Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • SS.UU. 26635/2009 – Studi di settore: senza contraddittorio l’accertamento è nullo

    Con le sentenze nn. 26635-26638 del 18 dicembre 2009 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione fissano un principio cardine dell’accertamento standardizzato: gli studi di settore (e i parametri) sono un sistema di presunzioni semplici, la cui efficacia non deriva dal solo scostamento dagli standard, ma nasce all’esito del contraddittorio obbligatorio col contribuente, a pena di nullità dell’atto. · Cerca su Italgiure (banca dati ufficiale) ↗

    La vicenda

    L’ufficio rettifica i ricavi di un’impresa applicando lo studio di settore, sulla base del solo scostamento tra quanto dichiarato e i valori «standard» elaborati statisticamente, senza un effettivo confronto preventivo con il contribuente. Si pone così, dinanzi alle Sezioni Unite, la questione del valore probatorio degli studi di settore e del ruolo del contraddittorio.

    La questione giuridica

    Il nodo è la natura dell’accertamento da studi di settore: si tratta di presunzioni legali, che spostano automaticamente l’onere della prova sul contribuente al solo emergere dello scostamento, oppure di presunzioni semplici, che devono acquisire gravità, precisione e concordanza attraverso un passaggio ulteriore? E quale ruolo gioca il contraddittorio?

    La decisione e il principio di diritto

    Le Sezioni Unite stabiliscono che la procedura di accertamento standardizzato mediante studi di settore o parametri costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è determinata ex lege dal solo scostamento dagli standard, ma nasce in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente con il contribuente, pena la nullità dell’accertamento.

    Gli standard sono un’elaborazione statistica – un’ipotesi probabilistica – che va adattata alla concreta realtà del singolo contribuente. In sede di contraddittorio questi può dimostrare, con ogni mezzo di prova, le specifiche condizioni (stagionalità, crisi, situazioni particolari dell’attività) che giustificano lo scostamento. Solo se il contribuente non partecipa o non offre giustificazioni adeguate, l’onere della prova si sposta a suo carico e gli standard possono fondare l’accertamento senza ulteriore argomentazione personalizzata. Anche in giudizio il contribuente conserva i più ampi poteri di prova.

    Il principio: l’accertamento mediante studi di settore o parametri si fonda su presunzioni semplici, la cui efficacia probatoria non deriva dal solo scostamento dagli standard, ma si perfeziona all’esito del contraddittorio obbligatorio con il contribuente, a pena di nullità dell’atto.

    Le fasi dell’accertamento standardizzato

    Fase Cosa accade Effetto
    Scostamento dagli standard L’ufficio rileva la differenza con i valori statistici Da solo non basta: presunzione semplice non ancora qualificata
    Invito al contraddittorio Obbligatorio convocare il contribuente La sua omissione causa nullità dell’atto
    Partecipazione del contribuente Prova, con ogni mezzo, le ragioni dello scostamento L’ufficio deve motivare tenendone conto
    Mancata partecipazione/giustificazione Il contribuente non collabora L’onere si sposta su di lui; gli standard possono fondare l’atto

    Le norme commentate

    Art. 62-sexies D.L. 331/1993 e art. 10 L. 146/1998 – disciplinano l’accertamento basato su studi di settore: il primo ne consente l’utilizzo a fronte di gravi incongruenze tra dichiarato e standard, il secondo ne regola il procedimento, incluso il contraddittorio.

    Art. 9-bis D.L. 50/2017 – introduce gli ISA (indici sintetici di affidabilità fiscale), che hanno sostituito gli studi di settore: non sono uno strumento diretto di accertamento, ma orientano i controlli e premiano i contribuenti affidabili (regime premiale).

    Conseguenze pratiche

    Un accertamento da studi di settore emesso senza un effettivo contraddittorio preventivo è nullo; il contribuente ha tutto l’interesse a partecipare e a documentare le ragioni dello scostamento. Resta poi l’evoluzione normativa: gli studi di settore sono stati sostituiti dagli ISA, ma il principio sul valore di mera presunzione semplice degli scostamenti conserva la sua rilevanza interpretativa.

    Spunti pratici

    • Verificare il contraddittorio: senza invito effettivo, l’atto è nullo.
    • Partecipare attivamente: presentarsi e illustrare le cause dello scostamento è decisivo.
    • Documentare le ragioni: stagionalità, crisi di mercato, eventi straordinari, peculiarità dell’attività.
    • Conservare i poteri di prova: anche in giudizio si può provare con ogni mezzo, comprese presunzioni semplici.

    Esempio

    Tizio, titolare di un’attività stagionale, riceve un accertamento da studi di settore perché i ricavi dichiarati sono inferiori agli standard. Se l’ufficio non lo ha invitato al contraddittorio, l’atto è nullo. Se invece lo ha convocato, Tizio può dimostrare che l’apertura solo estiva spiega lo scostamento, e l’ufficio deve tenerne conto nella motivazione.

    Orientamento

    Le quattro pronunce gemelle del 2009 restano il punto di riferimento sul valore probatorio dell’accertamento standardizzato e sono costantemente richiamate dalla giurisprudenza successiva, anche dopo il passaggio agli ISA. Vedi la sezione Accertamento.

    Fonti

    • Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenze 18 dicembre 2009, nn. 26635-26638.
    • Art. 62-sexies D.L. 30 agosto 1993, n. 331; art. 10 legge 8 maggio 1998, n. 146.
    • Art. 9-bis D.L. 24 aprile 2017, n. 50 (ISA).
  • Cass. 13510/2025 – IMU terreni agricoli: il coltivatore diretto è esente anche con altri redditi

    Con l’ordinanza n. 13510 del 2025 la Sezione tributaria della Corte di Cassazione conferma che l’esenzione IMU sui terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP dipende dalla permanente iscrizione nella previdenza agricola, senza che rilevi la prevalenza del reddito agricolo: l’esenzione spetta anche a chi ha altri redditi, è pensionato o è coadiuvante familiare iscritto. · Cerca su Italgiure (banca dati ufficiale) ↗

    La vicenda

    Un coltivatore diretto possiede e coltiva il proprio terreno, ma ha anche altri redditi (o riveste la qualifica di coadiuvante familiare). Il Comune nega l’esenzione IMU, ritenendo che l’attività – o il reddito – agricola non sia prevalente rispetto alle altre fonti. Il contribuente impugna; la controversia giunge in Cassazione.

    La questione giuridica

    Il nodo è quale sia il presupposto dell’esenzione: la prevalenza del reddito agricolo sul reddito complessivo del contribuente, oppure la sola iscrizione nella gestione previdenziale agricola come coltivatore diretto o IAP? E se la qualifica di coadiuvante familiare osti al beneficio.

    La decisione e il principio di diritto

    La Corte chiarisce che l’elemento decisivo è la permanente iscrizione nella gestione previdenziale agricola come coltivatore diretto o IAP, anche nella veste di coadiuvante familiare: tale iscrizione presuppone già una valutazione di abitualità e prevalenza della partecipazione all’attività agricola. Non è quindi richiesta la prevalenza del reddito agricolo: lo status di pensionato o la presenza di altri redditi non impediscono il beneficio, purché sia mantenuta l’iscrizione. Ciò che conta non è la fonte principale di reddito, ma l’effettiva attività agricola e la conduzione diretta del fondo.

    Resta fermo un requisito: la coincidenza tra il soggetto che possiede il terreno (proprietario o titolare di altro diritto reale di godimento) e quello che ha la qualifica di coltivatore diretto o IAP. La sola conduzione del fondo, senza il possesso qualificato, non è sufficiente; nei casi di comproprietà l’esenzione opera per il contitolare in possesso della qualifica.

    Il principio: l’esenzione IMU per i terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti e IAP dipende dalla permanente iscrizione nella previdenza agricola, che già implica abitualità e prevalenza dell’attività, senza che rilevi la prevalenza del reddito agricolo o lo status di pensionato, fermo restando la coincidenza tra possesso del terreno e titolarità della qualifica.

    Chi ha diritto all’esenzione

    Situazione Esenzione IMU?
    Coltivatore diretto/IAP iscritto, possessore e conduttore del fondo Sì
    Coltivatore iscritto con altri redditi o pensionato Sì (irrilevante la prevalenza del reddito)
    Coadiuvante familiare iscritto alla previdenza agricola Sì
    Soggetto che conduce il fondo ma non lo possiede No (manca il possesso qualificato)
    Comproprietà: contitolare iscritto Sì, per la sua posizione

    Le norme commentate

    Art. 1, comma 758, L. 160/2019 – nell’ambito della nuova IMU prevede l’esenzione per i terreni agricoli posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli IAP iscritti nella previdenza agricola, indipendentemente dalla loro ubicazione.

    Art. 1 D.Lgs. 99/2004 – definisce l’imprenditore agricolo professionale (IAP) e i requisiti di abitualità e prevalenza dell’attività, alla cui valutazione è ancorata l’iscrizione previdenziale rilevante per l’esenzione.

    Conseguenze pratiche

    I coltivatori diretti e gli IAP iscritti alla previdenza agricola non pagano l’IMU sui terreni posseduti e condotti, a prescindere da altri redditi o dalla pensione: una tutela importante per chi affianca all’attività agricola un altro lavoro. Attenzione alla coincidenza possesso/qualifica, decisiva nei casi di comproprietà tra familiari, e al mantenimento dell’iscrizione previdenziale, vero presupposto del beneficio.

    Il principio rileva anche sul piano probatorio nel contenzioso con il Comune: a fronte di un avviso di accertamento IMU, il contribuente può difendersi dimostrando l’iscrizione previdenziale e la conduzione diretta del fondo, senza dover provare la prevalenza del reddito agricolo. Una corretta gestione documentale (estratti previdenziali, fascicolo aziendale, titoli di possesso) mette al riparo da pretese spesso fondate su un’errata lettura del requisito della prevalenza.

    Spunti pratici

    • Mantenere l’iscrizione alla previdenza agricola: è il presupposto centrale dell’esenzione.
    • Verificare la coincidenza tra possesso del terreno e titolarità della qualifica, soprattutto nelle comproprietà familiari.
    • Non temere gli altri redditi: la prevalenza del reddito agricolo non è richiesta.
    • Conservare la documentazione di iscrizione e conduzione, utile in caso di contestazione del Comune.

    Esempio

    Tizio è coltivatore diretto iscritto alla previdenza agricola e possiede il fondo che coltiva, ma lavora anche part-time in fabbrica: ha diritto all’esenzione IMU, perché conta l’iscrizione, non la prevalenza del reddito. Caio, invece, coltiva un terreno di proprietà del padre senza esserne possessore né titolare di un diritto reale: a lui l’esenzione non spetta.

    Orientamento

    La pronuncia consolida l’indirizzo che àncora l’esenzione IMU all’iscrizione previdenziale agricola, valorizzando l’effettività dell’attività e superando le contestazioni fondate sulla prevalenza del reddito o sulla qualifica di coadiuvante. Vedi la sezione tributi e accertamento.

    Fonti

    • Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 2025, n. 13510.
    • Art. 1, comma 758, legge 27 dicembre 2019, n. 160.
    • Art. 1 D.Lgs. 29 marzo 2004, n. 99 (coltivatore diretto e IAP).
  • Art. 951 Codice della Navigazione – Norme applicabili

    Art. 951 Codice della Navigazione – Norme applicabili

    R.D. 30 marzo 1942, n. 327 – Codice della navigazione

    Il trasporto aereo di cose, compresa la sua documentazione tramite lettera di trasporto aereo, è regolato dalle norme internazionali in vigore nella Repubblica, che si estendono anche ai trasporti di cose ai quali non si applicherebbero per forza propria. Si applicano inoltre, per quanto non è disposto dalla presente sezione ed in quanto compatibili, gli articoli da 425 a 437 e da 451 a 456.

  • Art. 950 Codice della Navigazione – Forma del contratto

    Art. 950 Codice della Navigazione – Forma del contratto

    R.D. 30 marzo 1942, n. 327 – Codice della navigazione

    Il contratto di trasporto di cose deve essere provato per iscritto.

  • Cass. 3878/2025 – Perdite su crediti: deducibili anche con un accordo transattivo

    Con l’ordinanza n. 3878 depositata il 15 febbraio 2025 la Sezione tributaria della Corte di Cassazione chiarisce che le perdite su crediti sono deducibili quando risultano da elementi certi e precisi (art. 101, comma 5, TUIR), e che un accordo transattivo documentante la compromissione del credito può costituire di per sé tale elemento, senza necessità di azioni esecutive o di una pronuncia di insolvenza. · Cerca su Italgiure (banca dati ufficiale) ↗

    La vicenda

    Un’impresa deduce una perdita su crediti dopo aver concluso un accordo transattivo con cui ha accettato un pagamento inferiore al valore nominale del credito, per chiudere la pendenza. L’Agenzia delle Entrate nega la deduzione, ritenendo mancanti gli elementi certi e precisi, in assenza di azioni esecutive o di una dichiarazione di insolvenza del debitore. Il contribuente impugna; la controversia giunge in Cassazione.

    La questione giuridica

    Il nodo è se la deducibilità della perdita richieda necessariamente l’esperimento di azioni esecutive o l’apertura di una procedura concorsuale, oppure se un accordo transattivo che documenti l’inesigibilità (anche parziale) del credito e la convenienza ad accettare una somma ridotta basti a integrare gli «elementi certi e precisi» richiesti dall’art. 101, comma 5, TUIR.

    La decisione e il principio di diritto

    La Corte accoglie la posizione del contribuente. L’art. 101, comma 5, TUIR consente la deduzione delle perdite su crediti quando risultano da elementi certi e precisi: una categoria che non è limitata alle procedure concorsuali. Un accordo transattivo che attesti la compromissione del credito e la convenienza economica ad accettare una somma ridotta per chiudere la vicenda integra di per sé tali elementi. La scelta imprenditoriale di transigere, anche per un importo sensibilmente inferiore all’originario, non rende la perdita non deducibile, purché l’accordo esprima una valutazione imprenditoriale sostenibile, fondata su dati concreti e non su mere ipotesi.

    Non è quindi indispensabile dimostrare di aver esperito ogni azione esecutiva o di aver ottenuto una declaratoria di insolvenza del debitore. La Corte distingue inoltre, sul piano sistematico, le perdite su crediti dalle sopravvenienze passive, pur ricordando che fiscalmente la sopravvenienza passiva è un «contenitore» che racchiude diverse situazioni, tra cui la perdita su crediti.

    Il principio: le perdite su crediti sono deducibili quando risultano da elementi certi e precisi, che possono derivare anche da un accordo transattivo documentante la compromissione del credito, senza che sia necessario l’esperimento di ogni azione esecutiva o una pronuncia di insolvenza del debitore.

    Quando la perdita è deducibile

    Presupposto Richiesto?
    Elementi certi e precisi (art. 101, c. 5) Sì (requisito generale)
    Accordo transattivo che documenta la compromissione del credito Sufficiente di per sé
    Esperimento di ogni azione esecutiva No
    Declaratoria di insolvenza / procedura concorsuale No (è solo una delle ipotesi)
    Valutazione imprenditoriale sostenibile su dati concreti Sì

    La norma commentata

    Art. 101, comma 5, TUIR – disciplina la deducibilità delle perdite su crediti nel reddito d’impresa. Le perdite sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e, in ogni caso, se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali o ha concluso accordi di ristrutturazione del debito. La pronuncia chiarisce che gli elementi certi e precisi possono emergere anche da una transazione, al di fuori delle procedure concorsuali.

    Conseguenze pratiche

    L’impresa può dedurre la perdita derivante da una transazione senza dover prima «inseguire» il debitore con azioni esecutive, purché documenti l’effettiva inesigibilità (anche parziale) del credito e la razionalità economica della scelta. Due profili da presidiare: la perdita va dedotta nell’esercizio di competenza, quando si manifestano gli elementi certi e precisi, e l’operazione deve avere valide ragioni economiche, per non incorrere in contestazioni di tipo antiabuso.

    Spunti pratici

    • Formalizzare la transazione con un accordo scritto che dia conto della situazione creditoria compromessa.
    • Documentare la convenienza: stime di recuperabilità, costi di un’azione esecutiva, condizioni del debitore.
    • Rispettare la competenza: dedurre nell’esercizio in cui maturano gli elementi certi e precisi.
    • Evitare operazioni elusive: la perdita deve fondarsi su una valutazione imprenditoriale reale, non costruita.

    Esempio

    Tizio S.r.l. vanta un credito di 100 verso un cliente in grave difficoltà; per chiudere la vicenda transige incassando 40 e rinunciando a 60. Documentando l’accordo e la convenienza della scelta, può dedurre la perdita di 60 nell’esercizio di competenza, senza dover prima avviare un pignoramento. Caio S.r.l., che invece rinuncia al credito senza alcuna giustificazione economica verso una società del gruppo solvibile, rischia il disconoscimento della perdita.

    Orientamento

    La pronuncia conferma l’indirizzo che valorizza la libertà di scelta imprenditoriale nella gestione dei crediti, ammettendo la deduzione delle perdite da transazione purché ancorata a elementi oggettivi e a una valutazione economica sostenibile. Approfondimenti nella sezione TUIR.

    Fonti

    • Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 15 febbraio 2025, n. 3878.
    • Art. 101, comma 5, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR).
  • Cass. 33735/2025 – «Imbullonati» fuori dalla rendita catastale: conta la funzione produttiva, non l’ancoraggio

    Con l’ordinanza n. 33735 del 23 dicembre 2025 la Sezione tributaria della Corte di Cassazione conferma l’orientamento sugli «imbullonati»: nella rendita catastale degli immobili a destinazione speciale sono esclusi macchinari e impianti funzionali allo specifico processo produttivo, contando la loro funzionalità e non l’ancoraggio al suolo o la consistenza strutturale. · Cerca su Italgiure (banca dati ufficiale) ↗

    La vicenda

    Una società del settore energetico contesta l’inclusione, nella rendita catastale di una centrale elettrica, di componenti impiantistiche funzionali al processo produttivo, che a suo avviso dovrebbero essere escluse dalla stima diretta dopo la riforma del 2016. La controversia riguarda l’esatto perimetro della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale (gruppi D ed E) alla luce della legge di Stabilità 2016.

    La questione giuridica

    Il nodo è quale sia il criterio per includere o escludere dalla rendita le componenti di un opificio o di una centrale: rileva l’infissione al suolo e la natura strutturale del bene, oppure la sua funzionalità rispetto allo specifico processo produttivo ospitato dall’immobile?

    La decisione e il principio di diritto

    La Corte conferma l’orientamento sugli «imbullonati». L’art. 1, comma 21, della legge 208/2015 (Stabilità 2016) ha innovato i criteri di stima degli immobili a destinazione speciale, escludendo dalla stima diretta i macchinari, congegni, attrezzature e altri impianti funzionali allo specifico processo produttivo, indipendentemente dalla loro natura strutturale e dall’infissione al suolo.

    Il criterio decisivo non è l’ancoraggio fisico all’immobile, ma la funzionalità specifica del bene rispetto al processo produttivo: se un bene è strumentale alla produzione, va escluso dalla rendita, a prescindere da come è connesso alla costruzione. Restano invece inclusi gli elementi che svolgono una funzione di componente strutturale dell’edificio o che ne accrescono l’utilità generica, a prescindere dal processo produttivo ospitato.

    Il principio: ai fini della determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione speciale, sono esclusi dalla stima diretta i macchinari e gli impianti funzionali allo specifico processo produttivo, rilevando la loro funzionalità produttiva e non l’ancoraggio al suolo o la consistenza strutturale.

    Cosa entra e cosa esce dalla rendita

    Componente Criterio Rendita catastale
    Strutture murarie e fondazioni Funzione edilizia/strutturale Inclusa
    Elementi che accrescono l’utilità generica dell’immobile Utilità non legata al processo Inclusa
    Macchinari, congegni, attrezzature di processo Funzionalità al processo produttivo Esclusa
    Impianti specifici dell’attività (anche infissi al suolo) Funzionalità produttiva (ancoraggio irrilevante) Esclusa

    Le norme commentate

    Art. 1, commi 21-22, L. 208/2015 – dal 1° gennaio 2016 stabilisce che la rendita catastale degli immobili a destinazione speciale e particolare (gruppi D ed E) è determinata per stima diretta del suolo e delle costruzioni, nonché degli elementi strutturalmente connessi che ne accrescono l’utilità, escludendo macchinari, congegni, attrezzature e altri impianti funzionali allo specifico processo produttivo. Il comma 22 disciplina le variazioni catastali (DOCFA) per la rideterminazione della rendita.

    Circolare Agenzia delle Entrate n. 2/E del 2016 – fornisce le indicazioni applicative sul criterio funzionale e sugli «imbullonati», distinguendo le componenti edilizie da quelle di processo.

    Conseguenze pratiche

    Le imprese industriali ed energetiche possono ottenere una riduzione della rendita catastale – e quindi dell’IMU – scorporando gli «imbullonati». Lo strumento è la variazione DOCFA con rideterminazione della rendita; la prova della funzionalità al processo produttivo dei singoli beni grava sul contribuente ed è bene supportarla con perizie tecniche dettagliate.

    L’impatto può essere significativo: per stabilimenti e centrali la componente impiantistica rappresenta spesso la quota maggiore del valore, sicché lo scorporo degli imbullonati riduce sensibilmente la base imponibile IMU. Va però considerato che la rideterminazione produce effetti dalla data della variazione, salvo le specifiche finestre temporali previste dalla normativa, e che l’ufficio può sindacare la perizia: la qualità della documentazione tecnica è quindi il vero fattore decisivo nel contenzioso.

    Spunti pratici

    • Mappare i cespiti distinguendo componenti edilizie/strutturali da impianti di processo.
    • Presentare il DOCFA di variazione per rideterminare la rendita escludendo gli imbullonati.
    • Documentare la funzionalità produttiva con perizie tecniche e schede impianto.
    • Non confidare sull’ancoraggio: anche un impianto fissato al suolo è escluso se serve al processo.

    Esempio

    La Tizio Energia S.p.A. possiede una centrale con turbine e impianti specifici di generazione: questi, funzionali al processo produttivo, vanno esclusi dalla rendita anche se ancorati alle strutture. Restano invece nella rendita i fabbricati e le opere murarie che ospitano gli impianti. Presentando un DOCFA con perizia, Tizio Energia riduce la rendita e l’IMU.

    Orientamento

    La pronuncia si inserisce in un indirizzo ormai consolidato della Sezione tributaria, particolarmente rilevante per centrali elettriche e grandi opifici, che àncora il perimetro della rendita al criterio funzionale introdotto nel 2016, ponendo a carico del contribuente l’onere di provare la natura produttiva dei beni da escludere. Approfondimenti nella sezione tributi e accertamento.

    Fonti

    • Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 23 dicembre 2025, n. 33735.
    • Art. 1, commi 21-22, legge 28 dicembre 2015, n. 208.
    • Circolare Agenzia delle Entrate n. 2/E del 2016.
  • Cass. 5447/2025 – Leasing risolto: l’IMU la paga la società di leasing, anche se l’immobile non torna

    Con l’ordinanza n. 5447 del 2025 la Sezione tributaria della Corte di Cassazione stabilisce che, in caso di risoluzione del contratto di leasing immobiliare, il soggetto passivo IMU torna a essere la società di leasing (concedente) dalla data della risoluzione, a prescindere dalla materiale riconsegna del bene: conta il vincolo contrattuale, non il possesso materiale. · Cerca su Italgiure (banca dati ufficiale) ↗

    La vicenda

    Un contratto di leasing immobiliare viene risolto per la morosità dell’utilizzatore, il quale però non riconsegna l’immobile. Si pone la questione di chi sia tenuto a pagare l’IMU per il periodo successivo alla risoluzione: l’utilizzatore che ancora detiene il bene o la società di leasing che ne è proprietaria. La società di leasing contesta l’avviso che le imputa l’imposta prima della riconsegna; la controversia giunge in Cassazione.

    La questione giuridica

    Il nodo è individuare il momento in cui cessa la soggettività passiva IMU dell’utilizzatore: con la risoluzione del contratto (cessazione del titolo) o con la riconsegna materiale dell’immobile al concedente (recupero del possesso fisico)?

    La decisione e il principio di diritto

    La Corte chiarisce che, ai fini IMU, rileva non il possesso materiale del bene, ma l’esistenza di un vincolo contrattuale che legittima il possesso qualificato dell’utilizzatore (locatario finanziario). Per questo, finché il contratto è in corso, è l’utilizzatore il soggetto passivo dell’imposta.

    Con la risoluzione viene meno il titolo che legittimava il possesso dell’utilizzatore e la soggettività passiva torna alla società concedente. Tale passaggio si verifica dal momento della risoluzione, non dalla materiale riconsegna: la circostanza che l’utilizzatore moroso continui a trattenere il bene è irrilevante. La cessazione dello status di soggetto passivo in capo all’utilizzatore decorre quindi dalla cessazione del contratto, che si determina con il pagamento dell’ultimo canone alla scadenza naturale o, nelle ipotesi di risoluzione anticipata per inadempimento, dal momento della risoluzione.

    Il principio: in tema di IMU su immobili concessi in leasing, in caso di risoluzione del contratto il soggetto passivo è il concedente a decorrere dalla data della risoluzione, a prescindere dalla materiale riconsegna del bene, rilevando il vincolo contrattuale e non il possesso materiale dell’immobile.

    Chi è soggetto passivo IMU

    Fase del leasing Soggetto passivo IMU
    Contratto in corso Utilizzatore (locatario finanziario)
    Dalla risoluzione del contratto Società di leasing (concedente)
    Immobile non ancora riconsegnato Società di leasing (la riconsegna è irrilevante)
    Scadenza naturale (ultimo canone pagato, no riscatto) Società di leasing dalla cessazione del contratto

    La norma commentata

    Art. 1, comma 743, L. 160/2019 – individua i soggetti passivi della nuova IMU. Per gli immobili concessi in locazione finanziaria, il soggetto passivo è il locatario (utilizzatore) a decorrere dalla data della stipula e per tutta la durata del contratto. La giurisprudenza ha chiarito che, alla cessazione del contratto (anche per risoluzione), la soggettività passiva torna al concedente indipendentemente dalla riconsegna.

    Conseguenze pratiche

    Le società di leasing devono considerarsi soggetti passivi IMU già dalla risoluzione del contratto, anche quando l’utilizzatore moroso non restituisce l’immobile; per l’utilizzatore, all’opposto, l’obbligo IMU cessa con la risoluzione. È un dato decisivo per la corretta intestazione del tributo e per la gestione dei contenziosi. Data l’incertezza che ha a lungo accompagnato il tema – con un precedente orientamento che àncorava il passaggio alla riconsegna – le sanzioni per gli anni «dubbi» sono spesso escluse per obiettiva incertezza normativa. Resta inteso che la società di leasing, divenuta soggetto passivo, può poi rivalersi sull’utilizzatore inadempiente per le imposte assolte sul piano civilistico, ma sul piano tributario è essa l’obbligata verso il Comune.

    Spunti pratici

    • Per le società di leasing: presidiare la posizione IMU dalla data di risoluzione, anche senza riconsegna del bene.
    • Per gli utilizzatori: l’obbligo IMU cessa con la risoluzione; contestare avvisi relativi a periodi successivi.
    • Documentare la data di risoluzione: è il dies a quo del passaggio della soggettività passiva.
    • Eccepire l’incertezza per chiedere la non applicazione delle sanzioni sugli anni controversi.

    Esempio

    La Tizio Leasing S.p.A. risolve per morosità il leasing con Caio, che però non riconsegna il capannone. Dalla data della risoluzione l’IMU è dovuta da Tizio Leasing, non più da Caio, anche se il capannone resta nelle mani di Caio. Caio, dal canto suo, può contestare gli avvisi IMU relativi al periodo successivo alla risoluzione.

    Orientamento

    La pronuncia, insieme alle decisioni gemelle del 1° marzo 2025, consolida l’indirizzo che àncora il passaggio della soggettività passiva alla cessazione del titolo contrattuale e non alla riconsegna, superando il precedente filone che valorizzava il recupero del possesso materiale. Vedi la sezione tributi e accertamento.

    Fonti

    • Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 2025, n. 5447.
    • Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 1° marzo 2025, n. 5446 (conforme).
    • Art. 1, comma 743, legge 27 dicembre 2019, n. 160.
  • Art. 949-ter Codice della Navigazione – Prescrizione

    Art. 949-ter Codice della Navigazione – Prescrizione

    R.D. 30 marzo 1942, n. 327 – Codice della navigazione

    I diritti derivanti dal contratto di trasporto di persone e di bagagli sono assoggettati alle norme sulla decadenza previste dalla normativa internazionale di cui all'articolo 941. Gli stessi diritti non sono assoggettati alle norme che regolano la prescrizione. Sezione II Del trasporto di cose

  • Corte cost. 247/2011 – Raddoppio dei termini di accertamento: basta l’obbligo di denuncia, non serve la condanna

    Con la sentenza n. 247 del 25 luglio 2011 la Corte costituzionale chiarisce che il raddoppio dei termini di accertamento, in presenza di un reato tributario, presuppone soltanto l’obbligo di denuncia (art. 331 c.p.p.) e non l’esito del processo penale: conta la sussistenza obiettiva dei seri indizi di reato, non la condanna né l’effettiva presentazione della denuncia. Regime poi superato per le annualità dal 2016. · Leggi il testo integrale (Consulta OnLine) ↗

    La vicenda

    L’ufficio notifica un accertamento oltre i termini ordinari, invocando il raddoppio per la presenza di un reato tributario. Il contribuente eccepisce che la denuncia non è mai stata presentata, o che il reato non sussiste, e che quindi l’atto sarebbe tardivo. Sorgono dubbi di legittimità costituzionale sull’istituto del raddoppio, rimessi alla Consulta.

    La questione giuridica

    Il nodo è il presupposto del raddoppio: occorre una condanna penale definitiva, o l’effettiva trasmissione della notitia criminis, oppure è sufficiente la mera sussistenza dell’obbligo di denuncia al momento dell’accertamento? E come si tutela il contribuente da un uso strumentale dell’istituto al solo fine di recuperare termini scaduti?

    La decisione e il principio di diritto

    La Corte costituzionale ritiene legittimo il raddoppio. Esso opera in presenza di seri indizi di reato che fanno sorgere l’obbligo di denuncia ex art. 331 c.p.p., a prescindere dall’effettiva presentazione della denuncia e dall’esito del giudizio penale, in virtù del principio del doppio binario che separa il processo penale da quello tributario. Non rilevano, dunque, l’eventuale assoluzione né la mancata trasmissione della notitia criminis; il raddoppio è legittimo anche se la violazione penale è contestata dopo la scadenza dei termini ordinari.

    A garanzia del contribuente, però, il giudice tributario, se la questione è sollevata, deve verificare la sussistenza dei presupposti dell’obbligo di denuncia con una valutazione «ora per allora» (prognosi postuma), per accertare che l’amministrazione non abbia fatto un uso pretestuoso e strumentale del raddoppio al solo fine di recuperare termini ormai decaduti.

    Il principio: il raddoppio dei termini di accertamento presuppone unicamente l’obbligo di denuncia per reato tributario, sussistente in presenza di seri indizi di reato, indipendentemente dall’effettiva presentazione della denuncia e dall’esito del processo penale; il giudice tributario controlla, su eccezione, la ricorrenza dei presupposti per escludere un uso strumentale dell’istituto.

    Cosa serve (e cosa no) per il raddoppio

    Elemento Necessario per il raddoppio?
    Obbligo di denuncia (seri indizi di reato, art. 331 c.p.p.) Sì
    Effettiva presentazione della denuncia No
    Condanna penale definitiva No
    Assenza di assoluzione No (l’assoluzione non esclude il raddoppio)
    Controllo del giudice «ora per allora» Sì, su eccezione del contribuente

    Le norme commentate

    Art. 43 D.P.R. 600/1973 e art. 57 D.P.R. 633/1972 (testo pro tempore) – prevedevano, nella versione introdotta nel 2006, il raddoppio dei termini di accertamento in caso di violazione che comportava obbligo di denuncia per uno dei reati tributari del D.Lgs. 74/2000.

    Art. 331 c.p.p. – disciplina l’obbligo, per i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblico servizio, di denunciare i reati di cui vengano a conoscenza nell’esercizio delle funzioni: è il presupposto a cui è ancorato il raddoppio.

    D.Lgs. 128/2015 e L. 208/2015 – hanno superato il regime del raddoppio: per i periodi d’imposta dal 2016 esso non opera più, sostituito da termini ordinari di accertamento più lunghi.

    Conseguenze pratiche

    Per le annualità interessate ancora in contenzioso, il contribuente può contestare il raddoppio dimostrando l’insussistenza degli elementi del reato o l’uso strumentale dell’istituto: l’eventuale assoluzione penale o la denuncia tardiva non sono decisive, ciò che conta è la valutazione «ora per allora». Per i periodi dal 2016 il tema non si pone più, ma resta rilevante per le liti pendenti su annualità anteriori.

    Spunti pratici

    • Eccepire i presupposti: chiedere al giudice tributario il controllo «ora per allora» sull’obbligo di denuncia.
    • Distinguere i piani: l’assoluzione penale non chiude la partita tributaria (doppio binario), ma può essere un elemento valutativo.
    • Verificare l’annualità: il raddoppio rileva solo per i periodi anteriori al 2016.
    • Documentare la pretestuosità: indizi che l’obbligo di denuncia sia stato evocato solo per recuperare termini scaduti.

    Esempio

    A Tizio viene notificato un accertamento oltre i termini ordinari per il 2013, fondato su seri indizi di una dichiarazione fraudolenta. Anche se la denuncia non è stata presentata e in sede penale Tizio sarà poi assolto, il raddoppio è legittimo se sussistevano gli elementi dell’obbligo di denuncia: Tizio potrà però chiedere al giudice tributario di verificarne la reale sussistenza «ora per allora».

    Orientamento

    La pronuncia ha fissato i paletti costituzionali del raddoppio, poi recepiti dalla giurisprudenza di legittimità, fino al superamento normativo del 2015. Resta il riferimento per le controversie su annualità pre-2016. Vedi la sezione Accertamento.

    Fonti

    • Corte costituzionale, sentenza 25 luglio 2011, n. 247.
    • Art. 43 D.P.R. 600/1973 e art. 57 D.P.R. 633/1972 (testo pro tempore); art. 331 c.p.p.
    • D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 128, e legge 28 dicembre 2015, n. 208 (superamento del regime).
  • Cass. 12227/2025 – Detrazione IVA nei gruppi: il bene usato dalla controllata va «provato» inerente

    Con l’ordinanza n. 12227 del 2025 la Sezione tributaria della Corte di Cassazione chiarisce che la detrazione IVA su un bene utilizzato da una società controllata non è esclusa per il solo rapporto partecipativo o per la concessione in comodato, ma richiede che il contribuente provi, con idonea documentazione, l’inerenza del bene alla propria attività: la mera utilità indiretta non basta. · Cerca su Italgiure (banca dati ufficiale) ↗

    La vicenda

    Una società acquista un impianto per la produzione di energia da fonti rinnovabili e detrae l’IVA. Dopo l’acquisto costituisce una controllata al 100% e le concede in comodato il terreno su cui l’impianto insiste; di fatto è la controllata a utilizzarlo. L’Agenzia delle Entrate nega la detrazione per difetto di inerenza rispetto all’attività della controllante. La società impugna; la controversia giunge in Cassazione.

    La questione giuridica

    Il nodo è se la detrazione IVA spetti alla controllante quando il bene è materialmente impiegato dalla controllata: il rapporto di gruppo e il comodato escludono in radice l’inerenza, oppure questa può sussistere a condizioni da provare? E su chi grava l’onere della prova?

    La decisione e il principio di diritto

    La Corte fissa tre punti. L’inerenza è un giudizio qualitativo sulla riferibilità del costo all’attività effettivamente esercitata da chi detrae, non una valutazione di mera convenienza; l’onere della prova grava sul contribuente e non è soddisfatto dalla semplice prospettazione di vantaggi economici indiretti; il rapporto partecipativo non elimina, di per sé, la possibilità di inerenza per la controllante dei beni usati dalla controllata.

    Il vero discrimine non è la proprietà del bene né il mero fatto del comodato, ma la presenza (o l’assenza) di un quadro contrattuale e documentale idoneo a collegare in modo coerente e persuasivo il bene all’attività di chi detrae: contratti, policy operative, piani d’impresa, parametri d’uso, obblighi di manutenzione e controllo. Dove questa prova esiste, la detrazione va riconosciuta; dove manca, il recupero dell’imposta è legittimo. Nel caso, l’assenza di documenti e accordi scritti idonei a dimostrare la destinazione strumentale dell’impianto all’attività della controllante ha giustificato il diniego.

    Il principio: la detrazione IVA su beni utilizzati da una società controllata non è esclusa per il solo rapporto partecipativo o per la concessione in comodato, ma richiede che il contribuente provi, con idonea documentazione, l’inerenza del bene alla propria attività d’impresa; in difetto di tale prova il recupero dell’imposta è legittimo.

    Inerenza nei gruppi: cosa prova cosa

    Elemento Da solo basta? Rilievo ai fini dell’inerenza
    Appartenenza al gruppo / rapporto partecipativo No Non esclude né dimostra l’inerenza
    Concessione del bene in comodato No Non esclude di per sé la detrazione
    Generico vantaggio economico indiretto No Insufficiente
    Contratti, policy, business plan, parametri d’uso Sì Provano la strumentalità all’attività di chi detrae

    Le norme commentate

    Art. 19 D.P.R. 633/1972 – disciplina il diritto alla detrazione dell’IVA assolta sugli acquisti, subordinandolo all’impiego dei beni e servizi nell’ambito dell’attività d’impresa: è la sede del requisito di inerenza.

    Art. 19-bis1 D.P.R. 633/1972 – individua casi di indetraibilità oggettiva e specifica i limiti del diritto; nel sistema dell’IVA l’inerenza qualitativa resta presupposto generale della detrazione.

    Conseguenze pratiche

    Nei gruppi societari la detrazione IVA su beni usati da un’altra società è possibile, ma va «blindata» con un impianto contrattuale e documentale che dimostri come quel bene sia inserito nel circuito d’impresa di chi detrae. Non bastano l’appartenenza al gruppo o il generico vantaggio indiretto: occorrono contratti, regole d’uso e prove dell’effettiva strumentalità.

    Spunti pratici

    • Formalizzare gli accordi infragruppo per iscritto, specificando la destinazione del bene e i parametri d’uso.
    • Predisporre un business plan che colleghi l’investimento all’attività della società che detrae.
    • Documentare manutenzione e controllo del bene da parte del soggetto che ha detratto l’IVA.
    • Evitare la sola utilità indiretta: la prova deve riguardare la strumentalità diretta all’attività propria.

    Esempio

    Tizio S.p.A. acquista un impianto, detrae l’IVA e lo fa usare alla controllata Caia S.r.l. senza alcun contratto che ne disciplini l’impiego per la propria attività: la detrazione è a rischio. Se invece Tizio S.p.A. documenta con contratti, policy e business plan come l’impianto serva al proprio ciclo d’impresa, la detrazione regge anche con l’uso da parte della controllata.

    Orientamento

    La pronuncia si inserisce nell’evoluzione che intende l’inerenza in senso qualitativo, evitando automatismi: il rapporto di gruppo non è di per sé causa di indetraibilità, ma sposta sul contribuente l’onere di una prova documentale rigorosa. Approfondimenti sull’imposta nella sezione IVA.

    Fonti

    • Corte di Cassazione, Sezione tributaria, ordinanza 2025, n. 12227.
    • Art. 19 D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (detrazione e inerenza).
    • Art. 19-bis1 D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (indetraibilità oggettiva).
  • Cass. 17576/2002 – Legittimo affidamento: se segui le indicazioni del Fisco niente sanzioni, ma l’imposta si paga

    Se ti sei comportato in buona fede seguendo le indicazioni del Fisco (una circolare, una risposta a interpello, una prassi consolidata) e l’Agenzia poi cambia orientamento, non puoi subire sanzioni né interessi: lo tutela il principio del legittimo affidamento (art. 10 dello Statuto del contribuente). La storica sentenza della Cassazione n. 17576/2002 è il punto di riferimento. La tutela, però, di regola non cancella il tributo, che resta dovuto perché dipende dalla realizzazione oggettiva dei presupposti d’imposta. · Cerca su Italgiure (banca dati ufficiale) ↗

    Il caso tipico

    Lo scenario è ricorrente: un contribuente si attiene a una circolare o a una risposta dell’Agenzia delle Entrate, oppure a una prassi consolidata. Successivamente l’Amministrazione cambia orientamento e pretende, anche per gli anni passati, il tributo, gli interessi e le sanzioni. Ci si chiede allora: chi si è fidato delle indicazioni ufficiali deve pagare tutto, come se non si fosse mai pronunciata l’Amministrazione?

    La decisione della Cassazione (n. 17576/2002)

    Con la sentenza del 10 dicembre 2002, n. 17576, la Corte di Cassazione ha valorizzato il principio di legittimo affidamento sancito dall’art. 10 della legge 212/2000 (Statuto del contribuente), espressione dei principi di buona fede e collaborazione tra fisco e contribuente. La Corte ha chiarito che si tratta di un principio di rango costituzionale, immanente all’ordinamento tributario, applicabile anche ai rapporti sorti prima dell’entrata in vigore dello Statuto.

    Conseguenza pratica: il contribuente incolpevole che ha tenuto un comportamento conforme alle indicazioni dell’Amministrazione, anche se queste sono state poi modificate, non può vedersi irrogare sanzioni né richiedere interessi e accessori conseguenti all’inadempimento.

    Il confine della tutela: le sanzioni sì, il tributo no

    Il punto più delicato riguarda l’estensione della tutela. L’orientamento consolidatosi distingue:

    Voce Effetto del legittimo affidamento
    Sanzioni Escluse per il contribuente in buona fede
    Interessi e accessori Esclusi
    Tributo (imposta) Di regola dovuto

    La tutela, infatti, non si estende di regola alla debenza del tributo: l’obbligazione d’imposta è insensibile all’atteggiamento soggettivo delle parti e dipende dalla realizzazione oggettiva dei presupposti impositivi. In altre parole, se il presupposto d’imposta si è verificato, l’imposta è dovuta; ciò che si esclude è la “punizione” (sanzioni, interessi) di chi si è fidato in buona fede. Resta una particolare apertura: in presenza di obiettive condizioni di incertezza sulla portata della norma, la tutela può incidere anche sulla stessa debenza, ma è un’ipotesi eccezionale.

    Il presupposto: la buona fede

    Condizione indefettibile della tutela è la buona fede del contribuente. Non può invocare il legittimo affidamento chi:

    • ha ottenuto l’atto o la risposta su cui si fonda l’affidamento fornendo dichiarazioni inesatte o incomplete;
    • si è discostato dalle indicazioni ricevute;
    • ha agito in una situazione palesemente diversa da quella oggetto della prassi richiamata.

    Si collega a questo profilo l’art. 10, comma 3, dello Statuto e l’art. 6, comma 2, del D.Lgs. 472/1997 sulle cause di non punibilità per obiettiva incertezza normativa, che operano sullo stesso piano: escludere la sanzione quando il contribuente non poteva ragionevolmente conoscere la corretta applicazione della norma.

    Implicazioni pratiche

    Attenersi a una circolare o a una risposta a interpello mette al riparo da sanzioni e interessi se in seguito l’Agenzia muta indirizzo, ma non dall’imposta, che andrà comunque versata. Da qui due indicazioni operative:

    • conservare la documentazione delle indicazioni seguite (la circolare, la risposta, gli estremi della prassi) per dimostrare l’affidamento incolpevole;
    • far valere la tutela nel contraddittorio o nel ricorso, eccependo l’art. 10 dello Statuto contro l’irrogazione di sanzioni e la richiesta di interessi.

    Vedi la sezione Sanzioni.

    Spunti pratici

    Caso Tizio. Tizio applica un regime fiscale seguendo una circolare dell’Agenzia. Due anni dopo l’Agenzia cambia idea e gli contesta maggiore imposta, interessi e sanzioni. Tizio, in buona fede, ottiene l’annullamento di sanzioni e interessi per legittimo affidamento, ma deve versare l’imposta.

    Caso Caia. Caia aveva ottenuto una risposta a interpello favorevole, ma descrivendo i fatti in modo inesatto. Quando emerge la realtà, non può invocare l’affidamento: mancando la buona fede, sanzioni e interessi restano dovuti.

    Caso Sempronio. Sempronio si trova di fronte a una norma di portata oggettivamente incerta, su cui la stessa Agenzia aveva dato indicazioni contraddittorie. Qui l’obiettiva incertezza può escludere la sanzione e, nei casi eccezionali, incidere anche sulla debenza.

    Checklist per invocare l’affidamento:

    • hai seguito una indicazione ufficiale (circolare, interpello, prassi)?
    • hai agito in buona fede, con fatti rappresentati correttamente?
    • l’Amministrazione ha mutato orientamento dopo?
    • hai conservato la documentazione delle indicazioni?
    • ricorda: la tutela copre sanzioni e interessi, non di regola il tributo.

    Fonti normative e giurisprudenziali

    • Corte di Cassazione, 10 dicembre 2002, n. 17576: principio del legittimo affidamento del contribuente, rango costituzionale e applicabilità anche ai rapporti anteriori allo Statuto.
    • Art. 10 L. 212/2000 (Statuto del contribuente): tutela dell’affidamento e della buona fede; esclusione di sanzioni e interessi per il contribuente incolpevole.
    • Art. 6, comma 2, D.Lgs. 472/1997: non punibilità per obiettive condizioni di incertezza sulla portata della norma.

    Contenuto informativo e divulgativo, non costituisce consulenza legale o tributaria. I principi giurisprudenziali vanno sempre verificati nella versione aggiornata e calati nel caso concreto con l’assistenza di un professionista abilitato.

  • Art. 949-bis Codice della Navigazione – Responsabilità del vettore per mancata esecuzione del trasporto

    Art. 949-bis Codice della Navigazione – Responsabilità del vettore per mancata esecuzione del trasporto

    R.D. 30 marzo 1942, n. 327 – Codice della navigazione

    Il vettore è responsabile dei danni derivati dalla mancata esecuzione del trasporto del passeggero o del suo bagaglio a meno che non provi che egli stesso e i suoi dipendenti e preposti hanno preso tutte le misure necessarie e possibili, secondo la normale diligenza, per evitare il danno oppure che era loro impossibile adottarle.

Informazione di carattere generale. I calcoli e le indicazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e si basano sulle fonti ufficiali indicate nel metodo editoriale. Non sostituiscono il parere di un professionista abilitato: per la valutazione del caso concreto è necessario rivolgersi a un avvocato, a un commercialista o a un consulente iscritto al proprio albo.