Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 335/2008 – Tariffa depurazione acque senza impianti attivi

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    La Corte dichiara parzialmente incostituzionale la norma che obbliga gli utenti a pagare la quota di tariffa per la depurazione delle acque anche quando gli impianti siano assenti o inattivi: non è ammissibile imporre il pagamento di un corrispettivo per un servizio non erogato.

    Di cosa si tratta

    La legge sulle risorse idriche (l. n. 36/1994) prevedeva che la quota di tariffa per la fognatura e la depurazione delle acque reflue fosse dovuta dagli utenti anche in assenza di impianti di depurazione o quando questi fossero temporaneamente inattivi. Diversi giudici di pace avevano sollevato la questione perché ritenevano irragionevole pagare un servizio non reso.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Gragnano ha sollevato questione di legittimità dell’art. 14, comma 1, della legge n. 36 del 1994 (nel testo modificato dalla l. n. 179/2002), in riferimento agli artt. 2, 3, 32, 41 e 97 della Costituzione, nella parte in cui prevede che la quota di tariffa per la depurazione sia dovuta anche quando la fognatura è priva di impianti o questi siano inattivi.

    La decisione della Corte

    La Corte accoglie parzialmente la questione e dichiara l’illegittimità costituzionale della norma nella parte in cui imponeva il pagamento della tariffa di depurazione in assenza di effettiva erogazione del servizio. Il prelievo privo di corrispettivo viola il principio di ragionevolezza e il diritto a non pagare un servizio non ricevuto.

    Il principio

    Non può essere imposto agli utenti un corrispettivo tariffario per un servizio pubblico (depurazione delle acque) che non viene effettivamente erogato: tale prelievo, privo di causa sinallagmatica, contrasta con i principi di ragionevolezza e buon andamento dell’amministrazione.

    Domande e risposte

    Cosa è la tariffa di depurazione?

    È la quota del canone idrico destinata a coprire i costi del servizio di trattamento e depurazione delle acque reflue prima che vengano restituite all’ambiente.

    Perché il rimettente riteneva la norma incostituzionale?

    Perché imponeva il pagamento di una tariffa correlata a un servizio (la depurazione) che in molti comuni non veniva erogato per assenza o inattività degli impianti, configurando una sorta di tassa senza corrispettivo.

    Quali conseguenze ha la sentenza per gli utenti?

    Chi ha pagato la quota di depurazione in un periodo in cui il servizio non veniva erogato può chiedere la restituzione delle somme versate, poiché la norma che le imponeva è stata dichiarata incostituzionale.

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  • Corte cost. n. 334/2008 – Caso Englaro, conflitto attribuzioni Parlamento e magistratura

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    La Corte non ammette il conflitto di attribuzioni sollevato da Camera e Senato nei confronti della Cassazione e della Corte d’appello di Milano sul caso Englaro: i provvedimenti giudiziali che dispongono l’interruzione dell’alimentazione artificiale rientrano nell’esercizio della funzione giurisdizionale e non invadono le prerogative legislative del Parlamento.

    Di cosa si tratta

    Il caso Englaro è uno dei più noti della storia costituzionale italiana: riguarda la vicenda di Eluana Englaro, rimasta in stato vegetativo permanente dopo un incidente stradale nel 1992. La Corte di cassazione (sent. n. 21748/2007) e la Corte d’appello di Milano (decr. 25 giugno 2008) avevano autorizzato il tutore a interrompere il trattamento di alimentazione artificiale, ricostruendo la presunta volontà della paziente. Camera e Senato avevano sollevato conflitto di attribuzioni, sostenendo che i giudici avessero esercitato un’attività di produzione normativa in un settore privo di legge.

    La questione di legittimità costituzionale

    Camera dei deputati e Senato della Repubblica hanno sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Corte di cassazione e della Corte d’appello di Milano, deducendo la violazione degli artt. 70, 101, secondo comma, e 102, primo comma, della Costituzione. I ricorrenti sostenevano che i giudici avessero colmato un vuoto normativo con un’attività di vera e propria produzione normativa, sovvertendo la separazione dei poteri.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara inammissibile il conflitto di attribuzioni. L’attività interpretativa del giudice — anche in settori non ancora disciplinati dalla legge — non dà luogo a un conflitto di attribuzioni costituzionalmente rilevante. Il potere giurisdizionale esercita le funzioni tipiche dell’interpretazione ed applicazione del diritto; solo la manifesta esorbitanza da tali funzioni potrebbe configurare una lesione delle attribuzioni parlamentari.

    Il principio

    L’attività ermeneutica dei giudici, ancorché svolta in assenza di una legge specifica, non costituisce usurpazione delle attribuzioni legislative del Parlamento: il conflitto di attribuzioni è ammissibile solo quando un potere dello Stato agisca con modalità palesemente estranee alla propria funzione costituzionale.

    Domande e risposte

    Cos’è il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato?

    È un giudizio davanti alla Corte costituzionale con cui un potere dello Stato (es. Parlamento) sostiene che un altro potere (es. magistratura) abbia invaso le sue prerogative costituzionali.

    Perché Camera e Senato avevano sollevato il conflitto?

    Perché ritenevano che la Cassazione e la Corte d’appello, autorizzando l’interruzione del trattamento vitale in assenza di una legge sul testamento biologico, avessero di fatto legiferato, invadendo la sfera riservata al Parlamento.

    Perché la Corte ha dichiarato il conflitto inammissibile?

    Perché l’interpretazione del diritto vigente — anche in materie nuove e delicate — rientra nell’esercizio tipico della funzione giurisdizionale, che non può essere equiparata a un’attività normativa del Parlamento.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 333/2008 – Tassa automobilistica e deprezzamento del veicolo

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sulla tassa automobilistica: il rimettente aveva omesso di motivare adeguatamente la rilevanza nel giudizio, rendendo il ricorso processualmente difettoso.

    Di cosa si tratta

    La tassa automobilistica è un tributo dovuto per il semplice fatto di essere intestatari di un veicolo. La Commissione tributaria provinciale di Roma aveva dubitato della legittimità delle norme che non prevedono una riduzione progressiva della tassa al diminuire del valore del veicolo con il trascorrere degli anni.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria provinciale di Roma ha sollevato questione di legittimità del combinato disposto degli artt. 2, 3 e 5 del d.P.R. n. 39 del 1953 e dell’art. 1 del d.m. 27 dicembre 1997, in riferimento agli artt. 3, 42, terzo comma, e 53, secondo comma, della Costituzione, nella parte in cui non prevedevano una progressiva diminuzione della tassa in relazione alla perdita di valore del bene nel tempo.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità della questione. Il giudice rimettente non aveva motivato in modo sufficiente la rilevanza della questione nel giudizio principale, che riguardava il semplice omesso versamento della tassa per l’anno 2003, senza che il contribuente avesse prospettato nel merito la tesi sulla progressività decrescente.

    Il principio

    Il giudice rimettente deve dimostrare concretamente che la questione di legittimità costituzionale è rilevante ai fini della decisione del giudizio a quo : l’omessa motivazione sulla rilevanza comporta la manifesta inammissibilità della questione.

    Domande e risposte

    Come funziona la tassa automobilistica?

    È un tributo periodico dovuto dal proprietario di un veicolo indipendentemente dal suo effettivo utilizzo. Dal 1982 è calcolata in base alla potenza del motore, non al valore del bene.

    Qual era la tesi del rimettente?

    Che il valore di un veicolo decresce nel tempo, quindi la tassa dovrebbe progressivamente diminuire, come avviene per i veicoli storici esonerati dopo trent’anni.

    Perché la Corte non ha esaminato il merito?

    Perché il rimettente non aveva spiegato come mai la questione fosse rilevante nel giudizio concreto, limitandosi a una prospettazione astratta senza collegamento con la causa pendente.

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  • Corte cost. n. 332/2008 – Inappellabilità proscioglimento e prova nuova

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sul regime transitorio dell’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento: il legislatore può scegliere quando applicare la nuova disciplina, e il rimettente non ha esplorato adeguatamente l’interpretazione conforme alla Costituzione già ricavabile dalla norma.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 46 del 2006 ha limitato la facoltà del pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento. L’art. 10, comma 2, stabilisce che gli appelli già proposti prima della sua entrata in vigore siano dichiarati inammissibili. Il Tribunale di Perugia ha sollevato questione perché riteneva irragionevole dichiarare inammissibile anche l’appello in cui, nel corso del giudizio, era già emersa una prova nuova e decisiva.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Perugia ha impugnato l’art. 10, comma 2, della legge 20 febbraio 2006, n. 46, in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, della Costituzione, nella parte in cui imponeva la declaratoria di inammissibilità degli appelli del pubblico ministero anche quando, prima dell’entrata in vigore, fosse stata acquisita una prova nuova e decisiva.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la questione manifestamente infondata. Il rimettente non ha adeguatamente verificato se la norma ammettesse un’interpretazione più restrittiva (fatta propria dalla giurisprudenza di merito e dalla dottrina) che salvasse gli appelli fondati su prove nuove. Poiché tale lettura era plausibile, il dubbio di costituzionalità risultava privo di consistenza.

    Il principio

    Prima di sollevare questione di legittimità costituzionale, il giudice rimettente deve verificare se la norma ammetta un’interpretazione conforme alla Costituzione; solo ove tale strada sia preclusa il dubbio diventa rilevante e non manifestamente infondato.

    Domande e risposte

    Cosa ha cambiato la legge n. 46 del 2006?

    Ha soppresso in via generale la facoltà del pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento, salvo l’eccezione per prove nuove e decisive sopravvenute dopo il primo grado.

    Perché il Tribunale di Perugia dubitava della norma?

    Riteneva irragionevole dichiarare inammissibile l’appello anche quando, nel giudizio di secondo grado già in corso, fosse stata raccolta una prova nuova prima dell’entrata in vigore della legge.

    Perché la Corte non ha accolto la questione?

    Perché il rimettente non aveva esplorato l’interpretazione conforme alla Costituzione già ammessa dalla dottrina e dalla giurisprudenza di merito, che rendeva il dubbio privo di fondamento.

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  • Corte cost. n. 301/2008 – Appello PM proscioglimento legge Pecorella Tempio Pausania

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 593 c.p.p. come modificato dalla legge Pecorella, sollevata dal Tribunale di Tempio Pausania. Le norme impugnate erano già state oggetto della sentenza n. 26 del 2007 che ne aveva parzialmente dichiarato l’incostituzionalità.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Tempio Pausania era investito dell’appello del pubblico ministero avverso una sentenza assolutoria per lesioni colpose emessa dal Giudice di pace. Con l’entrata in vigore della legge Pecorella, l’appello avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile. Il rimettente aveva sollevato questione in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 112 Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale dell’art. 593 c.p.p. come sostituito dall’art. 1 della legge 20 febbraio 2006, n. 46, in riferimento agli artt. 3, 24, 111 e 112 della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Tempio Pausania.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità della questione, poiché le norme impugnate erano già state esaminate e in parte dichiarate incostituzionali con la sentenza n. 26 del 2007. Il rimettente deve applicare il diritto vigente risultante da quella pronuncia.

    Il principio

    La questione di legittimità costituzionale è manifestamente inammissibile quando la Corte si è già pronunciata sulle medesime norme, spettando al giudice rimettente applicare direttamente il principio di diritto risultante dalla precedente sentenza costituzionale.

    Domande e risposte

    Art. 112 Cost.: perché era richiamato?

    L’art. 112 Cost. sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale per il pubblico ministero. Il rimettente sosteneva che limitare l’appello del p.m. contro le assoluzioni contrastasse con questo obbligo costituzionale.

    La legge Pecorella è ancora in vigore?

    La legge n. 46 del 2006 è rimasta parzialmente in vigore dopo la sentenza n. 26/2007, che ne ha dichiarato incostituzionale la parte relativa all’appello del p.m. sulle sentenze di proscioglimento a seguito di dibattimento.

    Come si applica la sentenza n. 26/2007 al caso concreto?

    Il giudice rimettente avrebbe dovuto verificare se il proprio caso ricadeva nell’ambito della declaratoria di incostituzionalità operata dalla sentenza n. 26/2007 e applicare direttamente il principio di diritto affermato da quella pronuncia.

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  • Corte cost. n. 300/2008 – Appello PM sentenze proscioglimento Trieste inammissibilità

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale delle norme che limitano l’appello del PM contro le sentenze di proscioglimento (legge n. 46 del 2006), sollevata dal Tribunale di Trieste, perché le medesime questioni erano già state oggetto della sentenza n. 26 del 2007.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Trieste era investito dell’appello proposto dal pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento. In forza della legge Pecorella n. 46 del 2006, l’appello avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile. Il rimettente aveva sollevato questione di legittimità sull’art. 593 c.p.p. (come modificato) e sulle norme transitorie.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale dell’art. 593 c.p.p. come sostituito dalla legge n. 46 del 2006, dell’art. 36, comma 1, del d.lgs. n. 274 del 2000 come modificato, e dell’art. 10 della legge n. 46 del 2006, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Trieste.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità della questione. Le stesse norme erano già state dichiarate parzialmente incostituzionali con la sentenza n. 26 del 2007 e le restanti questioni erano state già esaminate, rendendo il nuovo rinvio non ammissibile.

    Il principio

    Quando la Corte si è già pronunciata su una norma (dichiarandone l’incostituzionalità o non fondatezza), un nuovo rinvio sulla stessa questione è manifestamente inammissibile per carenza di rilevanza, in quanto il giudice deve applicare il diritto vigente risultante dalla precedente pronuncia.

    Domande e risposte

    Cosa aveva già deciso la sentenza n. 26 del 2007?

    La sentenza n. 26 del 2007 aveva dichiarato incostituzionale, in parte, la legge Pecorella n. 46 del 2006, ripristinando il diritto del pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento emesse a seguito di dibattimento.

    Perché il Tribunale di Trieste ha riproposto la stessa questione?

    Il caso specifico del Tribunale di Trieste riguardava un’ipotesi che il rimettente riteneva ancora non risolta dalla sentenza n. 26/2007. La Corte ha ritenuto tuttavia che la questione fosse già stata sostanzialmente definita.

    Cosa deve fare il giudice quando la Corte ha già deciso?

    Il giudice deve applicare direttamente il diritto vigente risultante dalla sentenza della Corte Costituzionale, senza rimettere nuovamente la questione. La reiterazione del rinvio è manifestamente inammissibile.

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  • Corte cost. n. 299/2008 – Espulsione straniero divieto rientro automatico inammissibilità

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’automatica irrogazione del divieto di rientro in Italia per cinque anni allo straniero espulso, sollevata dal Giudice di pace di Udine. Il rimettente non ha adeguatamente valutato la praticabilità di un’interpretazione costituzionalmente conforme della norma impugnata.

    Di cosa si tratta

    Una cittadina bielorussa era entrata in Italia con visto turistico rilasciato dall’ambasciata greca, trattenendosi oltre il termine senza chiedere il permesso di soggiorno. Il Prefetto di Udine l’aveva espulsa e il decreto prevedeva anche il divieto di rientro per cinque anni. Il Giudice di pace aveva dubitato della legittimità del divieto automatico di rientro per chi era entrato legalmente.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale del combinato disposto dei commi 2, lettera b), e 14 dell’art. 13 del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico immigrazione), in riferimento agli artt. 2, 3, 10 e 27 della Costituzione. Rimettente: Giudice di pace di Udine.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità. Il giudice rimettente non ha tentato un’interpretazione costituzionalmente conforme della norma, che avrebbe potuto consentirgli di risolvere la questione senza rimettere gli atti alla Corte.

    Il principio

    Prima di sollevare questione di legittimità costituzionale, il giudice rimettente ha l’obbligo di verificare se sia praticabile un’interpretazione della norma conforme alla Costituzione; solo in caso negativo la questione è ammissibile.

    Domande e risposte

    Quando uno straniero viene espulso, deve anche subire il divieto di rientro?

    L’art. 13 del d.lgs. n. 286 del 1998 prevede che all’espulsione si accompagni automaticamente il divieto di rientro per un periodo minimo di cinque anni. Il Giudice di pace aveva dubitato che questo automatismo fosse ragionevole per chi è entrato legalmente.

    Cos’è l’interpretazione costituzionalmente conforme?

    Prima di sollevare una questione di incostituzionalità, il giudice deve verificare se la norma possa essere interpretata in modo da renderla compatibile con la Costituzione. Solo se questa strada non è percorribile è possibile rimettere la questione alla Corte.

    Art. 10 Cost.: cosa stabilisce sull’immigrazione?

    L’art. 10 Cost. stabilisce che la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Tutela anche il diritto di asilo dei perseguitati.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 298/2008 – Inappellabilità sentenze proscioglimento giudice di pace

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    La norma che non consente al pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento del giudice di pace non viola la Costituzione. La Corte dichiara non fondata la prima questione e manifestamente inammissibile la seconda relativa al regime transitorio della legge Pecorella n. 46 del 2006.

    Di cosa si tratta

    La legge n. 46 del 2006 (cosiddetta legge Pecorella) aveva introdotto limitazioni al diritto del pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento. In particolare, aveva modificato il rito davanti al giudice di pace escludendo l’appello del p.m. avverso le sentenze assolutorie. La Corte di cassazione aveva sollevato questione per violazione degli artt. 3 e 111 Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 2 e dell’art. 10, comma 2, della legge 20 febbraio 2006, n. 46, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione. Rimettente: Corte di cassazione.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara non fondata la questione sull’art. 9, comma 2: la scelta del legislatore di non consentire al p.m. di appellare le sentenze di proscioglimento del giudice di pace non è irragionevole o in contrasto con il principio del giusto processo. Dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 10, comma 2 (regime transitorio), per difetto di rilevanza.

    Il principio

    Il principio del giusto processo e del contraddittorio (art. 111 Cost.) non impone che il pubblico ministero abbia sempre la possibilità di appellare le sentenze di proscioglimento; il legislatore può disciplinare diversamente i mezzi di impugnazione nei diversi riti processuali.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva la legge Pecorella?

    La legge n. 46 del 2006 aveva eliminato la facoltà del pubblico ministero di appellare le sentenze di proscioglimento davanti al tribunale, modificando anche il rito del giudice di pace. Era stata poi parzialmente dichiarata incostituzionale con la sentenza n. 26 del 2007.

    Il p.m. può sempre appellare le sentenze assolutorie?

    Non necessariamente: spetta al legislatore disciplinare il regime delle impugnazioni. Secondo la Corte, limitare l’appello del p.m. nel rito del giudice di pace non viola la Costituzione.

    Cosa significa «manifesta inammissibilità» della seconda questione?

    La questione sull’art. 10 (regime transitorio) era inammissibile perché il rimettente non aveva dimostrato che quella norma fosse applicabile nel giudizio a quo, mancando il requisito della rilevanza.

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  • Corte cost. n. 297/2008 – Termine impugnazione sentenze decorrenza deposito

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    Il termine annuale di impugnazione delle sentenze che decorre dalla data del deposito e non dalla comunicazione alle parti non viola il diritto di difesa. La Corte dichiara non fondata la questione sull’art. 327, primo comma, c.p.c., rilevando che il sistema prevede adeguate garanzie per le parti costituite.

    Di cosa si tratta

    La Corte d’appello di Venezia, in un giudizio di lavoro, aveva rilevato che il termine annuale di decadenza per proporre impugnazione contro una sentenza (art. 327 c.p.c.) decorreva dalla data del deposito in cancelleria e non dalla comunicazione alle parti. Questo creava incertezza sul tempo effettivo a disposizione delle parti, poiché non sapevano con esattezza quando la sentenza era stata depositata.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale dell’art. 327, primo comma, del codice di procedura civile, in riferimento all’art. 24 della Costituzione. Rimettente: Corte d’appello di Venezia.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara non fondata la questione. Il termine decadenziale annuale che decorre dalla pubblicazione della sentenza è uno strumento di certezza giuridica; le parti costituite, che hanno il diritto di conoscere la sentenza attraverso i propri difensori, non subiscono una lesione del diritto di difesa dalla mancanza di comunicazione individuale.

    Il principio

    Il termine annuale di impugnazione che decorre dalla pubblicazione della sentenza e non dalla sua comunicazione risponde ad esigenze di certezza giuridica del processo che il legislatore può legittimamente bilanciare con il diritto di difesa, purché le parti abbiano avuto adeguata possibilità di conoscere la sentenza tramite i propri difensori.

    Domande e risposte

    Quanto tempo si ha per impugnare una sentenza civile?

    In base all’art. 327 c.p.c. (nel testo vigente all’epoca), il termine era di un anno dalla pubblicazione della sentenza, indipendentemente dalla comunicazione alle parti. Il termine breve (30 giorni) decorreva invece dalla notificazione della sentenza.

    La comunicazione della sentenza è obbligatoria?

    La cancelleria comunicava la sentenza, ma il termine lungo decorreva dalla pubblicazione (deposito in cancelleria), non dalla comunicazione. La Corte ha ritenuto che le parti costituite potessero attivarsi tramite i propri avvocati.

    Questa norma è cambiata nel tempo?

    Sì. Il termine annuale dell’art. 327 c.p.c. è stato successivamente ridotto a sei mesi dalla riforma del 2009 (d.lgs. n. 150 del 2011 e legge n. 69 del 2009).

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  • Corte cost. n. 296/2008 – Responsabilità Ferrovie furto bagaglio reclamo preventivo

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    La norma che condizionava l’azione giudiziaria contro le Ferrovie dello Stato alla previa presentazione di un reclamo amministrativo e al decorso di 120 giorni è incostituzionale. La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 15, primo comma, del r.d.l. n. 1948 del 1934, per violazione degli artt. 3 e 24 della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    Un viaggiatore aveva subito un furto a bordo di una vettura letto Trenitalia sulla tratta Lecce-Milano. Per agire in giudizio chiedendo il risarcimento dei danni materiali, la legge del 1934 imponeva la previa presentazione di un reclamo amministrativo alle Ferrovie e il decorso di 120 giorni senza risposta. Il Giudice di pace di Roma aveva dubitato della costituzionalità di questa condizione di proponibilità dell’azione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale dell’art. 15, primo comma, dell’allegato al r.d.l. 11 ottobre 1934, n. 1948, convertito in legge n. 911 del 1935, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione. Rimettente: Giudice di pace di Roma.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale della norma. Dopo la privatizzazione di Trenitalia e la trasformazione del trasporto ferroviario in un rapporto di diritto privato, imporre al passeggero una condizione di proponibilità dell’azione (reclamo + 120 giorni) viola il diritto di difesa (art. 24 Cost.) e il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.), in quanto tratta il trasporto ferroviario in modo diverso rispetto a ogni altro contratto privato.

    Il principio

    La privatizzazione del trasporto ferroviario e la trasformazione dell’Amministrazione delle Ferrovie dello Stato in società per azioni fa venire meno la ratio delle condizioni di proponibilità dell’azione proprie dei rapporti con la pubblica amministrazione; mantenerle lede il diritto di difesa del passeggero.

    Domande e risposte

    Dopo questa sentenza, i passeggeri possono agire subito in giudizio contro Trenitalia?

    Sì. Con la dichiarazione di incostituzionalità, il requisito del reclamo preventivo e dei 120 giorni di attesa è eliminato per le azioni risarcitorie per danni materiali. Il passeggero può rivolgersi direttamente al giudice.

    Perché quella norma del 1934 era ancora in vigore?

    Il r.d.l. del 1934 era stato convertito in legge e mai abrogato. Pur dopo la privatizzazione delle Ferrovie (1992) e la nascita di Trenitalia s.p.a., la norma continuava ad applicarsi perché riprodotta in un decreto ministeriale del 1956.

    Esiste ancora una limitazione per i danni alla persona?

    Sì. La dichiarazione di incostituzionalità riguarda i danni materiali (es. furto del bagaglio). Per i danni alla persona potrebbe applicarsi un regime diverso; la norma faceva già eccezione per questi ultimi.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 295/2008 – Autorizzazione paesaggistica silenzio-assenso restituzione atti

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    La Corte ordina la restituzione degli atti al Consiglio di Stato per una nuova valutazione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 159, comma 3, del Codice dei beni culturali, che disciplinava il regime transitorio del controllo ministeriale sulle autorizzazioni paesaggistiche, a seguito di modifiche normative sopravvenute.

    Di cosa si tratta

    Il Consiglio di Stato aveva sollevato questione di legittimità riguardante la norma che, nel regime transitorio del Codice dei beni culturali (d.lgs. n. 42 del 2004), prevedeva che il silenzio ministeriale sull’autorizzazione paesaggistica si formasse come «silenzio-assenso» entro un termine di 60 giorni. Il Ministero aveva impugnato alcune autorizzazioni della Regione Campania.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale dell’art. 159, comma 3, del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, come sostituito dall’art. 26 del d.lgs. 24 marzo 2006, n. 157, in riferimento agli artt. 3, 76 e 118 della Costituzione. Rimettente: Consiglio di Stato, sezione sesta.

    La decisione della Corte

    La Corte ordina la restituzione degli atti al Consiglio di Stato per una nuova valutazione della questione, in considerazione delle modifiche normative nel frattempo intervenute sulla disciplina delle autorizzazioni paesaggistiche.

    Il principio

    La sopravvenienza di modifiche normative rilevanti sul piano applicativo impone alla Corte di restituire gli atti al giudice a quo affinché rivaluti la rilevanza della questione, evitando di pronunciarsi su norme non più vigenti o sostanzialmente mutate.

    Domande e risposte

    Cos’è l’autorizzazione paesaggistica?

    È il provvedimento necessario per eseguire opere su beni paesaggistici tutelati. Il Codice dei beni culturali (d.lgs. n. 42/2004) disciplina le procedure di rilascio, compreso il controllo ministeriale sulle autorizzazioni rilasciate dalle Regioni.

    Cosa si intende per silenzio-assenso ministeriale?

    In base alla norma transitoria, se il Ministero non si pronuncia entro 60 giorni sull’autorizzazione paesaggistica rilasciata dalla Regione, si forma un silenzio-assenso. Il Consiglio di Stato aveva dubitato che questo meccanismo fosse conforme alla delega legislativa.

    Art. 76 Cost.: perché era rilevante?

    L’art. 76 Cost. regola la delega legislativa al Governo: la norma impugnata era contenuta in un decreto legislativo e il rimettente dubitava che eccedesse i limiti della delega conferita con la legge n. 137 del 2002.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 294/2008 – Incandidabilità per reati mafiosi restituzione atti

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    La Corte ordina la restituzione degli atti al Tribunale di Palermo per una nuova valutazione della rilevanza e della non manifesta infondatezza, a seguito di modifiche normative sopravvenute che incidono sulla disciplina dell’incandidabilità per reati di tipo mafioso nelle elezioni regionali.

    Di cosa si tratta

    Un candidato era stato proclamato eletto all’Assemblea regionale siciliana, ma la sua elezione era stata annullata per la sussistenza di una causa di incandidabilità prevista dall’art. 15, comma 1, lett. b) della legge n. 55 del 1990 (condanna definitiva per peculato). Il Tribunale di Palermo aveva sollevato questione per violazione degli artt. 3, 48 e 51 Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità costituzionale dell’art. 15, comma 1, lett. b) della legge 19 marzo 1990, n. 55, in riferimento agli artt. 3, 48 (terzo comma) e 51 della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Palermo, I sezione civile.

    La decisione della Corte

    La Corte ordina la restituzione degli atti al giudice a quo per una nuova valutazione della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione, in considerazione delle modifiche normative sopravvenute alla disciplina dell’incandidabilità.

    Il principio

    Quando dopo la proposizione della questione incidentale intervengono modifiche normative che incidono sulla disciplina applicabile, la Corte restituisce gli atti al giudice rimettente affinché rivaluti la rilevanza e la non manifesta infondatezza alla luce del nuovo quadro normativo.

    Domande e risposte

    Cos’è l’incandidabilità per reati mafiosi?

    L’art. 15 della legge n. 55 del 1990 (e successive modifiche) preclude la candidatura a cariche elettive a chi ha riportato condanne definitive per reati di tipo mafioso o altre gravi fattispecie. Si tratta di una misura preventiva a tutela della pubblica amministrazione.

    Cosa significa «restituzione degli atti»?

    La Corte restituisce il fascicolo al giudice rimettente senza decidere nel merito della questione, invitandolo a valutare nuovamente se la questione è ancora rilevante e non manifestamente infondata alla luce delle modifiche normative sopravvenute.

    Quale modifica normativa era intervenuta?

    Erano sopravvenute modifiche alla disciplina dell’incandidabilità che potevano mutare il quadro applicabile al caso concreto, rendendo necessaria una nuova valutazione da parte del giudice rimettente.

    Norme collegate