Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale
Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.
Metodo editoriale
Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
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Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.
Dopo la morte dell'autore, il diritto di utilizzazione dell'opera, quando l'autore stesso non abbia altrimenti disposto, deve rimanere indiviso fra gli eredi per il periodo di tre anni dalla morte medesima, salvo che l'autorità giudiziaria, sopra istanza di uno o più coeredi, consenta, per gravi ragioni, che la divisione si effettui senza indugio.
Decorso il detto periodo, gli eredi possono stabilire, per comune accordo, che il diritto rimanga ancora in comunione per la durata che sarà da essi fissata, entro i limiti indicati nelle disposizioni contenute nei codici.
La comunione è regolata dalle disposizioni del Codice civile e da quelle che seguono.
Art. 12-bis L. 898/1970 – Quota TFR spettante al coniuge divorziato
L. 1 dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (divorzio)
1. Il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza.
2. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.
Il vecchio regime dei minimi è chiuso: dal 1° gennaio 2016 non è più possibile aderire al regime fiscale di vantaggio (art. 27 D.L. 98/2011), ma chi vi era già entrato può completare il quinquennio agevolato.
Imposta sostitutiva al 5%: chi applica ancora il regime di vantaggio paga un’imposta sostitutiva dell’IRPEF, delle addizionali e dell’IRAP pari al 5% del reddito netto, da indicare nel rigo LM11 del quadro LM.
Differenza chiave col forfettario: il regime forfettario standard prevede un’aliquota del 15% (o 5% per i primi 5 anni di nuova attività); il vecchio regime di vantaggio ha sempre e solo l’aliquota del 5%, ma è riservato a chi vi era già nel regime alla data di transizione.
Limite di ricavi e requisiti: nel regime di vantaggio il reddito si calcola con il metodo analitico (ricavi meno costi effettivi), non con il coefficiente forfettario. Non si applica il limite di 85.000 euro del forfettario.
Perdite riportabili: le perdite maturate nel regime di vantaggio si riportano agli anni successivi ma non oltre il quinto, per l’intero importo che trova capienza, secondo le colonne del rigo LM50.
Il regime di vantaggio (ex minimi): cos'è e chi può ancora applicarlo
Il cosiddetto regime dei minimi, poi rinominato regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità, era previsto dall’art. 27 del D.L. 98/2011. Chi vi aderiva poteva applicare un’imposta sostitutiva del 5% sul reddito netto, per un periodo massimo di cinque anni (o fino al compimento del 35° anno di età se più favorevole).
Dal 1° gennaio 2016 il regime forfettario ha sostituito quello di vantaggio come unico regime agevolato disponibile. Tuttavia, le istruzioni al Modello Redditi PF 2026 confermano che i contribuenti già nel regime di vantaggio prima del 2016 possono continuarlo fino al termine naturale dei cinque anni, compilando la sezione I del quadro LM.
La differenza pratica rispetto al regime forfettario è sostanziale. Nel regime di vantaggio il reddito non si calcola applicando un coefficiente di redditività ai ricavi (come nel forfettario): si determina analiticamente, sottraendo i costi effettivi dai ricavi. L’aliquota è sempre il 5%, senza possibilità di passare al 15%.
Se sei ancora nel regime di vantaggio nel 2025 (periodo d’imposta del Modello Redditi 2026), compila la sezione I del quadro LM. Se invece ti sei nel frattempo spostato al forfettario, compili la sezione III dello stesso quadro LM.
Regime di vantaggio vs regime forfettario: principali differenze
Caratteristica
Regime di vantaggio (ex minimi)
Regime forfettario
Norma di riferimento
Art. 27 D.L. 98/2011
Art. 1, commi 54-89, L. 190/2014
Accesso per nuovi soggetti
Chiuso dal 2016
Aperto (ricavi ≤ 85.000 euro anno precedente)
Calcolo del reddito
Analitico (ricavi – costi effettivi)
Forfettario (ricavi × coefficiente ATECO)
Aliquota imposta sostitutiva
5% sempre
15% ordinaria, 5% per primi 5 anni nuova attività
Rigo dichiarativo
LM11 (sezione I quadro LM)
LM39 (sezione III quadro LM)
Perdite riportabili
Fino al 5° anno (rigo LM50)
Secondo le regole del regime
Esempio pratico
Tizio ha avviato un’attività di consulenza nel 2021 in regime di vantaggio. Nel 2025 è al quinto e ultimo anno agevolato. Ha incassato compensi per 40.000 euro e sostenuto spese deducibili per 8.000 euro. Il reddito lordo (rigo LM6) è 40.000 euro. Dopo la deduzione dei contributi previdenziali versati (supponiamo 4.000 euro), il reddito netto soggetto a imposta sostitutiva (rigo LM10) è 28.000 euro. L’imposta sostitutiva al 5% (rigo LM11) è 1.400 euro. Dal 2026 Tizio dovrà uscire dal regime di vantaggio e valutare se accedere al forfettario.
Documenti necessari
Registro degli incassi e dei pagamenti (regime di cassa)
Fatture emesse e incassate nel 2025
Ricevute dei contributi previdenziali versati nel 2025
Documentazione delle spese deducibili sostenute nel 2025
Eventuale documentazione delle perdite pregresse da riportare (colonne del rigo LM50)
F24 degli acconti d’imposta sostitutiva versati con codici tributo 1793 e 1794
Caso 1 – Ultimo anno nel regime di vantaggio
Scenario. Caio, consulente informatico, ha avviato l’attività nel 2021 in regime di vantaggio. Il 2025 è il suo quinto anno. Ha ricavi per 35.000 euro, costi per 5.000 euro e contributi versati per 3.500 euro.
Come si applica. Caio compila la sezione I del quadro LM. Nel rigo LM6 indica il reddito lordo: 35.000 – 5.000 = 30.000 euro. Nel rigo LM7 indica i contributi versati (3.500 euro). Il rigo LM10, reddito al netto dei contributi soggetto a imposta sostitutiva, è 30.000 – 3.500 = 26.500 euro. Il rigo LM11 contiene l’imposta sostitutiva: 5% di 26.500 = 1.325 euro. Dal 2026 dovrà valutare l’ingresso nel regime forfettario o il rientro nell’ordinario.
In pratica
Compila la sezione I del quadro LM (non la sezione III che è per il forfettario).
L’imposta al 5% va nel rigo LM11 e va versata con il codice tributo 1795.
Verifica se hai perdite degli anni precedenti da riportare nel rigo LM9.
Caso 2 – Fuoriuscita anticipata e passaggio al forfettario
Scenario. Sempronia era nel regime di vantaggio dal 2022. Nel 2025 decide di uscire anticipatamente e di passare al regime forfettario perché i suoi ricavi sono rimasti sotto 85.000 euro e le conviene la semplificazione.
Come si applica. Le istruzioni del quadro LM prevedono che, qualora il reddito determinato forfetariamente nel corso del periodo d’imposta debba essere assoggettato a due distinte aliquote, nel primo modulo vanno i dati dell’attività ‘nuova’ in regime di vantaggio (con la casella barrata) e nel secondo modulo i dati relativi al regime forfettario al 15%. Sempronia compila due moduli del quadro LM: il primo per la frazione dell’anno in vantaggio, il secondo per la frazione in forfettario. Le perdite maturate nel regime di vantaggio possono essere scomputate dal reddito soggetto a imposta sostitutiva dei periodi successivi.
In pratica
Se cambi regime a metà anno, compila due moduli del quadro LM: sezione I per il vantaggio, sezione III per il forfettario.
Le perdite del regime di vantaggio possono essere riportate nei periodi successivi, ma non oltre il quinto anno dalla loro formazione.
Per il passaggio definitivo al forfettario verifica di possedere tutti i requisiti previsti dall’art. 1, commi 54-89, della L. 190/2014.
Quando rivolgersi a un professionista
La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.
Posso ancora aderire al vecchio regime dei minimi nel 2025?
No. Il regime di vantaggio è chiuso a nuovi ingressi dal 1° gennaio 2016. Solo chi vi era già aderente può continuarlo fino al termine dei cinque anni agevolati. Chi vuole un regime semplificato oggi può accedere solo al regime forfettario.
Qual è la differenza pratica tra il 5% del vantaggio e il 5% dei nuovi forfettari?
Il 5% del regime di vantaggio si applica al reddito calcolato analiticamente (ricavi meno costi effettivi). Il 5% del forfettario per i nuovi si applica al reddito determinato forfettariamente (ricavi per il coefficiente ATECO). Il risultato può essere molto diverso.
Come si calcola la base imponibile nel regime di vantaggio?
Si calcolano i ricavi e i compensi effettivamente incassati nel 2025, si sottraggono le spese deducibili effettivamente pagate nel 2025 e i contributi previdenziali versati. Il risultato è il reddito netto soggetto all’imposta sostitutiva del 5%.
Posso dedurre i contributi previdenziali nel regime di vantaggio?
Sì. Le istruzioni al rigo LM7 del quadro LM precisano che i contributi previdenziali e assistenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge si deducono dal reddito lordo per determinare la base imponibile dell’imposta sostitutiva al 5%.
Cosa succede alle perdite del regime di vantaggio?
Le perdite maturate nel regime di vantaggio (indicate nel rigo LM50 per anno di formazione) si riportano agli anni successivi, ma non oltre il quinto, per l’intero importo che trova capienza. Non si compensano con redditi di altre categorie.
Se esco dal regime di vantaggio, posso portare le perdite nel forfettario?
Le istruzioni confermano che le perdite maturate nel regime di vantaggio possono essere scomputate dal reddito soggetto a imposta sostitutiva dell’attività esercitata nei periodi d’imposta successivi, ma non oltre il quinto, per l’intero ammontare che trova capienza in essi.
Art. 12 L. 898/1970 – Riconoscimento figlio nato fuori matrimonio
L. 1 dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (divorzio)
1. Le disposizioni del codice civile in tema di riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio si applicano, per quanto di ragione, anche nel caso di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
Art. 11 L. 898/1970 – Patria potestà dopo lo scioglimento
L. 1° dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio
Articolo abrogato. Non è più in vigore: l’abrogazione è stata disposta dalla L. 6 marzo 1987, n. 74. Il testo previgente è riportato qui sotto a fini di consultazione storica.
Testo previgente
Dopo lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, se il tribunale non ha disposto altrimenti, ciascun genitore esercita la patria potestà sui figli affidatigli.
Il genitore al quale sono stati affidati i figli ne amministra i beni con l’obbligo di rendere conto annualmente al giudice tutelare e ne ha l’usufrutto fino a quando non passi a nuove nozze.
L’altro genitore conserva il diritto di vigilare e il dovere di collaborare alla educazione e all’istruzione dei figli.
L’altro genitore, se ritiene pregiudizievoli per il figlio i provvedimenti presi dall’esercente la patria potestà, può ricorrere al giudice tutelare prospettando i provvedimenti che considera adeguati.
Il giudice, sentito il figlio che ha compiuto il 14° anno di età, dichiara quale dei provvedimenti è adeguato allo interesse del figlio
Art. 10 L. 898/1970 – Efficacia civile della sentenza di divorzio
L. 1 dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (divorzio)
2. Lo scioglimento e la cessazione degli effetti civili del matrimonio, pronunciati nei casi rispettivamente previsti dagli articoli 1 e 2 della presente legge, hanno efficacia, a tutti gli effetti civili, dal giorno dell’annotazione della sentenza.
Art. 9-bis L. 898/1970 – Assegno a carico dell’eredita’ post divorzio
L. 1 dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (divorzio)
1. A colui al quale è stato riconosciuto il diritto alla corresponsione periodica di somme di denaro a norma dell’art. 5, qualora versi in stato di bisogno, il Tribunale, dopo il decesso dell’obbligato, può attribuire un assegno periodico a carico dell’eredità tenendo conto dell’importo di quelle somme, della entità del bisogno, dell’eventuale pensione di reversibilità, delle sostanze ereditarie, del numero e della qualità degli eredi e delle loro condizioni economiche. L’assegno non spetta se gli obblighi patrimoniali previsti dall’art. 5 sono stati soddisfatti in unica soluzione.
2. Su accordo delle parti la corresponsione dell’assegno può avvenire in unica soluzione. Il diritto all’assegno si estingue se il beneficiario passa a nuove nozze o viene meno il suo stato di bisogno. Qualora risorga lo stato di bisogno l’assegno può essere nuovamente attribuito.
Art. 9 L. 898/1970 – Pensione di reversibilità dopo il divorzio
L. 1 dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (divorzio)
2. In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza.
3. Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal Tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui all’art. 5. Se in tale condizione si trovano più persone, il Tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze.
4. Restano fermi, nei limiti stabiliti dalla legislazione vigente, i diritti spettanti a figli, genitori o collaterali in merito al trattamento di reversibilità.
5. Alle domande giudiziali dirette al conseguimento della pensione di reversibilità o di parte di essa deve essere allegato un atto notorio, ai sensi della legge 4 gennaio 1968, n. 15, dal quale risultino tutti gli aventi diritto. In ogni caso, la sentenza che accoglie la domanda non pregiudica la tutela, nei confronti dei beneficiari, degli aventi diritto pretermessi, salva comunque l’applicabilità delle sanzioni penali per le dichiarazioni mendaci.
Si è fiscalmente residenti in Italia se, per la maggior parte del periodo d’imposta, si verifica almeno uno di questi tre criteri: iscrizione nelle anagrafi della popolazione residente, domicilio in Italia, dimora abituale in Italia.
La maggior parte del periodo d’imposta significa almeno 183 giorni nell’anno (184 negli anni bisestili): non devono essere necessariamente consecutivi.
Chi è residente fiscale in Italia è tassato su tutti i redditi prodotti nel mondo (principio di tassazione mondiale, o ‘worldwide taxation’), ovunque siano stati generati.
Chi invece non è residente in Italia paga le imposte italiane solo sui redditi prodotti nel territorio italiano.
L’iscrizione all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) può far venire meno la residenza fiscale italiana, ma non è sufficiente da sola se domicilio o dimora abituale restano in Italia.
I contribuenti non residenti nel 2025 o nel 2026 non possono presentare il Modello 730 e devono usare il Modello Redditi PF.
Perché la residenza fiscale cambia tutto nella dichiarazione
Prima di compilare qualsiasi quadro del Modello 730, la domanda fondamentale è questa: sei fiscalmente residente in Italia? La risposta non riguarda solo la tua carta d’identita’ o dove hai la cassetta delle lettere. In campo fiscale, la residenza segue regole precise stabilite dall’articolo 2 del TUIR, e le conseguenze pratiche sono enormi: un residente italiano è tassato su tutti i redditi che produce nel mondo, anche quelli esteri; un non residente è tassato solo sui redditi che hanno origine in Italia.
La residenza fiscale si determina guardando cosa è successo per la maggior parte del periodo d’imposta, cioè per almeno 183 giorni nel corso del 2025. I giorni non devono essere consecutivi: conta la somma totale. E basta che si verifichi uno solo dei tre criteri previsti dalla legge: iscrizione all’anagrafe italiana, domicilio in Italia ai sensi del codice civile (cioè sede principale degli affari e interessi), oppure dimora abituale in Italia. Se anche uno solo di questi criteri è soddisfatto per 183 giorni o più, si è residenti fiscali in Italia.
Capire se si è o meno residenti è essenziale anche per sapere quale modello usare: chi non è residente in Italia né nel 2025 né nel 2026 non può presentare il Modello 730 e deve necessariamente usare il Modello Redditi PF. Viceversa, i residenti che hanno prodotto redditi all’estero devono dichiararli in Italia e, dove previsto, compilare anche il quadro W per il monitoraggio delle attività estere.
I tre criteri di residenza fiscale in Italia (art. 2 TUIR)
Criterio
Descrizione
Soglia temporale
Iscrizione anagrafe
Iscrizione nelle anagrafi della popolazione residente di un comune italiano
Per la maggior parte dell'anno (almeno 183 giorni)
Domicilio
Sede principale degli affari e interessi in Italia (nozione civilistica del domicilio)
Per la maggior parte dell'anno (almeno 183 giorni)
Dimora abituale
Luogo dove si abita stabilmente e con continuità di fatto
Per la maggior parte dell'anno (almeno 183 giorni)
Esempio pratico
Tizio lavora per una multinazionale e trascorre parte dell’anno a Milano e parte a Londra. Nel 2025 ha soggiornato in Italia 190 giorni e nel Regno Unito 175 giorni. Poiché la sua dimora abituale è stata in Italia per più di 183 giorni, è considerato fiscalmente residente in Italia. Deve quindi dichiarare nel 730/2026 sia il reddito da lavoro italiano sia quello percepito in Gran Bretagna. Per i redditi inglesi può usufruire del credito d’imposta per le imposte già pagate nel Regno Unito, per evitare la doppia tassazione.
Documenti necessari
Certificato di residenza anagrafica italiano (o certificazione AIRE in caso di residenza all’estero)
Documentazione attestante il domicilio (contratti di locazione, utenze intestate, estratti conto bancari)
Certificazione dei redditi prodotti all’estero (buste paga, dichiarazioni fiscali estere)
Documentazione delle imposte pagate all’estero, necessaria per richiedere il credito d’imposta
Eventuali certificazioni di residenza estera rilasciate dalle autorità del Paese estero
Lavoratore che si trasferisce all'estero a metà anno
Scenario. Caio è un ingegnere italiano che il 1° luglio 2025 si trasferisce definitivamente in Germania per un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Cancella la residenza anagrafica italiana il 30 giugno 2025 e si iscrive all’AIRE.
Come si applica. Caio ha trascorso in Italia dal 1° gennaio al 30 giugno 2025, cioè 181 giorni. Poiché è un numero inferiore a 183, e in assenza di domicilio o dimora abituale in Italia per la maggior parte dell’anno, Caio potrebbe non essere considerato fiscalmente residente in Italia per il 2025. Tuttavia, la valutazione va fatta caso per caso: se il suo centro di interessi economici (conto bancario principale, proprietà immobiliari, famiglia) è rimasto in Italia per più di 183 giorni, l’Amministrazione finanziaria potrebbe contestare la non residenza. In caso di dubbi, è opportuno consultare un professionista.
In pratica
L’iscrizione all’AIRE non basta da sola: occorre che domicilio e dimora siano effettivamente spostati all’estero.
Il conteggio dei 183 giorni si applica a ciascuno dei tre criteri separatamente.
In caso di controversia sulla residenza, è l’Agenzia delle Entrate a dover dimostrare la residenza italiana.
Cittadino estero con attività in Italia e all'estero
Scenario. Sempronio è un cittadino francese che gestisce un’attivita’ a Roma e mantiene una casa di proprietà in Francia dove torna spesso. Nel 2025 trascorre 200 giorni in Italia e 165 in Francia.
Come si applica. Sempronio è fiscalmente residente in Italia per il 2025, poiché la sua dimora abituale è in Italia per più di 183 giorni. Come residente italiano, deve dichiarare nel Modello 730 (o Redditi PF) tutti i suoi redditi, compresi quelli francesi. Per evitare la doppia imposizione, può beneficiare della Convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Francia e richiedere il credito per le imposte eventualmente già pagate in Francia.
In pratica
La residenza fiscale italiana impone di dichiarare anche i redditi prodotti all’estero.
Le convenzioni contro le doppie imposizioni evitano che gli stessi redditi siano tassati due volte.
Chi è residente e ha attività finanziarie all’estero deve compilare anche il quadro W del 730.
Quando rivolgersi a un professionista
La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.
Sono iscritto all'AIRE: devo comunque fare la dichiarazione in Italia?
L’iscrizione all’AIRE riduce ma non elimina automaticamente la residenza fiscale italiana. Se domicilio o dimora abituale restano in Italia per la maggior parte dell’anno, si è comunque considerati residenti ai fini fiscali. In quel caso la dichiarazione va presentata.
I giorni di transito in Italia contano ai fini dei 183 giorni?
In linea generale si conta ogni giornata trascorsa in Italia, incluso il giorno di arrivo e quello di partenza. Tuttavia l’applicazione pratica dipende dalla situazione specifica; in caso di soggiorni frequenti ma brevi è consigliabile documentare con precisione i periodi di presenza e assenza.
Posso usare il Modello 730 se sono non residente?
No. I contribuenti che nel 2025 o nel 2026 non sono residenti in Italia non possono utilizzare il Modello 730 e devono presentare il Modello Redditi Persone fisiche 2026.
Come si tassano i redditi esteri di un residente italiano?
I redditi prodotti all’estero da un residente italiano concorrono al reddito complessivo e sono tassati con le aliquote IRPEF ordinarie. Per evitare la doppia imposizione è previsto un credito d’imposta per le imposte già pagate all’estero, nei limiti e con le modalità previste dalla legge e dalle convenzioni bilaterali.
Cosa si intende per 'domicilio' ai fini fiscali?
Il domicilio fiscale corrisponde al concetto civilistico: è il luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi. Non è solo il luogo dove si abita fisicamente, ma dove si concentrano i legami economici, familiari e sociali più rilevanti.
Art. 8 L. 898/1970 – Garanzie e pagamento dell’assegno divorzile
L. 1° dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio
Articolo abrogato. Non è più in vigore: l’abrogazione è stata disposta dal D.Lgs. 10 ottobre 2022, n. 149, come modificato dalla L. 29 dicembre 2022, n. 197. Il testo previgente è riportato qui sotto a fini di consultazione storica.
Testo previgente
Il tribunale che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può imporre allo obbligato di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6.
La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’ articolo 2818 del codice civile .
Il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, dopo la costituzione in mora a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento del coniuge obbligato e inadempiente per un periodo di almeno trenta giorni, può notificare il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno ai terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato con l’invito a versargli direttamente le somme dovute, dandone comunicazione al coniuge inadempiente.
Ove il terzo cui sia stato notificato il provvedimento non adempia, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei suoi confronti per il pagamento delle somme dovutegli quale assegno di mantenimento ai sensi degli articoli 5 e 6.
Qualora il credito del coniuge obbligato nei confronti dei suddetti terzi sia stato già pignorato al momento della notificazione, all’assegnazione e alla ripartizione delle somme fra il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, il creditore precedente e i creditori intervenuti nell’esecuzione, provvede il giudice dell’esecuzione.
Lo Stato e gli altri enti indicati nell’articolo 1 del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180 , nonché gli altri enti datori di lavoro cui sia stato notificato il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno e l’invito a pagare direttamente al coniuge cui spetta la corresponsione periodica, non possono versare a quest’ultimo oltre la metà delle somme dovute al coniuge obbligato, comprensive anche degli assegni e degli emolumenti accessori.
Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l’assegno.
Le somme spettanti al coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno di cui al precedente comma sono soggette a sequestro e pignoramento fino alla concorrenza della metà per il soddisfacimento dell’assegno periodico di cui agli articoli 5 e 6
Art. 7 L. 898/1970 – Riconoscimento figli adulterini
L. 1 dicembre 1970, n. 898 – Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio (divorzio)
1. Il secondo comma dell’art. 252 del codice civile è così modificato: «I figli adulterini possono essere riconosciuti anche dal genitore che, al tempo del concepimento, era unito in matrimonio, qualora il matrimonio sia sciolto per effetto della morte dell’altro coniuge ovvero per pronuncia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso».
La riforma 2018 ha cambiato quasi tutto: dal periodo d’imposta 2018 gli utili da partecipazioni (qualificate e non qualificate) in società italiane sono in linea di principio soggetti a ritenuta a titolo d’imposta del 26 per cento dalla società emittente e non vanno più nel 730.
Il Quadro D serve ancora per utili di fonte estera su cui non è stata applicata la ritenuta italiana, per utili prodotti fino al 2017 che rientrano nel regime transitorio, e per utili provenienti da Paesi a fiscalità privilegiata.
Percentuali di imponibilità per gli utili ‘storici’: il 40 per cento per utili prodotti fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2007; il 49,72 per cento per utili prodotti dall’esercizio successivo al 31 dicembre 2007 fino al 31 dicembre 2016; il 58,14 per cento per utili prodotti dal 2017 al 31 dicembre 2017.
Utili da Paesi a fiscalità privilegiata: concorrono al reddito complessivo per il 100 per cento (rigo D1 con codice 2 o 3), tranne le partecipazioni non qualificate quotate sui mercati regolamentati.
Associazione in partecipazione: se il tuo apporto non è solo lavoro, gli utili derivanti da contratti di associazione in partecipazione vanno nel rigo D1. Se l’apporto è esclusivamente lavoro, vanno invece nel rigo D3.
Fondi immobiliari per trasparenza: chi possiede quote superiori al 5 per cento del patrimonio di un fondo immobiliare e riceve redditi imputati per trasparenza li dichiara nel rigo D2 con il codice 8.
Come funziona la tassazione degli utili societari nella dichiarazione
Se sei socio di una S.r.l. o di una S.p.A. e hai ricevuto dividendi nel 2025, probabilmente non devi fare nulla nel 730: la società ha già applicato la ritenuta a titolo d’imposta del 26 per cento prima di pagarteli. Le somme che hai incassato erano già al netto dell’imposta e la questione fiscale è chiusa lì.
Ci sono però casi in cui questo meccanismo automatico non funziona: utili di fonte estera incassati direttamente senza che un intermediario italiano abbia applicato la ritenuta, oppure utili che si riferiscono ad anni lontani (fino al 2017 incluso) e che ricadono ancora nel vecchio regime di ‘concorso parziale al reddito’. In questi casi entra in gioco il Quadro D, in particolare i righi D1 e D2.
Il Quadro D raccoglie anche altri tipi di redditi da capitale (interessi non soggetti a ritenuta, proventi da gestioni collettive) e redditi da lavoro autonomo occasionale. Qui ci concentriamo sulla parte relativa alla partecipazione in società e agli utili, perché è quella che crea più dubbi a chi fa la dichiarazione da solo.
Percentuali di imponibilità degli utili nel Quadro D (rigo D1)
Periodo di produzione degli utili
Quota imponibile nel reddito complessivo
Codice da usare
Fino all'esercizio in corso al 31/12/2007
40%
1 (regime non privilegiato)
Esercizio successivo al 31/12/2007 fino al 31/12/2016
49,72%
5 (regime non privilegiato)
Esercizio successivo al 31/12/2016 fino al 31/12/2017
58,14%
9 (regime non privilegiato)
Dal 2018 in poi (non qualificate e qualificate)
Ritenuta a titolo d'imposta 26% – NON va nel 730
–
Paesi a fiscalità privilegiata (qualificate e non quotate)
100%
2 o 3
Esempio pratico
Tizio possiede una quota del 15 per cento in una S.r.l. italiana. Nel 2025 la società distribuisce utili riferibili all’esercizio 2016: Tizio incassa 10.000 euro. Poiché si tratta di utili formatisi fino al 31 dicembre 2016, la distribuzione rientra nel regime transitorio: Tizio deve indicare nel rigo D1 del quadro D, con il codice 5, l’importo pari al 49,72 per cento di 10.000 euro = 4.972 euro. Quella cifra si somma al suo reddito complessivo e viene tassata con le aliquote IRPEF ordinarie. Qualunque ritenuta d’acconto eventualmente applicata va indicata nella colonna 4 (ritenute) dello stesso rigo.
Documenti necessari
Certificazione degli utili (CUPE) rilasciata dalla società emittente italiana o dallo intermediario
Documentazione estera equivalente (estratto conto del broker, comunicazione della società estera) per gli utili di fonte estera
Contratto di associazione in partecipazione (per verificare la natura dell’apporto: solo lavoro o misto/capitale)
Eventuale parere favorevole dell’Agenzia delle Entrate a seguito di interpello (per utili da Paesi a fiscalità privilegiata)
Comunicazione del fondo immobiliare con i redditi imputati per trasparenza (per chi possiede quote superiori al 5 per cento)
Dividendi esteri senza ritenuta: Caio con conto titoli all'estero
Scenario. Caio detiene azioni di una società francese tramite un conto titoli aperto direttamente con un broker estero. Nel 2025 incassa 2.000 euro di dividendi. Il broker estero non ha applicato alcuna ritenuta italiana.
Come si applica. Poiché nessun intermediario residente ha applicato la ritenuta italiana, Caio deve dichiarare questi dividendi nel rigo D1 del Quadro D. Se si tratta di utili prodotti dalla società estera dall’esercizio 2018 in poi e la Francia non è un Paese a fiscalità privilegiata, l’importo va dichiarato integralmente (100 per cento), con il codice appropriato per gli utili di fonte estera non privilegiata. Attenzione: deve anche compilare il Quadro W (monitoraggio fiscale) per comunicare la detenzione di attività finanziarie estere.
In pratica
Se hai un conto titoli all’estero con dividendi non tassati da un intermediario italiano, devi compilare il Quadro D.
Controlla anche se devi compilare il Quadro W per il monitoraggio fiscale delle attività estere.
Conserva la documentazione estera che attesta i dividendi percepiti e l’eventuale imposta estera pagata.
Associazione in partecipazione con apporto misto: Sempronio
Scenario. Sempronio ha stipulato un contratto di associazione in partecipazione con un’azienda commerciale. Il suo apporto consiste sia nel lavoro sia in un investimento di capitale. Nel 2025 riceve 5.500 euro di utili derivanti da questo contratto.
Come si applica. Poiché l’apporto di Sempronio non è costituito esclusivamente da lavoro (ma include anche capitale), i proventi vanno nel rigo D1 – redditi di capitale – e non nel rigo D3. Il tipo da indicare dipende da quando è sorto il contratto e dal regime fiscale della controparte. Se si trattasse invece di apporto solo lavorativo (causale ‘C’ nella CU), andrebbero nel rigo D3 con il codice 3.
In pratica
Se il tuo apporto è solo lavoro, i proventi da associazione in partecipazione vanno nel rigo D3 (redditi assimilati al lavoro autonomo).
Se l’apporto è capitale o misto lavoro-capitale, vanno nel rigo D1 (redditi di capitale).
La causale indicata nella Certificazione Unica (punto 1) ti dice subito dove inserirli.
Quando rivolgersi a un professionista
La compilazione corretta di questa voce può richiedere la verifica di requisiti e massimali. Per una valutazione sul tuo caso puoi trovare un professionista su Legge in Chiaro.
Se ho ricevuto dividendi dalla mia S.r.l. nel 2025, devo dichiararli nel 730?
Dipende dall’anno di formazione degli utili. Se la S.r.l. ha distribuito utili formatisi dall’esercizio 2018 in poi, la società ha già applicato la ritenuta a titolo d’imposta del 26 per cento: quei dividendi non vanno nel 730. Se invece ha distribuito utili di anni precedenti che rientrano nel regime transitorio (fino al 2017), potresti doverli dichiarare nel rigo D1. Controlla la comunicazione CUPE che la società ti ha consegnato.
Cos'è il 'regime transitorio' per i vecchi dividendi?
Con la riforma del 2018 le partecipazioni qualificate e non qualificate sono state equiparate: entrambe soggette alla ritenuta del 26 per cento. Ma per gli utili prodotti fino al 31 dicembre 2017 e distribuiti dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2022 continua ad applicarsi la vecchia disciplina (concorso parziale al reddito al 40%, 49,72% o 58,14%). Dopo il 31 dicembre 2022 la vecchia disciplina non si applica più.
Come faccio a sapere in che anno sono stati prodotti gli utili distribuiti dalla società?
La CUPE (certificazione degli utili) che la società è obbligata a rilasciarti riporta questa informazione. Se non l’hai ricevuta, chiedi alla società o al commercialista della società.
I redditi da partecipazione in una società di persone (S.n.c., S.a.s.) si dichiarano nel Quadro D?
No. I soci di società di persone sono tassati per ‘trasparenza’: la quota di reddito (o perdita) dell’impresa si imputa direttamente a ciascun socio in proporzione alla partecipazione, indipendentemente dalla distribuzione. Questi redditi d’impresa vengono dichiarati nel Quadro H del modello 730, non nel Quadro D. Il Quadro D riguarda i redditi di capitale, non quelli d’impresa in trasparenza.
Le perdite da partecipazione in una S.n.c. posso portarle in deduzione nel 730?
Le perdite della società di persone imputate al socio riducono il suo reddito complessivo entro certi limiti. Tuttavia il 730 non permette sempre di gestire situazioni complesse legate alle perdite d’impresa: in caso di perdite significative potrebbe essere necessario usare il Modello Redditi PF invece del 730.
Se partecipo a un fondo immobiliare, cosa dichiaro?
Chi detiene quote superiori al 5 per cento del patrimonio di un fondo immobiliare non conforme alla direttiva AIFM, e riceve redditi imputati per trasparenza, li dichiara nel rigo D2 del Quadro D con il codice 8. Chi detiene quote inferiori al 5 per cento in genere non ha obblighi dichiarativi specifici, perché il fondo applica la ritenuta direttamente.
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