Autore: Andrea Marton

  • Spese sanitarie per familiari a carico nel 730/2026

    In sintesi

    • Detrazione del 19% anche sulle spese sanitarie pagate per i familiari fiscalmente a carico
    • Il familiare è fiscalmente a carico se ha un reddito non superiore a 2.840,51 euro (4.000 euro per figli under 24)
    • Il documento può essere intestato al familiare a carico: la detrazione spetta comunque a chi ha sostenuto la spesa
    • Se entrambi i genitori pagano le spese del figlio, ciascuno detrae la propria quota: annotare la percentuale sul documento
    • Spese per familiari non a carico con patologia esente: regola speciale, rigo E2, limite 6.197,48 euro

    Chi sono i familiari a carico e cosa cambia per le spese sanitarie

    Quando paghi le spese mediche di un familiare che dipende economicamente da te, puoi detrarre quelle spese nella tua dichiarazione dei redditi esattamente come faresti per le tue. La detrazione è sempre del 19% e si applica sulla parte di spesa che supera la franchigia di 129,11 euro, considerando insieme le spese tue e quelle dei familiari a carico.

    Un familiare è considerato fiscalmente a carico quando ha avuto nell’anno un reddito complessivo non superiore a 2.840,51 euro. Per i figli di età non superiore a 24 anni il limite è più alto: 4.000 euro. Questo limite vale indipendentemente dall’anagrafe o dalla convivenza: un figlio che vive altrove può essere comunque a tuo carico se il suo reddito non supera la soglia.

    Una regola pratica utile: la fattura o la ricevuta della spesa può essere intestata al familiare a carico, non necessariamente a te. La detrazione spetta comunque a chi ha effettivamente pagato la spesa. Se però il documento è intestato al figlio, occorre che i genitori annotino la quota che ciascuno ha sostenuto, quando vogliono ripartirla in modo diverso dal 50%.

    Esiste anche una situazione speciale per i familiari che non sono a tuo carico ma hanno una patologia grave che dà diritto all’esenzione dal ticket sanitario. In questo caso puoi comunque detrarre le spese che hai pagato per loro, ma con regole diverse e un limite massimo di 6.197,48 euro, da indicare nel rigo E2 del quadro E.

    Familiari a carico: limiti di reddito e regole principali
    Familiare Limite di reddito per essere a carico Detrazione spese sanitarie
    Coniuge, genitori e altri ascendenti conviventi (dal 2025 fratelli, suoceri, generi e nuore non possono più essere a carico) 2.840,51 euro 19%, rigo E1
    Figli di età non superiore a 24 anni 4.000 euro 19%, rigo E1
    Coniuge fiscalmente a carico dell'altro 2.840,51 euro L'intera spesa va al coniuge non a carico
    Familiare non a carico con patologia esente Qualsiasi reddito 19%, rigo E2, max 6.197,48 euro

    Esempio pratico

    • Esempio: Tizio ha sostenuto nel 2025 700 euro di spese sanitarie per sé e 400 euro di spese mediche per la figlia di 20 anni fiscalmente a carico. Il totale da indicare nel rigo E1 è 1.100 euro. La detrazione si calcola su 1.100 – 129,11 = 970,89 euro. Tizio recupera il 19% di questa cifra, cioè circa 184,47 euro di imposte in meno.

    Documenti necessari

    • Fattura o ricevuta sanitaria intestata al contribuente o al familiare a carico
    • Ricevuta di pagamento tracciabile (bonifico, carta, bancomat) per prestazioni sanitarie private
    • Documentazione che attesti lo stato di familiare fiscalmente a carico (dichiarazione reddituale del familiare se richiesta)
    • Per spese ripartite tra i genitori: annotazione della percentuale di ripartizione sul documento di spesa
    • Per patologie esenti: certificazione medica attestante la patologia che dà diritto all’esenzione ticket

    Caio paga le spese mediche dei genitori fiscalmente a carico

    Scenario. I genitori di Caio vivono con lui e sono a suo carico perché hanno una pensione modesta, inferiore a 2.840,51 euro annui ciascuno. Nel 2025 Caio ha pagato per loro 1.200 euro di visite specialistiche e analisi del sangue, oltre a 300 euro di spese sanitarie proprie.

    Come si applica. Caio inserisce nel rigo E1 il totale di 1.500 euro (300 proprie + 1.200 dei genitori). La detrazione del 19% si calcola su 1.500 – 129,11 = 1.370,89 euro. Il risparmio fiscale è circa 260,47 euro. Le ricevute possono essere intestate ai genitori.

    In pratica

    • Verifica ogni anno che il reddito dei genitori non superi 2.840,51 euro: anche una piccola pensione integrativa potrebbe fare superare il limite
    • Somma le spese dei genitori alle tue nel rigo E1: non serve un rigo separato per ciascun familiare
    • Se le fatture sono intestate ai genitori, conservale comunque: la detrazione spetta a Caio che ha pagato

    Sempronio e la moglie dividono le spese sanitarie dei figli

    Scenario. Sempronio e la moglie hanno due figli a carico. Nel 2025 hanno pagato insieme 800 euro di spese mediche per i figli. La fattura è intestata a un figlio.

    Come si applica. Se vogliono dividere la spesa al 50%, ciascuno mette 400 euro nel proprio rigo E1 e annota sul documento la ripartizione. Se invece vogliono attribuire tutta la spesa a uno solo dei due (per esempio perché l’altro ha meno imposta da pagare), possono farlo scrivendo ‘100%’ sul documento. Se uno dei coniugi è fiscalmente a carico dell’altro, chi sostiene la spesa detrae l’intero importo.

    In pratica

    • Scrivete sul documento la percentuale di ripartizione scelta: il 50% si assume automaticamente se non indicate nulla
    • Conviene attribuire la spesa al coniuge che paga più IRPEF: la detrazione vale di più se c’è più imposta da scalare
    • La ripartizione deve rispettare quanto effettivamente pagato da ciascuno

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Posso detrarre le spese sanitarie pagate per i miei genitori?

    Sì, se i tuoi genitori sono fiscalmente a carico, cioè hanno un reddito non superiore a 2.840,51 euro. Le loro spese sanitarie vanno sommate alle tue nel rigo E1.

    Mia figlia di 22 anni ha un reddito da lavoro part-time: è ancora a mio carico?

    Dipende dall’importo. Per i figli di età non superiore a 24 anni il limite è 4.000 euro di reddito complessivo. Se il reddito part-time è inferiore a questa cifra, è ancora a tuo carico e puoi detrarre le sue spese sanitarie.

    La fattura del medico deve essere intestata a me o al familiare?

    Può essere intestata al familiare a carico o a te: in entrambi i casi la detrazione spetta a chi ha effettivamente sostenuto la spesa.

    Posso detrarre le spese di un convivente non coniugato?

    Solo se il convivente rientra tra i ‘familiari’ ai sensi del TUIR e risulta fiscalmente a carico. Il convivente more uxorio (partner non sposato) non è considerato familiare fiscalmente a carico dalle istruzioni: le sue spese non danno diritto a detrazione nel tuo 730.

    Mia madre ha una malattia cronica esente da ticket ma ha una pensione superiore ai limiti: posso detrarre comunque?

    Sì, ma con regole diverse. Le spese per familiari non a carico con patologie esenti vanno nel rigo E2, con un limite massimo di 6.197,48 euro. La detrazione si applica sulla parte che eccede la franchigia di 129,11 euro.

    Gli eredi possono detrarre le spese sanitarie del defunto?

    Sì. Le istruzioni prevedono che gli eredi abbiano diritto alla detrazione per le spese sanitarie sostenute per il defunto dopo il suo decesso.

    Vedi anche: Spese mediche per familiare non a carico con patologia esente, Spese sanitarie e ausili per disabili, Spese sanitarie oltre 15.493,71 euro, Congedo straordinario per assistere un familiare disabile (L. 104), Aumento stipendio medici 2022-2024 e Aumento stipendio OSS 2022-2024.

  • Articolo 39-quater L. 184/1983: articolo abrogato

    Art. 39-quater L. 184/1983 – Articolo abrogato

    Testo vigente – Legge 4 maggio 1983, n. 184 (aggiornato da Normattiva)

    ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 26 MARZO 2001, N.151

  • Bollo su ricevute e quietanze: quando si paga

    In sintesi

    • 2 euro di bollo su ricevute e quietanze che non espongono IVA e superano 77,47 euro.
    • Una quietanza è la dichiarazione scritta con cui si attesta di aver ricevuto un pagamento: deve recare il bollo se supera la soglia.
    • Il principio di alternatività IVA/bollo esclude il bollo se il documento è già soggetto a IVA.
    • Il bollo si applica ogni 4 facciate per i documenti scritti e comunque ogni 100 righe.
    • L’assolvimento può avvenire con marca da bollo (contrassegno telematico dal tabaccaio) o in modo virtuale se autorizzati.
    • Numerosi atti sono esenti: atti del processo, previdenza e assistenza, adozioni – verificare sempre la tabella B al DPR 642/1972.

    Che cos'è una ricevuta soggetta a bollo

    Ogni volta che qualcuno riceve un pagamento e rilascia un documento scritto per attestarlo, nasce potenzialmente l’obbligo dell’imposta di bollo. La ricevuta è il foglio che il creditore consegna al debitore come prova dell’avvenuto pagamento; la quietanza è la dichiarazione formale con cui si dichiara di essere stati soddisfatti. Entrambe rientrano nel campo di applicazione dell’imposta di bollo prevista dal DPR 642/1972.

    La regola è chiara: il bollo è di 2 euro su ricevute e quietanze che riportano importi non soggetti a IVA superiori a 77,47 euro. Se invece l’operazione è soggetta a IVA, il bollo non si paga – vale il principio di alternatività: o IVA o bollo, mai entrambi sullo stesso documento.

    Nella pratica quotidiana questo riguarda molte situazioni: il privato che riceve il rimborso di un prestito, il lavoratore autonomo che rilascia una ricevuta per una prestazione esente IVA, il padrone di casa che firma la quietanza al conduttore. Capire quando scatta il bollo e come si assolve evita dimenticanze costose.

    Vale anche la regola dimensionale: per i documenti scritti il bollo si applica ogni 4 facciate e comunque ogni 100 righe. Una ricevuta di una sola pagina non pone problemi; un documento articolato su più facciate può richiedere bolli multipli.

    Bollo su ricevute e quietanze – schema di applicazione
    Situazione Bollo dovuto
    Ricevuta/quietanza senza IVA fino a 77,47 euro Nessun bollo
    Ricevuta/quietanza senza IVA superiore a 77,47 euro 2 euro
    Ricevuta/quietanza con IVA esposta Nessun bollo (alternatività IVA/bollo)
    Documento su più di 4 facciate o 100 righe 2 euro per ogni 4 facciate/100 righe aggiuntive
    Atti esenti (processo, previdenza, adozioni, ecc.) Nessun bollo (esenzione assoluta tabella B DPR 642/1972)

    Esempio pratico

    • Tizio presta 500 euro a Caio, suo amico, e dopo tre mesi Caio restituisce il denaro. Tizio rilascia a Caio una quietanza scritta con la dicitura ‘Dichiaro di aver ricevuto da Caio la somma di 500 euro a saldo del prestito’. L’importo (500 euro) supera 77,47 euro e il documento non è soggetto a IVA (si tratta di un prestito privato). Tizio deve applicare una marca da bollo da 2 euro sul documento prima di consegnarlo. La marca si acquista presso qualsiasi tabaccaio autorizzato come contrassegno telematico.

    Documenti necessari

    • Marca da bollo (contrassegno telematico, acquistabile in tabaccheria)
    • Quietanza o ricevuta firmata dalle parti
    • Documentazione dell’operazione sottostante (contratto di prestito, accordo di rimborso, ecc.)
    • DPR 642/1972 – tariffa allegata e tabella B (esenzioni)

    Tizio: libero professionista esente IVA che rilascia ricevuta

    Scenario. Tizio è un medico che esercita la professione in modo privato. Le prestazioni sanitarie sono esenti IVA per legge. A fine visita rilascia una ricevuta di 150 euro al paziente.

    Come si applica. La ricevuta non espone IVA (operazione esente) e supera 77,47 euro: scatta il bollo da 2 euro. Tizio deve apporre una marca da bollo da 2 euro sulla ricevuta cartacea prima di consegnarla. Non può addebitare automaticamente il bollo al paziente a meno che non lo abbia previsto nel preventivo, ma nella pratica professionale è uso comune indicare ‘più imposta di bollo di legge’.

    In pratica

    • Acquista la marca da bollo in tabaccheria prima di emettere la ricevuta.
    • Apponi la marca sul documento in modo che risulti annullata (di norma vi si scrive sopra la data).
    • Conserva copia della ricevuta con la marca per eventuali verifiche fiscali.

    Caio: privato cittadino che firma una quietanza di rimborso

    Scenario. Caio ha ricevuto un risarcimento danni di 300 euro da un vicino a seguito di un accordo bonario per danni al proprio veicolo. Il vicino gli chiede di firmare una quietanza liberatoria.

    Come si applica. La quietanza attesta la ricezione di 300 euro non soggetti a IVA (si tratta di un risarcimento tra privati). L’importo supera 77,47 euro. Il documento deve recare il bollo da 2 euro. In genere chi paga (il vicino) ha interesse a che la quietanza sia regolare, quindi provvede lui alla marca da bollo; ma l’obbligo formale è in capo a chi rilascia il documento, cioè Caio.

    In pratica

    • Verifica sempre se l’atto rientra in una categoria esente prima di applicare il bollo.
    • Per importi fino a 77,47 euro nessuna formalità: il bollo non è dovuto.
    • Accordati con controparte su chi acquista la marca: di fatto spesso la paga chi ha più interesse alla quietanza regolare.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Qual è la soglia oltre la quale scatta il bollo su ricevute e quietanze?

    Il bollo da 2 euro scatta quando l’importo riportato nel documento non soggetto a IVA supera 77,47 euro. Sotto questa soglia, anche senza IVA, il bollo non è dovuto.

    Se la ricevuta ha IVA, devo comunque applicare il bollo?

    No. Il principio di alternatività IVA/bollo stabilisce che se un documento è già soggetto a IVA, il bollo non si applica. I due tributi si escludono a vicenda sullo stesso documento.

    Come si applica fisicamente il bollo su una ricevuta cartacea?

    Si acquista una marca da bollo (contrassegno telematico) presso un tabaccaio autorizzato e la si appone sul documento, scrivendovi sopra la data per annullarla. È importante non staccarla o rendere impossibile la lettura del codice.

    Il bollo su ricevuta è deducibile fiscalmente?

    Il bollo non rientra tra le detrazioni d’imposta del 730 o del modello Redditi PF. Si tratta di un’imposta indiretta non recuperabile tramite dichiarazione dei redditi per i privati.

    Cosa si intende per 'assolvimento virtuale' del bollo?

    È un metodo alternativo alla marca fisica: chi emette molti documenti soggetti a bollo (banche, grandi emittenti) può chiedere l’autorizzazione all’AdE per versare l’imposta periodicamente con un’unica dichiarazione e rate, senza apporre marche singole. Per i privati o i piccoli professionisti si usa normalmente la marca da bollo.

    Esistono ricevute o quietanze esenti dal bollo?

    Sì. La tabella B allegata al DPR 642/1972 elenca numerose esenzioni assolute: atti del processo civile, penale e amministrativo, atti in materia di previdenza e assistenza, adozioni, alcune materie sociali. Prima di applicare il bollo, è utile verificare se l’atto rientra in una categoria esente.

    Se la quietanza è di una sola riga ma su un foglio intero, pago un solo bollo?

    Sì. Il bollo di 2 euro si applica ogni 4 facciate e comunque ogni 100 righe. Una quietanza breve su una sola facciata richiede una sola marca da 2 euro (se l’importo supera 77,47 euro e non c’è IVA).

  • Diritto annuale Camera di Commercio: come si paga

    In sintesi

    • Tributo obbligatorio: ogni impresa iscritta al Registro delle Imprese o al REA deve versarlo ogni anno, a prescindere dall’attività svolta.
    • Importo variabile per forma giuridica: nel 2026 le imprese individuali della sezione speciale versano 44 euro (più 8,80 per ogni unità locale), quelle della sezione ordinaria 100 euro; per le società l’importo si calcola per scaglioni di fatturato, con un minimo di 100 euro fino a 100.000 euro di fatturato.
    • Scadenza F24: il versamento avviene con modello F24 entro il termine del primo acconto delle imposte sui redditi, di norma il 30 giugno.
    • Ravvedimento possibile: se il pagamento è omesso o tardivo, si può regolarizzare con il ravvedimento operoso, applicando sanzioni ridotte e interessi.
    • Nessun avviso preventivo: la Camera di Commercio non manda una bolletta; è il contribuente a dover calcolare e versare autonomamente l’importo corretto.

    Che cos'è il diritto annuale e chi deve pagarlo

    Il diritto annuale è un tributo che le imprese iscritte al Registro delle Imprese – o al REA, il Repertorio Economico Amministrativo – devono versare ogni anno alla Camera di Commercio competente per territorio. Non si tratta di un corrispettivo per un servizio specifico, ma di un contributo dovuto per il solo fatto di essere iscritti, a prescindere da quanti ricavi si realizzino o addirittura se l’impresa sia temporaneamente ferma.

    Sono tenuti al pagamento le imprese individuali (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, professionisti in forma individuale con obbligo di iscrizione), le società di persone (Snc, Sas) e le società di capitali (Srl, Spa, cooperative), nonché gli altri soggetti iscritti al REA. In pratica, quasi chiunque apra una partita IVA con obbligo di iscrizione camerale deve fare i conti con questo adempimento.

    La misura esatta dell’importo è deliberata anno per anno dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, sentita Unioncamere. Per questo motivo è importante verificare ogni anno i valori aggiornati sul sito della propria Camera di Commercio o su quello di Unioncamere, piuttosto che affidarsi a cifre di anni precedenti che potrebbero essere cambiate.

    Il versamento avviene in un’unica soluzione tramite il modello F24, entro il termine del primo acconto delle imposte sui redditi: di norma il 30 giugno, oppure il 30 luglio con la maggiorazione dello 0,40% prevista per i pagamenti differiti. Chi dimentica di pagare o paga meno del dovuto può regolarizzarsi con il ravvedimento operoso, strumento che permette di sanare l’errore pagando una sanzione ridotta in funzione del ritardo.

    Schema del diritto annuale per forma giuridica
    Soggetto Modalità di calcolo Versamento
    Impresa individuale 44 € sezione speciale (+8,80 € per unità locale); 100 € sezione ordinaria — misure 2026 F24 – di norma entro il 30 giugno
    Società (Srl, Spa, Snc, Sas, cooperative) Per scaglioni di fatturato; minimo 100 € fino a 100.000 € di fatturato (misure 2026) F24 – di norma entro il 30 giugno
    Soggetti iscritti al REA (non imprese) Importo fisso (misura deliberata annualmente) F24 – di norma entro il 30 giugno
    Pagamento differito (proroga) Come sopra, più maggiorazione 0,40% F24 – di norma entro il 30 luglio

    Attenzione alla maggiorazione del 20%: per il triennio 2026-2028 molte Camere di Commercio, con delibera approvata dal decreto MIMIT, applicano un incremento del 20% sugli importi base. Dove è stata deliberata, l’impresa individuale in sezione speciale versa quindi 53 euro invece di 44 e quella in sezione ordinaria 120 euro invece di 100: l’importo esatto va sempre verificato sul sito della propria Camera.

    Esempio pratico

    • Alfa Srl ha chiuso l’anno precedente con un fatturato di 180.000 euro. Per calcolare il diritto annuale dovuto, il commercialista individua lo scaglione di fatturato corrispondente nella tabella ministeriale dell’anno in corso e applica l’aliquota prevista per quella fascia, verificando che l’importo non scenda al di sotto del minimo fissato per le società. Il risultato viene poi versato con F24, usando il codice tributo specifico per il diritto annuale camerale, entro il 30 giugno. Se Alfa Srl avesse dimenticato il versamento e lo regolarizzasse dopo 40 giorni dalla scadenza, dovrebbe calcolare anche la sanzione ridotta da ravvedimento e i relativi interessi legali.

    Documenti necessari

    • Modello F24 (compilato con il codice tributo del diritto annuale)
    • Visura camerale dell’impresa (per verificare la forma giuridica e la data di iscrizione)
    • Bilancio o dichiarazione dei redditi dell’anno precedente (per determinare il fatturato e lo scaglione applicabile alle società)
    • Tabella aggiornata degli importi del diritto annuale pubblicata da Unioncamere o dalla Camera di Commercio competente
    • Ricevuta del versamento F24 (da conservare)

    Tizio, artigiano idraulico in ditta individuale

    Scenario. Tizio gestisce una ditta individuale di impianti idraulici, iscritta sia al Registro delle Imprese sia all’albo artigiani. Non ha mai sentito parlare del diritto annuale e non sa se deve pagarlo.

    Come si applica. Poiché Tizio è iscritto al Registro delle Imprese come imprenditore individuale, è obbligato al pagamento del diritto annuale ogni anno. Per lui l’importo è un fisso ridotto, deliberato annualmente: basta consultare il sito della propria Camera di Commercio per trovare la cifra esatta dell’anno in corso. Il versamento va fatto con F24 entro il 30 giugno (o il 30 luglio con la maggiorazione). Non riceverà alcuna bolletta: deve attivarsi da solo o affidare il compito al proprio consulente.

    In pratica

    • Controlla ogni anno sul sito della Camera di Commercio provinciale l’importo aggiornato per le ditte individuali.
    • Usa il modello F24 con il codice tributo corretto: il tuo commercialista o il portale dell’Agenzia delle Entrate ti guidano nella compilazione.
    • Conserva la ricevuta del versamento: in caso di controllo, è la prova del pagamento.

    Caio, socio di una Srl con fatturato variabile

    Scenario. Caio è amministratore di Beta Srl, un’azienda di consulenza che ha avuto ricavi in crescita negli ultimi anni. Vorrebbe capire come si calcola il diritto annuale per la sua società e se cambia ogni anno.

    Come si applica. Per una società come Beta Srl, il diritto annuale si calcola per scaglioni di fatturato: più alto è il fatturato dell’anno precedente, maggiore è la fascia e quindi l’importo da versare. Esiste però un minimo garantito, che va versato anche se il fatturato è molto basso o se la società non ha ancora iniziato a operare. Dato che il fatturato di Beta Srl cresce, Caio deve verificare ogni anno in quale scaglione rientra – il dato rilevante è solitamente il fatturato (ricavi delle vendite e delle prestazioni) dell’anno solare precedente.

    In pratica

    • Ogni anno, prima del 30 giugno, verifica il fatturato dell’anno solare precedente e individua lo scaglione applicabile nella tabella ministeriale aggiornata.
    • Se la società è stata costituita nel corso dell’anno, il diritto si calcola in proporzione ai mesi di iscrizione: verifica le istruzioni della Camera di Commercio per il primo anno.
    • In caso di ritardo, calcola subito il ravvedimento: più aspetti, più la sanzione cresce.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Cosa succede se non pago il diritto annuale?

    La Camera di Commercio può iscrivere la somma a ruolo e avviare la riscossione coattiva. Prima che ciò accada conviene regolarizzarsi con il ravvedimento operoso, che riduce le sanzioni in base alla velocità con cui si sana l’omissione.

    Il diritto annuale si paga anche se l'impresa non ha fatturato nulla?

    Sì. Il tributo è dovuto per il solo fatto dell’iscrizione al Registro delle Imprese o al REA, indipendentemente dall’attività effettivamente svolta o dai ricavi realizzati. Per le ditte individuali e i soggetti REA l’importo è fisso; per le società esiste un minimo.

    Qual è il codice tributo F24 per il diritto annuale?

    Il codice tributo da indicare nel modello F24 è ‘3850’ per il diritto annuale Camera di Commercio. Nel campo ‘ente’ si indica la sigla della provincia della Camera di Commercio competente.

    Il diritto annuale si paga anche nell'anno in cui si chiude l'impresa?

    In genere sì, se l’impresa è ancora iscritta al 1° gennaio dell’anno. Alcune Camere di Commercio prevedono regole proporzionali per l’anno di cessazione: è utile verificare con la Camera competente o con il proprio consulente.

    Come faccio a sapere l'importo esatto da versare quest'anno?

    Gli importi vengono deliberati annualmente e pubblicati sul sito di Unioncamere e delle singole Camere di Commercio. Non affidarti a tabelle di anni precedenti: consulta sempre la fonte ufficiale aggiornata o chiedi al tuo commercialista.

    Posso pagare il diritto annuale a rate?

    No, il diritto annuale si versa in un’unica soluzione entro la scadenza ordinaria (di norma 30 giugno) o con la maggiorazione entro il 30 luglio. Non è prevista la rateazione.

  • Imposta di registro: cos’è, fissa o proporzionale

    In sintesi

    • Cos’è: imposta che grava sugli atti soggetti a registrazione (compravendite, locazioni, contratti, atti giudiziari).
    • Importo fisso: 200 euro quando la legge prevede l’imposta fissa (es. compromesso, comodato).
    • Importo proporzionale: percentuale calcolata sul valore o sul corrispettivo dell’atto.
    • Termine di 20 giorni: per la maggior parte degli atti scritti e degli atti notarili.
    • Termine di 30 giorni: per i contratti di locazione.
    • Via telematica: la registrazione avviene oggi in via informatica presso l’Agenzia delle Entrate.

    Come funziona l'imposta di registro

    L’imposta di registro è un tributo che lo Stato applica ogni volta che un atto giuridicamente rilevante viene ‘registrato’, cioè depositato presso l’Agenzia delle Entrate. La registrazione non è una formalità burocratica secondaria: conferisce all’atto una data certa e lo rende opponibile a terzi, il che significa che nessuno potrà più disconoscerlo sostenendo che non esiste o che è stato firmato in un altro momento.

    L’imposta può essere di due tipi. La prima è l’imposta fissa: si paga un importo invariabile di 200 euro, indipendentemente dal valore dell’atto. La seconda è l’imposta proporzionale: si calcola applicando un’aliquota percentuale (che varia a seconda della natura dell’atto) al valore o al corrispettivo indicato. Capire in quale dei due casi si rientra è fondamentale per stimare i costi di un atto.

    La registrazione avviene in via telematica: non occorre più recarsi fisicamente agli sportelli. Il notaio, per gli atti da lui rogati, provvede direttamente tramite i sistemi dell’Agenzia. Per i contratti di locazione il proprietario di casa può usare i modelli online (modello RLI). Il termine ordinario è di 20 giorni dalla data dell’atto; sale a 30 giorni per i contratti di locazione.

    Rispettare i termini è importante: chi registra in ritardo va incontro a sanzioni, anche se è possibile ricorrere al ravvedimento operoso per ridurle. In questo articolo ci concentriamo sui fondamentali: quando l’imposta è fissa e quando è proporzionale, quali atti rientrano nell’uno o nell’altro regime e cosa succede se si supera la scadenza.

    Imposta fissa o proporzionale: i principali atti
    Tipo di atto Imposta di registro Termine di registrazione
    Compravendita immobile (prima casa, tra privati) Proporzionale 2% (min. 1.000 euro) 20 giorni (notaio)
    Compravendita immobile (seconda casa, tra privati) Proporzionale 9% 20 giorni (notaio)
    Contratto preliminare (compromesso) Fissa 200 euro + 0,50% su caparra e acconti 20 giorni
    Contratto di locazione abitativo Proporzionale 2% del canone annuo (min. 67 euro) 30 giorni
    Contratto di comodato Fissa 200 euro 20 giorni
    Sentenza/decreto ingiuntivo di condanna Proporzionale 3% sull'importo 60 giorni (registro giudiziari)

    Esempio pratico

    • Tizio firma oggi un contratto di comodato con cui concede gratuitamente il proprio appartamento al figlio. Poiché il comodato sconta l’imposta fissa, Tizio pagherà esattamente 200 euro di imposta di registro, indipendentemente dal valore dell’immobile. Caio, invece, acquista la stessa settimana un appartamento da un privato (seconda casa) al prezzo di 150.000 euro: l’imposta è proporzionale al 9%, quindi 13.500 euro, più le imposte ipotecaria e catastale fisse da 50 euro ciascuna.

    Documenti necessari

    • Atto notarile o contratto scritto da registrare
    • Documento d’identità delle parti
    • Codici fiscali delle parti
    • Ricevuta di pagamento dell’imposta (modello F24 o pagamento telematico)
    • Modello RLI per le locazioni (compilato online o tramite intermediario abilitato)

    Caso 1 – Tizio registra il compromesso per acquistare casa

    Scenario. Tizio ha trovato l’appartamento giusto e firma il contratto preliminare (il cosiddetto compromesso) con il venditore. Versa una caparra confirmatoria di 10.000 euro e un acconto sul prezzo di 5.000 euro.

    Come si applica. Il compromesso sconta innanzitutto l’imposta di registro fissa di 200 euro. Sulle somme versate in anticipo si aggiunge però la parte proporzionale: dal 1° gennaio 2025 la stessa aliquota dello 0,50% si applica sia alla caparra confirmatoria (10.000 × 0,50% = 50 euro) sia all’acconto di prezzo (5.000 × 0,50% = 25 euro). Il totale da versare alla registrazione è 275 euro. La buona notizia è che questi 75 euro proporzionali vengono poi scomputati dall’imposta definitiva al rogito notarile.

    In pratica

    • Il compromesso va registrato entro 20 giorni dalla firma (30 se redatto da notaio).
    • Imposta fissa: 200 euro. Sulle somme anticipate: 0,50% sia sulla caparra sia sugli acconti (aliquota unificata dal 2025).
    • Gli importi proporzionali versati sul preliminare si scalano dall’imposta dovuta al rogito definitivo.
    • Si paga anche l’imposta di bollo sull’atto.

    Caso 2 – Caio registra il contratto di locazione

    Scenario. Caio affitta il proprio appartamento a un inquilino per un canone annuo di 9.600 euro (800 euro al mese). Non ha optato per la cedolare secca.

    Come si applica. Senza cedolare secca, il contratto di locazione abitativo sconta l’imposta di registro proporzionale del 2% calcolata sul canone annuo. Il 2% di 9.600 euro dà 192 euro: supera il minimo di 67 euro, quindi si paga 192 euro. Di norma la somma viene suddivisa al 50% tra locatore e conduttore, quindi Caio versa 96 euro e l’inquilino 96 euro. Il termine è di 30 giorni dalla decorrenza del contratto. L’anno successivo si rinnova il versamento per la nuova annualità (salvo che non si sia scelto il pagamento cumulativo per tutta la durata con lo sconto previsto). Si paga anche l’imposta di bollo.

    In pratica

    • Senza cedolare secca: 2% del canone annuo, minimo 67 euro, ripartito 50/50.
    • Termine: 30 giorni dalla data di decorrenza del contratto.
    • Modello RLI da inviare telematicamente all’Agenzia delle Entrate.
    • Con la cedolare secca non si paga né registro né bollo: valuta la convenienza.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Che cos'è esattamente la 'registrazione' di un atto?

    È il deposito dell’atto presso l’Agenzia delle Entrate. Serve a dargli una data certa e a renderlo opponibile a terzi. Oggi avviene in via telematica.

    Quando l'imposta di registro è fissa a 200 euro?

    Quando la legge prevede espressamente l’imposta fissa: è il caso, tra gli altri, del contratto preliminare, del comodato, di alcuni atti giudiziari non di condanna.

    Entro quanto tempo bisogna registrare un contratto?

    Il termine generale è 20 giorni dalla data dell’atto. Per i contratti di locazione il termine sale a 30 giorni dalla decorrenza.

    Chi paga l'imposta di registro?

    Le parti dell’atto sono solidalmente responsabili. Nella prassi paga chi ha interesse alla registrazione: per le compravendite di solito l’acquirente, per le locazioni viene ripartita al 50% tra locatore e conduttore.

    Cosa succede se registro in ritardo?

    Si incorre in sanzioni. Tuttavia è possibile sanare la violazione con il ravvedimento operoso, che riduce la sanzione a seconda di quanto tempo è trascorso dalla scadenza.

    La cedolare secca sostituisce anche l'imposta di registro?

    Sì. Se il locatore opta per la cedolare secca, per quel contratto non si paga né imposta di registro né imposta di bollo, oltre che nessuna IRPEF e addizionali sul canone.

    Vedi anche: Acquisto da impresa con IVA, Registro delle Imprese, Imposta di registro e ipocatastali sulla donazione, Imposta di registro sulla divisione di eredità e immobili, Imposta di registro su decreti ingiuntivi e sentenze e Imposta di registro sul preliminare.

  • Art. 78 c.p.c.: Curatore speciale

    Art. 78 c.p.c.: Curatore speciale

    Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.

    (Curatore speciale).

    Se manca la persona a cui spetta la rappresentanza o l'assistenza, e vi sono ragioni di urgenza, può essere nominato all'incapace, alla persona giuridica o all'associazione non riconosciuta un curatore speciale che li rappresenti o assista finchè subentri colui al quale spetta la rappresentanza o l'assistenza.

    Si procede altresì alla nomina di un curatore speciale al rappresentato, quando vi è conflitto d'interessi col rappresentante.

    COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 10 OTTOBRE 2022, N. 149 COME MODIFICATO DALLA L. 29 DICEMBRE 2022, N. 197 .

    COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 10 OTTOBRE 2022, N. 149 COME MODIFICATO DALLA L. 29 DICEMBRE 2022, N. 197 .

    Fonte: Normattiva.it.

  • Bollo su istanze e documenti alla PA: quando si paga

    In sintesi

    • 16 euro ogni 4 facciate (o ogni 100 righe): questo è l’importo ordinario per le domande, le istanze e i documenti rivolti agli uffici pubblici.
    • Marca da bollo telematica: si acquista dal tabaccaio e si applica fisicamente sull’atto; in alternativa si usa il bollo a punzone o il bollo virtuale.
    • Numerose esenzioni di legge previste dalla tabella allegata al DPR 642/1972: atti del processo, previdenza e assistenza, adozioni e alcune materie sociali.
    • Principio di alternatività: un documento già soggetto a IVA non sconta anche il bollo; analogamente in certi casi non si cumula con l’imposta di registro.
    • Chi emette molti atti può chiedere l’autorizzazione all’assolvimento virtuale, evitando di apporre fisicamente le marche.

    Come funziona il bollo sulle istanze alla PA

    Ogni volta che presenti una domanda a un ufficio pubblico – al Comune, alla Questura, a un ministero – potresti dover versare l’imposta di bollo. Si tratta di un tributo previsto dal DPR 642/1972 che colpisce determinati atti, documenti e registri indicati in un’apposita tariffa allegata al decreto.

    Il meccanismo è semplice: per le istanze e i documenti rivolti alla pubblica amministrazione (PA) il bollo ammonta a 16 euro ogni 4 facciate, e comunque ogni 100 righe. Quindi una domanda di una sola pagina sconta 16 euro; se il documento supera le 4 facciate, l’importo si moltiplica.

    Il modo più comune per pagarlo è la marca da bollo, chiamata contrassegno telematico: si acquista dal tabaccaio o online e si applica sul documento prima di consegnarlo all’ufficio. Esistono però anche il bollo a punzone – usato ad esempio negli studi notarili – e il sistema virtuale, di cui parleremo nell’articolo dedicato.

    Attenzione: non tutti i documenti rivolti alla PA sono tassati. La legge prevede numerose esenzioni, alcune assolute (l’atto non paga mai il bollo), altre condizionate (l’atto è esente solo in certi casi). Conoscerle può farti risparmiare un tributo non dovuto.

    Bollo su istanze e documenti alla PA: importi e categorie principali
    Tipo di atto/documento Importo bollo Note
    Domande, istanze, ricorsi all'autorità pubblica 16 euro ogni 4 facciate Regola generale DPR 642/1972
    Certificati e attestazioni rilasciati dalla PA 16 euro ogni 4 facciate Bollo a carico del richiedente
    Atti del processo (civile, penale, amm.vo) Esenti Esenzione assoluta
    Atti in materia di previdenza e assistenza sociale Esenti Esenzione assoluta
    Pratiche per adozioni e affidamento minori Esenti Esenzione assoluta
    Alcune materie sociali (es. sussidi, contributi) Esenti Verificare caso per caso

    Esempio pratico

    • Tizio deve presentare al Comune una domanda di autorizzazione commerciale di 3 pagine. Poiché il documento ha meno di 4 facciate, sconta una sola marca da bollo da 16 euro. Se la domanda fosse di 5 pagine (cioè più di 4 facciate), sarebbero dovuti 32 euro (due marche da 16 euro). Il contrassegno va applicato sulla prima pagina dell’istanza prima della consegna allo sportello.

    Documenti necessari

    • Documento o istanza originale da presentare all’ufficio
    • Marca da bollo telematica da 16 euro (acquistabile dal tabaccaio)
    • Eventuale ricevuta di acquisto del contrassegno (per il proprio archivio)
    • Copia dell’atto se si vuole conservare la prova dell’invio

    Caso 1 – Tizio presenta una domanda al Comune

    Scenario. Tizio vuole ottenere dal Comune un certificato di destinazione urbanistica per il suo terreno. L’ufficio tecnico richiede una domanda scritta con allegati.

    Come si applica. La domanda scritta rivolta alla PA rientra nella regola generale del DPR 642/1972: bollo da 16 euro ogni 4 facciate. Se la domanda con gli allegati supera le 4 facciate, Tizio deve applicare una marca aggiuntiva da 16 euro per ogni gruppo ulteriore di 4 facciate. Il certificato rilasciato dal Comune potrebbe a sua volta scontare il bollo, salvo che l’ufficio non lo rilasci in esenzione (dipende dalla materia e dall’uso dichiarato).

    In pratica

    • Compra la marca da bollo da 16 euro dal tabaccaio prima di andare allo sportello.
    • Applica il contrassegno sulla prima pagina della domanda; annullalo con la data e la firma.
    • Se il documento supera 4 facciate, prevedi una seconda marca da 16 euro.

    Caso 2 – Caio ricorre al TAR: esenzione dal bollo

    Scenario. Caio ha ricevuto un diniego dalla Questura e vuole presentare ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR). Si chiede se deve apporre marche da bollo sui suoi atti processuali.

    Come si applica. Gli atti del processo – compresi i ricorsi, le memorie difensive e i documenti depositati in giudizio – sono esenti in modo assoluto dall’imposta di bollo. Questa esenzione copre sia il processo civile sia quello penale e quello amministrativo davanti al TAR o al Consiglio di Stato. Caio non deve acquistare alcuna marca da bollo per i documenti che deposita in tribunale o davanti al giudice amministrativo.

    In pratica

    • Nessuna marca da bollo sugli atti depositati in giudizio: l’esenzione è assoluta.
    • L’esenzione vale per il ricorso al TAR, al Consiglio di Stato e in tutti i gradi del processo.
    • Se invece Caio chiede alla Questura un documento fuori dal procedimento (es. un certificato), il bollo ordinario potrebbe tornare a essere dovuto.

    Quando rivolgersi a un professionista

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    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Quanto costa il bollo su una domanda alla PA?

    L’importo ordinario è 16 euro ogni 4 facciate (o ogni 100 righe). Per un’istanza di una sola pagina è quindi sufficiente una marca da bollo da 16 euro.

    Dove si compra la marca da bollo?

    Il contrassegno telematico (la cosiddetta marca da bollo) si acquista in tabaccheria oppure attraverso alcuni servizi online abilitati. L’importo è fisso e il contrassegno va applicato sul documento prima della consegna all’ufficio.

    Quali atti rivolti alla PA sono esenti dal bollo?

    Sono esenti gli atti del processo (civile, penale, amministrativo), quelli in materia di previdenza e assistenza sociale, le pratiche per adozioni e affidamento minori e alcune altre materie sociali. L’elenco completo è nella tabella allegata al DPR 642/1972.

    Il bollo si paga anche sul certificato che rilascia la PA?

    Di norma sì: anche il certificato o l’attestazione rilasciata dall’ufficio pubblico sconta il bollo da 16 euro ogni 4 facciate, salvo esenzioni specifiche previste dalla legge.

    Posso non apporre la marca se dimentico?

    No: la mancata apposizione del bollo costituisce un’infrazione fiscale. L’ufficio può rifiutare di ricevere l’atto o segnalare la violazione all’Agenzia delle Entrate, che può irrogare sanzioni e recuperare l’imposta non versata.

    Il bollo si paga anche sui documenti inviati via PEC alla PA?

    In linea di principio la natura del tributo non muta con la trasmissione telematica: se l’atto è soggetto a bollo, l’obbligo sussiste anche se viene inviato tramite PEC. In pratica occorre assolvere il bollo in modo virtuale o con altra modalità autorizzata, poiché non è possibile applicare fisicamente una marca su un documento digitale.

  • Versamenti dei soci: conto capitale o finanziamento?

    In sintesi

    • Versamento in conto capitale: diventa riserva di patrimonio netto, non va restituito senza una formale riduzione di capitale e non produce interessi.
    • Finanziamento soci: è un debito della società, va restituito, può fruttare interessi e per la società è deducibile nei limiti del ROL.
    • Postergazione art. 2467 c.c.: in situazioni di squilibrio finanziario il rimborso del finanziamento soci è postergato rispetto a tutti gli altri creditori.
    • Scelta strategica: il conto capitale rafforza il patrimonio netto e migliora gli indicatori di solidità; il finanziamento mantiene flessibilità ma espone al rischio di postergazione.
    • Nessun reddito per la società in entrambi i casi: né il versamento in conto capitale né il finanziamento costituiscono reddito tassabile per la SRL.

    Conto capitale o finanziamento: quale strada conviene?

    Quando una SRL ha bisogno di liquidità, i soci possono intervenire in due modi radicalmente diversi: versare denaro a titolo di apporto in conto capitale (o «a fondo perduto») oppure concedere un finanziamento alla società. La scelta non è solo contabile: produce effetti fiscali, civilistici e strategici che vale la pena capire bene prima di firmare qualsiasi documento.

    Il versamento in conto capitale entra nel patrimonio netto della società come riserva. Non è un debito: la società non è obbligata a restituirlo, non matura interessi e il socio potrà rientrare delle somme solo attraverso una formale delibera di riduzione del capitale o in sede di liquidazione della società. Rafforza quindi la struttura patrimoniale e può migliorare l’accesso al credito bancario.

    Il finanziamento soci funziona invece come un prestito ordinario. La società lo iscrive tra i debiti, può essere fruttifero di interessi e – salvo accordo contrario – va restituito. Il punto critico è la postergazione prevista dall’art. 2467 del codice civile: se la società si trova in una situazione di eccessivo squilibrio tra indebitamento e patrimonio netto, oppure in una situazione in cui sarebbe ragionevole un conferimento, il rimborso del finanziamento soci è automaticamente postergato rispetto al soddisfacimento degli altri creditori.

    La distinzione tra i due strumenti deve risultare chiara dalla documentazione societaria: delibera assembleare per il conto capitale, contratto scritto per il finanziamento. Confondere i due istituti può creare problemi in caso di controllo fiscale o di crisi aziendale.

    Confronto: conto capitale vs finanziamento soci
    Caratteristica Conto capitale Finanziamento soci
    Natura contabile Riserva di patrimonio netto Debito della società
    Obbligo di restituzione No (serve delibera formale) Sì, secondo le condizioni pattuite
    Interessi No Possibili (reddito di capitale per il socio)
    Deducibilità interessi per la società Non applicabile Sì, nei limiti del ROL
    Postergazione art. 2467 c.c. Non applicabile Sì, in caso di squilibrio finanziario
    Effetto sul patrimonio netto Aumenta il PN Non aumenta il PN

    Esempio pratico

    • Alfa SRL ha un patrimonio netto di 50.000 euro e un debito bancario elevato. Il socio Tizio vuole immettere 30.000 euro. Se lo fa come conto capitale, il patrimonio netto sale a 80.000 euro, il rapporto debiti/PN migliora e la banca valuta positivamente la solidità della società. Se lo fa come finanziamento, i 30.000 euro restano un debito e – in caso di difficoltà finanziaria – Tizio sarà rimborsato solo dopo tutti gli altri creditori, in base all’art. 2467 c.c. In assenza di interessi pattuiti per iscritto, il finanziamento si presume infruttifero e nessun reddito di capitale emerge per Tizio.

    Documenti necessari

    • Delibera assembleare di versamento in conto capitale (o a fondo perduto)
    • Contratto scritto di finanziamento soci con indicazione del tasso di interesse (se fruttifero) e delle condizioni di rimborso
    • Estratto conto bancario o bonifico a comprova del versamento
    • Bilancio d’esercizio con evidenza della riserva o del debito verso soci
    • Eventuale perizia o valutazione del patrimonio netto se il versamento è finalizzato a ricapitalizzare la società

    Caso 1 – Tizio versa in conto capitale per rafforzare il PN

    Scenario. Alfa SRL attraversa un periodo di investimenti e ha bisogno di 40.000 euro per acquistare macchinari. Il patrimonio netto è positivo ma il rapporto con i debiti è teso. Il socio Tizio decide di versare la somma a titolo di apporto in conto capitale, senza prevedere alcuna restituzione.

    Come si applica. La somma entra direttamente tra le riserve di patrimonio netto. Non è un reddito per la società e non produce interessi passivi. Tizio non ha diritto alla restituzione salvo delibera di riduzione del capitale: la somma è ‘a fondo perduto’ nel senso che resta vincolata alla vita della società. In caso di futura distribuzione di utili, la riserva da versamento soci non è assimilabile a riserve di utili e la sua restituzione ai soci segue le regole fiscali dei conferimenti.

    In pratica

    • Delibera assembleare scritta che qualifica espressamente il versamento come ‘conto capitale’ o ‘a fondo perduto’.
    • Nessun interesse da registrare: la società non deduce nulla, Tizio non percepisce reddito di capitale.
    • Il patrimonio netto aumenta di 40.000 euro: migliora il rating bancario e riduce il rischio di attivare gli obblighi degli artt. 2482-bis/ter c.c.

    Caso 2 – Caio concede un finanziamento fruttifero

    Scenario. Il socio Caio di Alfa SRL vuole mantenere la flessibilità di rientrare nei propri fondi entro due anni. Decide di concedere un finanziamento di 20.000 euro con un tasso di interesse concordato e rimborso a scadenza.

    Come si applica. La società iscrive 20.000 euro tra i debiti verso soci. Gli interessi maturati sono un costo per la società (deducibile nei limiti del ROL) e un reddito di capitale per Caio (soggetto a ritenuta). Il rischio principale è la postergazione: se Alfa SRL si trovasse in difficoltà finanziaria con un rapporto debiti/PN squilibrato, il rimborso a Caio sarebbe automaticamente postergato rispetto agli altri creditori in forza dell’art. 2467 c.c., indipendentemente dalla scadenza pattuita.

    In pratica

    • Contratto scritto di finanziamento con tasso, durata e modalità di rimborso.
    • La postergazione ex art. 2467 c.c. scatta automaticamente in caso di squilibrio finanziario: Caio sarebbe rimborsato per ultimo.
    • Gli interessi percepiti da Caio sono reddito di capitale soggetto a ritenuta; la deducibilità per la società è soggetta al limite del ROL.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Un versamento in conto capitale può essere restituito?

    Sì, ma solo attraverso una formale delibera di riduzione del capitale sociale. Non è possibile restituirlo come un rimborso ordinario: serve una procedura assembleare e, se la riduzione porta il capitale sotto il minimo legale, scattano gli obblighi degli artt. 2482-bis e 2482-ter c.c.

    Il versamento in conto capitale è reddito per la società?

    No. Né il versamento in conto capitale né il finanziamento soci costituiscono reddito tassabile per la SRL. Sono apporti di risorse, non ricavi.

    Cosa succede al finanziamento soci in caso di fallimento o liquidazione?

    In base all’art. 2467 c.c., se al momento del rimborso la società si trovava in una situazione di eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto, il credito del socio finanziatore è postergato: viene soddisfatto solo dopo tutti gli altri creditori ordinari.

    Gli interessi sul finanziamento soci sono sempre deducibili per la società?

    No, la deducibilità degli interessi passivi è soggetta al limite del ROL (Risultato Operativo Lordo) previsto dalla disciplina fiscale sulla thin capitalisation. Gli interessi che eccedono il 30% del ROL non sono deducibili nell’esercizio ma possono essere riportati agli esercizi successivi.

    Come si distingue contabilmente un versamento in conto capitale da un finanziamento?

    Il versamento in conto capitale è iscritto nel patrimonio netto (voce ‘Riserve’ o ‘Versamenti soci in conto capitale’). Il finanziamento è iscritto tra i debiti (verso soci per finanziamenti). La qualificazione dipende dalla volontà delle parti espressa nella delibera o nel contratto: senza documentazione scritta chiara, il rischio di riqualificazione da parte del fisco è concreto.

    È possibile convertire un finanziamento soci in versamento in conto capitale?

    Sì, con apposita delibera assembleare che stabilisce la rinuncia del socio al credito e la sua conversione in riserva di patrimonio netto. L’operazione va documentata formalmente e iscritta in bilancio.

  • Dropshipping e e-commerce: partita IVA e dichiarazione dei redditi

    In sintesi

    • Partita IVA obbligatoria: dropshipping ed e-commerce sono attivita’ d’impresa abituali; non si puo’ usare il 730 in modo autonomo per questi redditi.
    • Regime forfetario: accesso possibile se i ricavi dell’anno precedente non superano 85.000 euro; imposta sostitutiva al 15% (5% per i primi 5 anni).
    • Coefficiente di redditivita’ per il commercio: nel regime forfetario, per il commercio al dettaglio (47.1-47.7 e 47.9) il coefficiente e’ del 40%.
    • Regime ordinario o semplificato: oltre i limiti del forfetario si applica il regime ordinario (quadro RF) o semplificato (quadro RG) con tassazione IRPEF a scaglioni.
    • Superamento di 100.000 euro in corso d’anno: il regime forfetario cessa immediatamente e il reddito dell’intero anno va tassato con le modalita’ ordinarie.

    Dropshipping e e-commerce: serve davvero la partita IVA?

    Il dropshipping e’ un modello di vendita in cui l’imprenditore raccoglie ordini online e li gira a un fornitore che spedisce direttamente al cliente finale. L’e-commerce piu’ tradizionale prevede invece l’acquisto e la rivendita di merce gestita in proprio. In entrambi i casi si tratta di attivita’ commerciali esercitate in modo abituale e organizzato: la partita IVA e’ obbligatoria fin dal primo giorno in cui si inizia a operare con continuita’.

    Non si puo’ gestire un negozio online stabile dichiarando i ricavi come semplice reddito occasionale nel 730. La linea di confine tra ‘occasionale’ e ‘abituale’ e’ sottile, ma l’organizzazione stabile di un negozio, con listino prezzi, descrizioni di prodotti e gestione continuativa degli ordini, e’ gia’ un segnale chiaro di impresa.

    Una volta aperta la partita IVA, la scelta del regime fiscale e’ il primo passo concreto. Per chi parte da zero o ha ricavi contenuti, il regime forfetario e’ spesso la soluzione piu’ semplice: un’unica imposta sostitutiva, meno adempimenti, nessun obbligo IVA verso i clienti privati italiani.

    Regimi fiscali per e-commerce e dropshipping a confronto
    Regime Soglia ricavi Come si determina il reddito Imposta
    Forfetario (nuovo) Ricavi anno prec. <= 85.000 euro; cessa se si superano 100.000 euro in corso d'anno Ricavi x coefficiente redditivita' (40% commercio al dettaglio 47.1-47.9) Imposta sostitutiva 15% (5% primi 5 anni)
    Semplificato (RG) Fino ai limiti di legge per la contabilita' semplificata Ricavi – costi con criterio di cassa IRPEF a scaglioni + addizionali + IRAP
    Ordinario (RF) Nessun limite, obbligatorio sopra soglie Competenza economica, scritture contabili complete IRPEF a scaglioni + addizionali + IRAP

    Esempio pratico

    • Tizio apre nel 2025 un negozio di dropshipping di accessori tech. Incassa 42.000 euro di ricavi. Avendo aderito al regime forfetario, il suo reddito imponibile e’ pari a 42.000 x 40% = 16.800 euro. Su questa base paga un’imposta sostitutiva del 15%, pari a 2.520 euro. Se si trattasse del primo anno di attivita’ (e fossero soddisfatte le condizioni di legge), l’aliquota sarebbe del 5% anziche’ del 15%, con un’imposta di soli 840 euro. I contributi previdenziali obbligatori versati nel periodo sono deducibili dal reddito forfetario prima di calcolare l’imposta.

    Documenti necessari

    • Estratti conto della piattaforma e-commerce (Shopify, Amazon, WooCommerce, ecc.) con ricavi 2025
    • Fatture di acquisto della merce (o conferme d’ordine al fornitore nel dropshipping)
    • F24 versamenti contributi previdenziali INPS
    • Registri corrispettivi o fatture emesse
    • Codice ATECO dell’attivita’ (necessario per il regime forfetario)

    Caso 1: Caio gestisce un piccolo negozio di dropshipping in regime forfetario

    Scenario. Caio ha avviato nel 2024 un negozio online in regime forfetario (codice ATECO commercio al dettaglio, gruppo 47). Nel 2025 ha incassato 38.000 euro di ricavi e versato 3.200 euro di contributi INPS.

    Come si applica. Caio rientra nel regime forfetario perche’ i ricavi del 2024 (anno precedente) erano inferiori a 85.000 euro e non si e’ verificato il superamento di 100.000 euro nel corso del 2025. Il reddito imponibile si calcola applicando il coefficiente di redditivita’ del 40% ai ricavi: 38.000 x 40% = 15.200 euro. Da questo importo si deducono i contributi previdenziali versati (3.200 euro), ottenendo un reddito netto soggetto a imposta sostitutiva di 12.000 euro. L’imposta sostitutiva al 15% e’ 1.800 euro. I dati vanno nel quadro LM del modello Redditi PF (non nel 730).

    In pratica

    • Il 730 non e’ il modello adatto: chi ha partita IVA con reddito d’impresa usa il modello Redditi PF.
    • Compilare il quadro LM (sezione III, regime forfetario) con ricavi, coefficiente, contributi e imposta sostitutiva.
    • Conservare tutti gli estratti conto della piattaforma e i versamenti F24 dei contributi.

    Caso 2: Sempronia supera la soglia e passa al regime ordinario

    Scenario. Sempronia gestisce un e-commerce di abbigliamento. Nel 2025 i suoi ricavi hanno raggiunto 110.000 euro, superando il limite di 100.000 euro previsto per il forfetario.

    Come si applica. Il superamento di 100.000 euro in corso d’anno fa cessare immediatamente il regime forfetario. Sempronia deve determinare il reddito per l’intero 2025 con le modalita’ ordinarie: tutti i ricavi vengono confrontati con i costi documentati e l’utile netto viene tassato con le aliquote IRPEF progressive. Dovra’ usare il quadro RF (contabilita’ ordinaria) o RG (semplificata) del modello Redditi PF. E’ fondamentale che si faccia assistere da un commercialista per la corretta gestione della transizione.

    In pratica

    • Il superamento di 100.000 euro di ricavi in un anno fa uscire dal forfetario per quell’intero anno.
    • La differenza rispetto a un semplice sforo della soglia 85.000 (che comporta l’uscita solo dall’anno successivo) e’ importante: chiedi conferma a un professionista.
    • Con il regime ordinario tornano in gioco la deducibilita’ analitica dei costi, l’IVA e gli ISA (indici sintetici di affidabilita’).

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Posso usare il modello 730 per dichiarare i redditi da e-commerce?

    No, se hai partita IVA con reddito d’impresa devi usare il modello Redditi PF. Il 730 e’ destinato ai lavoratori dipendenti e pensionati con redditi tipici da lavoro; non e’ adatto per chi ha un’attivita’ commerciale con partita IVA.

    Qual e' il coefficiente di redditivita' per il commercio nel regime forfetario?

    Per il commercio all’ingrosso e al dettaglio (codici ATECO 45, da 46.2 a 46.9, da 47.1 a 47.7, 47.9) il coefficiente di redditivita’ e’ del 40%. Per il commercio ambulante di prodotti non alimentari (47.82-47.89) e’ del 54%.

    Se nel 2025 supero 85.000 euro di ricavi nel forfetario, cosa succede?

    Se superi la soglia di 85.000 euro ma non quella di 100.000 euro, esci dal regime forfetario a partire dall’anno successivo (2026), ma il 2025 viene dichiarato ancora in forfetario. Se superi 100.000 euro in corso d’anno, il forfetario cessa immediatamente e il reddito dell’intero 2025 va tassato con le modalita’ ordinarie.

    Il dropshipping e' considerato commercio ai fini del coefficiente di redditivita'?

    Si’, l’attivita’ di rivendita tramite dropshipping rientra nel commercio. Il codice ATECO corretto dipende dal tipo di beni venduti. Verifica con un commercialista quale codice si applica alla tua specifica attivita’ per determinare il coefficiente giusto.

    Posso accedere al forfetario al 5% se ho gia' avuto una partita IVA in passato?

    L’aliquota ridotta al 5% per i primi 5 anni spetta solo se, nei tre anni precedenti l’inizio dell’attivita’, non hai esercitato attivita’ artistica, professionale o d’impresa (anche in forma associata), e l’attivita’ nuova non costituisce mera prosecuzione di una precedente attivita’ svolta come lavoratore dipendente o autonomo.

    Come si versano i contributi INPS in regime forfetario?

    I contribuenti forfetari con attivita’ di impresa commerciale sono iscritti alla gestione commercianti INPS. E’ possibile optare per il regime contributivo agevolato presentando apposita richiesta all’INPS. I contributi versati nel periodo d’imposta sono integralmente deducibili dal reddito forfetario.

  • Articolo 10 L. 184/1983: Apertura del procedimento di adottabilità

    Art. 10 L. 184/1983 – Apertura del procedimento di adottabilità

    Testo vigente – Legge 4 maggio 1983, n. 184 (aggiornato da Normattiva)

    1. Il presidente del tribunale per i minorenni o un giudice da lui delegato, ricevuto il ricorso di cui all'articolo 9, comma 2, provvede all'immediata apertura di un procedimento relativo allo stato di abbandono del minore. Dispone immediatamente, all'occorrenza, tramite i servizi sociali locali o gli organi di pubblica sicurezza, più approfonditi accertamenti sulle condizioni giuridiche e di fatto del minore, sull'ambiente in cui ha vissuto e vive ai fini di verificare se sussiste lo stato di abbandono.

    2. All'atto dell'apertura del procedimento, sono avvertiti i genitori o, in mancanza, i parenti entro il quarto grado che abbiano rapporti significativi con il minore. Con lo stesso atto il presidente del tribunale per i minorenni li invita a nominare un difensore e li informa della nomina di un difensore di ufficio per il caso che essi non vi provvedano. Tali soggetti, assistiti dal difensore, possono partecipare a tutti gli accertamenti disposti dal tribunale, possono presentare istanze anche istruttorie e prendere visione ed estrarre copia degli atti contenuti nel fascicolo previa autorizzazione del giudice.

    3. Il tribunale può disporre in ogni momento e fino all'affidamento preadottivo ogni opportuno provvedimento provvisorio nell'interesse del minore, ivi compresi il collocamento temporaneo presso una famiglia o una comunità di tipo familiare, la sospensione della responsabilità genitoriale
    dei genitori sul minore, la sospensione dell'esercizio delle funzioni del tutore e la nomina di un tutore provvisorio.

    4. In caso di urgente necessità, i provvedimenti di cui al comma 3 possono essere adottati dal presidente del tribunale per i minorenni o da un giudice da lui delegato.

    5. Il tribunale, entro trenta giorni, deve confermare, modificare o revocare i provvedimenti urgenti assunti ai sensi del comma 4. Il tribunale provvede in camera di consiglio con l'intervento del pubblico ministero, sentite tutte le parti interessate ed assunta ogni necessaria informazione. Deve inoltre essere sentito il minore che ha compiuto gli anni dodici e anche il minore di età inferiore, in considerazione della sua capacità di discernimento. I provvedimenti adottati debbono essere comunicati al pubblico ministero ed ai genitori. Si applicano le norme di cui agli articoli 330 e seguenti del codice civile.

  • Imposta di bollo: cos’è e come funziona

    In sintesi

    • Base normativa: l’imposta di bollo è disciplinata dal DPR 642/1972 e si applica agli atti, documenti e registri elencati nella tariffa allegata.
    • Tre modi di pagamento: marca da bollo (contrassegno telematico), bollo a punzone oppure bollo virtuale su autorizzazione dell’Agenzia delle Entrate.
    • Importo ordinario 16 euro: si applica a molti atti, istanze e certificati, ogni 4 facciate e comunque ogni 100 righe di documento scritto.
    • Alternatività IVA/bollo: un documento che sconta l’IVA non paga anche il bollo; il principio vale anche tra bollo e imposta di registro in certi casi.
    • Esenzioni: numerose categorie di atti sono esenti in modo assoluto (tabella allegato B al DPR 642/1972), come atti del processo, previdenza, assistenza e adozioni.
    • Bollo virtuale: banche, assicurazioni e grandi emittenti possono ottenere l’autorizzazione a versare l’imposta periodicamente, senza apporre la marca fisica.

    Che cos'è l'imposta di bollo e perché esiste

    L’imposta di bollo è un tributo che lo Stato applica su determinati atti, documenti e registri. Non si paga su tutto: solo sugli atti espressamente elencati nella tariffa allegata al DPR 642/1972, il decreto che ancora oggi disciplina questa imposta.

    In pratica, quando hai bisogno di presentare una domanda a un ufficio pubblico, di ottenere un certificato o di formalizzare certi contratti, la legge richiede che il documento ‘sia bollato’, cioè che l’imposta sia già stata assolta prima di usarlo. Il bollo non è una sanzione: è semplicemente il costo che lo Stato addebita per dare valore legale o formale a quei documenti.

    Il meccanismo è relativamente semplice: esiste una tariffa che elenca gli atti soggetti a bollo e l’importo dovuto. Se l’atto che ti serve è in quell’elenco, devi pagare l’imposta nel modo previsto dalla legge. Se non è nell’elenco – oppure rientra in una delle numerose categorie esenti – il bollo non si paga.

    Capire come funziona ti aiuta a evitare due errori opposti: pagare il bollo quando non serve (per esempio su una fattura con IVA, dove il bollo non è dovuto) oppure non pagarlo quando invece è obbligatorio, rischiando di rendere irregolare il documento.

    I principali casi di imposta di bollo
    Documento / atto Importo bollo
    Istanze, domande e certificati verso la PA 16 euro ogni 4 facciate / 100 righe
    Atti e documenti scritti soggetti a bollo 16 euro ogni 4 facciate / 100 righe
    Libri e registri contabili / libri sociali (vidimazione) 16 euro ogni 100 pagine (ridotto con tassa conc. governativa)
    Fatture / ricevute senza IVA oltre 77,47 euro 2 euro per documento
    Cambiale pagherò (titolo esecutivo) 12 per mille sull'importo
    Cambiale tratta accettata 11 per mille sull'importo

    Esempio pratico

    • Tizio presenta una domanda scritta al Comune per ottenere un’autorizzazione. La domanda occupa 2 facciate. Poiché è inferiore a 4 facciate, è sufficiente una sola marca da bollo da 16 euro da apporre prima della presentazione. Se la domanda fosse stata di 5 facciate, Tizio avrebbe dovuto apporre due marche da bollo (una per le prime 4 facciate, una per la quinta), per un totale di 32 euro.

    Documenti necessari

    • DPR 642/1972 (testo vigente con tariffa allegata)
    • Tariffa allegato A al DPR 642/1972 (atti soggetti a bollo)
    • Tabella allegato B al DPR 642/1972 (atti esenti in modo assoluto)
    • Eventuale autorizzazione AdE per il bollo virtuale (per chi emette molti documenti)
    • Modello F24 per il versamento del bollo virtuale trimestrale

    Tizio presenta un'istanza al Comune

    Scenario. Tizio deve chiedere al Comune il rilascio di un certificato di residenza storica per una pratica notarile. La richiesta è un documento scritto di 3 facciate.

    Come si applica. Le domande e istanze rivolte agli uffici pubblici rientrano nella tariffa del DPR 642/1972 e scontano il bollo di 16 euro ogni 4 facciate. La domanda di Tizio è di 3 facciate, quindi occupa meno di 4 facciate: si applica un’unica marca da bollo da 16 euro. Tizio acquista il contrassegno telematico dal tabaccaio, lo appone sulla domanda prima di consegnarla allo sportello e conserva la ricevuta d’acquisto.

    In pratica

    • Acquista la marca da bollo (contrassegno telematico) dal tabaccaio o online.
    • Apponi la marca sul documento prima di presentarlo: una volta usata non è rimborsabile.
    • Controlla se l’atto rientra in una categoria esente: potresti non dover pagare nulla.

    Caio vuole capire se la sua fattura ha bisogno del bollo

    Scenario. Caio è un libero professionista in regime forfettario. Emette una fattura da 1.500 euro per una consulenza. Poiché è forfettario, la fattura non espone l’IVA.

    Come si applica. Il principio di alternatività stabilisce che il bollo non si applica ai documenti che scontano l’IVA. Ma la fattura di Caio non ha IVA: espone un importo non assoggettato all’imposta sul valore aggiunto, superiore a 77,47 euro. In questo caso il bollo di 2 euro è dovuto. Di norma il forfettario addebita in fattura al cliente i 2 euro come rimborso spese, in modo che il costo sia a carico di chi riceve il servizio.

    In pratica

    • Se la tua fattura ha IVA, il bollo non si applica (alternatività IVA/bollo).
    • Se la fattura non ha IVA e l’importo supera 77,47 euro, il bollo di 2 euro è obbligatorio.
    • I forfettari lo addebitano di norma al cliente come voce separata in fattura.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    L'imposta di bollo si paga su tutti i documenti?

    No. Si paga solo sugli atti, documenti e registri espressamente elencati nella tariffa allegata al DPR 642/1972. Se il documento non è in quell’elenco, oppure rientra in una categoria esente (allegato B), il bollo non è dovuto.

    Cos'è il bollo virtuale e chi può usarlo?

    È un sistema che consente a chi emette molti documenti soggetti a bollo – banche, assicurazioni, grandi emittenti – di versare l’imposta periodicamente in base a una dichiarazione preventiva, senza apporre fisicamente la marca su ogni documento. Serve un’apposita autorizzazione dell’Agenzia delle Entrate.

    Cosa succede se un atto soggetto a bollo viene presentato senza la marca?

    Il documento risulta irregolare. Nei rapporti con le pubbliche amministrazioni può essere rifiutato o regolarizzato in un secondo momento, ma con l’aggiunta di sanzioni e interessi sull’imposta non versata.

    Il bollo si applica anche se il documento è soggetto a IVA?

    No. Vige il principio di alternatività: un documento che sconta l’IVA non paga anche l’imposta di bollo. Se non c’è IVA e il documento rientra nella tariffa, il bollo è invece dovuto.

    Dove si compra la marca da bollo?

    Presso i tabaccai autorizzati, che rilasciano il contrassegno telematico (il vecchio formato fisico non esiste più). Alcuni servizi online autorizzati consentono l’acquisto digitale con consegna dell’immagine del contrassegno.

    Quanto costa il bollo per una cambiale?

    La cambiale pagherò sconta un’imposta di bollo proporzionale del 12 per mille sull’importo del titolo; la cambiale tratta accettata sconta l’11 per mille. Senza il bollo la cambiale perde la qualità di titolo esecutivo.

  • Ritenuta d’acconto di professionisti e autonomi al 20%

    In sintesi

    • Aliquota del 20% applicata sul compenso imponibile del professionista o lavoratore autonomo.
    • Il committente (sostituto d’imposta) trattiene la ritenuta, la versa con F24 e rilascia la Certificazione Unica.
    • Il professionista scomputa la ritenuta dall’IRPEF dovuta nella dichiarazione dei redditi annuale.
    • La ritenuta è a titolo d’acconto: è un anticipo dell’imposta, non l’imposta definitiva.
    • Per i non residenti può applicarsi invece una ritenuta a titolo d’imposta, definitiva.
    • Anche le prestazioni occasionali subiscono la stessa ritenuta del 20%.

    Che cos'è la ritenuta d'acconto e perché ti riguarda

    Quando un professionista – avvocato, consulente, ingegnere, grafico o qualsiasi altro lavoratore autonomo – emette una fattura a un cliente che è un’azienda, uno studio associato o un ente, il pagamento che riceve è già al netto di una trattenuta: la ritenuta d’acconto del 20%. Non è una penale né un errore: è un meccanismo di riscossione anticipata dell’IRPEF previsto dalla legge.

    Il committente, chiamato tecnicamente sostituto d’imposta, trattiene il 20% dell’imponibile, lo versa all’Erario entro il giorno 16 del mese successivo tramite il modello F24 (codice tributo 1040) e poi rilascia al professionista la Certificazione Unica (CU) con il dettaglio delle somme erogate e delle ritenute operate.

    Il professionista, a sua volta, quando compila la dichiarazione dei redditi (Modello Redditi PF oppure 730 se ha solo redditi di lavoro dipendente come unica altra fonte), porta in detrazione le ritenute certificate: se l’IRPEF complessiva è superiore alle ritenute già versate dovrà pagare la differenza, se è inferiore otterrà un rimborso. La ritenuta, quindi, è soltanto un acconto – non chiude il conto con il Fisco.

    Ritenuta d'acconto sui compensi di lavoro autonomo – sintesi
    Elemento Dettaglio
    Aliquota 20% dell'imponibile
    Base imponibile Compenso al netto dei contributi previdenziali e della rivalsa INPS
    Chi la trattiene Il committente (sostituto d'imposta)
    Versamento F24 entro il 16 del mese successivo – codice tributo 1040
    Certificazione Certificazione Unica (CU) rilasciata dal sostituto
    Natura A titolo d'acconto (scomputabile in dichiarazione)
    Non residenti Può diventare ritenuta a titolo d'imposta (definitiva)

    Esempio pratico

    • Tizio emette una parcella da 1.000 euro + IVA al 22% a una società cliente. La società calcola la ritenuta sul compenso imponibile: 1.000 × 20% = 200 euro. Tizio incassa quindi 1.000 + 220 (IVA) – 200 (ritenuta) = 1.020 euro netti. La società versa i 200 euro all’Erario entro il 16 del mese successivo e rilascia a Tizio la CU con scritto: compenso 1.000 euro, ritenuta operata 200 euro. Quando Tizio compila la dichiarazione dei redditi, quei 200 euro verranno sottratti dall’IRPEF totale che risulta dovuta sull’intero reddito dell’anno.

    Documenti necessari

    • Certificazione Unica (CU) rilasciata dal committente entro il 16 marzo
    • Fatture emesse nell’anno (registro dei corrispettivi o registro IVA)
    • Modello F24 dei versamenti effettuati dal committente (copia opzionale ma utile)
    • Modello Redditi PF o Modello 730 per la dichiarazione annuale
    • Eventuale documentazione dei contributi INPS versati (per calcolare l’imponibile corretto)

    Caso 1 – Tizio: professionista con più committenti

    Scenario. Tizio è un consulente informatico con partita IVA che lavora per tre aziende diverse nel corso dell’anno. Ognuna gli applica la ritenuta del 20% e gli rilascia una CU separata.

    Come si applica. Tizio raccoglie le tre CU a marzo e somma tutte le ritenute subite, per esempio 1.800 euro totali. In sede di dichiarazione, calcola la sua IRPEF lorda su tutti i redditi, sottrae le detrazioni spettanti e ottiene un’IRPEF netta di 2.400 euro. Deve quindi ancora versare 2.400 – 1.800 = 600 euro. Se invece l’IRPEF netta fosse risultata 1.200 euro, avrebbe ricevuto un rimborso di 600 euro.

    In pratica

    • Conserva tutte le CU ricevute: sono il documento chiave per non perdere le ritenute già versate per tuo conto.
    • Se un committente non ti rilascia la CU entro il 16 marzo, puoi sollecitarla: hai diritto a riceverla.
    • Le ritenute di più committenti si sommano tutte nella stessa sezione della dichiarazione.

    Caso 2 – Caio: prestazione occasionale sotto soglia

    Scenario. Caio non ha partita IVA e svolge saltuariamente attività di traduzione per una società. Nell’anno percepisce in totale 2.000 euro di compensi occasionali, cifra inferiore ai 5.000 euro annui.

    Come si applica. La società applica comunque la ritenuta d’acconto del 20% su ogni pagamento. Caio incassa i compensi al netto e riceve la CU. Dichiara quei 2.000 euro tra i redditi diversi nel Modello 730 o Redditi PF e scomputa le ritenute subite dall’IRPEF dovuta. Non avendo superato la soglia dei 5.000 euro, non è tenuto all’iscrizione alla gestione separata INPS.

    In pratica

    • Anche senza partita IVA, il committente deve applicarti la ritenuta del 20% e rilasciarti la CU.
    • I compensi occasionali vanno comunque dichiarati: la ritenuta subita comparirà nella precompilata grazie alla CU trasmessa all’Agenzia delle Entrate.
    • Se superi i 5.000 euro annui di prestazioni occasionali, scatta l’obbligo di iscrizione alla gestione separata INPS.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Chi deve applicare la ritenuta del 20%?

    La applica il committente (azienda, ente, studio associato, condominio) che paga un professionista o un lavoratore autonomo. I privati non titolari di partita IVA, invece, di norma non sono sostituti d’imposta e non trattengono la ritenuta.

    La ritenuta si calcola sull'importo totale della fattura, IVA inclusa?

    No. La base di calcolo è il solo compenso imponibile, al netto dell’IVA e dei contributi previdenziali (come la rivalsa INPS del 4% che alcuni professionisti addebitano in fattura). L’IVA non entra mai nella base della ritenuta.

    Come recupero la ritenuta che mi hanno già trattenuto?

    Inserendo l’importo certificato nella CU nella tua dichiarazione dei redditi annuale. Se le ritenute superano l’IRPEF dovuta, l’Agenzia delle Entrate ti rimborsa la differenza oppure puoi scegliere di portarla in compensazione con altri tributi.

    Il committente non mi ha versato la ritenuta: rischio qualcosa?

    No, se il committente ha comunque rilasciato la CU e certificato la ritenuta. L’omesso versamento è un problema del sostituto d’imposta, non del professionista percettore. Il professionista ha comunque diritto a scomputare la ritenuta certificata.

    Se sono in regime forfettario devo subire la ritenuta?

    No. I contribuenti in regime forfettario sono esclusi dal meccanismo della ritenuta d’acconto: devono indicarlo espressamente in fattura con una dicitura che richiama il regime agevolato, e il committente non effettua la trattenuta.

    Cosa succede se lavoro per un cliente estero non residente?

    Se il cliente è un soggetto estero privo di stabile organizzazione in Italia, di norma non ha l’obbligo di applicare la ritenuta italiana. Sei tu, in quel caso, a dover dichiarare integralmente il compenso e versare l’IRPEF in sede di dichiarazione.

    Entro quando il committente deve versare la ritenuta trattenuta?

    Entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui ha effettuato il pagamento, usando il modello F24 con il codice tributo 1040 per i redditi di lavoro autonomo.

    Vedi anche: Lavoro autonomo e partita IVA, Ritenuta d’acconto su provvigioni di agenti e rappresentanti, Ritenuta d’acconto, Ritenute d’acconto, Ritenuta sui compensi professionali e IRAP: dichiarazione, acconti e come si versa.