Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 211/2005 – Sospensione condizionale dopo abolitio criminis

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 673 c.p.p.: il giudice rimettente aveva il dovere di applicare l’interpretazione già adottata dalla giurisprudenza di legittimità, che riconosce al giudice dell’esecuzione il potere di concedere la sospensione condizionale dopo la revoca per abolitio criminis.

    Di cosa si tratta

    Un condannato per ricettazione non aveva potuto ottenere la sospensione condizionale della pena perché precedenti condanne (per emissione di assegni senza provvista) lo precludevano. Quelle condanne furono poi revocate perché il reato era stato abrogato. Il condannato chiese allora al giudice dell’esecuzione di valutare la sospensione condizionale, ma la Corte d’appello di Palermo rifiutò. La Corte di cassazione sollevava la questione di legittimità dell’art. 673 c.p.p.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte di cassazione dubitava della compatibilità con l’art. 3 della Costituzione dell’art. 673 del codice di procedura penale, nella parte in cui non consente al giudice dell’esecuzione — nel caso di revoca per abolitio criminis — di concedere la sospensione condizionale della pena. Il giudice rimettente non aveva però seguito l’orientamento prevalente della Cassazione, che già riconosceva tale potere.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità. Per costante giurisprudenza costituzionale, il giudice che solleva una questione di legittimità senza prima seguire l’interpretazione costituzionalmente adeguata prevalente utilizza impropriamente la questione come “avallo” di una propria diversa interpretazione. Nel caso specifico l’orientamento giurisprudenziale di legittimità già riconosceva il potere del giudice dell’esecuzione di valutare la sospensione condizionale dopo la revoca delle condanne ostative.

    Il principio

    Il giudice è tenuto a seguire l’interpretazione più adeguata ai principi costituzionali, specie ove esista un orientamento giurisprudenziale consolidato in tal senso. Sollevare questione di legittimità in questi casi è inammissibile.

    Domande e risposte

    Cosa è l’abolitio criminis e quali effetti ha sulle condanne?

    L’abolitio criminis è l’abrogazione di una norma penale incriminatrice. In base all’art. 673 c.p.p., le condanne pronunciate per il reato abrogato devono essere revocate dal giudice dell’esecuzione, cessando così di produrre effetti giuridici.

    Il condannato può ottenere la sospensione condizionale dopo la revoca delle condanne ostative?

    Sì, secondo l’orientamento prevalente della Cassazione (già esistente all’epoca della questione), la concessione della sospensione condizionale rientra tra i “provvedimenti conseguenti” che il giudice dell’esecuzione può adottare dopo la revoca per abolitio criminis.

    Perché la questione è stata dichiarata inammissibile e non decisa nel merito?

    Perché il rimettente non aveva applicato la soluzione interpretativa già offerta dalla giurisprudenza di legittimità, usando impropriamente la questione di costituzionalità come strumento per ottenere l’avallo della Corte a una diversa interpretazione.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 180/2005 – Arresto obbligatorio straniero inottemperante all’ordine di espulsione, restituzione atti

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    La Corte ha disposto la restituzione degli atti ai Tribunali di Milano e di Firenze, che avevano sollevato questioni sull’arresto obbligatorio dello straniero che non lascia il territorio dopo l’ordine del questore. La norma impugnata era già stata dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 223 del 2004, rendendo necessario un nuovo esame della rilevanza da parte dei giudici rimettenti.

    Di cosa si tratta

    L’art. 14 comma 5-quinquies del d.lgs. n. 286 del 1998 (Testo unico sull’immigrazione), inserito dalla legge Bossi-Fini del 2002, prevedeva l’arresto obbligatorio in flagranza dell’autore della contravvenzione di cui al comma 5-ter: lo straniero che, dopo un provvedimento del questore ai sensi del comma 5-bis, veniva nuovamente trovato nel territorio. I giudici dei Tribunali di Milano e Firenze, investiti delle udienze di convalida degli arresti, avevano sollevato questioni di legittimità in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    I Tribunali di Milano (due ordinanze) e di Firenze (una ordinanza) hanno sollevato questioni di legittimità dell’art. 14 comma 5-quinquies del d.lgs. n. 286 del 1998, nella parte in cui prevedeva l’arresto obbligatorio per la contravvenzione del comma 5-ter, in riferimento agli artt. 3 (principio di ragionevolezza: arresto obbligatorio per una contravvenzione) e 13 (libertà personale) della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha riunito i tre giudizi e ha disposto la restituzione degli atti ai giudici rimettenti, poiché nelle more del giudizio la sentenza n. 223 del 2004 aveva già dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 14 comma 5-quinquies nella parte censurata. I rimettenti devono ora verificare se, a fronte di questo ius superveniens, la questione mantenga ancora rilevanza nei loro procedimenti.

    Il principio

    Quando, nelle more di un giudizio di legittimità costituzionale, una sentenza della Corte dichiara incostituzionale la stessa disposizione impugnata, gli atti devono essere restituiti al giudice rimettente affinché valuti se la questione sia ancora rilevante nel giudizio a quo. Lo ius superveniens può avere modificato il quadro normativo applicabile e rendere superfluo un nuovo pronunciamento.

    Domande e risposte

    Cosa aveva già deciso la sentenza n. 223 del 2004?

    La sentenza n. 223 del 2004 aveva dichiarato incostituzionale l’art. 14 comma 5-quinquies del d.lgs. n. 286 del 1998 nella parte in cui prevedeva l’arresto obbligatorio per la contravvenzione di cui al comma 5-ter. Con quella pronuncia la norma aveva già perso efficacia, rendendo superfluo un nuovo esame delle questioni sovrapponibili sollevate dai Tribunali di Milano e Firenze.

    Cosa significa “restituzione degli atti” ai rimettenti?

    La Corte non decide nel merito ma restituisce il procedimento al giudice a quo perché valuti se, alla luce del mutamento normativo sopravvenuto (la sentenza n. 223/2004), la questione originariamente sollevata sia ancora rilevante nel giudizio pendente davanti a lui.

    Perché l’arresto obbligatorio per una contravvenzione è problematico sul piano costituzionale?

    L’art. 3 Cost. impone che l’arresto obbligatorio sia ragionevole in rapporto alla gravità del fatto: prevederlo per una mera contravvenzione (illecito penale di minor disvalore) appare sproporzionato. L’art. 13 Cost. garantisce la libertà personale, che può essere limitata solo nei casi e modi previsti dalla legge, e richiede proporzionalità tra la misura restrittiva e il fatto contestato.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 179/2005 – Consiglio di giustizia amministrativa siciliano, composizione mista, manifesta infondatezza

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    Le questioni di legittimità sollevate dal Consiglio di giustizia amministrativa siciliano contro la propria composizione mista — con quattro componenti “laici” designati dal Presidente della Regione — sono state dichiarate manifestamente infondate. La Corte aveva già affrontato le medesime questioni con la sentenza n. 316 del 2004, da cui non emergono ragioni per discostarsi.

    Di cosa si tratta

    Il decreto legislativo n. 373 del 2003 aveva riformato il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana, prevedendo una sezione giurisdizionale con composizione mista: accanto ai componenti di ruolo del Consiglio di Stato erano previsti quattro componenti “laici” in possesso dei requisiti per la nomina a consigliere di cassazione, designati dal Presidente della Regione. Lo stesso Consiglio aveva sollevato questioni di legittimità contro questa norma.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana ha sollevato, in cinque ordinanze sostanzialmente identiche, questioni di legittimità degli artt. 4 (commi 1 lett. d) e 2), 6 (comma 2) e 15 (commi 1 e 2) del d.lgs. n. 373 del 2003, in riferimento all’art. 23 dello statuto siciliano e agli artt. 102, 108, 3, 24, 113, 5, 117 e 120 della Costituzione, nonché alla VI disposizione transitoria Cost.

    La decisione della Corte

    La Corte ha riunito i cinque giudizi e ha dichiarato le questioni manifestamente infondate, richiamando la sentenza n. 316 del 2004 con cui le medesime questioni erano già state esaminate e rigettate. Non emergevano profili nuovi o diversi rispetto a quelli già valutati.

    Il principio

    Quando la Corte ha già esaminato e rigettato le medesime questioni di legittimità costituzionale, le successive rimessioni che ripropongano gli stessi profili senza aggiungere elementi nuovi devono essere dichiarate manifestamente infondate, poiché non vi è motivo di discostarsi dalla precedente pronuncia.

    Domande e risposte

    Cos’è il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana?

    Si tratta dell’organo che esercita in Sicilia le funzioni spettanti al Consiglio di Stato. Il d.lgs. n. 373 del 2003, attuativo dello statuto speciale siciliano, ne ha disciplinato la composizione introducendo i componenti “laici” designati dal Presidente della Regione.

    Perché il Consiglio ha sollevato questioni contro la propria composizione?

    Il collegio rimettente riteneva che la partecipazione di componenti “laici” designati dalla Regione alterasse l’indipendenza e l’imparzialità dell’organo giurisdizionale, violando le norme costituzionali sull’ordinamento giudiziario (artt. 102 e 108 Cost.) e il principio di eguaglianza nell’esercizio della giurisdizione (art. 3 Cost.).

    Qual è la differenza tra manifesta infondatezza e infondatezza?

    La manifesta infondatezza consente alla Corte di decidere in camera di consiglio (procedura semplificata), senza pubblica udienza. Si usa quando il vizio invocato è chiaramente insussistente alla luce della giurisprudenza consolidata, come nel caso di questioni già rigettate senza nuovi argomenti.

  • Corte cost. n. 178/2005 – Insindacabilità senatore D’Ambrosio, conflitto ammissibile

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    La Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione proposto dal Tribunale di Isernia contro la delibera del Senato che aveva dichiarato insindacabili le opinioni del senatore Alfredo D’Ambrosio in un procedimento civile per diffamazione. Si tratta di una pronuncia procedurale che apre la strada all’esame nel merito.

    Di cosa si tratta

    L’Istituto neurologico mediterraneo Neuromed s.r.l. aveva convenuto in giudizio il senatore Alfredo D’Ambrosio per danni da diffamazione, sostenendo di aver subito una campagna denigratoria. Il Senato aveva deliberato l’insindacabilità delle opinioni del senatore, ritenendo che le sue dichiarazioni (rese con comunicati stampa, interviste televisive e notizie di stampa) rientrassero nell’esercizio delle funzioni parlamentari. Il Tribunale di Isernia ha proposto conflitto di attribuzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Isernia ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Senato della Repubblica, impugnando la delibera del 26 novembre 2003 che aveva dichiarato insindacabili le opinioni del senatore D’Ambrosio ai sensi dell’art. 68, primo comma, Cost. Il Tribunale contestava l’assenza del nesso funzionale, sostenendo che le espressioni diffamatorie non fossero collegate all’attività parlamentare.

    La decisione della Corte

    In questa fase la Corte ha esaminato soltanto l’ammissibilità: ha verificato che sussistessero i requisiti soggettivi (legittimazione sia del Tribunale che del Senato) e oggettivi (contestazione della legittimità di una delibera che qualifica come insindacabile un’opinione parlamentare). Ha dichiarato il conflitto ammissibile e disposto la notifica al Senato per l’apertura del procedimento in contraddittorio.

    Il principio

    Nella fase di ammissibilità del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, la Corte non esamina il merito ma verifica soltanto se esistano un potere ricorrente e un potere resistente legittimati, e se vi sia materia di conflitto sulla titolarità di attribuzioni costituzionalmente garantite. Il giudice è legittimato a proporre conflitto quando una delibera parlamentare di insindacabilità rischia di precludere la sua funzione giurisdizionale.

    Domande e risposte

    Qual è la differenza tra la fase di ammissibilità e la fase di merito nel conflitto di attribuzioni?

    Nella fase di ammissibilità la Corte verifica in modo sommario se esiste la materia di un conflitto e se i soggetti coinvolti sono legittimati. Solo dopo la notifica al resistente e la sua costituzione in giudizio si apre la fase di merito, in cui si decide chi era titolare del potere esercitato.

    Quando un tribunale può proporre conflitto di attribuzione contro il Parlamento?

    Quando una delibera parlamentare (di insindacabilità, di autorizzazione a procedere o di immunità) menoma la sfera di attribuzioni giurisdizionali costituzionalmente garantite al giudice. Il presupposto è che il giudice sia chiamato a decidere definitivamente sulla volontà del potere cui appartiene nel procedimento specifico.

    Questa ordinanza contiene una valutazione nel merito sull’insindacabilità del senatore D’Ambrosio?

    No. La pronuncia si limita a dichiarare il conflitto ammissibile. La valutazione sull’esistenza o meno del nesso funzionale tra le dichiarazioni del senatore e la sua attività parlamentare è rinviata al giudizio di merito successivo.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 177/2005 – Conflitto attribuzioni beni immobili statali in Sicilia e Sardegna, inammissibile

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    I conflitti di attribuzione promossi dalla Regione Siciliana e dalla Regione Sardegna contro il decreto dell’Agenzia del demanio che aveva individuato beni immobili statali nei loro territori sono stati dichiarati inammissibili. I ricorsi si risolvevano in una rivendicazione patrimoniale (vindicatio rerum), non in una contestazione di competenze costituzionalmente garantite (vindicatio potestatis).

    Di cosa si tratta

    L’Agenzia del demanio aveva adottato nel 2002 un decreto che individuava i beni immobili appartenenti al patrimonio indisponibile e disponibile dello Stato, inserendo nell’elenco alcuni immobili siti nei territori della Sicilia e della Sardegna. Entrambe le Regioni, ritenendo che tali beni fossero già di loro proprietà in base alle rispettive norme statutarie, avevano proposto conflitti di attribuzione davanti alla Corte.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Siciliana impugnava il decreto in riferimento all’art. 33 del suo statuto speciale e alle norme di attuazione in materia di demanio, sostenendo che le disposizioni statutarie avessero trasferito immediatamente alla Regione i beni esistenti nel territorio. La Regione Sardegna impugnava il medesimo decreto in riferimento all’art. 14 del suo statuto speciale, per immobili non più connessi a servizi di competenza statale.

    La decisione della Corte

    I conflitti sono stati dichiarati inammissibili per difetto del necessario “tono costituzionale”. Entrambe le Regioni fondavano le loro pretese unicamente sulla dedotta proprietà dei beni, senza allegare alcuna lesione di attribuzioni regionali costituzionalmente garantite. Si trattava di controversie sulla titolarità dei beni (vindicatio rerum), di competenza dei giudici comuni, non di controversie sul riparto di poteri tra Stato e Regioni.

    Il principio

    Il conflitto di attribuzione tra Stato e Regioni è ammissibile solo quando si controverte sulla titolarità di un potere costituzionalmente garantito (vindicatio potestatis). Una mera rivendicazione della proprietà di beni immobili, anche se basata su norme statutarie, non ha il necessario tono costituzionale: è una questione patrimoniale che va risolta davanti ai giudici comuni.

    Domande e risposte

    Cosa distingue la vindicatio potestatis dalla vindicatio rerum?

    La vindicatio potestatis è la rivendicazione di un potere o di una funzione costituzionalmente attribuita (es. competenza legislativa, funzione amministrativa). La vindicatio rerum è la rivendicazione della proprietà di un bene. Solo la prima è ammissibile davanti alla Corte costituzionale in sede di conflitto di attribuzioni; la seconda spetta ai giudici ordinari o amministrativi.

    I beni demaniali e patrimoniali dello Stato nelle Regioni a statuto speciale appartengono alle Regioni?

    Le norme statutarie prevedono il trasferimento di determinati beni statali alle Regioni speciali, ma la questione della titolarità di singoli beni specifici è una controversia patrimoniale da risolvere davanti al giudice competente, non davanti alla Corte costituzionale in sede di conflitto di attribuzioni.

    Come avrebbero dovuto agire le Regioni per tutelare le loro pretese?

    Avrebbero potuto presentare il ricorso amministrativo previsto dallo stesso decreto dell’Agenzia del demanio, oppure rivolgersi al giudice ordinario o amministrativo competente per la rivendicazione della proprietà. La stessa Regione Siciliana aveva del resto già annunciato di voler proporre ricorso amministrativo per singoli beni specifici.

  • Corte cost. n. 176/2005 – Insindacabilità parlamentare e senatore Andreotti: nesso funzionale assente

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    La delibera del Senato che aveva dichiarato insindacabili le affermazioni del senatore a vita Giulio Andreotti sul magistrato Mario Almerighi è stata annullata dalla Corte. Le dichiarazioni rese nelle interviste del 1999 non erano legate da nesso funzionale all’attività parlamentare: il mero contesto politico della vicenda e la qualifica di senatore a vita non bastano ad attivare la prerogativa dell’art. 68 primo comma della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    Nel 1999 il senatore a vita Giulio Andreotti aveva rilasciato interviste nelle quali definiva il magistrato Mario Almerighi “falso testimone” e “pazzo”, in relazione a dichiarazioni rese da questi nel processo penale a carico di Andreotti davanti al Tribunale di Palermo. Almerighi aveva querelato il senatore per diffamazione aggravata. Il Senato aveva deliberato l’insindacabilità delle opinioni, ma il GUP di Perugia ha proposto conflitto di attribuzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Perugia ha proposto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato in relazione alla deliberazione del Senato del 31 gennaio 2001, che aveva dichiarato insindacabili le opinioni espresse dal senatore ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione. Il GUP sosteneva l’assenza di nesso funzionale tra quelle dichiarazioni e l’attività parlamentare del senatore.

    La decisione della Corte

    La Corte ha accolto il conflitto e annullato la delibera di insindacabilità. Le dichiarazioni parlamentari di Andreotti del 1993 — indicate dal Senato come atto parlamentare rispetto al quale le interviste del 1999 sarebbero state la “mera divulgazione” — non menzionavano mai il dott. Almerighi (già nell’udienza del 13 maggio 1993) e riguardavano altri soggetti. Non era quindi configurabile alcun nesso di sostanziale identità tra le opinioni parlamentari e le affermazioni extraparlamentari.

    Il principio

    L’insindacabilità parlamentare ex art. 68 primo comma Cost. richiede un nesso funzionale tra l’opinione espressa all’esterno e l’attività svolta in sede parlamentare. Non è sufficiente che vi sia un contesto politico comune. La qualifica di senatore a vita non conferisce una protezione “rinforzata” rispetto ai senatori eletti: i criteri di valutazione del nesso funzionale sono i medesimi.

    Domande e risposte

    Cosa è il “nesso funzionale” richiesto per l’insindacabilità parlamentare?

    Si tratta di un collegamento sostanziale tra l’opinione espressa all’esterno del Parlamento e un’attività parlamentare tipica (dichiarazioni in Aula, atti parlamentari, atti della funzione). Non basta che le dichiarazioni riguardino materie di interesse politico già trattate in sede parlamentare: occorre una vera identità di contenuto.

    I senatori a vita godono di una protezione maggiore?

    No, ha chiarito la Corte. L’art. 68 primo comma Cost. non prevede distinzioni tra senatori eletti e senatori a vita. La tesi del Senato — secondo cui l’investitura per “meriti eccezionali” giustificherebbe una tutela più ampia — non ha trovato riscontro in alcuna norma costituzionale.

    Quando la delibera di insindacabilità può essere annullata dalla Corte?

    Quando il Parlamento ha valutato come insindacabile un comportamento che, alla luce dei criteri del nesso funzionale elaborati dalla Corte stessa, non rientra nell’esercizio delle funzioni parlamentari. In questo caso la delibera è viziata e produce una menomazione illegittima della sfera di attribuzioni dell’autorità giudiziaria.

    Norme collegate

    • Art. 68 della Costituzione — insindacabilità e immunità dei membri del Parlamento per le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni
  • Corte cost. n. 175/2005 – Fondo made in Italy e competenze regionali sul commercio estero

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    La legge finanziaria 2004 che istituiva un fondo statale per la campagna promozionale del “made in Italy” e il relativo marchio di origine è stata ritenuta costituzionalmente legittima. L’intervento rientra nella tutela della concorrenza di competenza esclusiva statale, non nel commercio con l’estero di competenza concorrente, e non viola il principio di leale collaborazione.

    Di cosa si tratta

    La legge finanziaria 2004 (l. n. 350 del 2003) prevedeva, all’art. 4 commi 61 e 63, l’istituzione di un fondo di 20-30 milioni di euro per una campagna promozionale straordinaria a favore del “made in Italy”, con la possibilità di istituire un apposito marchio. Il relativo regolamento sarebbe stato emanato dal Ministro delle attività produttive senza partecipazione delle Regioni. La Regione Emilia-Romagna aveva impugnato queste disposizioni.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Emilia-Romagna ha impugnato i commi 61 e 63 dell’art. 4 della legge n. 350 del 2003 in riferimento all’art. 117, terzo e sesto comma, Cost. e al principio di leale collaborazione. La Regione sosteneva che l’intervento, per le sue dimensioni, non fosse macroeconomico ma rientrasse nel “commercio con l’estero” (materia concorrente), e che il regolamento governativo emanato senza coinvolgimento regionale violasse l’art. 117 sesto comma.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la questione non fondata. L’intervento rientra nella tutela della concorrenza (art. 117 secondo comma lettera e)), materia di esclusiva competenza statale, nella sua accezione dinamica che comprende misure volte a favorire lo sviluppo del mercato. La modestia dell’importo non esclude questa qualificazione. Il regolamento governativo è legittimo perché emanato nell’ambito di una materia statale, e le attività della Scuola superiore dell’economia e delle finanze non invadono la formazione professionale regionale.

    Il principio

    La “tutela della concorrenza” di esclusiva competenza statale include interventi di politica economica volti a favorire lo sviluppo del mercato attraverso campagne promozionali e strumenti di certificazione della qualità dei prodotti nazionali. La limitatezza dell’intervento finanziario non è di per sé determinante per escludere questa qualificazione: ciò che rileva è la proporzione e la ragionevolezza rispetto agli obiettivi.

    Domande e risposte

    La promozione del “made in Italy” è competenza dello Stato o delle Regioni?

    Secondo questa sentenza, le campagne promozionali generali del “made in Italy” rientrano nella tutela della concorrenza di competenza esclusiva statale. Solo quando si passa a promuovere specifici prodotti regionali occorre coinvolgere le Regioni di origine in un rapporto di leale collaborazione.

    Quando il principio di leale collaborazione impone la partecipazione regionale ai procedimenti normativi statali?

    Quando lo Stato interviene in materie non di sua esclusiva competenza, con un intreccio stretto con ambiti concorrenti o residuali. Nel caso del “made in Italy” la materia prevalente è la tutela della concorrenza (esclusiva statale), per cui la collaborazione non è costituzionalmente necessaria.

    Il marchio “made in Italy” poteva essere regolato con decreto ministeriale senza il parere delle Regioni?

    La Corte ha risposto affermativamente: il regolamento previsto dal comma 63 è giustificato dalla competenza esclusiva statale in materia di tutela della concorrenza, che comprende anche la potestà regolamentare. Non vi era obbligo di coinvolgimento regionale, anche se la Corte ha segnalato come auspicabile una collaborazione per le iniziative rivolte a prodotti specifici.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — competenza esclusiva statale per la tutela della concorrenza; ripartizione tra Stato e Regioni della potestà legislativa e regolamentare
  • Corte cost. n. 174/2005 – Testo unico spese di giustizia, restituzione somme in sequestro penale

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    Le questioni di legittimità costituzionale sollevate da giudici di Napoli e Verona contro il testo unico in materia di spese di giustizia (d.P.R. n. 115 del 2002) nella parte relativa alla restituzione delle somme in sequestro penale sono state in gran parte dichiarate infondate. La disciplina rientra nell’ambito della delega legislativa e persegue obiettivi di semplificazione; per una questione resta da valutare l’impatto di uno ius superveniens.

    Di cosa si tratta

    Il d.P.R. n. 115 del 2002 ha riformato la procedura di restituzione delle somme e dei beni già in sequestro nel processo penale, abrogando gli artt. 264 e 265 del codice di procedura penale e l’art. 84 delle disposizioni di attuazione. Tre giudici per le indagini preliminari (due di Verona e uno di Napoli) avevano sollevato questioni di illegittimità per eccesso di delega (art. 76 Cost.) e per irragionevolezza (artt. 3 e 97 Cost.).

    La questione di legittimità costituzionale

    Le questioni riguardavano gli artt. 150, 151, 154 e 299 del d.P.R. n. 115 del 2002, contestati per: mancanza di una valida delega a disciplinare la restituzione dei beni in sequestro; contrasto con i criteri direttivi di semplificazione della delega (art. 7 della legge n. 50 del 1999); irragionevolezza e violazione del buon andamento per la previsione di atti ripetitivi. In via subordinata, si contestava anche la stessa legge di delega per insufficienza dei criteri direttivi.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato infondate le questioni sulla legge delega, sull’eccesso di delega della disciplina delle spese di restituzione e sull’irragionevolezza, e manifestamente infondate le questioni sull’art. 97 Cost. Per la questione relativa all’abrogazione dell’art. 84 delle disposizioni di attuazione (compenso del custode dopo il mancato ritiro), la Corte ha disposto la restituzione degli atti al rimettente per valutare l’impatto di una nuova legge (l. 311 del 2004) sopravvenuta nelle more del giudizio.

    Il principio

    La delega per il riordino di una materia con obiettivo di semplificazione non richiede criteri direttivi di merito per ciascuna singola materia delegata: è sufficiente il criterio generale del riordino. Il legislatore delegato può innovare la disciplina preesistente nella misura necessaria per conseguire la semplificazione e la coerenza sistematica, senza che ciò costituisca eccesso di delega.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva la vecchia disciplina sulla restituzione delle somme in sequestro?

    L’art. 264 c.p.p. prevedeva che, decorso un anno dall’inoppugnabilità della sentenza, le somme venissero depositate presso l’Ufficio del registro, e dopo ulteriori due anni devolute alla Cassa delle ammende. Il testo unico ha semplificato il procedimento con scansioni temporali più brevi e una procedura più snella.

    Cos’è la “certificazione di compatibilità economico-finanziaria”?

    In questo contesto non è rilevante: la sentenza riguarda la restituzione delle somme in sequestro penale. La certificazione era il cuore della sentenza n. 171/2005 sui contratti collettivi della Provincia di Trento.

    Cosa ha imposto lo ius superveniens sulla questione del compenso al custode?

    La legge finanziaria 2005 (l. n. 311 del 2004) aveva introdotto, per le procedure non concluse, una disciplina speciale per l’alienazione dei beni sequestrati con tariffe forfettizzate. La Corte ha restituito gli atti al rimettente per verificare se questa nuova norma rendesse ancora rilevante la questione sollevata.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 173/2005 – Quorum elettorale e residenti all’estero nelle elezioni comunali del Friuli

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    La legge della Regione Friuli-Venezia Giulia che esclude dal computo degli elettori iscritti nelle liste i residenti all’estero ai fini del quorum partecipativo nelle elezioni comunali è costituzionalmente legittima. La norma non viola il principio di eguaglianza del voto ed è espressione della competenza legislativa esclusiva regionale in materia di ordinamento degli enti locali.

    Di cosa si tratta

    La Regione Friuli-Venezia Giulia, caratterizzata da un alto tasso di emigrazione, aveva previsto che, ai fini del raggiungimento del quorum del 50% richiesto per la validità dell’elezione del Sindaco nei Comuni fino a 15.000 abitanti con una sola lista, non si computassero gli elettori iscritti nell’anagrafe dei residenti all’estero. Il Governo ha impugnato questa disposizione sostenendo che violasse l’art. 48 della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 1 comma 2 della legge regionale n. 21 del 2003 in riferimento all’art. 48 della Costituzione e alle norme statutarie sulla competenza legislativa regionale in materia elettorale. Il Governo sosteneva che la norma “estrometterebbe” alcuni elettori dal corpo elettorale, violando la parità del voto e limitando l’effettività del diritto di voto mediante astensione.

    La decisione della Corte

    La questione è stata dichiarata non fondata. La Corte ha riconosciuto la competenza esclusiva regionale in materia elettorale (art. 4 n. 1-bis dello statuto speciale). L’art. 48 secondo comma Cost. garantisce la parità del voto nel momento in cui viene espresso, non nelle fasi anteriori. La determinazione del quorum attiene a un momento precedente e non lede il diritto di voto dei residenti all’estero. La norma risponde alla logica di favorire il rinnovo degli organi locali, scongiurando l’annullamento delle elezioni per mancato raggiungimento del quorum in zone ad alto tasso di emigrazione.

    Il principio

    Il principio di eguaglianza del voto sancito dall’art. 48 Cost. garantisce la parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso. Le condizioni di validità della votazione (come i quorum partecipativi) attengono a una fase anteriore e non rientrano nell’ambito di tutela dell’art. 48. La Regione a statuto speciale è pienamente competente a disciplinare tali aspetti del procedimento elettorale degli enti locali.

    Domande e risposte

    Il voto dei residenti all’estero è meno “valido” con questa norma?

    No. Se un residente all’estero si reca a votare, il suo voto è pienamente contato ai fini del risultato elettorale. La norma incide solo sul calcolo del quorum strutturale (la percentuale minima di partecipazione per la validità dell’elezione), non sull’espressione o sul peso del voto.

    Perché l’astensione non è un modo di esercitare il diritto di voto?

    La Corte ha ricordato che, ai sensi dell’art. 48 Cost., l’esercizio del voto è un dovere civico. La non partecipazione è una violazione di questo dovere, non una forma di espressione politica protetta dalla Costituzione, almeno ai fini della determinazione del quorum di validità.

    Qual è il fondamento della competenza legislativa regionale in materia elettorale?

    L’art. 4 n. 1-bis dello statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia attribuisce alla Regione la potestà legislativa esclusiva in materia di “ordinamento degli enti locali”. L’art. 7 del d.lgs. n. 9 del 1997 specifica che la Regione disciplina il procedimento di elezione negli enti locali, esercitandone tutte le funzioni.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 172/2005 – Trasferimento del dipendente condannato per reati contro la PA: competenza regionale

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    La legge regionale del Veneto che impone il trasferimento o l’attribuzione di un diverso incarico al dipendente regionale condannato in primo grado per reati contro la pubblica amministrazione non invade la competenza esclusiva statale in materia penale. Si tratta di una misura organizzativa cautelare a tutela del buon andamento dell’amministrazione, non di una sanzione penale.

    Di cosa si tratta

    La Regione Veneto aveva introdotto con la legge n. 4 del 2004 (“Norme per la trasparenza dell’attività amministrativa regionale”) la norma per cui il dipendente condannato in primo grado per reati contro la PA doveva essere immediatamente trasferito ad altra sede o assegnato ad altro incarico. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato questa disposizione sostenendo che invadesse la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento penale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Governo ha impugnato l’art. 3 della legge regionale veneta n. 4 del 2004 in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, sostenendo che la norma regionale si sovrapponesse alla legge statale n. 97 del 2001 (sui rapporti tra procedimento penale e disciplinare) e introducesse “effetti sanzionatori” conseguenti a fatti reato, incidendo sulla materia penale di esclusiva competenza statale.

    La decisione della Corte

    La questione è stata dichiarata non fondata. La Corte ha riconosciuto che la legge regionale opera solo per i reati contro la PA non già coperti dalla legge statale n. 97 del 2001 (grazie alla clausola di salvezza). Il trasferimento provvisorio di sede o l’assegnazione ad altro incarico non è una sanzione penale, ma una misura organizzativa cautelare: tutela l’immagine e la credibilità dell’amministrazione regionale, che il principio di buon andamento richiede di salvaguardare.

    Il principio

    La materia penale comprende le norme incriminatrici e l’apparato sanzionatorio penale; non include le misure organizzative cautelari che la pubblica amministrazione adotta per tutelare la propria immagine e il buon andamento dei propri uffici a fronte di una condanna, anche non definitiva, di un dipendente. Tali misure rientrano nella competenza residuale regionale in materia di organizzazione dei propri uffici.

    Domande e risposte

    Un dipendente regionale condannato in primo grado può essere trasferito prima della condanna definitiva?

    Sì, secondo la sentenza. La condanna di primo grado, pur non definitiva, espone già l’amministrazione a un pregiudizio di immagine tale da giustificare misure organizzative cautelari. Il trasferimento non è una sanzione ma uno strumento di tutela del buon andamento.

    Che rapporto c’è tra questa legge regionale e la legge statale n. 97 del 2001?

    La legge statale n. 97 del 2001 regola i reati gravi (peculato, concussione, corruzione ecc.): prevede il trasferimento in caso di rinvio a giudizio e la sospensione in caso di condanna non definitiva. La legge regionale veneta, grazie alla sua clausola di salvezza, si applica solo ai reati non elencati nella legge statale, senza sovrapposizioni.

    La misura del trasferimento è reversibile?

    Sì. La norma regionale fa “salvo quanto previsto dalle norme vigenti”, garantendo l’applicazione della disciplina statale che, in caso di proscioglimento, consente il ripristino della situazione precedente.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 171/2005 – Controllo Corte dei conti su contratti collettivi della Provincia di Trento

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    La Corte costituzionale ha risolto due conflitti di attribuzione promossi dalla Provincia autonoma di Trento, dichiarando che non spettava allo Stato — e per esso alla Corte dei conti — assoggettare alla certificazione di compatibilità finanziaria i contratti collettivi dei dipendenti provinciali. La norma provinciale che prevedeva quel controllo era divenuta inapplicabile per l’evoluzione del quadro normativo statale.

    Di cosa si tratta

    La sezione di controllo di Trento della Corte dei conti aveva chiesto alla Provincia di sottoporre alla “certificazione di compatibilità con gli strumenti di programmazione e di bilancio” le delibere di autorizzazione alla sottoscrizione dei contratti collettivi dei dipendenti provinciali. La Provincia di Trento contestava questa pretesa, ritenendola priva di base legale nel mutato quadro normativo.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Provincia autonoma di Trento ha proposto due distinti conflitti di attribuzione (nn. 25 e 34 del 2001) nei confronti dello Stato, in riferimento all’art. 8 n. 1 e all’art. 16 dello statuto speciale per il Trentino-Alto Adige e alle relative norme di attuazione. La tesi era che la pretesa di controllo della Corte dei conti, basata sull’art. 60 comma 3 della legge provinciale n. 7 del 1997 (già abrogata nel 2002), fosse priva di fondamento normativo applicabile.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato fondati i ricorsi, annullando la nota e la delibera impugnate. L’art. 60 comma 3 della legge provinciale n. 7 del 1997 faceva rinvio fisso all’art. 51 comma 2 del d.lgs. n. 29 del 1993 nel suo testo originario, poi sostituito da un diverso modello di controllo. Il rinvio non poteva essere interpretato come “dinamico”, perché era diretto a una specifica norma, non a una fonte. La nuova “certificazione di compatibilità” era un tipo di controllo diverso da quello previsto dalla norma provinciale, e le norme di attuazione dello statuto non consentivano forme di controllo ulteriori.

    Il principio

    Un rinvio legislativo a un singolo comma di una specifica disposizione è un rinvio fisso, non dinamico: non si aggiorna automaticamente alle modifiche della norma richiamata. Se la norma richiamata viene sostituita da un modello diverso, la disposizione che la richiamava diventa inapplicabile, e non può servire da base legale per l’applicazione del nuovo modello.

    Domande e risposte

    Cosa è un conflitto di attribuzione tra enti?

    Si tratta di un giudizio davanti alla Corte costituzionale con cui Stato e Regioni (o Province autonome) contestano reciprocamente atti che ritengono lesivi delle rispettive attribuzioni costituzionalmente garantite. La Corte accerta chi era titolare del potere e, se necessario, annulla l’atto illegittimo.

    Qual è la differenza tra rinvio fisso e rinvio mobile?

    Il rinvio fisso punta a una norma nella sua versione vigente al momento del richiamo: se la norma cambia, il rinvio non si aggiorna. Il rinvio mobile (o dinamico) segue le successive modifiche della norma richiamata. In assenza di indicazioni contrarie, un rinvio a uno specifico comma di una specifica disposizione è interpretato come fisso.

    Le Province autonome hanno una competenza speciale in materia di personale?

    Sì. Lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige attribuisce alle Province autonome competenza primaria in materia di ordinamento degli uffici provinciali e del personale. I controlli statali sugli atti provinciali sono disciplinati esclusivamente dalle norme di attuazione statutaria.

  • Corte cost. n. 170/2005 – Direttore responsabile di periodico, extracomunitari esclusi: inammissibile

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    La questione di legittimità sull’art. 3 della legge sulla stampa, che limita ai cittadini comunitari la possibilità di essere direttori responsabili di un periodico, è stata dichiarata manifestamente inammissibile. Il procedimento di registrazione dei periodici ha natura amministrativa, non giurisdizionale, e il magistrato delegato non è legittimato a sollevare questioni di costituzionalità.

    Di cosa si tratta

    Un cittadino egiziano regolarmente iscritto come pubblicista nell’elenco dei giornalisti di nazionalità straniera annesso all’albo aveva presentato richiesta di iscrizione nel registro della stampa del Tribunale di Milano per un periodico destinato alla comunità araba. Il magistrato delegato, ritenendo che il divieto di nomina come direttore responsabile per i non comunitari violasse gli artt. 2, 3 e 21 Cost., aveva sollevato questione di costituzionalità.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il magistrato delegato dal Presidente del Tribunale di Milano ha impugnato l’art. 3 della legge n. 47 del 1948 (Disposizioni sulla stampa), nella parte in cui limita ai soli cittadini comunitari la possibilità di ricoprire la carica di direttore responsabile di un periodico, in riferimento agli artt. 2, 3 e 21 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità per difetto di legittimazione del rimettente. Il procedimento di registrazione dei periodici previsto dall’art. 5 della legge n. 47 del 1948 ha natura esclusivamente amministrativa: il presidente del tribunale (o il magistrato delegato) svolge una semplice funzione di verifica formale dei documenti, senza esercitare alcun potere giurisdizionale. La mera presenza di un magistrato non trasforma un procedimento amministrativo in un giudizio.

    Il principio

    Perché una questione di legittimità costituzionale sia ammissibile, deve essere sollevata nel corso di un “giudizio” ai sensi dell’art. 23 della legge n. 87 del 1953. Il procedimento di registrazione di un periodico è meramente amministrativo e non integra tale requisito, anche se l’intervento del magistrato ha funzione garantistica: il diritto alla libertà di stampa non rimane privo di tutela giurisdizionale, che può essere invocata in altra sede.

    Domande e risposte

    Perché la questione è stata dichiarata inammissibile e non esaminata nel merito?

    Perché il rimettente (il magistrato delegato per la registrazione) non era legittimato a sollevare la questione: il procedimento in cui operava non è un “giudizio” in senso tecnico, essendo di natura amministrativa. La Corte ha confermato il precedente del 1976 (sentenza n. 96) senza discostarsene.

    Un cittadino extracomunitario può essere direttore responsabile di un periodico in Italia?

    L’art. 3 della legge n. 47 del 1948 limitava tale possibilità ai cittadini italiani e comunitari. La questione nel merito non è stata esaminata dalla Corte in questa pronuncia: il ricorrente avrebbe potuto far valere i propri diritti dinanzi al giudice ordinario competente.

    Cosa differenzia un procedimento amministrativo da uno giurisdizionale?

    Il procedimento giurisdizionale implica l’esercizio di un potere decisorio su diritti e interessi con forza di giudicato. Il procedimento di registrazione dei periodici si limita alla verifica formale della regolarità documentale, senza che il magistrato svolga alcuna valutazione nel merito.

    Norme collegate