Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 97/2005 – Espulsione straniero arresto obbligatorio incostituzionale

    La Corte restituisce gli atti al Tribunale di Firenze sulla parte relativa all’arresto obbligatorio per inottemperanza all’ordine di espulsione, già dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 223/2004; dichiara invece manifestamente inammissibile la parte sul rito direttissimo per difetto di motivazione.

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    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Firenze aveva sollevato questione di legittimità del combinato disposto dell’art. 558 c.p.p. e degli artt. 13 e 14 del T.U. immigrazione (d.lgs. 286/1998) modificati dalla legge Bossi-Fini (l. n. 189/2002), nella parte in cui prevedevano arresto obbligatorio per il reato contravvenzionale di mancata ottemperanza all’ordine di espulsione e obbligo di procedere con rito direttissimo con nulla osta automatico all’espulsione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Firenze (con ventisei ordinanze) contestava gli artt. 2, 3, 10, 13, 24, 101 e 111 della Costituzione, ritenendo irragionevole l’arresto obbligatorio per un reato contravvenzionale e lesivo del diritto di difesa il meccanismo automatico di nulla osta all’espulsione.

    La decisione della Corte

    La Corte dispone la restituzione degli atti per le questioni sull’art. 14, comma 5-quinquies (arresto obbligatorio), già dichiarato incostituzionale con la sentenza n. 223/2004. Dichiara invece manifestamente inammissibili le questioni sul rito direttissimo (artt. 24, 101 e 111 Cost.) per difetto di motivazione.

    Il principio

    Quando la norma impugnata incidentalmente è nel frattempo stata dichiarata incostituzionale, la Corte restituisce gli atti al giudice rimettente affinché valuti l’incidenza della declaratoria sul giudizio pendente.

    Domande e risposte

    Perché l’arresto obbligatorio per una contravvenzione era problematico?

    Per le contravvenzioni non è applicabile la custodia cautelare (art. 280 c.p.p.). L’arrestato doveva quindi essere immediatamente rimesso in libertà dal PM, rendendo l’arresto privo di utilità processuale e costituzionalmente problematico (art. 13 Cost.).

    Cosa aveva deciso la sentenza n. 223 del 2004?

    La Corte aveva dichiarato incostituzionale l’art. 14, comma 5-quinquies, nella parte in cui rendeva obbligatorio l’arresto per il reato di inottemperanza all’ordine di espulsione, trattandosi di misura inutile e sproporzionata.

    Qual è la differenza tra reato contravvenzionale e delitto ai fini delle misure cautelari?

    I delitti consentono misure cautelari personali (art. 280 c.p.p.) quando la pena massima supera tre anni. Le contravvenzioni, invece, non lo permettono in via ordinaria, rendendo l’arresto obbligatorio per tali reati strutturalmente incompatibile con il sistema cautelare.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 96/2005 – Condono edilizio 2003 restituzione atti jus superveniens

    La Corte restituisce gli atti ai giudici rimettenti affinché rivalutino la rilevanza della questione alla luce delle modifiche legislative sopravvenute al condono edilizio introdotto dall’art. 32 del d.l. n. 269 del 2003.

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    Di cosa si tratta

    L’art. 32 del decreto-legge n. 269 del 2003, convertito nella legge n. 326 del 2003, aveva previsto la possibilità di sanare una serie di abusi edilizi (cosiddetto “terzo condono edilizio”). Il TAR Puglia di Lecce, il Tribunale di Viterbo e il Tribunale di Napoli avevano sollevato questioni di legittimità costituzionale per violazione degli artt. 3, 27, 97, 117, 118 e 120 della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    I giudici rimettenti contestavano l’irragionevolezza della norma (art. 3 Cost.), la sua funzione dissuasiva vanificata (art. 27 Cost.), il contrasto con il buon andamento della p.a. (art. 97 Cost.) e la violazione del riparto di competenze legislative e amministrative tra Stato e Regioni (artt. 117, 118 e 120 Cost.).

    La decisione della Corte

    La Corte ordina la restituzione degli atti a tutti e quattro i giudici rimettenti per rivalutare la rilevanza delle questioni alla luce delle modifiche normative sopravvenute al condono edilizio dopo la presentazione delle ordinanze di rimessione.

    Il principio

    Lo jus superveniens che incide sulla norma oggetto di questione incidentale impone la restituzione degli atti al giudice rimettente per la verifica della perdurante rilevanza.

    Domande e risposte

    Che cosa prevede il condono edilizio del 2003?

    Il c.d. “terzo condono” (dopo quelli del 1985 e del 1994) consentiva la sanatoria di abusi edilizi commessi entro il 31 marzo 2003, previo pagamento di un’oblazione. Ha sollevato numerose questioni di legittimità per i suoi rapporti con la competenza regionale in materia di governo del territorio.

    Perché i giudici rimettenti ritenevano la norma irragionevole?

    Consentire la sanatoria anche a chi era già sottoposto a procedimento sanzionatorio vanificava il vantaggio della spontanea denuncia dell’abuso, rendendo la norma sproporzionata rispetto allo scopo dichiarato.

    Cosa succede ai procedimenti sanzionatori per abusi edilizi durante il condono?

    La presentazione di domanda di condono sospende generalmente i procedimenti sanzionatori amministrativi. Se la domanda è accolta, l’abuso è sanato; se rigettata, i procedimenti riprendono.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 95/2005 – Libretto sanitario alimentari competenza regionale concorrente

    La Corte dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale delle leggi di Veneto e Basilicata che sostituivano il libretto sanitario per gli addetti all’industria alimentare con misure di autocontrollo: le Regioni hanno correttamente esercitato la competenza concorrente in materia di tutela della salute.

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    Di cosa si tratta

    La Regione Veneto (l. n. 41/2003) e la Regione Basilicata (art. 37, l. n. 1/2004) avevano previsto che gli accertamenti sanitari e il relativo libretto di idoneità per il personale addetto alla produzione e vendita di alimenti potessero essere sostituiti da misure di autocontrollo, formazione e informazione. Il Presidente del Consiglio dei ministri aveva impugnato entrambe le norme per contrasto con l’art. 117 della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Governo sosteneva che le norme regionali violassero l’art. 117, secondo comma, lettera h) (ordine pubblico e sicurezza) e terzo comma (legislazione concorrente sulla tutela della salute) della Costituzione, esorbitando dalla competenza regionale e derogando a un principio fondamentale statale sancito dall’art. 14 della legge n. 283 del 1962.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara non fondate entrambe le questioni. La materia rientra nella tutela della salute (competenza concorrente), non nell’ordine pubblico. Il libretto sanitario non costituisce un principio fondamentale insuperabile: le norme regionali non eliminano i controlli sulla salute degli operatori alimentari ma ne diversificano le modalità, nell’esercizio legittimo della competenza concorrente.

    Il principio

    La disciplina degli accertamenti sanitari per il personale alimentare rientra nella tutela della salute (art. 117, terzo comma, Cost.) e non nell’ordine pubblico. Le Regioni possono sostituire il libretto sanitario con sistemi di autocontrollo equivalenti senza violare i principi fondamentali statali.

    Domande e risposte

    Cosa prevede il riparto di competenze tra Stato e Regioni in materia di salute?

    L’art. 117, terzo comma, Cost. pone la “tutela della salute” tra le materie di legislazione concorrente: lo Stato fissa i principi fondamentali, le Regioni la disciplina di dettaglio. Le Regioni non possono derogare ai principi statali ma possono articolare diversamente la loro attuazione.

    Il libretto sanitario è un principio fondamentale della legislazione statale?

    La Corte ha ritenuto di no: la legge n. 283 del 1962 impone l’accertamento dell’idoneità sanitaria, ma non necessariamente nella forma del libretto. Le norme regionali impugnate garantivano comunque forme equivalenti di controllo.

    Quando una materia riguarda l’“ordine pubblico e sicurezza” di competenza esclusiva statale?

    La competenza statale esclusiva in materia di ordine pubblico (art. 117, secondo comma, lett. h) riguarda la prevenzione dei reati e la tutela della sicurezza dei cittadini affidata alle forze di polizia. La sicurezza alimentare è invece “tutela della salute”, materia concorrente.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 94/2005 – Insindacabilità parlamentare Sgarbi-Caselli ammissibilità conflitto

    La Corte dichiara ammissibile il conflitto di attribuzioni promosso dal Tribunale di Bologna nei confronti della Camera dei deputati, che aveva deliberato l’insindacabilità delle dichiarazioni dell’onorevole Sgarbi nei confronti del magistrato Caselli.

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    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Bologna stava giudicando l’onorevole Vittorio Sgarbi per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del dott. Giancarlo Caselli, all’epoca Procuratore della Repubblica a Palermo. La Camera dei deputati aveva deliberato l’insindacabilità ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione. Il Tribunale non condivideva tale qualificazione e promuoveva conflitto.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Bologna ha promosso conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato nei confronti della delibera della Camera del 27 maggio 2003, sostenendo che le dichiarazioni dell’on. Sgarbi (articolo sul quotidiano “Il Resto del Carlino” del 31 dicembre 1998) non fossero riconducibili all’esercizio delle funzioni parlamentari e quindi non coperti dall’art. 68 Cost.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara ammissibile il conflitto ai sensi dell’art. 37 della legge n. 87 del 1953 e dispone la notifica dell’atto introduttivo alla Camera dei deputati, rinviando al merito la valutazione sulla fondatezza.

    Il principio

    Il giudice penale può promuovere conflitto di attribuzioni contro la delibera parlamentare di insindacabilità quando ritiene che le opinioni espresse dall’eletto non presentino il nesso funzionale richiesto dall’art. 68, primo comma, della Costituzione.

    Domande e risposte

    Cosa copre l’insindacabilità parlamentare ex art. 68 Cost.?

    L’art. 68, primo comma, stabilisce che i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. La garanzia copre solo le attività connesse all’esercizio del mandato parlamentare.

    Come funziona il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato?

    Il conflitto si svolge in due fasi: nella prima la Corte verifica l’ammissibilità (soggetti legittimati, sussistenza di una menomazione delle attribuzioni costituzionali); nella seconda decide nel merito se la delibera parlamentare ha leso le attribuzioni del giudice.

    Qual è il nesso funzionale rilevante ai fini dell’insindacabilità?

    Le dichiarazioni extra moenia (fuori dall’aula parlamentare) sono coperte dall’art. 68 solo se presentano un collegamento sostanziale con atti parlamentari specifici e individuabili, non se costituiscono mera espressione di opinioni personali del parlamentare.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 93/2005 – Continuazione esecutiva limite pena restituzione atti

    La Corte restituisce gli atti al GIP del Tribunale di Milano affinché valuti la rilevanza della questione alla luce dello jus superveniens: la legge n. 134 del 2003 ha modificato il limite del patteggiamento ma non ha aggiornato il corrispondente limite per la continuazione in sede esecutiva.

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    Di cosa si tratta

    L’art. 188 delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale fissa in due anni il limite massimo di pena applicabile in sede esecutiva con l’istituto della continuazione. La legge n. 134 del 2003 ha invece portato il patteggiamento fino a cinque anni, creando un disallineamento: lo stesso condannato può ottenere trattamenti sanzionatori molto diversi a seconda della fase.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il GIP del Tribunale di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 188 d.lgs. n. 271 del 1989, in riferimento all’art. 3, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui non eleva a cinque anni il limite di pena per la continuazione in executivis, in analogia con il nuovo limite del patteggiamento.

    La decisione della Corte

    La Corte ordina la restituzione degli atti al giudice rimettente affinché valuti se la questione è ancora rilevante alla luce delle modifiche normative sopravvenute dopo l’ordinanza di rimessione.

    Il principio

    Quando interviene uno jus superveniens che incide sulla normativa oggetto di questione incidentale, la Corte restituisce gli atti al giudice rimettente perché verifichi se la questione mantenga rilevanza nel giudizio principale.

    Domande e risposte

    Che cos’è la continuazione in sede esecutiva?

    Quando più sentenze riguardano reati in continuazione (commessi con un unico disegno criminoso), il giudice dell’esecuzione può riunirle e applicare la disciplina del reato continuato ex art. 81 c.p., riducendo la pena complessiva.

    Perché il disallineamento tra i due limiti crea un problema di uguaglianza?

    Chi ottiene la continuazione in sede di cognizione mediante patteggiamento può arrivare a cinque anni; chi invece ottiene la continuazione in sede esecutiva è bloccato al limite di due anni. Lo stesso condannato, per fatti identici, riceve un trattamento diverso a seconda della fase processuale.

    Cosa significa «restituzione degli atti»?

    La Corte non decide nel merito ma rimanda il fascicolo al giudice rimettente, affinché valuti se il mutato quadro normativo cambia la rilevanza della questione nel giudizio principale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 92/2005 – Riti speciali giudice di pace inammissibilità motivazione

    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni sull’omessa previsione di riti speciali nel processo davanti al giudice di pace, per assoluta carenza di motivazione in ordine alla rilevanza delle questioni sollevate.

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    Di cosa si tratta

    Il procedimento penale davanti al giudice di pace non prevede il patteggiamento né il giudizio abbreviato. Il Giudice di pace di Tortona e quello di Giulianova avevano sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 del d.lgs. n. 274 del 2000 per tale omissione, ritenendola discriminatoria.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice di pace di Tortona contestava l’omessa previsione del patteggiamento; quello di Giulianova l’omessa previsione del giudizio abbreviato nel processo davanti al giudice di pace (art. 2, comma 1, lett. f, d.lgs. 274/2000), in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte riunisce i giudizi e dichiara le questioni manifestamente inammissibili: le ordinanze di rimessione difettano della descrizione della fattispecie concreta e sono del tutto carenti di motivazione sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza. Il mero rinvio alle eccezioni della difesa non sostituisce la motivazione autonoma che il giudice rimettente deve fornire.

    Il principio

    Il giudice rimettente deve fornire una motivazione autosufficiente sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza della questione: non è sufficiente rinviare alle eccezioni sollevate dalla difesa dell’imputato.

    Domande e risposte

    Perché il processo davanti al giudice di pace non prevede patteggiamento e giudizio abbreviato?

    Il d.lgs. n. 274 del 2000 ha istituito un rito semplificato e autonomo davanti al giudice di pace, con istituti deflattivi propri (oblazione, mediazione). Il legislatore ha scelto di non replicare tutti i riti speciali del codice di procedura penale ordinario.

    Cosa si intende per «motivazione autosufficiente» dell’ordinanza di rimessione?

    La Corte costituzionale richiede che il giudice spieghi autonomamente perché la questione è rilevante nel caso concreto e perché la norma appare non manifestamente infondata. Non basta allegare le argomentazioni della parte.

    Cosa accade quando una questione è dichiarata manifestamente inammissibile?

    La Corte non esamina il merito. Il processo principale riprende applicando la norma vigente. Il giudice può sollevare nuovamente la questione con un’ordinanza adeguatamente motivata.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 91/2005 – Patteggiamento regime transitorio legge 134/2003

    La Corte dichiara manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale della disciplina transitoria sul patteggiamento introdotta dalla legge n. 134 del 2003, confermando la propria sentenza n. 219 del 2004.

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    Di cosa si tratta

    La legge 12 giugno 2003, n. 134 ha modificato il rito del patteggiamento (applicazione della pena su richiesta delle parti) alzando il limite massimo di pena patteggiabile da due a cinque anni. Le disposizioni transitorie permettevano all’imputato di chiedere il patteggiamento anche nel corso del dibattimento già avviato, con sospensione obbligatoria non inferiore a quarantacinque giorni. Il Tribunale di Firenze aveva sollevato la questione con sette ordinanze.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Firenze ha impugnato gli artt. 1 e 5, commi 1 e 2, della legge n. 134 del 2003 in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, lamentando che la norma transitoria consentisse il patteggiamento oltre il termine ordinario e imponesse una sospensione del dibattimento irragionevolmente lunga, lesiva della ragionevole durata del processo.

    La decisione della Corte

    La Corte riunisce i sette giudizi e dichiara le questioni manifestamente infondate, richiamando la sentenza n. 219 del 2004: il legislatore gode di ampia discrezionalità nel regolare gli effetti temporali di nuovi istituti processuali nei giudizi in corso, e le scelte non manifestamente irragionevoli non sono censurabili.

    Il principio

    Il legislatore può disciplinare con ampia discrezionalità il regime transitorio di nuovi istituti processuali; le relative scelte, se non manifestamente irragionevoli, si sottraggono al sindacato di legittimità costituzionale.

    Domande e risposte

    Che cos’è il patteggiamento?

    Il patteggiamento (art. 444 c.p.p.) è un rito speciale in cui imputato e pubblico ministero concordano l’applicazione di una pena, evitando il dibattimento ordinario. Con la legge n. 134 del 2003 il limite è salito da due a cinque anni.

    Perché il Tribunale di Firenze contestava la norma transitoria?

    Il giudice rimettente riteneva irragionevole consentire il patteggiamento a dibattimento avanzato e imporre una sospensione forzata di quarantacinque giorni, penalizzando la parte civile e la collettività che ha interesse alla ragionevole durata del processo.

    Cosa aveva già detto la Corte sulla stessa questione?

    Con la sentenza n. 219 del 2004 la Corte aveva già dichiarato infondate questioni identiche, ribadite con l’ordinanza n. 420 del 2004. Nessun profilo nuovo emergeva dai nuovi ricorsi.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 75/2005 – Foro speciale per i magistrati e restituzione degli atti al rimettente

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    La Corte restituisce gli atti al Tribunale di Lecce che aveva sollevato questione di legittimità sull’art. 30-bis c.p.c. (foro speciale per i magistrati): nelle more del giudizio la sentenza n. 147/2004 aveva dichiarato parzialmente incostituzionale quella norma, rendendo necessario rivalutare se le questioni sollevate restassero ancora rilevanti alla luce del nuovo quadro normativo.

    Di cosa si tratta

    L’art. 30-bis del codice di procedura civile (introdotto dall’art. 9 della l. n. 420/1998) stabilisce che le cause civili in cui sia parte un magistrato vengano trattate da un tribunale diverso da quello nel cui distretto il magistrato presta servizio. Il Tribunale di Lecce aveva sollevato due questioni: se tale norma si applichi ai procedimenti cautelari ex art. 700 c.p.c. e se si applichi alle cause di condominio in cui faccia parte un magistrato.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Lecce sollevava due questioni sull’art. 30-bis c.p.c. in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione: la prima sull’applicabilità ai procedimenti cautelari strutturati con possibile fase di merito; la seconda sull’applicabilità a procedure condominiali in cui sia parte un condomino magistrato.

    La decisione della Corte

    La Corte ordina la restituzione degli atti al Tribunale di Lecce: la sentenza n. 147/2004, sopravvenuta dopo l’ordinanza di rimessione, aveva dichiarato parzialmente incostituzionale l’art. 30-bis c.p.c. (ad eccezione della parte relativa alle azioni civili per risarcimento da reato), modificando il quadro normativo in modo tale che il rimettente deve rivalutare se le questioni originarie restino ancora rilevanti nel processo a quo.

    Il principio

    Quando sopravviene una pronuncia della Corte costituzionale che modifica la norma impugnata prima che il giudizio di legittimità venga definito, gli atti devono essere restituiti al giudice rimettente affinché valuti se, alla luce del nuovo assetto normativo, le questioni originarie conservino rilevanza nel giudizio principale.

    Domande e risposte

    Cos’è il foro speciale per i magistrati e perché esiste?

    L’art. 30-bis c.p.c. prevede che le cause in cui è parte un magistrato siano trattate da un ufficio giudiziario di altro distretto rispetto a quello in cui il magistrato esercita le funzioni. La ratio è garantire l’imparzialità del giudizio, evitando che un magistrato sia giudicato da colleghi con cui lavora quotidianamente.

    Cosa aveva deciso la sentenza n. 147/2004?

    La sentenza n. 147/2004 aveva dichiarato l’incostituzionalità parziale dell’art. 30-bis c.p.c., limitandone l’applicazione alle sole «azioni civili concernenti le restituzioni e il risarcimento del danno da reato, di cui sia parte un magistrato nei cui confronti ricorrano le condizioni previste dall’art. 11 c.p.p.». Per tutte le altre cause civili comuni (come controversie condominiali) la competenza ordinaria rimane quella del tribunale del luogo.

    Cosa deve fare il giudice rimettente dopo la restituzione degli atti?

    Deve verificare se, alla luce del nuovo testo dell’art. 30-bis (così come risultante dalla sent. n. 147/2004), le questioni originariamente sollevate abbiano ancora rilevanza: potrebbe essere che, con la parziale dichiarazione di incostituzionalità, la norma non sia più applicabile al caso concreto (controversia condominiale), rendendo superflua ogni ulteriore questione di legittimità.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 74/2005 – Legge Pinto, termine decadenza equa riparazione e interpretazione conforme

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 4 della legge Pinto (l. n. 89/2001) relativa al termine semestrale per la domanda di equa riparazione: il giudice rimettente non aveva valutato la possibilità di un’interpretazione conforme a Costituzione della norma, tenendo conto dell’elaborazione giurisprudenziale e degli strumenti di verifica del passaggio in giudicato della sentenza già previsti dall’ordinamento processuale.

    Di cosa si tratta

    La legge Pinto (l. n. 89/2001) prevede che la domanda di equa riparazione per irragionevole durata del processo debba essere proposta entro sei mesi da quando la decisione che conclude il procedimento principale è diventata definitiva. La Corte d’appello di Genova dubitava che questo termine fosse costituzionalmente legittimo quando è difficile accertare il momento esatto in cui la sentenza civile è diventata definitiva (dipende dalla notifica e dai termini di impugnazione).

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Genova sollevava questione sull’art. 4 della l. n. 89/2001 in riferimento agli artt. 24 e 101 della Costituzione: il termine di sei mesi decorrente dalla definitività della sentenza sarebbe violato perché non esiste un meccanismo certo per verificare se e quando la sentenza civile sia diventata definitiva, rendendo impossibile o eccessivamente incerta la decorrenza del termine.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la questione manifestamente inammissibile: il giudice rimettente non aveva esplorato le possibilità interpretative offerte dalla giurisprudenza di legittimità e dagli artt. 123-124 delle disposizioni di attuazione c.p.c. (certificazione del cancelliere sul passaggio in giudicato), né aveva considerato che l’onere di provare la tempestività incombe all’istante e che l’art. 3, comma 5, della stessa legge Pinto consente l’acquisizione degli atti del procedimento principale.

    Il principio

    Il giudice rimettente ha l’obbligo di tentare un’interpretazione conforme a Costituzione della norma prima di sollevare la questione di legittimità. Se non lo fa — ignorando giurisprudenza di legittimità e strumenti interpretativi disponibili — la questione è inammissibile per difetto di adeguata motivazione sulla non manifesta infondatezza.

    Domande e risposte

    Come si calcola il termine di sei mesi nella legge Pinto?

    Il termine decorre dal momento in cui la decisione principale diventa definitiva (non più impugnabile). Per la sentenza civile: se notificata, dalla scadenza dei trenta giorni senza impugnazione (art. 325 c.p.c.); se non notificata, dalla scadenza di un anno dal deposito (art. 327 c.p.c.). Il cancelliere certifica il passaggio in giudicato ai sensi degli artt. 123-124 disp. att. c.p.c.

    Chi deve dimostrare la tempestività della domanda?

    L’onere probatorio incombe all’istante (colui che chiede l’equa riparazione). Se l’istante non dimostra che la domanda è stata proposta nei sei mesi, la Corte d’appello può rilevare d’ufficio la decadenza. Questo non rende la norma incostituzionale: la prova può essere acquisita attraverso la certificazione del cancelliere.

    La legge Pinto è ancora il rimedio principale per l’eccessiva durata dei processi?

    Sì. La l. n. 89/2001 prevede che chi ha subito un danno per l’eccessiva durata di un processo italiano possa chiedere un’equa riparazione alla Corte d’appello del distretto. È uno strumento di diritto interno creato per dare esecuzione alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’art. 6 CEDU (diritto a un processo in tempi ragionevoli).

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  • Corte cost. n. 73/2005 – Contributo unificato e spettanza regionale siciliana

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    La Corte dichiara inammissibile il conflitto sollevato dalla Regione Siciliana contro gli atti dell’Agenzia delle entrate che regolavano le modalità di versamento del contributo unificato per gli atti giudiziari: quegli atti organizzativi non incidono sulla quota di gettito spettante alla Regione, che rimane impregiudicata e può essere fatta valere in altra sede.

    Di cosa si tratta

    Il contributo unificato per le spese degli atti giudiziari (introdotto dall’art. 9 della l. n. 488/1999 in sostituzione dell’imposta di bollo e della tassa di iscrizione a ruolo) era versato su un conto corrente postale intestato alla Tesoreria di Viterbo e imputato a un capitolo del bilancio statale. La Regione Siciliana contestava che ciò sottraesse al bilancio regionale la quota di gettito riscossa nel territorio siciliano.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Siciliana sollevava conflitto di attribuzione contro il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 19 febbraio 2002 e la risoluzione n. 60/E del 27 febbraio 2002, in riferimento all’art. 36 dello statuto siciliano, all’art. 2 del d.P.R. n. 1074/1965 e al principio di leale cooperazione.

    La decisione della Corte

    La Corte conferma l’ammissibilità del conflitto contro atti dell’Agenzia delle entrate (richiamando le sentenze nn. 288/2004 e 72/2005) e la natura tributaria del contributo unificato (entrata tributaria erariale spettante alla Regione ex art. 36 statuto). Tuttavia dichiara il conflitto inammissibile per inidoneità lesiva degli atti: essi si limitano a disciplinare le modalità di versamento e non incidono sulla successiva fase di attribuzione del gettito. Le pretese della Regione rimangono impregiudicate.

    Il principio

    Il contributo unificato per le spese degli atti giudiziari ha natura di entrata tributaria erariale e la quota riscossa nel territorio della Regione Siciliana spetta allo statuto speciale siciliano. Tuttavia gli atti che regolano le sole modalità di versamento del contributo (codice-tributo, conto corrente postale) non ledono tale spettanza, poiché non incidono sulla successiva fase di riparto del gettito tra Stato e Regione.

    Domande e risposte

    Cos’è il contributo unificato e perché è rilevante per la Regione Siciliana?

    Il contributo unificato è il tributo che si paga per avviare un procedimento giudiziario. Ha sostituito l’imposta di bollo, la tassa di iscrizione a ruolo, i diritti di cancelleria e altri oneri. Siccome l’imposta di bollo era di spettanza regionale per la parte riscossa in Sicilia, la Regione sosteneva che lo stesso valesse per il contributo sostitutivo.

    La Regione Siciliana aveva diritto a una quota del contributo unificato?

    La Corte lo riconosce in astratto: il contributo ha natura tributaria e, non essendo espressamente destinato a finalità specifiche statali, rientra nelle entrate spettanti alla Regione ex art. 36 dello statuto. Tuttavia la lesione effettiva di questo diritto non poteva derivare dagli atti impugnati, che riguardavano solo le modalità di versamento.

    Come doveva agire la Regione per far valere la propria pretesa?

    La Corte lascia impregiudicate le pretese regionali, che possono essere fatte valere in altra sede se lo Stato non provvede spontaneamente al riparto del gettito. La Regione potrebbe contestare eventuali atti o comportamenti omissivi dello Stato nella fase di attribuzione definitiva del gettito, oppure agire in via di conflitto di attribuzione se tale attribuzione venisse negata esplicitamente.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 72/2005 – Conflitto Sicilia-Stato su codici-tributo e gettito regionale

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    La Corte dichiara inammissibile il conflitto di attribuzione sollevato dalla Regione Siciliana contro le risoluzioni dell’Agenzia delle entrate che avevano istituito codici-tributo per imposte sostitutive senza prevedere il riparto del gettito a favore della Regione: tali atti organizzativi interni non sono idonei a ledere le prerogative finanziarie regionali, essendo la quota di spettanza siciliana determinata in una fase procedurale successiva.

    Di cosa si tratta

    L’Agenzia delle entrate aveva istituito codici-tributo per il versamento di imposte sostitutive (imposta sostitutiva sui fondi immobiliari chiusi e imposte sostitutive previste dalla finanziaria 2002), indicando come destinazione i capitoli del bilancio statale. La Regione Siciliana contestava che le somme riscosse nel proprio territorio, spettanti alla Regione ai sensi dell’art. 36 dello statuto speciale e dell’art. 2 del d.P.R. n. 1074/1965, non fossero state attribuite al bilancio regionale.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Siciliana sollevava conflitto di attribuzione contro lo Stato in relazione alle risoluzioni n. 29/E e n. 31/E del 2002 dell’Agenzia delle entrate, invocando l’art. 36 dello statuto, l’art. 2 del d.P.R. n. 1074/1965 e il principio di leale cooperazione.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara il conflitto inammissibile: le risoluzioni istitutive dei codici-tributo si inseriscono in una fase procedurale meramente provvisoria e non incidono sulla spettanza del gettito. Un meccanismo informatico separato (tabella di confluenza SOGEI) provvede automaticamente al riparto della quota di spettanza regionale. La stessa Regione aveva riconosciuto in udienza il regolare accreditamento delle somme dovute. Ammissibile invece, in linea di principio, il conflitto contro atti dell’Agenzia delle entrate (questione di procedibilità risolta positivamente richiamando la sent. n. 288/2004).

    Il principio

    Perché un conflitto di attribuzione sia ammissibile, l’atto impugnato deve essere idoneo a ledere effettivamente la sfera di competenza costituzionale dell’ente confliggente. Gli atti meramente organizzativi interni che regolano le modalità di versamento senza incidere sull’attribuzione definitiva del gettito non sono idonei a tale lesione.

    Domande e risposte

    Cosa spetta finanziariamente alla Regione Siciliana in quanto Regione a statuto speciale?

    Ai sensi dell’art. 36 dello statuto siciliano e del d.P.R. n. 1074/1965, alla Regione Siciliana spettano tutte le entrate tributarie erariali riscosse nel suo territorio, dirette o indirette, comunque denominate, salvo le entrate destinate a specifiche finalità continuative dello Stato. Si tratta di un regime più favorevole rispetto alle Regioni ordinarie.

    Come funziona il riparto automatico del gettito tra Stato e Regione Siciliana?

    Il sistema informatico della SOGEI (gestore dei sistemi informativi del Ministero dell’economia) elabora una tabella di confluenza tra codici-tributo, ente percettore e capitoli di bilancio. Questa tabella determina automaticamente la quota di spettanza regionale di ciascun tributo riscosso nel territorio siciliano, indipendentemente dalla denominazione del conto su cui avviene il versamento iniziale.

    Quando l’Agenzia delle entrate può essere parte di un conflitto di attribuzione?

    Sì, lo può. Sebbene sia un ente distinto dallo Stato, l’Agenzia esercita funzioni tipicamente statali (riscossione delle entrate tributarie erariali). Per i soli fini del conflitto costituzionale di attribuzione, i suoi atti sono imputabili al sistema ordinamentale statale (sent. n. 288/2004 e sent. n. 72/2005 richiamate dalla successiva sent. n. 73/2005).

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 71/2005 – Abrogazione fondi di riqualificazione urbana post-condono

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    La Corte dichiara inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse la questione sollevata dalla Regione Emilia-Romagna sull’art. 2, comma 70, della legge finanziaria 2004, che aveva abrogato i fondi statali destinati alla riqualificazione urbanistica nelle aree colpite dall’abusivismo edilizio: dopo la sentenza n. 196/2004 le Regioni dispongono già del potere di modulare il condono e di incrementare oblazione e oneri per fronteggiare i costi di riqualificazione.

    Di cosa si tratta

    Il condono edilizio del 2003 (art. 32, d.l. n. 269/2003) aveva inizialmente previsto stanziamenti statali per la riqualificazione dei quartieri caratterizzati da abusivismo. La legge finanziaria 2004 aveva poi abrogato tali fondi. La Regione Emilia-Romagna contestava che ciò lasciasse le Regioni senza risorse per affrontare gli oneri di riqualificazione derivanti dalla legalizzazione delle opere abusive.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Emilia-Romagna impugnava l’art. 2, comma 70, della l. n. 350/2003 per violazione degli artt. 3, 117 e 119 della Costituzione (autonomia finanziaria regionale, principio di ragionevolezza e tutela dell’ambiente).

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara le questioni inammissibili per sopravvenuta carenza di interesse: la sentenza n. 196/2004 aveva nel frattempo riconosciuto alle Regioni il potere di determinare — nei limiti fissati dallo Stato — le tipologie e le volumetrie di abusi condonabili, nonché di incrementare fino al 10% l’oblazione e fino al 100% gli oneri concessori per coprire i costi di riqualificazione. La Regione, disponendo ora di questi strumenti, non può più lamentare l’assenza di risorse statali.

    Il principio

    Una questione di legittimità costituzionale diventa inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse quando, nel corso del giudizio, una pronuncia della stessa Corte modifica il quadro normativo in modo tale che il rimettente dispone già degli strumenti giuridici idonei a soddisfare l’interesse originariamente sotteso alla questione.

    Domande e risposte

    Come possono le Regioni finanziare la riqualificazione urbanistica post-condono?

    Dopo la sentenza n. 196/2004, le Regioni possono: (a) limitare le tipologie e le volumetrie di abusi condonabili, riducendo così il numero degli interventi di riqualificazione necessari; (b) incrementare l’oblazione fino al 10% rispetto alle tariffe statali; (c) aumentare gli oneri concessori fino al 100%, dedicando le risorse così ottenute alla riqualificazione urbanistica.

    Cos’è l’«oblazione» nel condono edilizio?

    È la somma di denaro che il richiedente paga allo Stato per ottenere la sanatoria dell’abuso edilizio. L’entità dell’oblazione dipende dal tipo e dalla dimensione dell’abuso. Parte dell’oblazione è destinata al Comune nel cui territorio si trova l’opera abusiva per interventi di urbanizzazione e riqualificazione.

    Perché la sent. n. 196/2004 è un punto di riferimento fondamentale sul condono edilizio?

    Perché ha chiarito il riparto di competenze tra Stato e Regioni in materia di condono edilizio: allo Stato spettano i profili penalistici e la fissazione dei limiti massimi della sanatoria; alle Regioni spetta articolare la disciplina sotto il profilo amministrativo, potendo modulare le condizioni e le quantità sanabili all’interno di quei limiti.

    Norme collegate