi

    • La messa in liquidazione spezza il periodo d’imposta: per il periodo dall’inizio dell’esercizio alla data di effetto dello scioglimento il liquidatore presenta una dichiarazione autonoma, entro l’ultimo giorno del nono mese successivo a quella data.
    • Per SRL e SPA la data di effetto è quella di iscrizione nel registro delle imprese della delibera di scioglimento o della dichiarazione degli amministratori (art. 2484 c.c.), non quella dell’assemblea.
    • Se la liquidazione dura più anni, si presenta una dichiarazione per la residua frazione del primo esercizio e una per ogni esercizio successivo, nei termini ordinari; alla fine, la dichiarazione finale entro nove mesi dalla chiusura o dal deposito del bilancio finale.
    • Per le liquidazioni iniziate dopo il 31 dicembre 2024 l’art. 182 TUIR, riscritto dal D.Lgs. 192/2024, tassa ogni esercizio intermedio in via ordinaria; se la liquidazione si chiude entro cinque esercizi (società di capitali) o tre (imprese individuali e società di persone), le perdite finali possono ridurre i redditi degli esercizi precedenti.
    • Per le liquidazioni iniziate prima vale il vecchio sistema dei redditi provvisori con conguaglio sul bilancio finale.
    • Ai fini IVA l’anno non si spezza: la dichiarazione IVA resta annuale e la firma il liquidatore.

    Come funziona la dichiarazione fiscale quando una società si mette in liquidazione

    Quando una società decide di chiudere i battenti attraverso la liquidazione volontaria, che il TUIR chiama «liquidazione ordinaria», le regole fiscali cambiano in modo significativo. Non si tratta solo di chiudere i libri contabili: la liquidazione genera obblighi dichiarativi specifici, disciplinati dall’art. 182 del TUIR (determinazione del reddito) e dall’art. 5 del DPR 322/1998 (dichiarazioni e termini).

    Il principio fondamentale è che la messa in liquidazione spezza il normale periodo d’imposta. Il primo stacco avviene alla data in cui si producono gli effetti dello scioglimento: per le società di capitali è la data di iscrizione nel registro delle imprese della dichiarazione con cui gli amministratori accertano la causa di scioglimento oppure, se lo scioglimento è deciso dall’assemblea, della relativa delibera (art. 2484 c.c.). Il reddito del periodo che va dall’inizio dell’esercizio a quella data (periodo «ante liquidazione») si determina con un apposito conto economico e va dichiarato a parte, entro l’ultimo giorno del nono mese successivo.

    Dopo questo primo stacco iniziano i periodi di liquidazione veri e propri. Se la liquidazione si protrae oltre l’esercizio in cui è iniziata, il liquidatore presenta, nei termini ordinari, la dichiarazione per la residua frazione di quell’esercizio e quelle di ogni esercizio successivo (art. 5, comma 3, del DPR 322/1998). Chiusa la liquidazione, presenta la dichiarazione relativa al risultato finale entro nove mesi dalla chiusura o dal deposito del bilancio finale.

    Il modo in cui si tassano gli esercizi intermedi è cambiato con il D.Lgs. 192/2024, che ha riscritto l’art. 182 per le liquidazioni iniziate dopo la sua entrata in vigore, il 31 dicembre 2024. Per le società di capitali il reddito di ciascun esercizio intermedio si determina in base al rispettivo bilancio, al netto delle perdite precedenti, e si liquida l’imposta: non è più «provvisorio». Se la liquidazione si chiude entro cinque esercizi, compreso quello in cui è iniziata, la società può rideterminare il reddito dell’ultimo esercizio e, a ritroso, quello dei precedenti, usando le perdite che residuano alla chiusura (il cosiddetto riporto all’indietro). Per le imprese individuali e le società di persone il reddito della residua frazione e di ogni esercizio intermedio concorre ogni anno al reddito dell’imprenditore o dei soci; se la liquidazione dura non più di tre esercizi, si può rideterminare il reddito con le perdite residue e i soci possono chiedere la tassazione separata.

    Le dichiarazioni della società in liquidazione (art. 182 TUIR e art. 5 DPR 322/1998)
    Periodo Dichiarazione Termine
    Ante liquidazione: dall’inizio dell’esercizio alla data di effetto dello scioglimento Dichiarazione autonoma, con un apposito conto economico Ultimo giorno del nono mese successivo alla data di effetto
    Residua frazione del primo esercizio di liquidazione Dichiarazione del periodo, se la liquidazione non si chiude nello stesso esercizio Termini ordinari
    Esercizi intermedi Una dichiarazione per ogni esercizio, con il reddito del rispettivo bilancio Termini ordinari
    Chiusura della liquidazione Dichiarazione del risultato finale, sulla base del bilancio finale Entro nove mesi dalla chiusura o dal deposito del bilancio finale
    Liquidazione iniziata dopo il 31 dicembre 2024 e chiusa entro 5 esercizi (società di capitali) o 3 (imprese individuali e società di persone) Possibile rideterminazione dei redditi degli esercizi precedenti con le perdite finali (per le società di capitali con dichiarazione integrativa) Dopo la chiusura

    Esempio pratico

    • L’assemblea di Alfa SRL delibera lo scioglimento il 25 giugno 2025 e la delibera è iscritta nel registro delle imprese il 30 giugno 2025: gli effetti decorrono dal 30 giugno. Il periodo dal 1° gennaio al 30 giugno 2025 è il periodo ante liquidazione: la dichiarazione va presentata entro il 31 marzo 2026 con il modello REDDITI SC 2025, perché il periodo si è chiuso prima del 31 dicembre 2025. Dal 1° luglio 2025 inizia la liquidazione: la residua frazione del 2025 si dichiara con il modello REDDITI SC 2026 nei termini ordinari, che nel 2026 scadono il 2 novembre perché il 31 ottobre è sabato. Se il liquidatore deposita il bilancio finale nel 2027, la liquidazione si chiude nel terzo esercizio: entro il limite dei cinque esercizi, Alfa SRL potrà usare le perdite finali per rideterminare i redditi del 2025 e del 2026.

    Documenti necessari

    • Verbale di scioglimento o dichiarazione degli amministratori, con la data di iscrizione nel registro delle imprese
    • Situazione dei conti alla data di effetto dello scioglimento e rendiconto degli amministratori consegnati ai liquidatori (art. 2487-bis c.c.)
    • Conto economico del periodo ante liquidazione
    • Bilanci di ciascun esercizio di liquidazione
    • Bilancio finale di liquidazione
    • Visura camerale aggiornata con la nomina del liquidatore

    Caso 1 – Alfa SRL: liquidazione breve (un solo esercizio)

    Scenario. Alfa SRL, che opera nel settore commerciale, ha iscritto la delibera di scioglimento il 1° aprile 2025. Il liquidatore chiude tutte le pendenze e il bilancio finale di liquidazione è depositato il 20 dicembre 2025.

    Come si applica. Si hanno due periodi: dal 1° gennaio al 31 marzo 2025 (ante liquidazione) e dal 1° aprile al 20 dicembre 2025 (liquidazione). Poiché la liquidazione si chiude nello stesso esercizio, il reddito del periodo di liquidazione si determina direttamente sul bilancio finale. Le due dichiarazioni hanno termini diversi: quella del periodo ante liquidazione va presentata entro l’ultimo giorno del nono mese successivo al 31 marzo, cioè entro il 31 dicembre 2025; quella del risultato finale entro nove mesi dal deposito del bilancio finale. Entrambi i periodi si sono chiusi prima del 31 dicembre 2025, quindi si usa il modello REDDITI SC 2025.

    In pratica

    • Due dichiarazioni autonome: una per il periodo ante liquidazione, una per il periodo di liquidazione.
    • Se la liquidazione si chiude nello stesso anno, il reddito si determina sul bilancio finale.
    • Il termine della prima dichiarazione decorre dalla data di effetto dello scioglimento, quello della dichiarazione finale dalla chiusura o dal deposito del bilancio finale.
    • Conserva la visura con la data di iscrizione dello scioglimento: è quella che conta.

    Caso 2 – Beta SNC: liquidazione pluriennale e redditi dei soci

    Scenario. Beta SNC, con due soci (Tizio e Caio), si scioglie con effetto dal 15 settembre 2025. La procedura si prolunga per tutto il 2026 e il bilancio finale è redatto nel marzo 2027.

    Come si applica. Il periodo ante liquidazione va dal 1° gennaio al 14 settembre 2025 e va dichiarato autonomamente, con il modello REDDITI SP 2025. Dal 15 settembre al 31 dicembre 2025 c’è la residua frazione del primo esercizio di liquidazione; il 2026 è un esercizio intermedio. Poiché la liquidazione è iniziata dopo il 31 dicembre 2024, si applica il nuovo art. 182: il reddito della residua frazione del 2025 e quello del 2026 concorrono ogni anno, pro quota, al reddito complessivo di Tizio e Caio (tassazione per trasparenza). La liquidazione si chiude nel 2027, cioè entro tre esercizi compreso il 2025: la società può rideterminare i redditi degli esercizi precedenti con le perdite residue e i soci possono chiedere la tassazione separata del reddito di liquidazione.

    In pratica

    • Nelle società di persone il reddito di ogni esercizio di liquidazione passa ai soci, anno per anno.
    • Il limite da tenere d’occhio è di tre esercizi, compreso quello di inizio: entro quel limite si possono usare le perdite finali e chiedere la tassazione separata.
    • Ogni anno di liquidazione ha la sua dichiarazione REDDITI SP.

    Quale modello REDDITI usare per il periodo ante liquidazione

    Le istruzioni generali dei modelli REDDITI 2026 chiariscono che per i periodi d’imposta chiusi prima del 31 dicembre 2025 si usa il modello REDDITI 2025, approvato nel corso del 2025; il modello REDDITI 2026 si usa per i periodi chiusi il 31 dicembre 2025 o in corso a quella data. La regola vale anche per le società di persone. In pratica, per un periodo ante liquidazione chiuso, per esempio, il 30 giugno 2025 si usa il modello dell’anno 2025; per uno chiuso nel 2026 si userà il modello 2026.

    Il frontespizio della dichiarazione: codici Situazione e Stato

    Codici del frontespizio REDDITI per la società in liquidazione (istruzioni generali 2026)
    Campo Codice Quando
    Situazione 6 Periodo normale e periodo dall’inizio dell’esercizio alla messa in liquidazione
    Situazione 1 Periodo che inizia dalla data di messa in liquidazione
    Situazione 2 Periodi successivi a quello di messa in liquidazione
    Situazione 3 Periodo in cui la liquidazione è terminata
    Stato 2 Soggetto in liquidazione per cessazione di attività

    Nel modello REDDITI SC 2026 ci sono anche la casella «Liquid. art. 18 d.lgs. 192/24», da barrare se il periodo della dichiarazione è compreso tra l’inizio e la chiusura di una liquidazione iniziata dopo il 31 dicembre 2024, e il campo «Data chiusura liquidazione (art. 182 TUIR)», da compilare nella dichiarazione integrativa con cui si riportano all’indietro le perdite finali.

    Dichiarazione IVA della società in liquidazione

    Ai fini IVA la liquidazione volontaria non spezza l’anno: le istruzioni del modello IVA 2026 non prevedono una dichiarazione separata per il periodo ante liquidazione, e la dichiarazione annuale la firma il liquidatore con il codice carica 8. Durante la liquidazione la società continua a fatturare le operazioni che compie. L’ultima dichiarazione IVA si presenta nell’anno successivo a quello di cessazione dell’attività, che per le imprese coincide con l’ultimazione delle operazioni relative alla liquidazione dell’azienda.

    Società fallita o in liquidazione giudiziale: chi presenta la dichiarazione

    Nella liquidazione giudiziale (il vecchio fallimento) e nella liquidazione coatta amministrativa le dichiarazioni le presenta il curatore o il commissario liquidatore: quella del periodo ante procedura entro l’ultimo giorno del nono mese successivo alla nomina, quella finale entro l’ultimo giorno del nono mese successivo alla chiusura della procedura (art. 5, comma 4, DPR 322/1998). Per l’IVA il curatore presenta anche, entro quattro mesi dalla nomina, il modello IVA 74-bis per le operazioni registrate nella parte dell’anno anteriore alla procedura.

    Liquidazioni iniziate fino al 31 dicembre 2024: le vecchie regole

    Per le liquidazioni iniziate prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 192/2024 continua a valere il testo previgente dell’art. 182: il reddito degli esercizi intermedi è determinato in via provvisoria, salvo conguaglio in base al bilancio finale. I redditi provvisori diventano definitivi se la liquidazione dura più di cinque esercizi (società di capitali) o più di tre (imprese individuali e società di persone), oppure se il bilancio finale non viene presentato.

    Gli aspetti civilistici (cause di scioglimento, nomina del liquidatore, cancellazione) sono nella guida su come funziona la liquidazione di una società; contenuto e approvazione del bilancio finale nella guida sul bilancio finale di liquidazione.

    Quando rivolgersi a un professionista

    Date di effetto, scelta del modello, riporto delle perdite e tassazione separata dei soci vanno verificati sul singolo caso, partendo dalla visura e dai bilanci. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Cosa succede fiscalmente quando una società si mette in liquidazione?

    Il periodo d’imposta si spezza alla data di effetto dello scioglimento. Il periodo dall’inizio dell’esercizio a quella data (ante liquidazione) ha una dichiarazione autonoma; seguono le dichiarazioni degli esercizi di liquidazione e quella finale, sulla base del bilancio finale.

    Da quando decorre la liquidazione ai fini fiscali?

    Dalla data in cui si producono gli effetti dello scioglimento: per SRL e SPA è la data di iscrizione nel registro delle imprese della delibera di scioglimento o della dichiarazione degli amministratori che accerta la causa (art. 2484 c.c.), non la data dell’assemblea.

    Entro quando va presentata la dichiarazione del periodo ante liquidazione?

    Entro l’ultimo giorno del nono mese successivo alla data di effetto dello scioglimento (art. 5 del DPR 322/1998). Per esempio, con effetto dal 30 giugno 2025 il termine è il 31 marzo 2026.

    Quale modello REDDITI si usa per il periodo ante liquidazione?

    Per i periodi chiusi prima del 31 dicembre 2025 si usa il modello REDDITI 2025 (SC o SP); per quelli chiusi il 31 dicembre 2025 o in corso a quella data il modello REDDITI 2026. Lo dicono le istruzioni generali dei modelli REDDITI 2026.

    Quante dichiarazioni dei redditi deve presentare una società in liquidazione?

    Almeno due: una per il periodo ante liquidazione e una finale. Se la liquidazione dura più anni, si aggiunge una dichiarazione per la residua frazione del primo esercizio e una per ogni esercizio intermedio, nei termini ordinari.

    Il reddito degli anni di liquidazione è ancora provvisorio?

    Dipende da quando è iniziata la liquidazione. Per quelle iniziate dopo il 31 dicembre 2024 il reddito di ogni esercizio intermedio si tassa in via ordinaria; se la liquidazione si chiude entro cinque esercizi (tre per le società di persone) le perdite finali possono ridurre i redditi già dichiarati. Per quelle iniziate prima resta il sistema dei redditi provvisori con conguaglio sul bilancio finale.

    Cosa cambia per una società di persone in liquidazione?

    Il reddito di ogni esercizio di liquidazione concorre anno per anno al reddito dei soci. Se la liquidazione dura non più di tre esercizi, compreso quello di inizio, si può rideterminare il reddito con le perdite residue e i soci possono chiedere la tassazione separata.

    La dichiarazione IVA si divide come quella dei redditi?

    No. Per la liquidazione volontaria la dichiarazione IVA resta annuale e la firma il liquidatore con il codice carica 8. L’ultima si presenta nell’anno successivo alla cessazione dell’attività.

  • Articolo 83 TU Giustizia Tributaria: Udienza a distanza

    Art. 83 D.Lgs. 175/2024 – Udienza a distanza

    Testo vigente – D.Lgs. 14 novembre 2024, n. 175 (Testo unico della giustizia tributaria) (aggiornato da Normattiva)

    1. I contribuenti e i loro difensori, gli enti impositori e i soggetti della riscossione, i giudici e il personale amministrativo delle corti di giustizia tributaria di primo e secondo grado possono partecipare alle udienze di cui agli articoli 81 e 82 da remoto. La discussione da remoto è chiesta nel ricorso, nel primo atto difensivo o in apposita istanza notificata alle altre parti costituite entro il termine di cui all'articolo 80, comma 2, ed è depositata in segreteria unitamente alla prova della notificazione. Nei casi di trattazione delle cause da remoto la segreteria comunica, almeno tre giorni prima dell'udienza, l'avviso dell'ora e delle modalità di collegamento. Nel verbale di udienza viene dato atto delle modalità con cui si accerta l'identità dei partecipanti e della loro libera volontà di parteciparvi, anche ai fini della disciplina sulla protezione dei dati personali. I verbali e le decisioni deliberate all'esito dell'udienza o della camera di consiglio si considerano, rispettivamente, formati ed assunte nel comune in cui ha sede l'ufficio giudiziario presso il quale è stato iscritto il ricorso trattato. Il luogo dal quale si collegano i giudici, i difensori, le parti che si difendono personalmente e il personale amministrativo è considerato aula di udienza a tutti gli effetti di legge.

  • Art. 2 DPR 602/1973 – Riscossione per ritenuta diretta

    Art. 2 DPR 602/1973 – Riscossione per ritenuta diretta

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito

    Le imposte sono pagate per ritenuta diretta nei casi indicati dalla legge e secondo le modalità previste dalle norme sulla contabilità generale dello Stato.

  • Art. 1 DPR 602/1973 – Modalità di riscossione delle imposte

    Art. 1 DPR 602/1973 – Modalità di riscossione delle imposte

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito

    Le imposte sui redditi sono riscosse mediante:

    a) ritenuta diretta;

    b) versamenti diretti del contribuente all’esattoria e alle sezioni di tesoreria provinciale dello Stato;

    c) iscrizione nei ruoli.

  • Art. 29 L. 633/1941

    Art. 29 L. 633/1941

    Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.

    La durata dei diritti esclusivi di utilizzazione economica spettanti, a termini dell'art. 11, alle Amministrazioni dello Stato, al Partito Nazionale Fascista, alle Provincie, ai Comuni, alle Accademie, agli enti pubblici culturali nonché agli enti privati che non perseguano scopi di lucro, è di vent'anni a partire dalla prima pubblicazione, qualunque sia la forma nella quale la pubblicazione è stata effettuata.

    Per le comunicazioni e le memorie pubblicate dalle Accademie e dagli altri enti pubblici culturali tale durata è ridotta a due anni; trascorsi i quali, l'autore riprende integralmente la libera disponibilità dei suoi scritti.

    Fonte: Normattiva.it.

  • Art. 87 D.Lgs. 151/2001 – Disposizioni regolamentari di attuazione

    Art. 87 D.Lgs. 151/2001 – Disposizioni regolamentari di attuazione

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Fino all’entrata in vigore delle disposizioni regolamentari di attuazione del presente testo unico, emanate ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, si applicano le disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 1976, n. 1026, salvo quanto stabilito dall’articolo 86 del presente testo unico.

    2. Le disposizioni del citato decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 1976, n. 1026, che fanno riferimento alla disciplina della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, sono da intendersi riferite alle corrispondenti disposizioni del presente testo unico.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Art. 86 D.Lgs. 151/2001 – Disposizioni abrogate

    Art. 86 D.Lgs. 151/2001 – Disposizioni abrogate

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Restano abrogate le seguenti disposizioni:

    a) gli articoli 18 e 19 della legge 26 aprile 1934, n. 653;

    b) la legge 26 agosto 1950, n. 860.

    2. Dalla data di entrata in vigore del presente testo unico, sono abrogate, in particolare, le seguenti disposizioni legislative:

    a) la legge 30 dicembre 1971, n. 1204 e successive modificazioni;

    b) il secondo comma dell’articolo 3; i commi 1 e 2, lettere a) e b), dell’articolo 5; gli articoli 6, 6-bis, 6-ter e 8 della legge 9 dicembre 1977, n. 903;

    c) la lettera n) del comma 3 dell’articolo 31 e l’articolo 39-quater della legge 4 maggio 1983, n. 184, nonché le parole “e gli articoli 6 e 7 della legge 9 dicembre 1977, n. 903, si applicano anche agli affidatari di cui al comma precedente” del secondo comma dell’articolo 80 della legge 4 maggio 1983, n. 184;

    d) il comma 4 dell’articolo 31 della legge 28 febbraio 1986, n. 41;

    e) la legge 29 dicembre 1987, n. 546;

    f) l’articolo 13 della legge 7 agosto 1990, n. 232, così come modificato dall’articolo 3 del decreto-legge 6 maggio 1994, n. 271, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 luglio 1994, n. 433;

    g) la legge 11 dicembre 1990, n. 379;

    h) l’articolo 8 del decreto-legge 29 marzo 1991, n. 103, convertito, con modificazioni, dalla legge 1 giugno 1991, n. 166;

    i) il comma 1 dell’articolo 33 della legge 5 febbraio 1992, n. 104;

    j) i commi 1 e 3 dell’articolo 14 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 503;

    k) i commi 3, 4 e 5 dell’articolo 6 del decreto-legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236;

    l) il comma 2 dell’articolo 2 del decreto legislativo 9 settembre 1994, n. 566;

    m) l’articolo 69 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230;

    n) l’articolo 2 del decreto legislativo 16 settembre 1996, n. 564;

    o) il decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 645;

    p) il comma 15 dell’articolo 8 del decreto legislativo 1 dicembre 1997, n. 468;

    q) l’articolo 66 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, così come modificato dagli articoli 50 e 63 della legge 17 maggio 1999, n. 144;

    r) i commi 1, 8, 9, 10, 11, 12, 13 e 14 dell’articolo 49 della legge 23 dicembre 1999, n. 488;

    s) i commi 2 e 3 dell’articolo 4 e i commi 2 e 3 dell’articolo 5 del decreto legislativo 31 gennaio 2000, n. 24;

    t) il comma 5 dell’articolo 3, il comma 4-bis dell’articolo 4 e l’articolo 10 e i commi 2 e 3 dell’articolo 12, salvo quanto previsto dalla lettera dd) dell’articolo 85 del presente testo unico, e l’articolo 14 della legge 8 marzo 2000, n. 53;

    u) i commi 10 e 11 dell’articolo 80 della legge 23 dicembre 2000, n. 388.

    3. Dalla data di entrata in vigore del presente testo unico, sono abrogate le seguenti disposizioni regolamentari:

    a) gli articoli 1, 11 e 21 del decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 1976, n. 1026.

    3-bis. Le disposizioni di cui agli articoli 17 e 18 della legge 8 marzo 2000, n. 53, non si applicano con riferimento ai congedi disciplinati dal presente testo unico.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Trasferire la sede della società all’estero: la exit tax

    In sintesi

    • Il trasferimento della residenza fiscale all’estero comporta il realizzo al valore di mercato dei beni aziendali non confluiti in una stabile organizzazione italiana.
    • Si tratta della cosiddetta exit tax, disciplinata dall’art. 166 TUIR.
    • Le plusvalenze latenti – quelle che si erano accumulate ma non erano ancora state tassate – vengono tassate al momento del trasferimento.
    • Se il trasferimento avviene verso uno Stato UE o SEE, è possibile optare per la rateizzazione dell’imposta.
    • I beni che restano in una stabile organizzazione in Italia non sono soggetti a exit tax.
    • In entrata (trasferimento in Italia dall’estero) si applicano regole speciali di valorizzazione dei beni.

    Cos'è la exit tax e quando si applica al trasferimento della sede

    Trasferire la sede legale e fiscale di una società all’estero è un’operazione sempre più comune nel mondo degli affari. Ma dal punto di vista fiscale italiano non è un passo indolore: scatta la cosiddetta exit tax, cioè un’imposta sulle plusvalenze latenti che si erano accumulate sui beni aziendali durante gli anni di residenza in Italia.

    La logica è comprensibile: finché la società rimane in Italia, lo Stato può tassare i guadagni quando si realizzeranno. Se la società parte, i guadagni non ancora tassati potrebbero sfuggire definitivamente all’imposizione italiana. La exit tax serve proprio a evitare questo: al momento del trasferimento, quei guadagni latenti vengono ‘cristallizzati’ e tassati come se fossero stati realizzati.

    La disciplina è contenuta nell’art. 166 del TUIR. Il meccanismo è il seguente: al momento del trasferimento della residenza fiscale all’estero, i componenti dell’azienda (beni materiali, immateriali, crediti, avviamento) vengono valorizzati al loro valore di mercato. Se questo valore supera il costo fiscalmente riconosciuto dei beni, emerge una plusvalenza latente che viene tassata. Non è necessario che i beni siano stati venduti: basta che la società abbia spostato la propria residenza fiscale.

    C’è però un’importante eccezione: i beni che rimangono in Italia attraverso una stabile organizzazione – cioè una sede operativa permanente che continua a fare affari in Italia – non sono soggetti a exit tax. In quel caso lo Stato italiano mantiene la potestà impositiva su quei beni, perché sono ancora ‘raggiungibili’ fiscalmente.

    Exit tax: schema riassuntivo (art. 166 TUIR)
    Elemento Regola
    Quando si applica Al trasferimento della residenza fiscale all'estero
    Cosa viene tassato Plusvalenze latenti sui beni aziendali (valore di mercato meno costo fiscale)
    Beni esclusi Beni rimasti in una stabile organizzazione in Italia
    Rateizzazione Possibile se il trasferimento è verso uno Stato UE o SEE
    Beni in entrata Regole speciali di valorizzazione ('entry tax') per chi trasferisce in Italia

    Esempio pratico

    • Alfa SRL, con sede a Milano, decide di trasferire la residenza fiscale in Germania. Possiede un brevetto il cui costo fiscalmente riconosciuto è 50.000 euro e il cui valore di mercato al momento del trasferimento è 200.000 euro. Emerge una plusvalenza latente di 150.000 euro, soggetta a exit tax. Poiché la Germania è uno Stato UE, Alfa SRL può optare per la rateizzazione dell’imposta invece di pagarla tutta subito. I beni che restano in un eventuale ufficio italiano (stabile organizzazione) non sono inclusi nel calcolo.

    Documenti necessari

    • Delibera assembleare di trasferimento della sede sociale all’estero
    • Perizia o documentazione del valore di mercato dei beni aziendali alla data del trasferimento
    • Inventario dei beni aziendali con distinzione tra quelli trasferiti all’estero e quelli rimasti in stabile organizzazione italiana
    • Documentazione del costo fiscalmente riconosciuto di ciascun bene (immateriali, materiali, partecipazioni)
    • Dichiarazione dei redditi per il periodo ante-trasferimento
    • Eventuale opzione per la rateizzazione (per trasferimenti in UE/SEE)

    Caso 1 – Alfa SRL trasferisce la sede in Francia (UE): plusvalenza latente con rateizzazione

    Scenario. Alfa SRL, con sede a Roma, opera nel settore tecnologico e possiede un pacchetto di brevetti e marchi con un costo fiscalmente riconosciuto complessivo di 80.000 euro. Al momento del trasferimento in Francia il loro valore di mercato è stimato in 300.000 euro. Alfa SRL non mantiene nessuna sede operativa in Italia.

    Come si applica. La plusvalenza latente è 300.000 – 80.000 = 220.000 euro. Questa somma è soggetta a exit tax al momento del trasferimento. Poiché la Francia è uno Stato membro dell’Unione Europea, Alfa SRL può optare per la rateizzazione dell’imposta: invece di pagare tutto subito, può distribuire il pagamento nel tempo. I soci e gli amministratori devono coordinare questa operazione con un consulente fiscale sia italiano che francese, perché la dichiarazione finale in Italia deve essere presentata per il periodo di residenza italiana.

    In pratica

    • Fai valorizzare al valore di mercato tutti i beni aziendali prima del trasferimento.
    • Calcola le plusvalenze latenti: valore di mercato meno costo fiscalmente riconosciuto.
    • Se vai in un Paese UE o SEE, chiedi la rateizzazione: non devi pagare tutto subito.
    • I beni che resti in una sede italiana non rientrano nel calcolo della exit tax.

    Caso 2 – Alfa SRL trasferisce la sede a Dubai (extra-UE): pagamento immediato

    Scenario. Alfa SRL decide di spostare la residenza fiscale negli Emirati Arabi Uniti. La società possiede macchinari (valore di mercato 120.000 euro, costo fiscale 90.000 euro) e un magazzino in affitto. Non ci sono beni intangibili rilevanti. Alfa SRL mantiene un piccolo ufficio a Milano come stabile organizzazione.

    Come si applica. Gli Emirati Arabi non appartengono né all’UE né allo SEE, quindi non è disponibile la rateizzazione: l’exit tax deve essere pagata integralmente nell’anno del trasferimento. La plusvalenza latente sui macchinari è 120.000 – 90.000 = 30.000 euro. Questa viene tassata. Il magazzino in affitto non genera plusvalenza (è un diritto d’uso, non un bene di proprietà). I beni che rimangono nell’ufficio milanese (stabile organizzazione) sono esclusi dall’exit tax: lo Stato italiano continua a tassarli normalmente.

    In pratica

    • Se vai in un Paese extra-UE ed extra-SEE, non hai la rateizzazione: paghi subito.
    • I beni rimasti nella stabile organizzazione italiana sono esclusi dalla exit tax.
    • I diritti d’uso (affitti) non generano plusvalenza: conta solo ciò che possiedi.
    • Pianifica il trasferimento con anticipo: l’imposta può essere significativa.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Cos'è la exit tax per le società?

    È l’imposta che scatta quando una società trasferisce la propria residenza fiscale all’estero. Al momento del trasferimento, i beni aziendali vengono valorizzati al valore di mercato e le plusvalenze latenti (guadagni accumulati ma non ancora tassati) vengono tassate come se fossero state realizzate. La disciplina è contenuta nell’art. 166 TUIR.

    Quali beni sono soggetti alla exit tax?

    Tutti i componenti dell’azienda che vengono trasferiti all’estero insieme alla sede: beni materiali (macchinari, immobili), beni immateriali (brevetti, marchi, avviamento), crediti. Sono esclusi i beni che rimangono in una stabile organizzazione in Italia, perché lo Stato italiano mantiene su di essi la potestà impositiva.

    È possibile rateizzare la exit tax?

    Sì, ma solo se il trasferimento avviene verso uno Stato membro dell’Unione Europea o dello Spazio Economico Europeo (SEE). In quel caso la società può optare per la rateizzazione dell’imposta invece di pagarla tutta subito. Per i trasferimenti in Paesi extra-UE/SEE non è prevista questa opzione.

    Come si calcola la plusvalenza latente soggetta a exit tax?

    La plusvalenza latente è la differenza tra il valore di mercato del bene alla data del trasferimento e il suo costo fiscalmente riconosciuto. Il valore di mercato è il prezzo al quale il bene potrebbe essere ceduto tra soggetti indipendenti. Spesso è necessaria una perizia professionale per documentare questo valore.

    La exit tax si applica anche ai soci?

    La exit tax dell’art. 166 TUIR riguarda direttamente la società che trasferisce la residenza. Regole diverse si applicano alle persone fisiche che trasferiscono la propria residenza all’estero. Nel caso della società, l’onere fiscale ricade sull’entità giuridica, non direttamente sui soci.

    Cosa sono le regole 'entry tax' per le società che arrivano in Italia?

    Quando una società straniera trasferisce la residenza in Italia, si applicano regole speciali di valorizzazione dei beni: i beni entrano nel sistema fiscale italiano con un valore inizialmente riconosciuto. Queste regole servono a determinare il punto di partenza per le future plusvalenze o minusvalenze tassabili in Italia.

  • Art. 85 D.Lgs. 151/2001 – Disposizioni in vigore

    Art. 85 D.Lgs. 151/2001 – Disposizioni in vigore

    D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 – T.U. tutela e sostegno della maternità e paternità

    1. Restano in vigore, in particolare, le seguenti disposizioni legislative, fatte salve le disapplicazioni disposte dai contratti collettivi ai sensi dell’articolo 72, comma 1, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29 :

    a) l’articolo 41 del decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3;

    b) l’articolo 157-sexies del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n. 18, come sostituito dall’articolo 1 del decreto legislativo 7 aprile 2000, n. 103;

    c) l’articolo 3 della legge 8 agosto 1972, n. 457;

    d) l’articolo 10 della legge 18 maggio 1973, n. 304;

    e) la lettera c) del comma 2 dell’articolo 5 della legge 9 dicembre 1977, n. 903;

    f) l’articolo 74 della legge 23 dicembre 1978, n. 833;

    g) l’articolo 1 del decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 febbraio 1980, n. 33;

    h) il comma 2 dell’articolo 54 della legge 1 aprile 1981, n. 121;

    i) l’articolo 12 della legge 23 aprile 1981, n. 155;

    j) l’articolo 8-bis del decreto-legge 30 aprile 1981, n. 168, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 giugno 1981, n. 331;

    k) l’articolo 14 del decreto-legge 22 dicembre 1981, n. 791, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 1982, n. 54;

    l) l’articolo 7 della legge 26 aprile 1985, n. 162;

    m) LETTERA SOPPRESSA DAL D.LGS. 15 GIUGNO 2015, N. 80;

    n) il comma 1-bis dell’articolo 3 del decreto-legge 22 gennaio 1990, n. 6, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 1990, n. 58;

    o) il comma 8 dell’articolo 7 della legge 23 luglio 1991, n. 223;

    p) il comma 2 dell’articolo 7, il comma 2 dell’articolo 18 e il comma 2 dell’articolo 27 del decreto legislativo 30 ottobre 1992, n. 443;

    q) il comma 4 dell’articolo 2 del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 197;

    r) il comma 2, seconda parte, dell’articolo 5 del decreto legislativo 12 maggio 1995, n. 201;

    s) il comma 40 dell’articolo 1 della legge 8 agosto 1995, n. 335;

    t) gli articoli 5, 7 e 8 del decreto legislativo 16 settembre 1996, n. 564;

    u) l’articolo 23 della legge 4 marzo 1997, n. 62;

    v) il comma 16 dell’articolo 59 della legge 27 dicembre 1991, n. 449;

    w) il comma 2 dell’articolo 2 del decreto-legge 20 gennaio 1998, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 marzo 1998, n. 52;

    x) il comma 1 dell’articolo 25 e il comma 3 dell’articolo 34 e il comma 3 dell’articolo 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286;

    y) la lettera a) del comma 5 dell’articolo 1 del decreto legislativo 29 aprile 1998, n. 124;

    z) LETTERA SOPPRESSA DAL D.LGS. 15 GIUGNO 2015, N. 80;

    aa) la lettera e) del comma 2, dell’articolo 1 del decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230;

    bb) l’articolo 65 della legge 2 agosto 1999, n. 302;

    cc) il comma 1 dell’articolo 41 della legge 23 dicembre 1999, n. 488;

    dd) i commi 2 e 3 dell’articolo 12 della legge 8 marzo 2000, n. 53, limitatamente alla previsione del termine di sei mesi ivi previsto:

    ee) il comma 2 dell’articolo 10 e il comma 2 dell’articolo 23 del decreto legislativo 21 maggio 2000, n. 146;

    ff) gli articoli 5 e 18, il comma 3 dell’articolo 25, il comma 3 dell’articolo 32, il comma 6 dell’articolo 41 e il comma 3 dell’articolo 47 del decreto legislativo 5 ottobre 2000, n. 334;

    gg) il comma 12 dell’articolo 80 della legge 23 dicembre 2000, n. 388.

    2. Restano in vigore, in particolare, le seguenti disposizioni regolamentari:

    a) il decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1403;

    b) il decreto del Presidente della Repubblica 25 novembre 1976, n. 1026, ad eccezione degli articoli 1, 11 e 21;

    c) il comma 4 dell’articolo 58 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382;

    d) il comma 2, dell’articolo 20-quinquies e il comma 2 dell’articolo 25-quater del decreto del Presidente della Repubblica 24 aprile 1982, n. 337;

    e) il decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 2 giugno 1982;

    f) il decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 23 maggio 1991;

    g) l’articolo 14 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 21 aprile 1994, n. 439, fino al momento della sua abrogazione così come prevista dalla lettera c) del comma 1 dell’articolo 10 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 287;

    h) il decreto del Ministro della sanità 10 settembre 1998;

    i) il comma 4 dell’articolo 8 e il comma 3 dell’articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 4 dicembre 1997, n. 465;

    j) il comma 2 dell’articolo 7 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 25 marzo 1998, n. 142;

    k) il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 4 aprile 2002;

    l) il comma 1 dell’articolo 1 del decreto del Ministro della sanità 10 settembre 1998;

    m) gli articoli 1 e 3 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 12 febbraio 1999;

    n) il comma 2 dell’articolo 6 del decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica 30 aprile 1999, n. 224;

    o) il decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 4 agosto 1999;

    p) il comma 6 dell’articolo 42 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394;

    q) il decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 20 dicembre 1999, n. 553;

    r) il decreto del Ministro della sanità 24 aprile 2000;

    r-bis) il decreto del Ministro per la solidarietà sociale 21 dicembre 2000, n. 452, e successive modificazioni.

    Testo vigente da Normattiva.

  • Fabbricati collabenti (F/2) nel 730: ruderi senza rendita e IMU

    In sintesi

    • Categoria F/2: i fabbricati collabenti sono iscritti in catasto nella categoria F/2 (unità collabenti) e non hanno rendita catastale attribuita.
    • Nessun reddito IRPEF: senza rendita, l’immobile non produce reddito dei fabbricati e non va dichiarato nel quadro B come generatore di reddito imponibile.
    • IMU non dovuta (di norma): le unità F/2, non avendo rendita, generalmente non sono soggette a IMU; è però opportuno verificare il trattamento nel proprio Comune.
    • Va comunque indicato nel 730: il fabbricato collabente va comunque indicato nel quadro B se sei proprietario, con la rendita presunta pari a zero, per completezza dichiarativa.
    • Attenzione al recupero: se avvii lavori di ristrutturazione che portano a una nuova rendita, l’immobile tornerà a produrre reddito fondiario dal momento in cui diventa idoneo all’uso.
    • Non confondere con le licenze di restauro: un fabbricato con regolare provvedimento di restauro o ristrutturazione non va dichiarato solo durante il periodo di validità di quel provvedimento, a condizione che non sia utilizzato.

    Cosa sono i fabbricati collabenti e come funzionano fiscalmente

    Un fabbricato collabente è un immobile in stato di degrado avanzato, al punto da non essere più idoneo all’uso. In catasto questi immobili vengono iscritti nella categoria F/2 (unità collabenti) e non si attribuisce loro nessuna rendita catastale, perché non sono in grado di produrre reddito.

    Proprio l’assenza di rendita è la chiave per capire il trattamento fiscale: il quadro B del modello 730 riguarda i fabbricati che ‘sono o devono essere iscritti nel catasto dei fabbricati come dotati di rendita’. Un rudere F/2, non avendo rendita, in linea di principio non produce reddito dei fabbricati. Questo significa che non ti genererà IRPEF da dichiarare.

    Tuttavia la situazione è più articolata di quanto sembri. Se decidi di ristrutturare il collabente e inizi i lavori con regolare titolo edilizio, la disciplina prevede che durante il periodo di validità del provvedimento autorizzativo l’immobile non debba essere dichiarato, a condizione che non venga utilizzato. Non appena i lavori terminano e l’immobile diventa idoneo all’uso, acquisisce una nuova rendita catastale e da quel momento inizia a produrre reddito.

    Trattamento fiscale fabbricati collabenti F/2
    Situazione IRPEF IMU Quadro B
    Collabente F/2 non utilizzato e non locato Non dovuta (nessuna rendita) Di norma non dovuta Va indicato con rendita presunta 0
    Collabente in ristrutturazione (con provvedimento valido) Non dovuta durante i lavori Da verificare localmente Non dichiarato durante i lavori
    Immobile recuperato con nuova rendita assegnata Dovuta dal momento di idoneità all'uso Dovuta Va dichiarato nel quadro B con nuova rendita

    Esempio pratico

    • Caio eredita un rudere di campagna iscritto in catasto come F/2 senza rendita. Nel 2025 non effettua nessun lavoro e l’immobile resta inabitabile. Caio non ha reddito da fabbricati da dichiarare per questo rudere e non paga IRPEF su di esso. Non versa nemmeno IMU, poiché l’immobile F/2 non ha rendita su cui calcolarla. Se nel 2026 Caio ottiene un permesso di costruire per la ristrutturazione, durante i lavori (per la durata del permesso) l’immobile continua a non essere dichiarato; al termine, quando l’immobile sarà accatastato con una rendita definitiva, Caio lo inserirà nel quadro B e inizierà a pagare IRPEF e IMU.

    Documenti necessari

    • Visura catastale aggiornata dell’immobile (per verificare la categoria F/2 e l’assenza di rendita)
    • Eventuale titolo edilizio (permesso di costruire, SCIA, DIA) se sono in corso lavori di recupero
    • Documentazione di accatastamento con nuova rendita se i lavori sono stati conclusi nel 2025

    Rudere ereditato: nessun reddito da dichiarare

    Scenario. Tizio ha ereditato nel 2024 un vecchio casolare in rovina, iscritto in catasto come F/2. Nel 2025 non ha effettuato alcun lavoro e il fabbricato è rimasto inutilizzato e inabitabile.

    Come si applica. Poiché l’immobile è iscritto come F/2 senza rendita catastale, non produce reddito dei fabbricati. Tizio non dovrà includere nessun importo imponibile nel quadro B per questo immobile. Non è dovuta IRPEF. È opportuno comunque conservare la visura catastale che attesta la categoria F/2 e l’assenza di rendita, nel caso in cui l’Agenzia delle Entrate richiedesse chiarimenti.

    In pratica

    • Categoria F/2 senza rendita: nessun reddito IRPEF da dichiarare.
    • Conserva la visura catastale che attesta la categoria e l’assenza di rendita.
    • Verifica con il tuo Comune se è dovuta IMU: molti Comuni non applicano IMU agli F/2.

    Collabente recuperato: quando torna a produrre reddito

    Scenario. Sempronia possiede un vecchio opificio F/2. Nel 2025 ha ottenuto un permesso di costruire e ha iniziato i lavori di ristrutturazione, che si sono conclusi a novembre 2025. A dicembre 2025 il Comune ha aggiornato la rendita catastale definitiva.

    Come si applica. Per la parte dell’anno in cui i lavori erano in corso con provvedimento valido e l’immobile non era utilizzato, Sempronia non doveva dichiararlo. Tuttavia, dal momento in cui l’immobile è diventato idoneo all’uso (diciamo da dicembre 2025, con rendita assegnata), lo deve indicare nel quadro B per i giorni residui del 2025. Se la rendita è stata assegnata solo a dicembre, il reddito da dichiarare sarà proporzionale ai giorni di dicembre.

    In pratica

    • Durante i lavori con provvedimento valido e immobile non utilizzato: non si dichiara.
    • Dal momento di idoneità all’uso (nuova rendita): va inserito nel quadro B.
    • Indica i giorni effettivi in colonna 3 del quadro B.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Un fabbricato F/2 va indicato nel quadro B del 730?

    In linea generale non genera reddito imponibile e non produce IRPEF. È comunque buona prassi indicarlo con rendita zero se sei proprietario; in ogni caso la rendita da riportare è quella risultante dagli atti catastali, che per un F/2 è assente.

    Pago l'IMU su un rudere F/2?

    Di norma no, perché l’IMU si calcola sulla rendita catastale rivalutata e un F/2 non ha rendita. Tuttavia alcuni Comuni disciplinano autonomamente la materia: verifica il regolamento IMU del tuo Comune o chiedi al tuo CAF.

    Se ristruttura il rudere, da quando pago le imposte?

    Dal momento in cui il fabbricato diventa idoneo all’uso o viene comunque utilizzato dal possessore. Da quella data acquista una rendita (o rendita presunta) e inizia a produrre reddito dei fabbricati soggetto a IRPEF.

    Posso affittare un fabbricato F/2?

    Un immobile collabente non è idoneo all’uso, quindi non può essere locato legalmente per uso abitativo o commerciale senza prima recuperarlo. Se fosse locato, il reddito da locazione dovrebbe comunque essere dichiarato.

    Cosa succede se il fabbricato è inagibile per terremoto o calamità?

    Se il fabbricato è stato distrutto o dichiarato inagibile a seguito di eventi sismici o calamitosi, con certificazione comunale, va indicato il codice ‘1’ nella colonna ‘Casi particolari’ del quadro B e il codice ‘9’ in utilizzo. In quel caso e’ escluso da imposizione.

    Il fabbricato collabente è considerato pertinenza di un terreno agricolo?

    Se si tratta di costruzioni rurali effettivamente adibite ad usi agricoli, il reddito è già compreso nel reddito catastale del terreno e non va dichiarato nel quadro B. Dipende dai requisiti di ruralità previsti dalla normativa vigente.

  • Articolo 34 TU Giustizia Tributaria: Trattamento dei componenti del Consiglio di presidenza

    Art. 34 D.Lgs. 175/2024 – Trattamento dei componenti del Consiglio di presidenza

    Testo vigente – D.Lgs. 14 novembre 2024, n. 175 (Testo unico della giustizia tributaria) (aggiornato da Normattiva)

    1. I componenti del Consiglio di presidenza sono esonerati dalle funzioni proprie e conservano la titolarità dell'ufficio.

    1-bis. Il trattamento economico dei componenti del Consiglio di presidenza, anche se collocati in quiescenza, è corrisposto: a) ai componenti eletti dai giudici tributari in misura pari all'importo previsto all'articolo 19, comma 5; b) ai componenti eletti dal Parlamento in misura pari all'importo dello stipendio del magistrato tributario dopo ventotto anni dalla nomina, individuato nella tabella D, aumentato del 50 per cento per il presidente.

    1-ter. Resta fermo quanto previsto dall'articolo 1, comma 489, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, e dagli articoli 14, comma 3, e 14.1, comma 3, del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 2019, n. 26.

    2. Ai componenti del Consiglio di presidenza spetta, se con residenza fuori Roma, il trattamento di missione nella misura prevista per la qualifica rivestita e comunque non inferiore a quella prevista per il dirigente generale dello Stato.

Informazione di carattere generale. I calcoli e le indicazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e si basano sulle fonti ufficiali indicate nel metodo editoriale. Non sostituiscono il parere di un professionista abilitato: per la valutazione del caso concreto è necessario rivolgersi a un avvocato, a un commercialista o a un consulente iscritto al proprio albo.