Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Art. 26 DPR 602/1973 – Notificazione della cartella di pagamento

    Art. 26 DPR 602/1973 – Notificazione della cartella di pagamento

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito

    La cartella è notificata dagli ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge ovvero, previa eventuale convenzione tra comune e concessionario, dai messi comunali o dagli agenti della polizia municipale. La notifica può essere eseguita anche mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento; in tal caso, la cartella è notificata in plico chiuso e la notifica si considera avvenuta nella data indicata nell’avviso di ricevimento sottoscritto da una delle persone previste dal secondo comma o dal portiere dello stabile dove è l’abitazione, l’ufficio o l’azienda.

    La notifica della cartella può essere eseguita con le modalità e ai domicili digitali stabiliti dall’articolo 60-ter del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600.

    Quando la notificazione della cartella di pagamento avviene mediante consegna nelle mani proprie del destinatario o di persone di famiglia o addette alla casa, all’ufficio o all’azienda, non è richiesta la sottoscrizione dell’originale da parte del consegnatario.

    Nei casi previsti dall’art. 140 del codice di procedura civile, la notificazione della cartella di pagamento si effettua con le modalità stabilite dall’art. 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e si ha per eseguita nel giorno successivo a quello in cui l’avviso del deposito è affisso nell’albo del comune.

    Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell’avvenuta notificazione o l’avviso di ricevimento ed ha l’obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell’amministrazione.

  • Procura speciale: fac-simile e quando serve il notaio

    Modelli e fac-simile · Famiglia e persone

    In sintesi

    La procura speciale conferisce a una persona il potere di rappresentare e impegnare il rappresentato per un singolo affare determinato. La forma deve essere quella richiesta per l’atto da compiere: per compravendite e atti pubblici serve l’autentica del notaio.

    Scheda rapida

    Quando si usa
    Per farsi rappresentare in uno specifico affare
    Forma
    Quella prescritta per l’atto (spesso notarile)
    Invio consigliato
    Consegna al procuratore; copia all’ente/controparte
    Riferimenti
    Artt. 1387-1392 c.c.

    Cos’è e quando si usa

    La procura è l’atto con cui si conferisce ad altri il potere di rappresentanza, cioè di compiere atti giuridici in nome e per conto del rappresentato, i cui effetti ricadono direttamente su quest’ultimo. È speciale quando riguarda un singolo affare o categoria di affari (es. vendere un immobile, riscuotere una somma, firmare un determinato contratto); è generale quando riguarda tutti gli affari.

    L’art. 1392 c.c. stabilisce che la procura deve avere la stessa forma prescritta per il contratto che il rappresentante deve concludere. Perciò, per una compravendita immobiliare o per atti che richiedono l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata, la procura deve essere autenticata dal notaio. Per atti a forma libera può bastare la scrittura privata. Il fac-simile qui sotto è una traccia: il documento valido va adeguato alla forma richiesta.

    Cosa deve contenere

    • Dati completi del rappresentato (procurante) e del procuratore
    • Indicazione precisa dell’affare e dei poteri conferiti
    • Eventuali limiti (importo, condizioni, durata)
    • Forma adeguata all’atto da compiere (autentica notarile se necessaria)
    • Luogo, data e firma; autentica del pubblico ufficiale ove richiesta

    Fac-simile: procura speciale

    Fac-simile da compilare
    PROCURA SPECIALE
    
    Io sottoscritto/a [NOME E COGNOME], nato/a a [LUOGO] il [DATA], residente in [INDIRIZZO], C.F. [CODICE FISCALE],
    
    NOMINO E COSTITUISCO
    
    mio/mia procuratore/trice speciale il/la Sig./Sig.ra [NOME E COGNOME], nato/a a [LUOGO] il [DATA], C.F. [CODICE FISCALE],
    
    affinché in mio nome e per mio conto compia il seguente atto: [INDICARE CON PRECISIONE, es. vendere l'immobile sito in ___ al prezzo non inferiore a euro ___ / riscuotere la somma di euro ___ presso ___ / stipulare il contratto di ___].
    
    A tal fine conferisco al procuratore ogni più ampio potere necessario al compimento dell'atto, con i seguenti limiti: [EVENTUALI LIMITI / "nessuno"].
    
    La presente procura è valida fino a [DATA / al compimento dell'atto].
    
    [LUOGO], [DATA]
    
    Il/La rappresentato/a [FIRMA]
    
    ____________________________________________
    (autentica della firma da parte del notaio/pubblico ufficiale, ove richiesta dalla legge)

    I campi tra parentesi quadre [COSÌ] vanno sostituiti con i tuoi dati. Verifica sempre date, importi e riferimenti prima dell’invio.

    Come inviarlo e conservarlo

    Verifica la forma necessaria: se l’atto da compiere richiede l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata (es. compravendita di immobili, costituzione di società, atti soggetti a trascrizione), la procura va redatta o autenticata dal notaio. Per atti a forma libera può bastare la scrittura privata con copia dei documenti.

    Consegna l’originale al procuratore e fornisci copia alla controparte o all’ente che deve riconoscerne i poteri. Tieni la procura circoscritta e, se opportuno, fissa limiti (prezzo minimo, importo massimo, scadenza). La procura può essere revocata: la revoca va comunicata ai terzi per essere loro opponibile.

    Errori da evitare

    • Usare una scrittura privata semplice quando serve l’atto notarile
    • Conferire poteri troppo ampi senza limiti per un singolo affare
    • Non indicare con precisione l’atto da compiere
    • Dimenticare di comunicare ai terzi l’eventuale revoca

    Domande frequenti

    Quando la procura deve essere fatta dal notaio?
    Quando l’atto da compiere richiede una forma solenne: ad esempio la compravendita di immobili o gli atti soggetti a trascrizione. In tal caso la procura deve avere la stessa forma, con autentica notarile.
    Che differenza c'è tra delega e procura?
    La delega autorizza un’attività materiale (ritirare un documento); la procura conferisce il potere di rappresentare e impegnare giuridicamente il rappresentato (firmare contratti, riscuotere).
    Posso revocare la procura?
    Sì, in qualsiasi momento. Per essere efficace verso i terzi, però, la revoca deve essere portata a loro conoscenza con mezzi idonei.

    Questo modello ha finalità divulgativa e va adattato alla tua situazione concreta. Non sostituisce la consulenza di un avvocato o di un professionista qualificato: per controversie di valore o in caso di dubbio, fatti assistere prima di inviare comunicazioni con effetti giuridici.

  • Mensa scolastica e spese scuola nel 730: la detrazione 19% fino a 1.000 euro

    Detrazione nel 730. Se sei uno studente fuori sede, o lo è un familiare a carico, verifica la detrazione del 19% sui canoni di locazione per studenti fuori sede.

    In sintesi

    • Detrazione 19% sulle spese di istruzione per scuole dell’infanzia, primaria e secondaria del sistema nazionale di istruzione, fino a 1.000 euro per alunno all’anno.
    • Cosa rientra: mensa scolastica, pre e post scuola, assistenza al pasto, gite, assicurazione scolastica, trasporto scolastico, contributi per l’ampliamento dell’offerta formativa deliberati dalla scuola.
    • Dove si dichiara: righi da E8 a E10 del quadro E, codice 12. Un rigo per ogni alunno.
    • Pagamento tracciabile obbligatorio: bonifico, carta, PagoPA, MAV, bollettino postale. Non vale il contante.
    • Documenti: ricevuta con causale (servizio mensa, scuola, nome dell’alunno) oppure attestazione del Comune o della scuola.
    • Redditi oltre 120.000 euro: la detrazione si riduce; oltre 75.000 euro la spesa rientra nel tetto complessivo degli oneri detraibili.

    Cosa rientra nelle spese di istruzione detraibili

    Mandare i figli a scuola costa: mensa, gite, assicurazione, pre e post scuola, trasporto. Una parte di queste spese riduce l’imposta da pagare grazie alla detrazione del 19% per spese di istruzione: nel 730 si indicano in uno dei righi da E8 a E10 con il codice 12. Il limite massimo è di 1.000 euro per alunno all’anno.

    La legge parla di spese per la frequenza di scuole dell’infanzia (asilo e materna), del primo ciclo (elementari e medie) e della scuola secondaria di secondo grado (superiori), purché appartenenti al sistema nazionale di istruzione (legge 62/2000): scuole statali e scuole paritarie, private o degli enti locali. Le scuole private non paritarie sono escluse.

    Le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate chiariscono espressamente cosa rientra nella detrazione: le spese per la mensa scolastica e per i servizi scolastici integrativi come l’assistenza al pasto e il pre e post scuola; le spese per le gite scolastiche e per l’assicurazione della scuola; le spese per il servizio di trasporto scolastico; i contributi deliberati dagli organi d’istituto per ampliare l’offerta formativa (per esempio corsi di lingua o teatro, anche fuori orario e senza obbligo di frequenza).

    Attenzione a un limite: la detrazione per le spese di istruzione non è cumulabile, per lo stesso alunno, con quella per le erogazioni liberali agli istituti scolastici (codice 31, per innovazione tecnologica, edilizia scolastica e ampliamento dell’offerta formativa). Chi ha due figli può usare il codice 12 per uno e il codice 31 per l’altro, ma non entrambi per lo stesso figlio.

    Spese di istruzione: cosa rientra e limiti
    Voce di spesa Ammessa? Limite annuo
    Mensa scolastica e assistenza al pasto Sì Rientra nel tetto di 1.000 €/alunno
    Pre e post scuola Sì Rientra nel tetto di 1.000 €/alunno
    Gite scolastiche Sì Rientra nel tetto di 1.000 €/alunno
    Assicurazione scolastica Sì Rientra nel tetto di 1.000 €/alunno
    Trasporto scolastico Sì Rientra nel tetto di 1.000 €/alunno
    Corsi deliberati dall'istituto (lingua, teatro) Sì Rientra nel tetto di 1.000 €/alunno
    Libri di testo e cancelleria della scuola secondaria No –
    Erogazioni liberali alla scuola (innovazione, edilizia, offerta formativa) No, codice 31 Non cumulabili con il codice 12 per lo stesso alunno

    Mensa scolastica nel 730: rigo E8, codice 12

    La mensa si indica in uno dei righi da E8 a E10 con il codice 12, sommata alle altre spese scolastiche dello stesso figlio (gite, pre e post scuola, trasporto). Se i figli sono più di uno, si compila un rigo per ciascuno, ognuno con il codice 12 e la spesa di quel figlio. L’importo deve comprendere le spese già indicate con il codice 12 nella Certificazione Unica; non si indicano quelle rimborsate dal datore di lavoro in sostituzione dei premi di risultato.

    La detrazione spetta anche se la mensa è gestita dal Comune o da un’altra ditta e non dalla scuola, e anche se il servizio non è stato deliberato dagli organi d’istituto: per la scuola dell’infanzia, la primaria e la secondaria di primo grado il servizio è previsto dall’ordinamento scolastico (circolare 14/E del 2023). Si guarda all’anno di pagamento: nel 730/2026 vanno le rette della mensa pagate nel 2025, anche se riferite a un anno scolastico a cavallo tra due anni. Se la spesa non è nel 730 precompilato, puoi aggiungerla tu, conservando i documenti.

    Documenti per la mensa: ricevuta, PagoPA e attestazione del Comune

    Servono le ricevute dei pagamenti tracciabili (bonifico, bollettino postale, MAV, PagoPA, carta) intestate al soggetto che ha ricevuto il pagamento, cioè la scuola, il Comune o il gestore del servizio, con nella causale il servizio (mensa, trasporto, pre o post scuola), la scuola frequentata e il nome e cognome dell’alunno. In alternativa vale un’attestazione del Comune, del gestore o della scuola che certifica la spesa dell’anno, i dati dell’alunno e il pagamento tracciabile; l’attestazione è esente da imposta di bollo. Non si possono completare a mano le ricevute a cui mancano i dati dell’alunno o della scuola: in quel caso va chiesta l’attestazione.

    Trasporto scolastico e abbonamento al bus: le due detrazioni si sommano

    Il trasporto scolastico (scuolabus) rientra nel codice 12. Se per lo stesso figlio paghi anche un abbonamento al trasporto pubblico locale, quella spesa va a parte con il codice 40 e si somma: sono due detrazioni distinte. Vedi la guida sulla detrazione dell’abbonamento ai mezzi pubblici (codice 40).

    Esempio pratico

    • Tizio ha due figli: uno alle medie, uno alle superiori. Per il figlio alle medie ha pagato mensa (600 euro), gita scolastica (80 euro) e assicurazione (20 euro): totale 700 euro. Per il figlio alle superiori ha pagato trasporto scolastico (450 euro) e corso di teatro deliberato dall’istituto (200 euro): totale 650 euro. Tizio compila due righi del quadro E (E8 ed E9) con il codice 12, uno per ciascun figlio: indica 700 euro per il primo e 650 euro per il secondo (entrambi sotto il tetto di 1.000 euro). La detrazione è del 19%: 700 × 19% = 133 euro + 650 × 19% = 123,50 euro. Risparmio totale: 256,50 euro di IRPEF in meno.

    Documenti necessari

    • Ricevute o bollettini di pagamento della mensa scolastica (tracciabili, con causale, scuola e nome dell’alunno) oppure attestazione del Comune o della scuola
    • Ricevute del servizio di trasporto scolastico
    • Quietanze per gite scolastiche e assicurazione
    • Ricevuta per iscrizione a corsi deliberati dall’organo d’istituto
    • Documentazione del pre e post scuola con indicazione del servizio erogato

    Figlio unico con più voci di spesa

    Scenario. Caia ha un figlio alle elementari. Nel 2025 ha pagato: mensa 750 euro, pre-scuola 150 euro, gita 60 euro, assicurazione 15 euro. Totale: 975 euro. Tutti i pagamenti sono stati effettuati tramite PagoPA o bonifico bancario.

    Come si applica. La spesa totale di 975 euro è sotto il tetto di 1.000 euro per alunno. Caia indica 975 euro nel rigo E8 con il codice 12. La detrazione del 19% vale 185,25 euro di IRPEF in meno. Se avesse speso 1.200 euro, avrebbe potuto indicare solo 1.000 euro (il massimo detraibile).

    In pratica

    • Somma tutte le voci (mensa, gite, trasporto, pre-scuola): il tetto è sull’importo totale, non per singola voce.
    • Conserva ogni ricevuta di pagamento: la tracciabilità è obbligatoria per avere la detrazione.

    Due figli in scuole diverse, spesa da dividere tra genitori

    Scenario. Tizio e Caia hanno due figli: uno alle medie, uno alle superiori. I pagamenti sono stati effettuati da entrambi. Decidono di dividere la detrazione: Tizio detrae le spese del figlio alle medie (900 euro), Caia quelle del figlio alle superiori (850 euro).

    Come si applica. Ciascuno compila un rigo separato (E8 e E9) con il codice 12 e la spesa di competenza. Se la ricevuta è intestata a un solo genitore ma la spesa è condivisa, è possibile annotare sul documento la percentuale di ripartizione. Tizio ottiene una detrazione di 171 euro (19% × 900), Caia di 161,50 euro (19% × 850).

    In pratica

    • Se i figli sono più di uno, compila un rigo distinto per ciascun figlio.
    • La detrazione spetta al genitore che ha sostenuto la spesa; se il documento è intestato al figlio e la spesa è divisa in modo diverso dal 50%, indica la percentuale sul documento.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    In quale rigo del 730 si mette la mensa scolastica?

    In uno dei righi da E8 a E10 con il codice 12 (spese di istruzione), insieme alle altre spese scolastiche dello stesso figlio. Per ogni figlio si compila un rigo separato.

    La mensa scolastica dà diritto alla detrazione?

    Sì. Le istruzioni del 730 citano espressamente la mensa scolastica e i servizi integrativi come l’assistenza al pasto e il pre e post scuola, anche se il servizio è gestito dal Comune.

    Qual è il massimale della detrazione per istruzione scolastica?

    1.000 euro di spesa per alunno all’anno, con detrazione del 19% (al massimo 190 euro per figlio). Con due figli a scuola il tetto è 1.000 euro per ciascuno.

    Quali documenti servono per la mensa pagata al Comune?

    La ricevuta del pagamento tracciabile (bonifico, PagoPA, bollettino, carta) con causale, scuola e nome dell’alunno, oppure un’attestazione del Comune o del gestore con la spesa dell’anno e i dati dell’alunno.

    Le gite scolastiche sono detraibili?

    Sì, comprese quelle della scuola dell’infanzia: rientrano nelle spese di istruzione con codice 12, dentro il tetto di 1.000 euro per alunno.

    Devo pagare con carta o bonifico?

    Sì. Dal 2020 la detrazione del 19% per le spese di istruzione spetta solo se il pagamento è tracciabile (bonifico, carta, PagoPA, MAV, bollettino). Non vale il contante.

    La scuola privata non statale è ammessa?

    Solo se fa parte del sistema nazionale di istruzione, cioè se è paritaria ai sensi della legge 62/2000. Le scuole private non paritarie non sono ammesse al codice 12.

    Posso detrarre anche il corso di teatro organizzato dalla scuola?

    Sì, se il corso è stato deliberato dagli organi d’istituto per l’ampliamento dell’offerta formativa. Anche se si svolge fuori orario e senza obbligo di frequenza, rientra nella detrazione.

    Vedi anche: Spese istruzione scolastica figli, Mantenimento dei figli, Figli maggiorenni studenti a carico, Figli a carico, Detrazione 19% spese conservatorio e scuole AFAM e Bonus centri estivi e sport per i figli.

  • Accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario

    Accettare un’eredità può essere rischioso: con l’accettazione pura e semplice si risponde dei debiti anche con il proprio patrimonio. Il beneficio d’inventario è lo strumento che limita questo rischio, separando i conti del defunto da quelli dell’erede. Vediamo come funziona, come si attiva e in quali casi la legge lo impone.

    A cosa serve il beneficio d’inventario

    L’articolo 484 del Codice civile consente di accettare l’eredità con beneficio d’inventario. L’effetto principale è la separazione tra il patrimonio del defunto e quello personale dell’erede.

    Senza questa separazione, accettando in modo puro e semplice, i due patrimoni si fondono e l’erede risponde dei debiti del defunto anche con i propri beni.

    La responsabilità entro il valore dei beni

    Con il beneficio d’inventario l’erede risponde dei debiti e dei legati solo nei limiti del valore dei beni ereditari ricevuti (la regola è sintetizzata nell’espressione intra vires hereditatis).

    In pratica, se i debiti superano l’attivo, l’erede non ci rimette il proprio patrimonio: paga i creditori fino a concorrenza di quanto ha ricevuto e non oltre.

    Come si fa: dichiarazione e inventario

    L’accettazione con beneficio si fa con dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale del luogo in cui si è aperta la successione, inserita nel registro delle successioni.

    Alla dichiarazione deve seguire la redazione dell’inventario dei beni ereditari entro i termini di legge. Inventario e dichiarazione sono entrambi necessari: senza l’inventario nei termini, il beneficio può venire meno.

    I casi in cui è obbligatorio

    In alcune situazioni la legge impone l’accettazione con beneficio d’inventario, a tutela di chi non può scegliere consapevolmente. È obbligatorio per le eredità devolute a:

    • minori e persone soggette a tutela;
    • interdetti e inabilitati;
    • enti e persone giuridiche (con alcune eccezioni).

    In questi casi l’accettazione pura e semplice non è ammessa.

    Beneficio d’inventario o rinuncia?

    Di fronte a un’eredità incerta, le strade sono due: accettare con beneficio oppure rinunciare. Si rinuncia quando non si vuole nulla a che fare con l’eredità; si accetta con beneficio quando vi sono beni che valgono la pena, ma si teme la presenza di debiti.

    Il beneficio consente di incassare l’eventuale attivo netto senza esporre il proprio patrimonio: è la scelta prudente quando la situazione patrimoniale del defunto non è chiara.

    Gli effetti pratici della separazione

    Con la separazione i creditori del defunto e i legatari si soddisfano sui beni ereditari; i creditori personali dell’erede non possono aggredire quei beni se non dopo il pagamento dei primi.

    L’erede beneficiato amministra il patrimonio ereditario con specifici doveri e deve rendere conto: in cambio, è protetto dal rischio di pagare di tasca propria debiti che superano l’attivo.

    Un esempio concreto

    Alla morte dello zio, Caia eredita un appartamento del valore di 150.000 euro, ma scopre l’esistenza di debiti per circa 200.000 euro. Se accettasse puramente e semplicemente, dovrebbe pagare i 200.000 euro anche con i propri risparmi. Accetta invece con beneficio d’inventario: redatto l’inventario, risponde dei debiti solo fino a 150.000 euro, il valore di ciò che ha ricevuto. Il suo patrimonio personale resta al sicuro.

    Articoli di legge da consultare

    Domande frequenti

    Cosa cambia rispetto all’accettazione pura e semplice?

    Con l’accettazione pura e semplice rispondi dei debiti anche con il tuo patrimonio. Con il beneficio d’inventario rispondi solo nei limiti del valore dei beni ricevuti, perché i due patrimoni restano separati.

    Per chi è obbligatorio il beneficio d’inventario?

    È obbligatorio per le eredità devolute a minori, interdetti, inabilitati, enti e persone giuridiche. Queste categorie non possono accettare puramente e semplicemente.

    Basta la dichiarazione o serve anche l’inventario?

    Servono entrambi. Alla dichiarazione ricevuta dal notaio o in tribunale deve seguire la redazione dell’inventario nei termini di legge; in mancanza, il beneficio può perdersi.

    Risorse correlate

    I contenuti hanno finalità divulgativa e non sostituiscono la consulenza di un avvocato. Per la propria situazione specifica si raccomanda di rivolgersi a un professionista abilitato.

    Vedi anche: Successione legittima, Rinuncia all’eredità, Eredità e casa del convivente, Imposta di registro sulla divisione di eredità e immobili, Acquisti immobiliari ed eredita degli enti privati e Valore dell’eredità e asse ereditario.

  • Art. 25-bis DPR 602/1973 – Rateazione cartella e responsabilità sussidiaria

    Art. 25-bis DPR 602/1973 – Rateazione cartella e responsabilità sussidiaria

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito

    1. In caso di responsabilità sussidiaria, quando il debitore principale ottiene la rateazione del pagamento delle somme iscritte a ruolo, la prescrizione del diritto di credito è sospesa anche nei confronti dei coobbligati in via sussidiaria, a decorrere dal versamento della prima rata e per l’intera durata del piano di rateazione ottenuto dal debitore principale. L’agente della riscossione da’ immediata notizia ai coobbligati in via sussidiaria della richiesta di rateazione avanzata dal debitore principale, del numero di rate richieste e della durata del piano di rateazione.

  • Studio associato o STP: quale forma per i professionisti

    In sintesi

    • Lo studio associato produce reddito di lavoro autonomo attribuito per trasparenza agli associati: ognuno paga l’IRPEF sulla propria quota.
    • La STP di capitali (es. STP-SRL) paga IRES al 24% sul reddito societario; i soci pagano poi il 26% sui dividendi distribuiti.
    • In entrambe le forme, la cassa professionale di categoria resta dovuta dai singoli professionisti iscritti.
    • Lo studio associato ha struttura più semplice e adempimenti ridotti; la STP richiede bilancio, contabilità ordinaria, deposito atti.
    • La responsabilità nello studio associato è personale dei singoli soci; nella STP-SRL può essere limitata al patrimonio sociale.
    • La scelta incide su detraibilità dei costi: il professionista in studio associato deduce i costi analitici dal reddito di lavoro autonomo.

    Lavorare insieme: due modelli molto diversi

    Avvocati, commercialisti, ingegneri, medici: quando più professionisti decidono di lavorare insieme, si pone subito la domanda sulla forma organizzativa. Le due opzioni principali sono lo studio associato (associazione professionale) e la STP – la Società tra Professionisti introdotta dalla legge 183/2011.

    La differenza non è solo burocratica. Riguarda come vengono tassati i redditi, chi risponde dei debiti, come vengono gestiti i rapporti con i clienti e come funziona la previdenza. Lo studio associato è la forma tradizionale: produce reddito di lavoro autonomo, attribuito direttamente ai soci in proporzione alle rispettive quote. Ciascuno paga l’IRPEF sulla sua parte. La struttura è trasparente – come una società di persone – ma rimane nell’alveo del lavoro autonomo.

    La STP è invece una vera e propria società, che può essere di persone o di capitali. La STP costituita come SRL, ad esempio, è soggetta all’IRES al 24% sul proprio reddito. Gli utili distribuiti ai soci scontano il 26% aggiuntivo. La qualificazione del reddito STP (lavoro autonomo o reddito d’impresa) ha ricevuto chiarimenti dall’Agenzia delle Entrate nel corso degli anni, e dipende dalla forma societaria scelta.

    Studio associato: cos’è, forma giuridica e normativa

    Lo studio associato, o associazione professionale, è un’associazione senza personalità giuridica tra professionisti persone fisiche che esercitano insieme la propria arte o professione. Non è una società: l’incarico resta personale del professionista e lo studio è lo strumento comune per dividere spese, organizzazione e compensi.

    • Normativa: la legge che la regolava, la L. 1815/1939, è stata abrogata dall’art. 10, comma 11, L. 183/2011, che però fa espressamente salve le associazioni professionali esistenti e le consente ancora (comma 9). Le regole di singole professioni possono porre limiti propri.
    • Fisco: ai fini delle imposte sui redditi l’associazione è equiparata a una società semplice (art. 5, comma 3, lett. c, TUIR). Il reddito è di lavoro autonomo ed è imputato a ciascun associato per trasparenza, anche se non incassato, in proporzione alla quota di partecipazione agli utili.
    • Quote: valgono le quote fissate per atto pubblico o scrittura privata autenticata, che per le associazioni professionali può essere redatta fino alla presentazione della dichiarazione dei redditi dell’associazione; in mancanza, le quote si presumono uguali (art. 5, commi 2 e 3, TUIR).

    Queste regole TUIR valgono fino al 31 dicembre 2026: dal 2027 il TUIR è sostituito dal nuovo testo unico delle imposte sui redditi.

    Come aprire uno studio associato

    1. Verificare che tutti gli associati siano iscritti al rispettivo albo e che l’ordinamento della professione non ponga limiti all’esercizio associato.
    2. Redigere l’atto costitutivo con le quote di partecipazione agli utili; per farle valere ai fini fiscali serve un atto pubblico o una scrittura privata autenticata.
    3. Aprire la partita IVA dell’associazione e tenere la contabilità dello studio; ogni associato dichiara la propria quota di reddito.
    4. Continuare a versare i contributi alla propria cassa professionale come singolo iscritto.

    STP: cosa significa e come funziona

    STP significa società tra professionisti. L’art. 10 L. 183/2011 consente di costituirla con uno qualsiasi dei modelli societari del codice civile: società di persone, di capitali (una «SRL STP» è una STP costituita come SRL) o cooperativa, quest’ultima con almeno tre soci. L’atto costitutivo deve prevedere:

    • l’esercizio esclusivo dell’attività professionale da parte dei soci;
    • come soci, professionisti iscritti ad albi o collegi, e soci non professionisti solo per prestazioni tecniche o per investimento; i professionisti devono avere comunque la maggioranza dei due terzi nelle decisioni dei soci, pena lo scioglimento e la cancellazione dall’albo se la condizione non è ripristinata in sei mesi;
    • che l’incarico sia eseguito solo dai soci in possesso dei requisiti, con designazione del socio da parte del cliente o comunicazione scritta del nominativo;
    • una polizza di assicurazione per la responsabilità civile verso i clienti;
    • l’esclusione del socio cancellato dall’albo.

    La denominazione deve contenere l’indicazione «società tra professionisti»; si può partecipare a una sola STP; la società è soggetta al regime disciplinare dell’ordine a cui è iscritta e può esercitare anche più professioni (art. 10, commi 5-8).

    Studio associato e regime forfettario

    Il professionista che partecipa a uno studio associato non può applicare il regime forfettario nemmeno all’attività svolta individualmente: la legge esclude chi, mentre esercita l’attività, partecipa a società di persone, ad associazioni o a imprese familiari dell’art. 5 TUIR (art. 1, comma 57, lett. d, L. 190/2014). Lo studio associato, a sua volta, non è una persona fisica e determina il reddito con le regole ordinarie.

    Studio associato vs STP – confronto strutturale e fiscale
    Aspetto Studio associato STP (es. STP-SRL)
    Natura giuridica Associazione professionale – lavoro autonomo Società (di persone o capitali) tra professionisti
    Tassazione del reddito IRPEF progressiva per trasparenza su ogni associato (23% / 33% / 43%) IRES 24% in capo alla STP; poi 26% sui dividendi distribuiti ai soci
    Trasparenza fiscale Sì – reddito imputato ai soci anche se non distribuito No – reddito tassato in capo alla società
    Cassa professionale Dovuta dai singoli professionisti iscritti all'ordine Dovuta dai singoli professionisti iscritti all'ordine
    Responsabilità patrimoniale Personale e illimitata dei soci Limitata al patrimonio sociale (per la STP-SRL)
    Contabilità richiesta Semplificata possibile (se nei limiti) Ordinaria obbligatoria per la STP-SRL
    Adempimenti societari Ridotti – nessun bilancio depositato Bilancio, assemblea soci, deposito CCIAA, verbali

    Esempio pratico

    • Tizio e Caio sono due avvocati che lavorano insieme. Fatturano complessivamente 300.000 euro, con costi deducibili di 80.000 euro. Reddito netto: 220.000 euro, diviso in parti uguali: 110.000 euro ciascuno. Come studio associato, ognuno applica l’IRPEF progressiva sulla propria quota: 23% su 28.000 = 6.440 + 33% su 22.000 = 7.260 + 43% su 60.000 = 25.800 = 39.500 euro a testa (più addizionali). Come STP-SRL, la società paga IRES: 220.000 × 24% = 52.800 euro. Se poi distribuisce tutto: (220.000 − 52.800) × 26% = 43.472 euro. Totale IRES + imposta dividendo: 96.272 euro – sensibilmente più alto rispetto ai 79.000 euro totali dell’IRPEF sullo studio associato. La STP-SRL conviene solo se si reinvestono gli utili o se la struttura societaria porta vantaggi non fiscali (responsabilità limitata, ingresso di nuovi soci, ecc.).

    Documenti necessari

    • Atto costitutivo e statuto dello studio associato o della STP
    • Iscrizione all’albo professionale di competenza di tutti i soci
    • Registro dei compensi e delle spese (per il reddito di lavoro autonomo)
    • Bilancio d’esercizio (obbligatorio per la STP-SRL)
    • Certificazione di regolarità previdenziale con la cassa professionale
    • Eventuale accordo di distribuzione degli utili tra i soci

    Caso 1 – Tizio, medico specialista che vuole associarsi con due colleghi

    Scenario. Tizio è un medico con reddito di lavoro autonomo elevato. Valuta se aprire uno studio associato con due colleghi o costituire una STP-SRL.

    Come si applica. Come medico iscritto all’Ordine, Tizio deve versare i contributi alla propria cassa previdenziale (ENPAM) indipendentemente dalla forma organizzativa scelta. Nello studio associato, il reddito di ciascuno è tassato con l’IRPEF progressiva sulla quota di spettanza. La struttura è semplice da costituire e gestire. Con la STP-SRL, il reddito societario sconta l’IRES al 24%; se distribuito come dividendo, aggiunge il 26% in capo ai soci. Per un professionista sanitario con redditi elevati e intenzione di distribuire regolarmente gli utili, la STP di capitali rischia di essere meno efficiente dell’associazione professionale. La STP diventa interessante se i soci intendono reinvestire una parte degli utili nella struttura (attrezzature, locali) senza distribuirli.

    In pratica

    • La cassa previdenziale (ENPAM, CNPADC, ecc.) è sempre dovuta dal singolo professionista.
    • Lo studio associato è fiscalmente più semplice per chi distribuisce sistematicamente gli utili.
    • La STP-SRL offre responsabilità limitata: utile se l’attività comporta rischi patrimoniali elevati.

    Caso 2 – Caio, commercialista che valuta la STP per attrarre nuovi soci

    Scenario. Caio gestisce uno studio professionale avviato e vuole strutturarsi come STP per permettere l’ingresso di due giovani professionisti con quote minoritarie, facilitando la pianificazione della successione.

    Come si applica. La STP di capitali è la forma più adatta per gestire strutture complesse con più soci a diversi livelli: consente di emettere quote con diritti differenziati, di prevedere clausole di prelazione e di pianificare l’uscita dei soci fondatori. Dal punto di vista fiscale, la STP-SRL paga l’IRES al 24% sul reddito societario. Se gli utili vengono parzialmente reinvestiti (formazione, tecnologia, espansione), solo la parte distribuita come dividendo subisce il 26% in capo ai soci. In questa struttura, il costo fiscale della parte reinvestita è solo il 24% – inferiore all’IRPEF che Caio pagherebbe personalmente nelle aliquote più alte (33% tra 28.000 e 50.000 euro, 43% oltre i 50.000 euro nel 2026). La scelta richiede però una gestione professionale della contabilità ordinaria e l’obbligo di bilancio depositato.

    In pratica

    • La STP-SRL è adatta a strutture multi-socio con pianificazione dell’ingresso e dell’uscita dei professionisti.
    • La responsabilità limitata protegge il patrimonio personale dei soci per le obbligazioni societarie.
    • Il vantaggio fiscale emerge quando una quota degli utili viene reinvestita e non distribuita.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La scelta tra studio associato e STP dipende da redditi, numero di soci, rischi professionali e regole della propria cassa e del proprio ordine, che vanno verificate caso per caso. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Cos’è uno studio associato?

    È un’associazione senza personalità giuridica tra professionisti che esercitano insieme la propria professione. Per il fisco è equiparata a una società semplice: il reddito, di lavoro autonomo, è imputato a ciascun associato per trasparenza in base alla quota (art. 5, comma 3, lett. c, TUIR).

    Che differenza c’è tra studio associato e società tra professionisti?

    Lo studio associato è un’associazione, senza personalità giuridica, con reddito di lavoro autonomo tassato in capo ai soci. La STP è una vera società (di persone, di capitali o cooperativa) regolata dall’art. 10 L. 183/2011, con requisiti precisi: oggetto esclusivo, maggioranza di due terzi ai soci professionisti, polizza RC e iscrizione all’albo.

    La cassa previdenziale si paga anche se si è in una STP?

    Sì. La cassa professionale (INARCASSA, CNPADC, ENPAM, ecc.) è dovuta dal singolo professionista iscritto all’albo, indipendentemente dalla forma organizzativa. Non è la STP a versare i contributi alla cassa, ma ogni professionista a titolo personale.

    Uno studio associato può assumere dipendenti?

    Sì, uno studio associato può avere dipendenti. Le spese per il personale sono deducibili dal reddito di lavoro autonomo dello studio, riducendo il reddito imputato ai singoli associati.

    Nella STP il reddito è sempre classificato come reddito d’impresa?

    Dipende dalla forma societaria. Per la STP costituita come società di capitali (SRL) l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che il reddito è generalmente reddito d’impresa, soggetto a IRES. Per le STP di persone la qualificazione può essere diversa. È opportuno verificare la propria situazione specifica con un consulente.

    Chi risponde dei debiti dello studio associato?

    Nello studio associato la responsabilità è personale e illimitata dei soci. Ogni associato risponde con il proprio patrimonio personale per le obbligazioni dello studio. Nella STP-SRL, la responsabilità è in linea di principio limitata al patrimonio sociale, salvo eccezioni per obbligazioni professionali specifiche.

    È possibile passare da studio associato a STP in un secondo momento?

    Sì, ma il passaggio comporta la costituzione di una nuova società, il trasferimento dei contratti e dei rapporti in corso, e potenziali conseguenze fiscali (ad esempio sulla valutazione dell’avviamento). È un’operazione che richiede pianificazione anticipata e assistenza professionale.

    Il regime forfettario è compatibile con lo studio associato o la STP?

    No. Il professionista che partecipa a uno studio associato non può usare il forfettario neppure per l’attività individuale (art. 1, comma 57, lett. d, L. 190/2014), e lo studio associato o la STP determinano il reddito con le regole ordinarie (IRPEF per trasparenza o IRES).

  • Art. 25 DPR 602/1973 – Cartella di pagamento

    Art. 25 DPR 602/1973 – Cartella di pagamento

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito

    1. Il concessionario notifica la cartella di pagamento al debitore iscritto a ruolo o al coobbligato nei confronti dei quali procede, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre: a) del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attivita’ di liquidazione prevista dall’articolo 36-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600; b) del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per le somme che risultano dovute a seguito dell’attivita’ di controllo formale prevista dall’articolo 36-ter; c) del secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo, per le somme dovute in base agli accertamenti dell’ufficio; c-bis) del terzo anno successivo a quello di scadenza dell’ultima rata del piano di rateazione per le somme dovute a seguito degli inadempimenti di cui all’articolo 15-ter.

    2. La cartella di pagamento, redatta in conformità al modello approvato con decreto del Ministero delle finanze, contiene l’intimazione ad adempiere l’obbligo risultante dal ruolo entro il termine di sessanta giorni dalla notificazione, con l’avvertimento che, in mancanza, si procederà ad esecuzione forzata.

    2-bis. La cartella di pagamento contiene anche l’indicazione della data in cui il ruolo è stato reso esecutivo.

    3. Ai fini della scadenza del termine di pagamento il sabato è considerato giorno festivo.

  • Detrazione o deduzione: che differenza c’è (con esempi)

    In sintesi

    • La detrazione riduce direttamente l’imposta da pagare (es. 19% delle spese sanitarie): se devi 1.000 euro di IRPEF e hai una detrazione di 190 euro, paghi 810 euro.
    • La deduzione riduce il reddito imponibile: si sottrae dal reddito lordo prima di calcolare l’IRPEF. Il risparmio dipende quindi dalla tua aliquota marginale.
    • Una deduzione da 1.000 euro vale 230 euro di risparmio per chi ha aliquota al 23%, ma 430 euro per chi ha aliquota al 43%: più alto è il reddito, più conviene dedurre.
    • Esempi di detrazioni: spese sanitarie (19%), interessi sul mutuo per la prima casa (19%), spese per istruzione, premi assicurativi.
    • Esempi di deduzioni: contributi previdenziali, contributi a fondi pensione complementare, assegno di mantenimento al coniuge, rendita catastale dell’abitazione principale.
    • Le detrazioni si calcolano sull’imposta lorda; le deduzioni si sottraggono dal reddito complessivo prima di calcolare l’imposta.

    La differenza tra detrazione e deduzione, spiegata in modo semplice

    Detrazione e deduzione: due parole che suonano simili ma funzionano in modo completamente diverso. Confonderle può portarti a stimare male il risparmio fiscale che ti spetta, oppure a non capire perché la tua dichiarazione è uscita con un importo diverso da quello che ti aspettavi.

    La differenza di fondo è questa: la detrazione agisce sull’imposta (abbassa il conto finale), mentre la deduzione agisce sul reddito (abbassa la base su cui si calcola l’imposta). È come se in un negozio la detrazione fosse uno sconto diretto sul totale da pagare alla cassa, mentre la deduzione fosse uno sconto sul prezzo del prodotto prima ancora di calcolare l’IVA.

    Il valore pratico delle due agevolazioni dipende dalla tua situazione: le detrazioni (come quella del 19% sulle spese sanitarie) danno lo stesso beneficio a tutti, indipendentemente dal reddito. Le deduzioni, invece, valgono di più per chi ha un reddito elevato, perché le aliquote IRPEF sono progressive: 23% fino a 28.000 euro, 33% da 28.000 a 50.000 euro (dal 2026; fino al 2025 era il 35%), 43% oltre 50.000 euro.

    Capire questa distinzione ti aiuta a pianificare meglio: per esempio, sapere che i contributi al fondo pensione sono deducibili (non detraibili) ti dice che il risparmio fiscale è tanto più alto quanto più guadagni.

    Detrazione vs deduzione: confronto diretto
    Aspetto Detrazione Deduzione
    Su cosa agisce Riduce l'imposta lorda già calcolata Riduce il reddito imponibile prima del calcolo dell'imposta
    Aliquota di risparmio Fissa (es. 19% per spese sanitarie) Variabile: dipende dall'aliquota marginale del contribuente (23%, 33% o 43%)
    Esempi tipici Spese sanitarie, interessi mutuo prima casa, spese istruzione, premi assicurativi Contributi previdenziali, contributi fondi pensione, assegno mantenimento coniuge, rendita catastale abitazione principale
    Risparmio per reddito basso (23%) Fisso: 19% della spesa (se detrazione al 19%) 23% della spesa dedotta
    Risparmio per reddito alto (43%) Fisso: 19% della spesa (se detrazione al 19%) 43% della spesa dedotta: più del doppio rispetto al reddito basso
    Dove si inserisce in dichiarazione Quadro E del 730 o Redditi PF (oneri e spese) Si sottrae dal reddito complessivo prima del Quadro E

    Esempio pratico

    • Tizio e Caio hanno entrambi versato 1.000 euro di contributi a un fondo pensione complementare nel 2025 (voce deducibile). Tizio ha un reddito di 20.000 euro (aliquota marginale 23%): la deduzione gli fa risparmiare 230 euro di IRPEF. Caio ha un reddito di 55.000 euro (aliquota marginale 43%): la stessa deduzione di 1.000 euro gli fa risparmiare 430 euro di IRPEF. Stessa spesa, risparmio fiscale quasi doppio. Se invece entrambi avessero spese sanitarie per 1.000 euro (detrazione al 19%), il risparmio sarebbe identico per entrambi: 1.000 × 19% = 190 euro ciascuno, indipendentemente dal reddito.

    Documenti necessari

    • Ricevute e fatture delle spese sanitarie (per detrazioni al 19%)
    • Quietanze degli interessi passivi sul mutuo (attestato rilasciato dalla banca)
    • Certificazione dei contributi versati al fondo pensione complementare
    • Documentazione degli assegni periodici corrisposti al coniuge separato (sentenza del tribunale)
    • CU (Certificazione Unica) del datore di lavoro con i contributi previdenziali già trattenuti
    • Ricevute di pagamento delle spese universitarie, scolastiche o per asili nido

    Tizio: spese sanitarie, una classica detrazione al 19%

    Scenario. Tizio ha un reddito da lavoro dipendente di 30.000 euro e ha sostenuto 2.000 euro di spese sanitarie nel 2025 (visite specialistiche, farmaci con ricetta, analisi).

    Come si applica. Le spese sanitarie danno diritto a una detrazione del 19% sulla parte eccedente la franchigia di 129,11 euro (la franchigia è la parte che resta a tuo carico e non si detrae). Spesa detraibile: 2.000 – 129,11 = 1.870,89 euro. Detrazione: 1.870,89 × 19% = 355 euro circa. Questa somma viene sottratta direttamente dall’IRPEF lorda di Tizio: se doveva 4.000 euro di IRPEF, ne paga circa 3.645. Il beneficio è lo stesso per tutti, indipendentemente dal reddito (purché ci sia sufficiente IRPEF da cui detrarre).

    In pratica

    • La franchigia di 129,11 euro si applica al totale delle spese sanitarie: è la parte che non si detrae.
    • Conserva tutti gli scontrini e le ricevute delle spese sanitarie: potrebbero essere richiesti in caso di controllo.
    • Se hai poco reddito e poca IRPEF lorda, la detrazione potrebbe essere solo parzialmente utilizzabile (non si ha rimborso in contanti per la parte eccedente l’imposta dovuta).

    Caio: contributi al fondo pensione, una deduzione che vale di più ad alto reddito

    Scenario. Caio è un dirigente con reddito di 60.000 euro e versa 3.000 euro annui a un fondo pensione complementare.

    Come si applica. I contributi ai fondi pensione complementari sono deducibili dal reddito complessivo. Caio porta in deduzione 3.000 euro: il suo reddito imponibile scende da 60.000 a 57.000 euro. Su questi 3.000 euro si applica la sua aliquota marginale del 43% (scaglione oltre 50.000 euro): risparmio IRPEF = 3.000 × 43% = 1.290 euro. Se fosse stato nel primo scaglione (23%), lo stesso versamento avrebbe dato un risparmio di soli 690 euro. La deduzione premia chi ha un reddito più alto.

    In pratica

    • Il fondo pensione è una delle poche deduzioni che cresce con il reddito: più guadagni, più risparmio fiscale ottieni.
    • Verifica il massimale deducibile annuo per i fondi pensione (le istruzioni non indicano un importo specifico per il 2025: verifica con il tuo CAF o commercialista).
    • La deduzione riduce il reddito su cui si calcolano anche le addizionali regionale e comunale, non solo l’IRPEF.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Qual è la differenza principale tra detrazione e deduzione?

    La detrazione riduce l’imposta già calcolata (es. detrazione al 19% delle spese sanitarie: 100 euro di spesa = 19 euro in meno di imposta). La deduzione riduce il reddito imponibile prima di calcolare l’imposta: il risparmio dipende dalla tua aliquota marginale.

    Le spese sanitarie sono detraibili o deducibili?

    Le spese sanitarie sono detraibili al 19% sulla parte eccedente la franchigia di 129,11 euro. Fanno eccezione alcune spese sanitarie specifiche per soggetti con disabilità, che invece sono deducibili.

    I contributi previdenziali versati all'INPS sono deducibili?

    Sì. I contributi previdenziali obbligatori (es. quelli versati come lavoratore dipendente, già trattenuti in busta paga, o quelli versati da artigiani e commercianti) sono deducibili dal reddito complessivo.

    Una detrazione non utilizzata perché l'imposta è bassa può essere rimborsata?

    No. Le detrazioni si sottraggono dall’IRPEF lorda: se l’imposta dovuta è inferiore alla detrazione, la parte eccedente è persa (non si recupera in contanti). Fanno eccezione alcune detrazioni che prevedono meccanismi di rimborso specifici.

    La deduzione per l'abitazione principale come funziona?

    Il reddito dell’abitazione principale concorre al reddito complessivo ai fini IRPEF, ma è prevista una deduzione pari alla rendita catastale dell’immobile (e delle pertinenze). In pratica, il reddito figurativo della casa in cui abiti viene annullato dalla deduzione, quindi non paghi IRPEF su di esso.

    Se ho sia detrazioni che deduzioni, quale ordine si applica?

    Prima si applicano le deduzioni (che riducono il reddito complessivo), poi si calcola l’IRPEF lorda sul reddito ridotto, e infine si sottraggono le detrazioni dall’IRPEF lorda. L’ordine è importante: prima reddito, poi imposta.

  • Art. 24 DPR 602/1973 – Consegna del ruolo al concessionario

    Art. 24 DPR 602/1973 – Consegna del ruolo al concessionario

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito

    1. L’ufficio consegna il ruolo al concessionario dell’ambito territoriale cui esso si riferisce secondo le modalità indicate con decreto del Ministero delle finanze, di concerto con il Ministero del tesoro del bilancio e della programmazione economica.

    2. Con lo stesso o con separato decreto sono individuati i compiti che possono essere affidati al consorzio nazionale obbligatorio fra i concessionari relativamente alla consegna dei ruoli e le ipotesi nelle quali l’affidamento dei ruoli ai concessionari avviene esclusivamente con modalità telematiche.

  • Dividendo o compenso amministratore: come prelevare dalla SRL

    In sintesi

    • Il dividendo è la distribuzione degli utili già tassati con IRES 24%: il socio paga un ulteriore 26% di imposta sostitutiva.
    • Il compenso all’amministratore è deducibile per la SRL (abbatte l’IRES), ma per l’amministratore è reddito assimilato a lavoro dipendente: paga IRPEF progressiva e contributi previdenziali.
    • Il compenso conviene se l’aliquota IRPEF marginale dell’amministratore è inferiore al combinato IRES 24% + 26% dividendo (effetto moltiplicativo).
    • Il dividendo conviene se l’amministratore ha già redditi elevati e l’aliquota IRPEF marginale supera il 43%; il 26% fisso diventa allora più favorevole.
    • I contributi previdenziali sul compenso (gestione separata INPS) aumentano il costo complessivo ma costruiscono anche la pensione futura.
    • Spesso la strategia ottimale è un mix: compenso per le esigenze di liquidità corrente e dividendo per i surplus.

    I due modi per prelevare soldi dalla SRL

    Quando sei socio – o socio e amministratore – di una SRL e vuoi portare a casa parte degli utili, hai essenzialmente due strade: il dividendo e il compenso all’amministratore. Scegliere male può costare parecchio in tasse e contributi.

    Il dividendo è la distribuzione degli utili che la SRL ha già prodotto e già tassato con l’IRES (24%). Quando l’assemblea delibera di distribuire i soldi ai soci, scatta in capo al socio persona fisica un’ulteriore imposta sostitutiva del 26%, applicata dalla società che la trattiene e versa. Il dividendo non è deducibile per la SRL: la società lo paga con utili già tassati.

    Il compenso all’amministratore è invece una voce di costo per la società: la SRL lo deduce dal proprio reddito nell’esercizio in cui lo paga effettivamente (principio di cassa, art. 95, comma 5 del TUIR). Per l’amministratore quel compenso è reddito assimilato a lavoro dipendente: ci si applicano le aliquote IRPEF progressive (23%, 33% o 43% a seconda dello scaglione) e i contributi alla gestione separata INPS.

    Dividendo vs compenso amministratore: confronto testa a testa
    Aspetto Dividendo Compenso amministratore
    Deducibilità per la SRL No – pagato con utili già tassati IRES Sì – dedotto per cassa, riduce l'imponibile IRES
    Tassazione in capo al percettore Imposta sostitutiva 26% (ritenuta a titolo definitivo) IRPEF progressiva: 23% / 33% / 43%
    Contributi previdenziali No Sì – gestione separata INPS (aliquota dipende dal profilo)
    Momento di tassazione Anno di percezione del dividendo Anno di percezione del compenso (cassa)
    Effetto sull'utile societario Nessuno: l'utile rimane tassato IRES 24% Riduce l'utile societario → minore IRES
    Costo totale se IRPEF marginale 43% IRES 24% + 26% su residuo = ~43,8% effettivo 43% IRPEF + contributi = oltre 43% effettivo
    Costo totale se IRPEF marginale 23% IRES 24% + 26% su residuo = ~43,8% effettivo 23% IRPEF + contributi = generalmente sotto 35%

    Esempio pratico

    • Esempio numerico. Alfa SRL ha un utile lordo (prima di qualsiasi compenso) di 100.000 euro. L’amministratore-socio unico, Tizio, vuole prelevare 50.000 euro.

      Scenario A – solo dividendo: la SRL paga IRES 24% su 100.000 = 24.000. Utile netto 76.000. Tizio delibera la distribuzione di 50.000 euro. Su 50.000 paga imposta sostitutiva 26% = 13.000. Totale imposte sul prelievo di 50.000: IRES pro-quota su 50.000 (cioè 12.000) + 13.000 dividendo = 25.000. Tizio incassa 37.000 netti.

      Scenario B – compenso di 50.000 euro: la SRL deduce 50.000, l’utile scende a 50.000, l’IRES diventa 12.000 (risparmio di 12.000 rispetto allo scenario A). Tizio riceve 50.000 come compenso, soggetto a IRPEF. Se la sua aliquota marginale è 23% (redditi totali sotto 28.000): IRPEF 11.500 + contributi gestione separata (trattare in modo qualitativo: l’aliquota dipende dalla propria posizione INPS). Totale IRPEF 11.500: Tizio incassa circa 38.500 netti, con un risparmio fiscale rispetto al dividendo, prima dei contributi.

      Se invece Tizio ha già altri redditi e l’aliquota marginale è 43%: IRPEF sul compenso = 21.500. In quel caso il dividendo (tassazione effettiva ~43,8% combinata) e il compenso (43% IRPEF + contributi) sono sostanzialmente equivalenti o il dividendo è marginalmente preferibile.

    Documenti necessari

    • Verbale di assemblea dei soci con delibera di distribuzione utili (per il dividendo)
    • Contratto o delibera assembleare di nomina con indicazione del compenso all’amministratore
    • CUD / Certificazione Unica emessa dalla SRL per il compenso dell’amministratore
    • Bilancio d’esercizio della SRL con utile distribuibile
    • Modello F24 per la ritenuta del 26% sui dividendi versata dalla società
    • Iscrizione alla gestione separata INPS dell’amministratore

    Caso 1 – Tizio: aliquota bassa, compenso più conveniente

    Scenario. Tizio è l’unico amministratore e socio di Alfa SRL. Non ha altri redditi significativi. La SRL produce 80.000 euro di utile ante compenso. Tizio vuole prelevare 40.000 euro.

    Come si applica. Se Tizio prende 40.000 come compenso, la SRL riduce l’utile a 40.000 e paga IRES 9.600 (invece di 19.200). Sul compenso di 40.000, Tizio paga IRPEF: i primi 28.000 al 23% = 6.440, i restanti 12.000 al 33% = 3.960; totale IRPEF 10.400. Aggiungendo i contributi gestione separata (aliquota da verificare con INPS in base alla posizione), il costo totale rimane inferiore all’ipotesi dividendo, in cui il combinato IRES+26% avrebbe prodotto circa 17.600 euro di tasse sul prelievo di 40.000.

    In pratica

    • Con aliquota IRPEF media bassa (redditi sotto 28.000 euro), il compenso permette di sfruttare la progressività a proprio vantaggio e di dedurre la spesa dalla SRL.
    • Ricorda che il compenso va deliberato prima dell’inizio dell’esercizio o comunque con atto di data certa, altrimenti l’Agenzia delle Entrate può contestarne la deducibilità.
    • I contributi alla gestione separata INPS aumentano il costo, ma maturano diritti previdenziali futuri.

    Caso 2 – Caio: aliquota alta, dividendo meno penalizzante

    Scenario. Caio è socio al 50% di Alfa SRL e ha altri redditi da lavoro dipendente per 55.000 euro. Vuole prelevare 30.000 euro di utili dalla società.

    Come si applica. Con redditi già a 55.000 euro, ogni euro aggiuntivo di compenso sarebbe tassato al 43% (scaglione oltre 50.000 euro) più addizionali regionali e comunali. Il dividendo di 30.000 euro paga invece un’imposta sostitutiva fissa del 26% = 7.800 euro. Rispetto al 43%+ IRPEF sul compenso, il dividendo è nettamente più conveniente in questo caso, anche considerando che l’utile societario ha già scontato l’IRES 24%. Il combinato IRES+dividendo (43,8% effettivo) è comunque inferiore al 43%+ IRPEF sul compenso.

    In pratica

    • Se hai già redditi elevati da altre fonti e sei nel terzo scaglione IRPEF (oltre 50.000 euro, aliquota 43%), il dividendo è quasi sempre più conveniente del compenso aggiuntivo.
    • Il 26% sul dividendo è un’imposta sostitutiva a titolo definitivo: la somma non concorre al reddito complessivo e non influenza le detrazioni IRPEF.
    • In presenza di altri soci il dividendo si distribuisce in proporzione alle quote, mentre il compenso amministratore spetta solo a chi ricopre quel ruolo.

    Quando rivolgersi a un professionista

    La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.

    Fonti e approfondimenti

    Domande frequenti

    Il compenso all'amministratore deve essere deliberato formalmente?

    Sì. Per essere deducibile dalla SRL è necessario che sia fissato con delibera assembleare o contratto di nomina, e che sia effettivamente pagato nell’esercizio (principio di cassa). Un compenso deciso a consuntivo o pagato l’anno dopo può essere contestato.

    Il dividendo di una SRL è sempre tassato al 26%?

    Per il socio persona fisica residente sì: l’imposta sostitutiva è il 26% applicato dalla società come sostituto d’imposta. Se il socio è una società di capitali, la tassazione è diversa (concorre al reddito solo per il 5% dell’ammontare percepito, art. 89 TUIR).

    Posso mescolare compenso e dividendo nello stesso anno?

    Sì, anzi è spesso la strategia più efficiente: un compenso calibrato sulla soglia IRPEF che ti conviene e un dividendo per la parte eccedente. Il tutto va pianificato prima di chiudere l’esercizio.

    Il compenso all'amministratore è soggetto a ritenuta?

    Sì. La SRL applica una ritenuta a titolo di acconto del 20% sul compenso lordo al momento del pagamento e la versa all’Erario tramite F24. L’amministratore poi dichiara il reddito nel quadro RC del Modello Redditi PF o nel 730.

    Se non distribuisco dividendi, l'utile viene tassato ugualmente?

    Sì, l’utile societario paga l’IRES 24% in ogni caso, indipendentemente dalla distribuzione. La parte che rimane in azienda non viene tassata ulteriormente finché non viene distribuita.

    Il TFM (trattamento di fine mandato) è deducibile?

    Sì, il TFM è deducibile per competenza se il diritto risulta da atto di data certa anteriore all’inizio del rapporto (art. 95, comma 5 TUIR). È una forma di compenso differito che consente di costruire una riserva deducibile anno per anno.

  • Art. 23 D.P.R. 602/1973 – Esecutorietà dei ruoli (abrogato) (abrogato)

    Art. 23 D.P.R. 602/1973 – Esecutorietà dei ruoli (abrogato)

    D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 – Riscossione delle imposte sul reddito

    Articolo abrogato. Non è più in vigore: l’abrogazione è stata disposta dal D.Lgs. 24 marzo 2025, n. 33, come modificato dal D.L. 31 dicembre 2025, n. 200.

  • Bonus cultura 18 anni 2026: come funziona la Carta giovani, esempio

    In sintesi

    • Il Bonus Valore Cultura è assegnato ai neo-diplomati attraverso la Carta giovani nazionale.
    • Il credito è utilizzabile nell’anno successivo al conseguimento del diploma di scuola secondaria di secondo grado.
    • Il paniere include: biglietti per teatro, cinema, spettacoli dal vivo, libri, musica, abbonamenti a giornali e periodici (anche digitali), strumenti musicali, accessi a musei, mostre, monumenti, aree archeologiche e parchi naturali.
    • Sono ammissibili anche i corsi di musica, teatro, danza e lingue straniere.
    • L’importo del credito e le modalità operative sono definiti da un decreto interministeriale (ex art. 541 LB 2026) atteso entro il 30 novembre 2026: non esistono ancora importi certi né domande aperte.

    Cosa prevede la Legge di Bilancio 2026

    Il comma 539 della L. 199/2025 istituisce il Bonus Valore Cultura, assegnato attraverso la Carta giovani nazionale ai neo-diplomati. Consiste in un credito utilizzabile nell’anno successivo al diploma per acquistare biglietti per spettacoli, libri, musica, abbonamenti digitali, accessi a musei e parchi, e per corsi di musica, teatro, danza o lingue. L’importo e le modalità sono definiti da un decreto interministeriale atteso entro il 30 novembre 2026.

    Approfondimento normativo completo: Comma 539 LB26: Bonus Valore Cultura tramite Carta giovani nazionale.

    Il Bonus Valore Cultura 2026: struttura normativa e paniere di spesa

    Il comma 539 della Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) introduce il Bonus Valore Cultura, uno strumento assegnato ai giovani che hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado attraverso la Carta giovani nazionale, disciplinata dall’art. 1, comma 413, della L. n. 160/2019. Il bonus consiste in un credito monetario utilizzabile nell’anno successivo al conseguimento del diploma per acquistare beni e servizi culturali appartenenti a un paniere definito dalla norma stessa. Al momento il decreto interministeriale che definirà importi, criteri di attribuzione e modalità operative non è stato pubblicato: non esistono ancora importi certi né domande aperte.

    Il paniere del Bonus Valore Cultura è definito direttamente dal comma 539 ed è articolato: sono acquistabili biglietti per rappresentazioni teatrali e cinematografiche e spettacoli dal vivo; libri; abbonamenti a quotidiani e periodici, anche in formato digitale; musica registrata; strumenti musicali; prodotti dell’editoria audiovisiva; titoli di accesso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche e parchi naturali. Rientrano inoltre nel paniere i costi relativi a corsi di musica, di teatro, di danza o di lingua straniera. Il legislatore ha escluso esplicitamente acquisti tecnologici, abbigliamento e altri beni di consumo generici.

    Sul piano fiscale, le note normative allegati al comma 539 precisano che il Bonus Valore Cultura non costituisce reddito imponibile per il beneficiario (art. 6 TUIR), non interferisce con la detrazione per le spese di istruzione di cui all’art. 15 TUIR per le spese coperte dal bonus pubblico, ed è compatibile con l’esenzione IVA prevista per i corsi didattici delle scuole riconosciute (art. 10 D.P.R. n. 633/1972). Il decreto interministeriale ex art. 541 LB 2026 è atteso entro il 30 novembre 2026 e definirà importi nominali, criteri di attribuzione e modalità di utilizzo.

    Cosa sapere in attesa del decreto attuativo del Bonus Valore Cultura

    • Il decreto interministeriale ex art. 541 LB 2026 è atteso entro il 30 novembre 2026 e definirà importi, criteri di attribuzione e modalità operative: senza di esso non si può accedere al bonus.
    • Il bonus è riservato ai neo-diplomati della scuola secondaria di secondo grado e viene erogato attraverso la Carta giovani nazionale.
    • Il credito è utilizzabile nell’anno successivo al conseguimento del diploma, non nell’anno della maturità.
    • Il paniere è tassativo: sono ammesse solo le categorie espressamente elencate dalla norma (biglietti, libri, musica, corsi culturali, accessi a musei e parchi naturali, abbonamenti a periodici).
    • Il bonus non è imponibile ai fini IRPEF e non interferisce con le detrazioni fiscali per spese di istruzione sostenute autonomamente.

    Tizio: neo-diplomato appassionato di musica

    Scenario. Tizio consegue la maturità a giugno 2026 e vorrebbe utilizzare il Bonus Valore Cultura per acquistare uno strumento musicale e iscriversi a un corso di chitarra.

    Come si legge in pratica. Il comma 539 include esplicitamente nel paniere del Bonus Valore Cultura sia gli strumenti musicali sia i corsi di musica. Il credito sarà utilizzabile nell’anno successivo al diploma, dunque – se il decreto attuativo sarà pubblicato nei tempi previsti – potenzialmente nel 2027. Tuttavia, finché il decreto interministeriale non sarà adottato, non è possibile conoscere l’importo del credito né le modalità di accesso: Tizio non può ancora presentare domanda né prenotare l’utilizzo del bonus.

    Cosa può fare Tizio oggi

    • Verificare di essere in possesso del diploma di scuola secondaria di secondo grado (prerequisito per il bonus).
    • Monitorare la Gazzetta Ufficiale per la pubblicazione del decreto interministeriale ex art. 541 LB 2026.
    • Consultare il portale della Carta giovani nazionale per eventuali aggiornamenti operativi.
    • Tenere a disposizione la documentazione relativa al diploma per l’eventuale fase di iscrizione.
    • Non anticipare spese confidando nell’importo del bonus: l’entità del credito è ancora ignota.

    Caia: neo-diplomata e appassionata di teatro e cinema

    Scenario. Caia si diploma nel 2026 e vorrebbe utilizzare il bonus per acquistare biglietti per spettacoli teatrali, abbonamenti a una rivista culturale digitale e per seguire un corso di teatro.

    Come si legge in pratica. Tutte e tre le spese che Caia intende sostenere rientrano nel paniere del Bonus Valore Cultura: biglietti per rappresentazioni teatrali, abbonamenti a periodici anche in formato digitale e corsi di teatro sono espressamente elencati al comma 539. Il credito potrà essere utilizzato nell’anno 2027, successivo al diploma 2026. L’importo e le modalità restano da definire con il decreto interministeriale: Caia dovrà attendere la pubblicazione del decreto prima di poter procedere.

    Il paniere del Bonus Valore Cultura per Caia

    • Biglietti per rappresentazioni teatrali: inclusi nel paniere.
    • Abbonamenti a periodici in formato digitale: inclusi nel paniere.
    • Corsi di teatro: inclusi nel paniere.
    • Il credito è utilizzabile nell’anno successivo al diploma (anno 2027 per chi si diploma nel 2026).
    • Importo e modalità operative saranno definiti dal decreto interministeriale ex art. 541 LB 2026.

    Sempronio: neo-diplomato curioso di mostre e musei

    Scenario. Sempronio si diploma nel 2026 e vorrebbe usare il bonus per visitare musei, aree archeologiche e mostre d’arte nel corso del 2027, dopo aver iniziato l’università.

    Come si legge in pratica. Il comma 539 include espressamente tra gli usi ammissibili i titoli di accesso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche e parchi naturali. Sempronio potrà quindi utilizzare il credito per queste finalità nell’anno successivo al diploma. È importante sottolineare che il Bonus Valore Cultura non è imponibile ai fini IRPEF (art. 6 TUIR) e che le spese sostenute con il bonus pubblico non danno luogo a ulteriori detrazioni fiscali. Anche in questo caso, le modalità concrete dipendono dal decreto interministeriale atteso.

    Accessi culturali nel paniere del Bonus Valore Cultura

    • Musei statali, comunali e privati: inclusi nel paniere (titoli di accesso).
    • Mostre ed eventi culturali: inclusi nel paniere.
    • Monumenti, gallerie e aree archeologiche: inclusi nel paniere.
    • Parchi naturali: inclusi nel paniere.
    • Il bonus non è imponibile IRPEF e non genera ulteriori detrazioni fiscali per le stesse spese.

    Quando conviene una verifica

    Per chiarimenti sul funzionamento del Bonus Valore Cultura e sul paniere di spese ammissibili in attesa del decreto attuativo, è possibile confrontarsi con un professionista specializzato. Hai dubbi sul Bonus Valore Cultura? Consulta un esperto.

    Norme e fonti collegate

    Domande frequenti

    Il Bonus Valore Cultura 2026 è già attivo? Quando si può fare domanda?

    No. Il comma 539 della L. 199/2025 definisce la struttura del Bonus Valore Cultura, ma l’operatività concreta dipende dal decreto interministeriale previsto dall’art. 541 LB 2026, atteso entro il 30 novembre 2026. Questo decreto definirà gli importi nominali, i criteri di attribuzione e le modalità di utilizzo. Finché il decreto non sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale, non è possibile presentare domanda né conoscere l’entità del credito.

    Chi ha diritto al Bonus Valore Cultura 2026?

    Il comma 539 riserva il Bonus Valore Cultura ai giovani che hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado. Il bonus è assegnato attraverso la Carta giovani nazionale (art. 1, comma 413, L. n. 160/2019). I criteri precisi di attribuzione – inclusa l’eventuale selezione in base al reddito o ad altri parametri – saranno definiti dal decreto interministeriale. La norma non specifica un anno di nascita né un limite di età: fa riferimento al conseguimento del diploma.

    Cosa si può comprare con il Bonus Valore Cultura?

    Il paniere è definito direttamente dal comma 539 e comprende: biglietti per teatro, cinema e spettacoli dal vivo; libri; abbonamenti a quotidiani e periodici (anche digitali); musica registrata; strumenti musicali; prodotti dell’editoria audiovisiva; titoli di accesso a musei, mostre, monumenti, gallerie, aree archeologiche e parchi naturali; corsi di musica, teatro, danza o lingua straniera. Acquisti tecnologici generici, abbigliamento e altri beni non elencati sono esclusi.

    Il Bonus Valore Cultura è tassabile come reddito?

    No. Le note normative al comma 539 precisano che il Bonus Valore Cultura non rientra tra le categorie reddituali dell’art. 6 del TUIR e pertanto non è imponibile ai fini IRPEF per il beneficiario. Le spese sostenute con il bonus pubblico non danno luogo alla detrazione per spese di istruzione di cui all’art. 15 TUIR: il divieto di cumulazione tra agevolazione pubblica e detrazione fiscale sulla stessa spesa è un principio generale dell’ordinamento tributario.

    Il Bonus Valore Cultura sostituisce il vecchio bonus cultura 18app?

    Il comma 539 non cita esplicitamente la precedente app18/18app. Il Bonus Valore Cultura è strutturato come un credito erogato attraverso la Carta giovani nazionale, che è uno strumento diverso dall’applicazione 18app. I termini e le modalità operative precise – inclusi eventuali raccordi con strumenti preesistenti – saranno chiariti dal decreto interministeriale ex art. 541 LB 2026, atteso entro il 30 novembre 2026. Non è possibile anticipare ora se e come la nuova misura si coordinerà con eventuali residui del regime precedente.

Informazione di carattere generale. I calcoli e le indicazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e si basano sulle fonti ufficiali indicate nel metodo editoriale. Non sostituiscono il parere di un professionista abilitato: per la valutazione del caso concreto è necessario rivolgersi a un avvocato, a un commercialista o a un consulente iscritto al proprio albo.