Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 210/2022 – Versamenti delle Camere di commercio al bilancio dello Stato

    Con la sentenza n. 210/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo, per gli anni 2017-2019, l’obbligo delle Camere di commercio di versare allo Stato i risparmi derivanti da varie misure di contenimento della spesa.

    Di cosa si tratta

    Le Camere di commercio sono enti pubblici che si finanziano in larga parte con il diritto annuale a carico delle imprese e svolgono funzioni a favore del sistema economico locale. Negli anni lo Stato ha imposto a molti enti pubblici misure di riduzione della spesa (su consulenze, incarichi, autovetture, eccetera), prevedendo che i risparmi cosi ottenuti fossero versati al bilancio statale. Applicate alle Camere di commercio, queste regole comportavano che risorse alimentate dai contributi delle imprese del territorio finissero nelle casse dello Stato, anziche restare a servizio dell’economia locale. Il giudice rimettente ha sollevato la questione, dubitando della legittimita di questo drenaggio di risorse di enti dotati di autonomia e finanziati dai propri iscritti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Erano impugnate diverse norme (art. 61 del d.l. n. 112 del 2008, art. 6 del d.l. n. 78 del 2010, art. 8 del d.l. n. 95 del 2012, art. 50 del d.l. n. 66 del 2014) nella parte in cui imponevano alle Camere di commercio di versare al bilancio dello Stato i risparmi di spesa, con riferimento agli artt. 3, 53, 97 e 118 della Costituzione e all’autonomia di tali enti.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimita costituzionale di tali disposizioni, limitatamente alla loro applicazione alle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura per il periodo dal 1 gennaio 2017 al 31 dicembre 2019, nella parte in cui prevedono che le somme derivanti dalle riduzioni di spesa siano versate annualmente al bilancio dello Stato.

    Il principio

    Le risorse delle Camere di commercio, alimentate dai contributi delle imprese e destinate al sostegno del sistema economico locale, non possono essere drenate verso il bilancio dello Stato attraverso l’obbligo di versare i risparmi di spesa, almeno per il periodo considerato.

    Domande e risposte

    Cosa cambia per le Camere di commercio?

    Per gli anni 2017-2019 viene meno l’obbligo, dichiarato illegittimo, di versare allo Stato i risparmi derivanti dalle misure di contenimento della spesa: quelle risorse restano nella disponibilita dell’ente.

    Perche il drenaggio e stato ritenuto illegittimo?

    Perche le Camere di commercio sono finanziate dai contributi delle imprese e svolgono funzioni a favore dell’economia locale: sottrarre quelle risorse al bilancio statale ne comprometteva l’autonomia e la funzione.

    La pronuncia vale per tutti gli enti pubblici?

    No. Riguarda specificamente l’applicazione di quelle norme alle Camere di commercio e per il periodo 2017-2019.

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  • Corte cost. n. 203/2022 – Termini del giudizio di conto davanti alla Corte dei conti

    Con la sentenza n. 203/2022 la Corte costituzionale ha respinto i dubbi sulle regole del codice di giustizia contabile in materia di termini del giudizio di conto, salvando la disciplina dei conti giudiziali.

    Di cosa si tratta

    Chi maneggia denaro pubblico (i cosiddetti agenti contabili) deve rendere il conto della propria gestione, che viene esaminato dalla Corte dei conti nel giudizio di conto. Il codice di giustizia contabile del 2016, modificato nel 2019, ha ridisegnato i termini e i meccanismi procedurali di questo giudizio, ad esempio quanto al deposito del conto e all’avvio del procedimento. La Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Campania, ha dubitato che alcune di queste regole fossero compatibili con il diritto di difesa e il giusto processo, e che il decreto delegato avesse rispettato i limiti della legge di delega in materia di equilibrio dei bilanci.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato l’art. 83, commi 1 e 2, dell’Allegato 1 (Codice di giustizia contabile) al decreto legislativo n. 174 del 2016, come modificato dal d.lgs. n. 114 del 2019, in riferimento agli artt. 3, 24, 76, 81 e 111 della Costituzione. La Corte dei conti rimettente dubitava della disciplina dei termini del giudizio di conto sotto il profilo della difesa, del giusto processo e del rispetto della delega.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione e non fondate quelle sollevate in riferimento agli artt. 76 e 81. La disciplina dei termini del giudizio di conto resta quindi in vigore.

    Il principio

    Le regole del codice di giustizia contabile sui termini del giudizio di conto non eccedono i limiti della delega legislativa ne violano gli equilibri di bilancio, e rientrano nella discrezionalita con cui il legislatore organizza il processo davanti alla Corte dei conti.

    Domande e risposte

    Che cos’e il giudizio di conto?

    E il giudizio con cui la Corte dei conti esamina il conto reso dagli agenti contabili, cioe da chi gestisce denaro o beni pubblici, per verificarne la regolarita.

    La sentenza ha modificato i termini del giudizio?

    No. Le questioni sono state in parte dichiarate inammissibili e in parte non fondate: la disciplina del codice di giustizia contabile resta in vigore.

    Cosa significa che il decreto rispetta la delega?

    Significa che il legislatore delegato e rimasto nei limiti dei principi e criteri fissati dalla legge di delega, come richiede l’art. 76 della Costituzione.

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  • Corte cost. n. 198/2022 – Esclusione dalla gara d’appalto per garanzia provvisoria irregolare

    Con la sentenza n. 198/2022 la Corte costituzionale ha ritenuto legittime le regole del codice dei contratti pubblici sulla garanzia provvisoria a corredo dell’offerta nelle gare d’appalto.

    Di cosa si tratta

    Chi partecipa a una gara d’appalto deve presentare una garanzia provvisoria, cioe una cauzione che assicura la serieta dell’offerta e copre la stazione appaltante in caso di mancata sottoscrizione del contratto per fatto dell’aggiudicatario. Il codice dei contratti pubblici del 2016 disciplina presupposti e modalita di questa garanzia, con conseguenze sull’ammissione o esclusione del concorrente. Un’impresa esclusa per profili legati alla garanzia provvisoria ha contestato la disciplina davanti al giudice amministrativo. Il Consiglio di Stato, sezione quinta, ha sollevato la questione di legittimita costituzionale, prospettando un possibile contrasto con la ragionevolezza e con gli obblighi derivanti dal diritto europeo e convenzionale in materia di proporzionalita delle sanzioni.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato il combinato disposto degli artt. 93, comma 6, e 216, comma 1, del decreto legislativo n. 50 del 2016 (codice dei contratti pubblici), in riferimento agli artt. 3 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e all’art. 7 CEDU. Il giudice rimettente dubitava della proporzionalita delle conseguenze previste in materia di garanzia provvisoria.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondate le questioni di legittimita costituzionale del combinato disposto degli artt. 93, comma 6, e 216, comma 1, del d.lgs. n. 50 del 2016. La disciplina della garanzia provvisoria e delle relative conseguenze non contrasta con il principio di ragionevolezza ne con i parametri europei e convenzionali invocati.

    Il principio

    Le regole del codice dei contratti pubblici sulla garanzia provvisoria a corredo dell’offerta sono coerenti con la loro funzione di assicurare serieta e affidabilita dei concorrenti, e non violano i principi di ragionevolezza e proporzionalita richiamati anche dal diritto europeo e convenzionale.

    Domande e risposte

    A cosa serve la garanzia provvisoria nelle gare?

    Garantisce la serieta dell’offerta e copre la stazione appaltante se l’aggiudicatario non sottoscrive il contratto. E un requisito di partecipazione previsto dal codice dei contratti pubblici.

    La sua mancanza o irregolarita comporta l’esclusione?

    Le conseguenze sull’ammissione dipendono dalle regole del codice esaminate dalla Corte, che le ha ritenute legittime nel quadro della disciplina delle gare.

    La decisione ha rilievo per il diritto europeo?

    Si. La Corte ha verificato la compatibilita anche con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e con la CEDU, escludendo profili di contrasto.

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  • Corte cost. n. 196/2022 – Tassazione dei canoni di locazione non percepiti per morosita

    Con la sentenza n. 196/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione sulla tassazione dei canoni di affitto non incassati a causa della morosita dell’inquilino, lasciando ferma la disciplina vigente.

    Di cosa si tratta

    Per il proprietario che affitta un immobile abitativo, il reddito da locazione concorre a formare l’imponibile. Il testo unico delle imposte sui redditi, nella versione introdotta dalla legge del 1998, prevede che i canoni non percepiti non siano tassati solo a partire dal momento in cui si conclude il procedimento di convalida di sfratto per morosita. Fino a quel momento, il proprietario di un alloggio abitativo rischia di dover pagare le imposte su canoni che non ha mai incassato perche l’inquilino non paga. La Commissione tributaria regionale della Toscana ha sollevato la questione, dubitando che fosse ragionevole e conforme alla capacita contributiva tassare un reddito solo figurativo, mai realmente percepito.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato l’art. 26, comma 1, “seconda parte”, del d.P.R. n. 917 del 1986 (TUIR), nella formulazione introdotta dall’art. 8, comma 5, della legge n. 431 del 1998, in riferimento agli artt. 3, primo comma, e 53, primo comma, della Costituzione. Il giudice rimettente lamentava la tassazione di canoni non percepiti per morosita prima della conclusione dello sfratto.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibile la questione di legittimita costituzionale dell’art. 26, comma 1, del d.P.R. n. 917 del 1986. La pronuncia non interviene sulla disciplina: le modalita per evitare la tassazione di redditi non percepiti coinvolgono scelte normative non riconducibili a un’unica soluzione costituzionalmente imposta.

    Il principio

    Il problema della tassazione dei canoni di locazione non incassati per morosita richiede una scelta tecnica tra piu soluzioni possibili, riservata al legislatore: la questione che chiede alla Corte di rimuovere la regola, senza indicare un esito obbligato, e inammissibile.

    Domande e risposte

    Il proprietario paga le tasse anche sui canoni che l’inquilino non versa?

    Per gli immobili abitativi la disciplina lega l’esclusione dei canoni non percepiti alla conclusione del procedimento di convalida di sfratto per morosita; prima di quel momento i canoni concorrono al reddito.

    La sentenza ha eliminato questa tassazione?

    No. La questione e stata dichiarata inammissibile: la regola resta in vigore e un eventuale intervento spetta al legislatore.

    Vale solo per le locazioni abitative?

    La norma esaminata riguarda i canoni delle locazioni di immobili a uso abitativo e il relativo meccanismo legato allo sfratto per morosita.

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  • Corte cost. n. 202/2022 – Assicurazione casalinghe e infortuni domestici sotto soglia di invalidita

    Con la sentenza n. 202/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili, per come erano state formulate, le questioni sull’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni domestici delle persone che lavorano in casa.

    Di cosa si tratta

    Esiste un’assicurazione obbligatoria, gestita dall’INAIL, contro gli infortuni domestici per chi svolge in via non occasionale e gratuita il lavoro di cura della propria famiglia e della casa (le cosiddette casalinghe e casalinghi). La legge del 1999 riconosce la prestazione a partire da una certa soglia di invalidita permanente: al di sotto di quella percentuale l’infortunato non riceve l’indennizzo. Una persona infortunatasi in ambito domestico, con postumi inferiori alla soglia, si e vista negare la rendita e ha contestato la disciplina. La Corte d’appello di Salerno, sezione lavoro, ha sollevato la questione, ipotizzando un contrasto con i diritti inviolabili, l’uguaglianza, la tutela della famiglia e del lavoro, la previdenza e gli obblighi internazionali.

    La questione di legittimità costituzionale

    Era impugnato l’art. 6, comma 2, lettera b), della legge n. 493 del 1999, in riferimento agli artt. 2, 3, 29, 35, 38 e 117, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui subordina l’indennizzo al raggiungimento di una soglia minima di invalidita permanente. La Corte d’appello lamentava l’esclusione dalla tutela degli infortuni con postumi sotto soglia.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimita costituzionale dell’art. 6, comma 2, lettera b), della legge n. 493 del 1999. La pronuncia non entra nel merito: le censure, per come prospettate, non superavano il vaglio di ammissibilita, anche in ragione della pluralita di soluzioni possibili rimesse al legislatore.

    Il principio

    La fissazione di una soglia minima di invalidita per l’indennizzo degli infortuni domestici investe scelte di bilanciamento e di risorse riservate al legislatore: le questioni che chiedono alla Corte di rimuoverla, senza individuare una soluzione costituzionalmente obbligata, sono inammissibili.

    Domande e risposte

    L’assicurazione contro gli infortuni domestici e obbligatoria?

    Si. Riguarda chi svolge in modo abituale e gratuito il lavoro di cura della casa e della famiglia. L’iscrizione e l’assicurazione sono gestite dall’INAIL.

    Perche un infortunio con postumi lievi non viene indennizzato?

    Perche la legge prevede una soglia minima di invalidita permanente al di sotto della quale non spetta la prestazione. La Corte non ha rimosso questa soglia.

    La sentenza ha cambiato la disciplina?

    No. Le questioni sono state dichiarate inammissibili: la regola resta in vigore, e un eventuale intervento sulla soglia spetta al legislatore.

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  • Corte cost. n. 260/2022 – Equiparazione sanzionatoria tra le due ipotesi di rapina impropria

    Con la sentenza n. 260/2022 la Corte costituzionale ha ritenuto non irragionevole la stessa pena per chi usa violenza dopo il furto per tenere la refurtiva e per chi la usa per assicurarsi l’impunita: entrambe restano rapina impropria.

    Di cosa si tratta

    La rapina propria e quella di chi usa violenza o minaccia per impossessarsi di una cosa altrui. La rapina impropria, prevista dal secondo comma dell’art. 628 del codice penale, e quella di chi usa violenza o minaccia subito dopo aver sottratto la cosa, per due possibili scopi: assicurarsi il possesso della refurtiva, oppure procurare a se o ad altri l’impunita. La legge punisce entrambe le ipotesi con la stessa pena. Il Tribunale di Firenze ha dubitato della legittimita di questa equiparazione: chi usa violenza per tenersi la refurtiva e chi la usa solo per fuggire ed evitare la cattura compirebbero, secondo il rimettente, condotte diverse, che non meriterebbero lo stesso trattamento. La Corte ha quindi dovuto stabilire se la scelta del legislatore di punire allo stesso modo le due varianti della rapina impropria fosse irragionevole o trovasse una giustificazione.

    La questione di legittimita costituzionale

    Era impugnato l’art. 628, secondo comma, del codice penale, limitatamente alle parole che equiparano, quanto alla pena, la violenza usata per assicurarsi il possesso della cosa e quella usata per procurarsi l’impunita. Il Tribunale ordinario di Firenze evocava il contrasto con l’art. 3 della Costituzione, lamentando l’irragionevolezza di tale equiparazione sanzionatoria.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondata la questione. Il tratto qualificante della rapina e l’impiego della violenza o della minaccia nel medesimo contesto di tempo e di luogo dell’aggressione patrimoniale: questo elemento ricorre in entrambe le ipotesi di rapina impropria, a prescindere dallo scopo specifico perseguito. Decisivo e il requisito dell’immediatezza, comune alle due varianti, che giustifica la pari gravita e quindi la pari pena.

    Il principio

    Le due ipotesi di rapina impropria (violenza per assicurarsi il possesso della refurtiva o per procurarsi l’impunita) condividono l’elemento qualificante della violenza nel medesimo contesto della sottrazione. Per questo la loro equiparazione sanzionatoria non e irragionevole e non viola il principio di uguaglianza.

    Domande e risposte

    Cambia qualcosa nel trattamento della rapina impropria?

    No. La Corte ha confermato la disciplina vigente: entrambe le ipotesi di rapina impropria restano punite con la stessa pena prevista per la rapina propria.

    Qual e la differenza tra rapina propria e impropria?

    Nella rapina propria la violenza o minaccia serve a impossessarsi della cosa; nella rapina impropria viene usata subito dopo la sottrazione, per tenere la refurtiva o per garantirsi l’impunita.

    Perche l’immediatezza e cosi importante?

    Perche e l’elemento che lega la violenza all’aggressione patrimoniale nello stesso contesto di tempo e luogo: e questo a rendere il fatto una rapina, e a giustificare la stessa pena per le diverse varianti.

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  • Acquisizione di comunicazioni di un senatore e autorizzazione del Senato (Corte cost. ord. n. 261/2022)

    Con l’ordinanza n. 261/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione sollevato dal Senato contro la Procura di Firenze, che aveva acquisito comunicazioni di un senatore senza la previa autorizzazione della Camera di appartenenza.

    Di cosa si tratta

    La Costituzione circonda i parlamentari di alcune garanzie, pensate non per privilegiare la persona ma per proteggere la liberta della funzione parlamentare. Tra queste, l’art. 68 prevede che per sottoporre un membro del Parlamento a intercettazioni o per acquisire la sua corrispondenza serva l’autorizzazione preventiva della Camera di appartenenza. Nel caso esaminato, la Procura della Repubblica di Firenze aveva acquisito plurime comunicazioni di un senatore nell’ambito di un procedimento penale a suo carico. Il Senato ha ritenuto che cio fosse avvenuto senza la necessaria autorizzazione, ledendo la propria attribuzione costituzionale, e ha promosso un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. La Corte, in questa prima fase, ha valutato solo se sussistessero i presupposti per esaminare il conflitto, senza decidere chi abbia ragione nel merito.

    La questione di legittimita costituzionale

    Non si trattava di una questione su una legge, ma di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Il Senato della Repubblica lamentava la lesione dell’attribuzione prevista dall’art. 68, terzo comma, della Costituzione, che richiede l’autorizzazione della Camera di appartenenza per acquisire comunicazioni e corrispondenza di un parlamentare, a fronte dell’acquisizione disposta dalla Procura di Firenze.

    La decisione della Corte

    In questa fase preliminare, decisa in camera di consiglio e senza contraddittorio, la Corte ha verificato la sussistenza dei requisiti soggettivo e oggettivo del conflitto. Ha dichiarato ammissibile il conflitto, riconoscendo la legittimazione del Senato a essere parte e la rilevanza della lesione lamentata in relazione all’art. 68, terzo comma. La Corte ha disposto la notifica degli atti alla Procura, perche il giudizio possa proseguire nel merito.

    Il principio

    L’acquisizione delle comunicazioni di un parlamentare richiede, secondo l’art. 68, terzo comma, della Costituzione, l’autorizzazione preventiva della Camera di appartenenza. Quando questa garanzia e ritenuta violata, la Camera puo promuovere conflitto di attribuzione; la dichiarazione di ammissibilita verifica solo i presupposti del conflitto, lasciando impregiudicato il merito.

    Domande e risposte

    Ammissibile significa che la Procura ha sbagliato?

    No. L’ammissibilita riguarda solo la prima fase: la Corte ha riconosciuto che il conflitto puo essere esaminato. Se l’acquisizione fosse legittima o meno sara deciso nel giudizio di merito.

    Quali comunicazioni protegge l’art. 68, terzo comma?

    La norma richiede l’autorizzazione della Camera per intercettazioni, in qualsiasi forma, e per il sequestro della corrispondenza dei parlamentari. La garanzia tutela la liberta della funzione, non l’immunita personale.

    Perche decide la Corte costituzionale?

    Perche e in gioco la delimitazione delle attribuzioni tra l’autorita giudiziaria e il Parlamento: solo la Corte costituzionale risolve i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato.

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  • Corte cost. n. 262/2022 – Limite di eta per l’accesso ai ruoli direttivi della Polizia di Stato

    Con la sentenza n. 262/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo, per irragionevolezza, il limite di trenta anni di eta fissato per l’accesso a un ruolo direttivo della Polizia di Stato che non richiede particolari requisiti fisici.

    Di cosa si tratta

    Per accedere a molte carriere pubbliche tramite concorso la legge fissa un limite massimo di eta. Per i ruoli operativi delle forze di polizia, che richiedono prestanza fisica, un limite basso puo avere una giustificazione. La questione si pone diversamente per i ruoli tecnici e specialistici, come quello dei funzionari psicologi, dove l’eta non incide sull’idoneita a svolgere il lavoro. La norma impugnata fissava a trenta anni il limite massimo per l’accesso, tramite concorso, a uno di questi ruoli direttivi della Polizia di Stato. Il Consiglio di Stato, davanti a un ricorso, ha sollevato la questione: applicare a un ruolo che non esige particolari requisiti fisici lo stesso limite previsto per chi svolge funzioni operative sul campo appariva irragionevole e discriminatorio. La Corte ha quindi dovuto stabilire fin dove arriva la discrezionalita del legislatore nel fissare requisiti d’eta per i concorsi pubblici.

    La questione di legittimita costituzionale

    Era impugnato l’art. 31, comma 1, del d.lgs. n. 334 del 2000, nella parte in cui fissava in trenta anni il limite massimo di eta per l’accesso al ruolo direttivo in questione. Il Consiglio di Stato evocava il contrasto con l’art. 3 della Costituzione, sotto il profilo dell’intrinseca irragionevolezza e della disparita di trattamento rispetto ad altri ruoli, oltre all’art. 97.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimita costituzionale della norma. Pur rientrando nella discrezionalita del legislatore fissare limiti d’eta per i concorsi pubblici, tale discrezionalita non puo sfociare in scelte arbitrarie. Applicare un limite di trenta anni a un ruolo direttivo che non richiede particolari requisiti fisici, equiparandolo a quelli operativi che li richiedono, e irragionevole e viola il principio di uguaglianza.

    Il principio

    Il legislatore puo stabilire requisiti d’eta per l’accesso ai pubblici impieghi, ma non in modo arbitrario o irragionevole. Un limite di eta basso, giustificato per i ruoli che richiedono prestanza fisica, e illegittimo quando viene esteso a ruoli direttivi tecnici per i quali quel requisito non rileva.

    Domande e risposte

    Tutti i limiti di eta per i concorsi pubblici sono illegittimi?

    No. La Corte ha confermato che il legislatore puo fissarli; sono illegittimi solo quando risultano arbitrari o irragionevoli rispetto alle reali esigenze del ruolo.

    Perche conta la natura del ruolo?

    Perche un limite basso si giustifica per funzioni operative che richiedono efficienza fisica; per un ruolo direttivo tecnico, dove l’eta non incide sull’idoneita, lo stesso limite diventa irragionevole.

    Cosa comporta la dichiarazione di illegittimita?

    La norma che fissava quel limite in trenta anni perde efficacia: il legislatore e l’amministrazione dovranno adeguare i requisiti di accesso secondo criteri ragionevoli e coerenti con la natura del ruolo.

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  • Corte cost. n. 263/2022 – Riduzione del costo del credito al consumo e retroattivita

    Con la sentenza n. 263/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la norma che limitava al futuro il diritto del consumatore alla riduzione di tutti i costi del credito in caso di rimborso anticipato, in contrasto con il diritto dell’Unione europea.

    Di cosa si tratta

    Chi accende un prestito al consumo e poi lo rimborsa in anticipo ha diritto, secondo il diritto europeo, a una riduzione del costo totale del credito, cioe di tutti i costi e non solo degli interessi residui. La Corte di giustizia dell’Unione europea aveva chiarito questo principio con una propria sentenza interpretativa, che vale anche per i contratti del passato. Il legislatore italiano, con una norma inserita in un decreto legge dell’emergenza COVID-19, aveva pero stabilito che la nuova regola, piu favorevole al consumatore, valesse solo per i contratti futuri, escludendo quelli gia in corso. Il Tribunale di Torino, davanti a una causa tra un consumatore e un intermediario finanziario, ha sollevato la questione: limitare al futuro un diritto che il diritto europeo riconosce anche per il passato contrastava, a suo avviso, con i vincoli derivanti dall’appartenenza all’Unione. In gioco c’era la possibilita, per molti consumatori, di ottenere il rimborso di costi gia pagati.

    La questione di legittimita costituzionale

    Era impugnato l’art. 11-octies, comma 2, del decreto-legge n. 73 del 2021 (decreto Sostegni-bis), nella parte in cui limitava al futuro l’efficacia della regola sulla riduzione di tutti i costi del credito in caso di rimborso anticipato. Il Tribunale di Torino evocava il contrasto con gli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione, in relazione al diritto dell’Unione europea (in particolare la direttiva sul credito ai consumatori, come interpretata dalla Corte di giustizia), oltre all’art. 3.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimita costituzionale della norma, per violazione degli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione, che impongono il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea. Limitare al futuro un diritto che, secondo l’interpretazione della Corte di giustizia, spetta ai consumatori anche per i contratti gia in corso, contrastava con il diritto europeo. La Corte ha invece dichiarato inammissibile la questione riferita all’art. 3 e l’intervento di una societa nel giudizio.

    Il principio

    Lo Stato non puo, con una norma interna, comprimere un diritto riconosciuto ai consumatori dal diritto dell’Unione europea come interpretato dalla Corte di giustizia. Limitare al futuro l’efficacia di una tutela che vale anche per i rapporti gia in corso viola i vincoli derivanti dall’appartenenza all’Unione, sanciti dagli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione.

    Domande e risposte

    Cosa puo ottenere chi ha gia rimborsato un prestito in anticipo?

    Dopo questa sentenza, la limitazione ai soli contratti futuri viene meno: il diritto alla riduzione di tutti i costi del credito vale, alle condizioni previste, anche per i contratti gia in corso. Per il proprio caso conviene rivolgersi a un professionista.

    Cosa significa riduzione del costo totale del credito?

    Significa che, rimborsando in anticipo, il consumatore non paga solo meno interessi, ma vede ridotti tutti i costi del finanziamento, comprese commissioni e oneri, in proporzione alla durata residua.

    Perche conta il diritto europeo in una causa italiana?

    Perche gli artt. 11 e 117, primo comma, della Costituzione impongono allo Stato di rispettare i vincoli derivanti dall’Unione europea: una legge nazionale che li viola e costituzionalmente illegittima.

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    Vedi anche

  • Corte cost. n. 264/2022 – Parere antisismico e governo del territorio in Umbria

    Con la sentenza n. 264/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima una norma urbanistica dell’Umbria che affidava ai Comuni, anziche all’ufficio tecnico regionale, il parere sugli strumenti urbanistici nelle zone sismiche.

    Di cosa si tratta

    Nelle zone sismiche, prima di approvare gli strumenti urbanistici, occorre un parere tecnico che valuti la compatibilita delle previsioni edilizie con il rischio sismico. La normativa statale, contenuta nel testo unico dell’edilizia, affida questo parere all’ufficio tecnico regionale, garantendo una valutazione qualificata e omogenea sul territorio. Una legge della Regione Umbria del 2005 aveva pero derogato a questa regola, demandando il parere ai singoli Comuni. Il Consiglio di Stato, chiamato a decidere una controversia in cui quella norma rilevava ancora, ha sollevato la questione davanti alla Corte costituzionale, ritenendo che la deroga violasse un principio fondamentale fissato dallo Stato in materia di governo del territorio. Il tema tocca la sicurezza: chi e competente a valutare il rischio sismico nelle scelte urbanistiche e una garanzia per cittadini e costruzioni.

    La questione di legittimita costituzionale

    Era impugnato l’art. 24, comma 9, della legge della Regione Umbria n. 11 del 2005, nel testo anteriore alla sua abrogazione ma ancora applicabile al giudizio principale, nella parte in cui affidava ai Comuni il parere antisismico sugli strumenti urbanistici. Il Consiglio di Stato evocava il contrasto con l’art. 117, terzo comma, della Costituzione, per violazione del principio fondamentale espresso dall’art. 89 del testo unico dell’edilizia.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimita costituzionale della norma regionale. La disciplina statale che affida all’ufficio tecnico regionale il parere antisismico esprime un principio fondamentale nella materia, di competenza concorrente, del governo del territorio. La Regione, derogandovi a favore dei Comuni, ha ecceduto i propri limiti, in coerenza con quanto gia affermato dalla Corte su altre norme analoghe della stessa Regione.

    Il principio

    Nelle materie di competenza concorrente, come il governo del territorio, le Regioni devono rispettare i principi fondamentali fissati dallo Stato. La competenza dell’ufficio tecnico regionale a rendere il parere antisismico costituisce uno di questi principi: una legge regionale che lo deroga affidando il parere ai Comuni e illegittima.

    Domande e risposte

    Perche la Corte decide su una norma gia abrogata?

    Perche quella norma, pur abrogata, era ancora applicabile al caso pendente davanti al Consiglio di Stato. La Corte puo giudicare disposizioni abrogate quando continuano a regolare fatti del passato rilevanti in un giudizio.

    Cosa cambia per la sicurezza antisismica?

    Il parere sugli strumenti urbanistici nelle zone sismiche resta affidato all’ufficio tecnico regionale, come previsto dal testo unico dell’edilizia, e non puo essere demandato ai singoli Comuni.

    Cos’e la competenza concorrente?

    E un ambito in cui lo Stato fissa i principi fondamentali e le Regioni dettano la disciplina di dettaglio. Il governo del territorio rientra tra queste materie, indicate dall’art. 117, terzo comma, della Costituzione.

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  • Corte cost. n. 265/2022 – Assestamento di bilancio del Friuli-Venezia Giulia

    Con la sentenza n. 265/2022 la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dallo Stato contro l’assestamento di bilancio della Regione Friuli-Venezia Giulia.

    Di cosa si tratta

    Durante l’anno le Regioni possono modificare il bilancio gia approvato con una legge di assestamento, che aggiorna entrate e spese in base all’andamento effettivo dei conti. Anche queste leggi devono rispettare i principi statali di contabilita e coordinamento della finanza pubblica. Lo Stato puo impugnarle quando ritiene che vi sia un contrasto con la sua competenza ad armonizzare i bilanci. Nel caso esaminato, il Presidente del Consiglio dei ministri aveva contestato alcune disposizioni dell’assestamento di bilancio della Regione Friuli-Venezia Giulia. La Corte, pero, non ha esaminato il merito delle censure: ha rilevato un ostacolo processuale che ha impedito di valutare se le norme regionali fossero o meno legittime. Questo accade quando il ricorso non e formulato in modo sufficientemente preciso o quando vengono meno i presupposti per la decisione.

    La questione di legittimita costituzionale

    Erano impugnati, in via principale dal Presidente del Consiglio dei ministri, i commi da 16 a 23 dell’art. 4 della legge della Regione Friuli-Venezia Giulia n. 13 del 2021 (assestamento di bilancio 2021-2023), per contrasto con l’art. 117 della Costituzione, in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici e coordinamento della finanza pubblica.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili le questioni. Si tratta di una pronuncia di rito: la Corte non si e pronunciata sulla legittimita delle norme regionali, ma ha riscontrato ragioni processuali che le hanno impedito l’esame nel merito. Le disposizioni regionali non sono quindi state ne salvate ne annullate sotto il profilo sostanziale.

    Il principio

    Anche nel giudizio in via principale promosso dallo Stato, la Corte puo dichiarare inammissibili le questioni quando difettano i presupposti processuali per decidere, senza pronunciarsi sul merito della legittimita costituzionale.

    Domande e risposte

    Inammissibile vuol dire che la Regione ha vinto?

    Non esattamente. La Corte non ha detto che le norme sono legittime, ma che non poteva esaminarle per ragioni processuali. Le disposizioni restano in vigore, ma la questione di fondo non e stata risolta.

    Cos’e l’assestamento di bilancio?

    E la legge con cui, in corso d’anno, una Regione modifica il bilancio gia approvato per adeguarlo all’andamento reale di entrate e spese.

    Perche tante decisioni riguardano i bilanci regionali?

    Perche lo Stato vigila sul rispetto dei vincoli di finanza pubblica e impugna spesso le leggi regionali di bilancio: il giudizio in via principale davanti alla Corte e lo strumento per questo controllo.

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  • Corte cost. n. 266/2022 – Inversione di marcia in autostrada e revoca della patente

    Con la sentenza n. 266/2022 la Corte costituzionale ha confermato la legittimita della revoca della patente come sanzione accessoria per chi compie l’inversione di marcia in autostrada, ritenendola non irragionevole.

    Di cosa si tratta

    Il codice della strada vieta l’inversione di marcia in autostrada, una manovra estremamente pericolosa che ogni anno provoca incidenti gravi. Oltre alla sanzione pecuniaria, la legge prevede una sanzione accessoria: la revoca della patente di guida. Un automobilista sanzionato dalla Prefettura di Firenze aveva impugnato il provvedimento e il Giudice di pace, investito del caso, ha dubitato della legittimita costituzionale di quella revoca. Secondo il rimettente, applicare automaticamente una sanzione cosi severa, senza margini di graduazione, poteva risultare sproporzionato e in contrasto con vari principi costituzionali. La Corte e stata chiamata a valutare se la scelta del legislatore di colpire questa specifica condotta con la revoca della patente fosse ragionevole o costituisse un eccesso. La risposta tocca un tema sentito da molti automobilisti: il rapporto tra gravita della violazione e durezza della sanzione.

    La questione di legittimita costituzionale

    Era impugnato l’art. 176, comma 22, del codice della strada (d.lgs. n. 285 del 1992), che prevede la revoca della patente in caso di inversione di marcia in autostrada. Il Giudice di pace di Firenze evocava il contrasto con l’art. 3 della Costituzione (ragionevolezza e proporzionalita), nonche con gli artt. 24 (diritto di difesa) e 27, secondo comma (presunzione di non colpevolezza).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili le censure riferite agli artt. 24 e 27, secondo comma, per difetto di motivazione: il rimettente muoveva da presupposti errati, ad esempio applicando alle sanzioni amministrative la presunzione di non colpevolezza pensata per il processo penale. Ha invece dichiarato non fondata la questione riferita all’art. 3. La revoca della patente per l’inversione di marcia in autostrada non e irragionevole, data l’estrema pericolosita della condotta e la coerenza con scelte gia ritenute legittime in passato.

    Il principio

    La scelta del legislatore di sanzionare con la revoca della patente l’inversione di marcia in autostrada non e irragionevole, vista l’elevata pericolosita della manovra. La proporzionalita delle sanzioni amministrative va valutata tenendo conto della gravita della condotta, e non puo fondarsi su principi propri del solo processo penale.

    Domande e risposte

    La revoca della patente per inversione in autostrada resta in vigore?

    Si. La Corte ha ritenuto la sanzione non irragionevole: chi compie l’inversione di marcia in autostrada continua a rischiare la revoca della patente.

    Perche la presunzione di non colpevolezza non si applica qui?

    Perche l’art. 27, secondo comma, della Costituzione riguarda la responsabilita penale: la Corte ha precisato che non si estende automaticamente alle sanzioni amministrative, come quelle del codice della strada.

    Il diritto di difesa e davvero garantito anche con sanzioni automatiche?

    Si. La Corte ha ritenuto che l’onere di impugnare la sanzione e di chiederne l’eventuale sospensione al giudice non lede di per se il diritto di difesa previsto dall’art. 24 della Costituzione.

    Esiste comunque un limite alla durezza delle sanzioni amministrative?

    Si. La Corte ha richiamato il principio di proporzionalita, applicabile anche alle sanzioni amministrative: la sanzione non deve essere sproporzionata rispetto alla gravita dell’illecito. In questo caso, pero, ha ritenuto la revoca proporzionata.

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