Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 178/2013 – VAS e VIA in Liguria: illegittimità parziale della normativa regionale

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    La Corte Costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittima la legge della Regione Liguria n. 32 del 2012 in materia di valutazione ambientale strategica (VAS) e valutazione di impatto ambientale (VIA). La regione aveva ristretto l’ambito di applicazione della verifica di assoggettabilità rispetto a quanto previsto dalla normativa statale di derivazione europea.

    Di cosa si tratta

    La Regione Liguria aveva modificato la propria normativa sulla valutazione ambientale strategica (VAS) e sulla valutazione di impatto ambientale (VIA). Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato alcune disposizioni della nuova legge regionale, ritenendo che restringessero le tutele ambientali al di sotto degli standard fissati dal d.lgs. n. 152 del 2006 (Codice dell’ambiente), che recepisce direttive europee.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norme impugnate: artt. 3, comma 2, 18, commi 2 e 4, e allegato A della legge della Regione Liguria 10 agosto 2012, n. 32. Parametri: artt. 117, commi 1 e 2, lett. s), della Costituzione (tutela dell’ambiente, materia di competenza esclusiva statale). Rimettente: Presidente del Consiglio dei ministri.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale parziale: (1) la norma regionale che restringeva l’ambito della verifica di assoggettabilità a VAS rispetto al d.lgs. 152/2006 viola la competenza esclusiva statale in materia di tutela dell’ambiente; (2) la mancata previsione della pubblicazione all’albo pretorio per i procedimenti VIA e dell’integrale provvedimento di assoggettabilità violano gli standard di pubblicitaà e trasparenza imposti dalla normativa statale.

    Il principio

    La tutela dell’ambiente è materia di competenza legislativa esclusiva dello Stato (art. 117, comma 2, lett. s), Cost.). Le regioni possono intervenire in materia ambientale solo per innalzare gli standard di tutela, mai per abbassarli. Una norma regionale che riduce il perimetro della valutazione ambientale rispetto ai livelli minimi fissati dalla legge statale è incostituzionale.

    Domande e risposte

    Cos’è la VAS e cos’è la VIA?

    La VAS (Valutazione Ambientale Strategica) è una procedura che valuta l’impatto ambientale di piani e programmi prima che vengano adottati. La VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) valuta invece l’impatto di specifici progetti prima che vengano autorizzati. Entrambe sono obbligatorie per le categorie indicate dalle direttive europee e recepite dal d.lgs. 152/2006.

    Perché la Regione non può ridurre l’ambito della VAS?

    Perché la tutela dell’ambiente è di competenza esclusiva dello Stato. Il d.lgs. 152/2006 fissa gli standard minimi obbligatori per tutti. Le regioni possono andare oltre (più tutela), ma non al di sotto (meno tutela). Restringere l’ambito della verifica di assoggettabilità significa sottrarre taluni piani o programmi al controllo ambientale, in contrasto con la normativa statale e le direttive europee.

    Cosa devono pubblicare le regioni per i procedimenti VIA?

    La normativa statale impone che il provvedimento di assoggettabilità a VIA sia pubblicato integralmente e che gli atti del procedimento siano resi accessibili. L’avviso all’albo pretorio è uno strumento di pubblicazione imposto dalla legge. Omettere queste forme di pubblicazione riduce la trasparenza e viola il diritto di accesso e partecipazione del pubblico al procedimento.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 177/2013 – Inammissibilità per sopravvenuta mancanza di oggetto (sospensione consiglieri 416-bis)

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    La Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale della legge della Regione Campania n. 16 del 2011 in materia di sospensione dei consiglieri regionali rinviati a giudizio per associazione di tipo mafioso (art. 416-bis c.p.). La questione era già stata definita dalla sentenza n. 118 del 2013, che aveva dichiarato illegittima la medesima norma.

    Di cosa si tratta

    La legge regionale della Campania prevedeva la sospensione dei consiglieri regionali rinviati a giudizio per associazione di tipo mafioso. Il Tribunale di Napoli aveva sollevato questione di legittimità costituzionale di tale previsione, ma nel frattempo la Corte aveva già pronunciato la sentenza n. 118 del 2013, che aveva dichiarato incostituzionale la medesima norma impugnata.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 1 della legge della Regione Campania 28 ottobre 2011, n. 16 (sospensione consiglieri regionali rinviati a giudizio per reati gravi). Parametri: artt. 2, 3 comma 1, 51 comma 1 e 117 comma 2 lett. h) della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Napoli.

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità per sopravvenuta mancanza di oggetto. La sentenza n. 118 del 2013 aveva già dichiarato l’illegittimità costituzionale della medesima norma impugnata: non vi era più alcun oggetto su cui la Corte potesse pronunciarsi.

    Il principio

    Quando una norma impugnata in via incidentale è già stata dichiarata incostituzionale da una precedente sentenza della Corte, la questione sollevata in un altro giudizio deve essere dichiarata inammissibile per sopravvenuta mancanza di oggetto. La norma non esiste più nell’ordinamento e non vi è nulla su cui pronunciarsi.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 416-bis c.p.?

    L’art. 416-bis del codice penale punisce il reato di associazione di tipo mafioso, che si realizza quando tre o più persone fanno parte di un’associazione che si avvale della forza di intimidazione del vincolo associativo per commettere delitti o controllare attività economiche.

    Cosa aveva stabilito la sentenza n. 118/2013 della Corte Costituzionale?

    La sentenza n. 118 del 2013 aveva dichiarato illegittima la legge regionale campana nella parte in cui prevedeva la sospensione automatica dei consiglieri regionali rinviati a giudizio per reati gravi. La materia della «incandidabilità» e della sospensione dalla carica è riservata alla legislazione statale (art. 117, comma 2, lett. h), Cost.).

    Perché la questione è diventata inammissibile?

    Perché la norma su cui era incentrata non esiste più: era già stata eliminata dall’ordinamento dalla sentenza n. 118/2013. Non vi era quindi più alcuna norma su cui la Corte potesse pronunciarsi, e dichiarare l’incostituzionalità di qualcosa che già non c’è sarebbe privo di senso.

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  • Corte cost. n. 176/2013 – Inammissibilità per petitum alternativo sui masi chiusi

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    La Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 1, della legge della Provincia autonoma di Bolzano n. 17 del 2001 in materia di masi chiusi, sollevata dal Tribunale di Bolzano, sezione di Brunico. La questione era ipotetica e il petitum era formulato in modo alternativo e ancipite.

    Di cosa si tratta

    I masi chiusi («geschlossene Höfe») sono proprietà agricole dell’Alto Adige soggette a un regime successorio speciale: al momento della morte del proprietario, il maso non si divide ma viene assegnato per intero a un unico erede. La legge provinciale n. 17 del 2001 disciplina questo istituto. Il Tribunale di Bolzano ne dubitava la compatibilità con la Costituzione, ma aveva formulato la richiesta alla Corte in modo alternativo.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 13, comma 1, della legge della Provincia autonoma di Bolzano 28 novembre 2001, n. 17 (legge sui masi chiusi). Parametri: artt. 3, 24, 42 e 97 della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Bolzano, sezione di Brunico.

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità per più ragioni: (1) la questione era ipotetica, non vertendo su una norma effettivamente applicabile al caso concreto; (2) il petitum era alternativo e ancipite, il che rende impossibile una pronuncia netta della Corte; (3) un eventuale accoglimento avrebbe richiesto un intervento eccessivamente manipolativo da parte della Corte, non consentito.

    Il principio

    La Corte Costituzionale non può pronunciarsi su questioni ipotetiche né su petita alternativi. La questione di legittimità costituzionale deve essere determinata nel suo oggetto e deve concernere una norma effettivamente applicabile nel giudizio a quo. Un petitum formulato in modo da lasciare alla Corte la scelta tra più possibili soluzioni normative alternative è inammissibile perché sollecita un intervento di tipo legislativo.

    Domande e risposte

    Cosa sono i masi chiusi in Alto Adige?

    I masi chiusi sono aziende agricole tradizionali altoatesine soggette a un regime successorio speciale che ne impedisce la divisione tra gli eredi. Alla morte del proprietario, il maso viene assegnato per intero a uno solo degli eredi (di solito il primogenito maschio o comunque chi ha la qualifica di malgaro), mentre gli altri ricevono una liquidazione in denaro.

    Cos’è un petitum ancipite o alternativo?

    Il petitum è ciò che il giudice rimettente chiede alla Corte di fare: in genere, dichiarare illegittima una norma «nella parte in cui prevede» o «nella parte in cui non prevede» una certa cosa. Un petitum è ancipite (o alternativo) quando il rimettente chiede alla Corte di scegliere tra più soluzioni normative diverse, lasciando a essa la scelta della risposta, il che non è consentito.

    Perché la Corte non può pronunciarsi su questioni ipotetiche?

    Perché la questione di legittimità costituzionale ha natura incidentale: deve sorgere «nel corso di un giudizio» (art. 1 l. cost. 1/1948) e deve essere rilevante per la sua definizione. Una questione ipotetica — relativa a norme non applicabili nel caso concreto — non soddisfa questo requisito fondamentale.

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  • Corte cost. n. 175/2013 – Inammissibilità per mancanza di motivazione autonoma del rimettente

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    La Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 10-bis del d.lgs. n. 286 del 1998 (reato di ingresso e soggiorno illegale dello straniero), sollevata dal Giudice di pace di Lamezia Terme. L’ordinanza di rimessione era priva di qualsiasi motivazione autonoma, limitandosi a recepire integralmente una memoria di parte.

    Di cosa si tratta

    Il reato di cui all’art. 10-bis del Testo Unico Immigrazione (d.lgs. 286/1998) punisce con una sanzione pecuniaria lo straniero che entra o si trattiene illegalmente nel territorio dello Stato. Il Giudice di pace di Lamezia Terme ne aveva dubitato la costituzionalità, ma la sua ordinanza di rimessione non conteneva alcun ragionamento proprio, riproducendo sostanzialmente la memoria difensiva dell’imputato.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 10-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Parametri: artt. 2, 3, 10 e 27 della Costituzione. Rimettente: Giudice di pace di Lamezia Terme.

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità. L’ordinanza di rimessione era del tutto priva di motivazione autonoma: il giudice rimettente si era limitato a trascrivere la memoria di parte senza elaborare un proprio ragionamento giuridico sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza della questione.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione deve contenere la motivazione del giudice, non quella delle parti. Il rimettente non può limitarsi a far propria acriticamente un’eccezione di incostituzionalità avanzata da un difensore: deve elaborare in modo autonomo le ragioni che lo inducono a dubitare della legittimità costituzionale della norma e a ritenere la questione rilevante per il giudizio.

    Domande e risposte

    Cosa prevede il reato di soggiorno illegale ex art. 10-bis T.U. Immigrazione?

    L’art. 10-bis del d.lgs. 286/1998, introdotto dalla legge n. 94 del 2009, punisce con una sanzione amministrativa pecuniaria (da 5.000 a 10.000 euro) lo straniero che fa ingresso o si trattiene nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del Testo Unico e del d.lgs. 286/1998. È una fattispecie contravvenzionale di competenza del giudice di pace.

    Perché l’ordinanza è stata giudicata priva di motivazione autonoma?

    Perché il giudice si è limitato a trasporre nel testo dell’ordinanza la memoria difensiva dell’imputato, senza aggiungere alcun ragionamento proprio. La Corte esige che il rimettente dimostri di aver compiuto una valutazione personale e indipendente sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza della questione.

    Cosa rischia un giudice che non motiva adeguatamente l’ordinanza di rimessione?

    La questione viene dichiarata inammissibile dalla Corte, con conseguente prosecuzione del processo a quo sulla base della norma non rimossa. L’inammissibilità non significa che la norma sia costituzionale, ma solo che quella questione specifica non può essere esaminata nel merito.

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  • Corte cost. n. 174/2013 – Termine di costituzione del convenuto e udienza rinviata

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    La Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 166 c.p.c., nella parte in cui prevede un termine di venti giorni prima dell’udienza per la costituzione del convenuto anche quando l’udienza è stata rinviata. Il Tribunale di Tivoli dubitava della ragionevolezza della norma, ma la Corte ha ritenuto le fattispecie non omogenee.

    Di cosa si tratta

    Nel processo civile, il convenuto deve costituirsi in giudizio almeno venti giorni prima dell’udienza di prima comparizione. Il Tribunale di Tivoli si chiedeva se questo termine fosse ragionevole anche nei casi in cui l’udienza originaria era stata rinviata d’ufficio, poiché in questi casi il convenuto potrebbe avere meno tempo effettivo per prepararsi rispetto ad altri scenari processuali.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 166 del codice di procedura civile, nel testo vigente. Parametri: artt. 3, 24 e 111 della Costituzione. Rimettente: Tribunale di Tivoli.

    La decisione della Corte

    Manifesta infondatezza. Le ipotesi di rinvio dell’udienza disciplinate dall’art. 168-bis c.p.c. (commi 4 e 5) non sono omogenee tra loro né rispetto alla fattispecie ordinaria: la scelta legislativa di non prevedere termini differenziati non è irragionevole e rientra nella discrezionalità del legislatore processuale.

    Il principio

    Il legislatore gode di ampia discrezionalità nella modulazione dei termini processuali. Una differenza di disciplina tra fattispecie solo apparentemente simili non integra una violazione del principio di uguaglianza, purché la scelta non sia manifestamente irragionevole. La questione di legittimità costituzionale deve evidenziare una vera comparazione tra situazioni omogenee.

    Domande e risposte

    Qual è il termine per la costituzione del convenuto nel processo civile?

    Il convenuto deve costituirsi in giudizio almeno venti giorni prima dell’udienza di prima comparizione (art. 166 c.p.c.), depositando la comparsa di risposta con le sue eccezioni e difese.

    Cosa succede se il convenuto si costituisce dopo quel termine?

    La costituzione tardiva comporta la decadenza dal diritto di proporre eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio (art. 167 c.p.c.). Il convenuto può comunque partecipare al processo, ma perde alcune facoltà difensive.

    Come mai la Corte ha giudicato infondata la questione?

    Perché le diverse ipotesi di rinvio dell’udienza non sono situazioni tra loro comparabili. Il legislatore non era tenuto a prevedere un trattamento uniforme per fattispecie che presentano caratteristiche processuali diverse, e la scelta di mantenere un termine unico non è manifestamente irragionevole.

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  • Corte cost. n. 173/2013 – Inammissibilità per difetto di rilevanza in giudizio di ottemperanza

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    La Corte Costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 17, comma 4, lett. c), del d.l. n. 98 del 2011, sollevata dal TAR Abruzzo. La questione era inammissibile perché la sentenza oggetto del giudizio di ottemperanza era ancora sub iudice in appello, e il rimettente non aveva adeguatamente motivato la rilevanza.

    Di cosa si tratta

    Il TAR Abruzzo, nel corso di un giudizio di ottemperanza relativo all’ospedale di Tagliacozzo, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale di una norma statale che disciplinava la chiusura di piccoli ospedali. Tuttavia, la sentenza di cui si chiedeva l’ottemperanza era ancora impugnata in appello, il che rendeva incerta la stessa possibilità di procedere nell’esecuzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 17, comma 4, lett. c), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111), in materia di riduzione della rete ospedaliera. Parametri: artt. 3, 24, 72, 73 comma 3, 103, 113, 117 commi 1 e 3, 120 Cost.; art. 6 CEDU. Rimettente: TAR Abruzzo.

    La decisione della Corte

    Manifesta inammissibilità. La questione era sollevata in un giudizio di ottemperanza avente ad oggetto una sentenza ancora pendente in appello: il rimettente non aveva adeguatamente motivato perché la norma censurata fosse rilevante ai fini della decisione del caso concreto.

    Il principio

    La rilevanza della questione di legittimità costituzionale è condizione necessaria di ammissibilità: il giudice rimettente deve dimostrare che la norma censurata è effettivamente applicabile nel giudizio a quo e che la sua eventuale incostituzionalità incide sulla decisione. Un’ordinanza di rimessione con motivazione insufficiente sulla rilevanza è manifestamente inammissibile.

    Domande e risposte

    Cos’è il giudizio di ottemperanza?

    Il giudizio di ottemperanza è il procedimento amministrativo con cui il vincitore di una causa chiede al giudice di costringere la pubblica amministrazione a eseguire la sentenza passata in giudicato. Si svolge davanti al TAR o al Consiglio di Stato.

    Perché la pendenza dell’appello rendeva inammissibile la questione?

    Perché se la sentenza è ancora impugnata in appello, non è passata in giudicato e non è ancora esecutiva in modo definitivo. Il giudice dell’ottemperanza non ha ancora potuto esercitare i suoi poteri, e la norma censurata potrebbe non essere effettivamente applicabile nel giudizio.

    Cosa deve fare il giudice rimettente per sollevare correttamente una questione?

    Deve motivare adeguatamente sia la rilevanza (la norma è applicabile nel caso concreto e la sua incostituzionalità incide sulla decisione) sia la non manifesta infondatezza (esistono ragioni serie per dubitare della costituzionalità della norma). Entrambi i requisiti sono imprescindibili.

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  • Corte cost. n. 172/2013 – Assegno di cura non autosufficienti e requisito di residenza

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    La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 9, comma 1, della legge della Provincia autonoma di Trento n. 15 del 2012, nella parte in cui subordinava l’assegno di cura per non autosufficienti al requisito della residenza triennale e, per i cittadini extracomunitari, al possesso della carta di soggiorno. Le prestazioni assistenziali devono essere collegate allo stato di bisogno, non alla durata della residenza.

    Di cosa si tratta

    La Provincia autonoma di Trento aveva introdotto, per l’accesso all’assegno di cura riservato a persone non autosufficienti, il requisito di tre anni di residenza continuativa nel territorio provinciale e — per i cittadini di Paesi terzi — la titolarità della carta di soggiorno. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato la norma davanti alla Corte Costituzionale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Norma impugnata: art. 9, comma 1, della legge della Provincia autonoma di Trento 27 luglio 2012, n. 15. Parametri: artt. 3, 10, 117, commi 1 e 4, della Costituzione. Rimettente: Presidente del Consiglio dei ministri (ricorso in via principale).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma in entrambe le parti censurate: sia il requisito della residenza triennale, sia il requisito della carta di soggiorno per i cittadini extracomunitari contrastano con il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e con i vincoli derivanti dagli obblighi internazionali (art. 10 Cost.).

    Il principio

    Le condizioni di accesso alle prestazioni assistenziali devono essere correlate allo stato di bisogno della persona e alla sua condizione di non autosufficienza. Subordinarle alla durata della residenza o al tipo di permesso di soggiorno introduce una discriminazione irragionevole, incompatibile con la Costituzione.

    Domande e risposte

    Perché il requisito di residenza triennale è incostituzionale?

    Perché introduce una discriminazione basata non sulla condizione di bisogno ma sul tempo trascorso sul territorio, in violazione del principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. La prestazione assistenziale deve rispondere a un bisogno attuale, non premiare la durata della permanenza.

    Perché è illegittimo richiedere la carta di soggiorno?

    La carta di soggiorno è un titolo di soggiorno di lungo periodo e richiederla come condizione di accesso a una prestazione assistenziale discrimina i cittadini extracomunitari che risiedono regolarmente ma non hanno ancora maturato quel titolo, in violazione degli obblighi internazionali recepiti dall’art. 10 Cost.

    La Provincia autonoma può comunque disciplinare le proprie prestazioni assistenziali?

    Sì, la Provincia autonoma ha competenza in materia di assistenza e beneficenza (art. 117, comma 4, Cost.), ma deve farlo nel rispetto dei principi costituzionali e degli obblighi internazionali. Può modulare i requisiti, ma non introdurre discriminazioni irragionevoli collegate alla nazionalità o alla durata della residenza.

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  • Corte cost. n. 216/2013 – Calendario del processo civile obbligatorio: questione non fondata

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    La Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 81-bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura civile, nella parte in cui impone al giudice di fissare obbligatoriamente il calendario del processo. Le preoccupazioni organizzative del rimettente costituiscono inconvenienti di fatto, non vizi di legittimità costituzionale.

    Di cosa si tratta

    L’art. 81-bis disp. att. c.p.c., introdotto dal d.l. n. 138 del 2011, impone al giudice civile di fissare sin dall’udienza di prima comparizione un «calendario del processo» con le date delle udienze successive. Il Tribunale di Varese lamentava che tale obbligo, applicato senza considerare i carichi di ruolo dell’ufficio, rendesse impossibile rispettare i termini fissati, determinando l’inutile previsione di udienze la cui data sarebbe poi stata inevitabilmente rinviata, con conseguente violazione dei principi di uguaglianza (art. 3 Cost.) e di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.).

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale ordinario di Varese ha impugnato l’art. 81-bis delle disposizioni di attuazione del c.p.c., come modificato dall’art. 1-ter del d.l. 13 agosto 2011, n. 138, convertito con la legge 14 settembre 2011, n. 148, «nella parte in cui prevede che il giudice “fissa” il calendario del processo, così sancendone l’obbligatorietà in ogni caso», in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato entrambe le questioni non fondate. Le difficoltà organizzative degli uffici giudiziari nel rispettare il calendario e il rischio di ricorso disciplinare per il giudice che non lo osservi sono «possibili inconvenienti di fatto concernenti aspetti organizzativi della giustizia, che non toccano profili di legittimità costituzionale». Spetta alla discrezionalità del giudice fissare il calendario in modo ragionevole, e al sistema organizzativo dell’ufficio predisporre le idonee misure.

    Il principio

    L’obbligo di fissare il calendario del processo civile è uno strumento di programmazione processuale che non viola né il principio di uguaglianza né quello di ragionevole durata del processo. Le difficoltà pratiche derivanti dai carichi di lavoro degli uffici giudiziari sono inconvenienti di fatto che non si traducono in vizi di legittimità costituzionale della norma; vanno affrontati con misure organizzative, non con la caducazione della disposizione.

    Domande e risposte

    Cosa deve contenere il calendario del processo ex art. 81-bis disp. att. c.p.c.?

    Il calendario deve indicare le udienze successive e le relative attività (es. ammissione delle prove, assunzione delle prove, precisazione delle conclusioni, discussione). Le parti possono proporre osservazioni prima della fissazione. Le date possono essere modificate, ma solo per ragioni specifiche e motivate.

    Quali conseguenze ha la mancata osservanza del calendario del processo?

    L’art. 81-bis, secondo comma, prevede che il mancato rispetto dei termini del calendario, senza giustificato motivo, possa rilevare ai fini della responsabilità disciplinare del magistrato. La Corte ha precisato che l’inosservanza deve essere almeno colposa, rendendo evidente che non si tratta di una responsabilità automatica.

    Il calendario del processo è vincolante per le parti?

    Sì, anche per le parti. La mancata presentazione all’udienza fissata nel calendario senza giustificato motivo può avere conseguenze processuali, come la dichiarazione di contumacia o l’interruzione del termine di difesa.

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  • Corte cost. n. 215/2013 – Dimensionamento scolastico e minoranze linguistiche Friuli-Venezia Giulia: non fondata

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    La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione sollevata dalla Regione Friuli-Venezia Giulia sull’art. 14, comma 16, del d.l. n. 95 del 2012 (spending review), che ridefiniva la nozione di «aree geografiche caratterizzate da specificità linguistica» limitandola alle sole minoranze di lingua madre straniera, con possibile effetto lesivo per la minoranza linguistica friulana. La clausola di salvaguardia dello statuto speciale impedisce la lesione immediata della Regione.

    Di cosa si tratta

    La normativa statale sul dimensionamento della rete scolastica prevedeva soglie di alunni ridotte («almeno 400» anziché «almeno 600») per le autonomie scolastiche in aree con «specificità linguistica». Con il d.l. n. 95 del 2012, il legislatore aveva precisato che per tali aree si intendono quelle con «minoranze di lingua madre straniera», escludendo di fatto le minoranze linguistiche storiche italiane (friulana, tedesca, slovena) dal beneficio della soglia ridotta. La Regione Friuli-Venezia Giulia aveva impugnato la norma perché lesiva della minoranza friulana, tutelata dallo Statuto speciale.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia ha impugnato l’art. 14, comma 16, del d.l. 6 luglio 2012, n. 95, convertito con la legge n. 135 del 2012, in riferimento all’art. 3 della l. cost. 31 gennaio 1963, n. 1 (Statuto speciale FVG) e agli artt. 3 e 6 della Costituzione, per discriminazione della minoranza linguistica friulana.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la questione non fondata. Pur riconoscendo che la norma ha un contenuto limitativo rispetto alla previgente nozione «aperta» di specificità linguistica — escludendo le minoranze storiche friulana, tedesca e slovena — ha rilevato che opera la clausola di salvaguardia di cui all’art. 24-bis del d.l. n. 95 del 2012, che fa salve le «procedure previste dai rispettivi statuti speciali e dalle relative norme di attuazione». Pertanto, la norma non vincola attualmente la Regione a statuto speciale.

    Il principio

    Le norme statali di carattere generale che incidono su materie anche rientranti nelle competenze delle Regioni a statuto speciale non si applicano a queste ultime quando opera una clausola di salvaguardia che fa salve le procedure statutarie. La clausola di salvaguardia non esclude tuttavia la possibilità che la questione sia risollevata ove la norma dovesse trovare concreta applicazione nel territorio della Regione speciale.

    Domande e risposte

    Quali minoranze linguistiche sono tutelate dallo Statuto speciale del Friuli-Venezia Giulia?

    Lo Statuto speciale (l. cost. n. 1 del 1963) tutela le minoranze linguistiche storiche del territorio: friulana, tedesca e slovena. La legge nazionale n. 482 del 1999 riconosce più in generale le minoranze linguistiche storiche italiane, tra cui anche l’occitano, il franco-provenzale, il ladino e il sardo.

    Cosa è la clausola di salvaguardia dell’art. 24-bis del d.l. n. 95 del 2012?

    Prevede che le disposizioni del decreto si applichino alle Regioni a statuto speciale e alle Province autonome compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione. Ciò significa che, per questi enti, le norme statali non si applicano automaticamente, ma richiedono un adattamento alle procedure statutarie.

    La minoranza friulana può beneficiare della soglia scolastica ridotta (400 alunni)?

    Sì, ma non in forza della norma statale oggetto di impugnazione (che la esclude), bensì in forza delle procedure previste dallo Statuto speciale del Friuli-Venezia Giulia, che la clausola di salvaguardia lascia intatte.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 214/2013 – Riparazione ingiusta detenzione: udienza pubblica non richiesta nel caso concreto

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    La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 315, comma 3, e 646, comma 1, del codice di procedura penale, sollevata dalle Sezioni unite della Cassazione sul procedimento di riparazione per ingiusta detenzione. La questione era inammissibile per difetto di rilevanza: l’interessato non aveva mai richiesto l’udienza pubblica e non aveva dimostrato un interesse concreto a ottenerla.

    Di cosa si tratta

    Il procedimento per la riparazione dell’ingiusta detenzione ex art. 315 c.p.p. si svolge davanti alla corte d’appello in camera di consiglio (udienza non pubblica). Le Sezioni unite della Cassazione avevano sollevato la questione se tale regime fosse incompatibile con il diritto a un’udienza pubblica garantito dall’art. 6 CEDU, soprattutto alla luce della sentenza Corte EDU «Lorenzetti c. Italia» del 10 aprile 2012. Il ricorrente aveva subito una detenzione cautelare poi rivelatasi ingiusta e si era visto rigettare la domanda di riparazione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Sezioni unite penali della Corte di cassazione hanno impugnato gli artt. 315, comma 3, e 646, comma 1, c.p.p., in riferimento agli artt. 111, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, nella parte in cui non consentono che il procedimento di riparazione per ingiusta detenzione si svolga, su istanza degli interessati, nelle forme dell’udienza pubblica.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la questione inammissibile per difetto di rilevanza. Il ricorrente non aveva mai formulato alcuna richiesta di udienza pubblica, nemmeno dopo che il giudizio era stato rimesso alle Sezioni unite per valutare l’incidenza della sentenza Lorenzetti. L’interessato aveva dimostrato di non avere alcun concreto interesse allo svolgimento del giudizio in forma pubblica, rendendo meramente ipotetica la lesione lamentata.

    Il principio

    La rilevanza della questione di legittimità costituzionale richiede che il rimettente dimostri un interesse concreto e attuale all’applicazione della norma impugnata nel giudizio a quo. Se l’interessato non ha mai richiesto il beneficio che la norma escluderebbe (nel caso, l’udienza pubblica) e non ha dimostrato un interesse concreto ad ottenerla, la questione è priva di rilevanza e deve essere dichiarata inammissibile.

    Domande e risposte

    Cosa è la riparazione per ingiusta detenzione?

    È il rimedio previsto dagli artt. 314-315 c.p.p. che consente a chi è stato sottoposto a custodia cautelare e poi prosciolto (o comunque risultato non colpevole) di ottenere dallo Stato un indennizzo per il periodo di privazione della libertà, a meno che abbia dato causa alla misura con dolo o colpa grave.

    Cosa stabilisce la sentenza CEDU «Lorenzetti c. Italia»?

    Con sentenza del 10 aprile 2012, la Corte europea ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 6, par. 1, CEDU, ritenendo che il procedimento di riparazione per ingiusta detenzione debba svolgersi, quando richiesto dalle parti, in udienza pubblica. La sentenza Corte cost. n. 214/2013 non ha però potuto esaminare il merito per mancanza di rilevanza nel caso concreto.

    Ci sono state pronunce successive sulla pubblicità del procedimento di riparazione?

    Sì. La Corte costituzionale è tornata sulla questione con la sentenza n. 109 del 2015, dichiarando l’illegittimità dell’art. 646 c.p.p. nella parte in cui non prevede che il procedimento di riparazione per ingiusta detenzione possa svolgersi in udienza pubblica su richiesta degli interessati.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 213/2013 – Custodia cautelare in carcere e sequestro di persona: illegittima la presunzione assoluta

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    La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 275, comma 3, secondo periodo, del codice di procedura penale, nella parte in cui, per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c.p.), prevede la custodia cautelare in carcere come misura obbligatoria senza consentire al giudice di valutare se nel caso concreto le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con misure meno afflittive.

    Di cosa si tratta

    L’art. 275, comma 3, c.p.p. stabilisce che, in presenza di gravi indizi di colpevolezza per una serie di reati di particolare gravità (tra cui l’art. 630 c.p. sul sequestro di persona a scopo di estorsione), si applica obbligatoriamente la custodia cautelare in carcere, salvo che risulti l’assenza di esigenze cautelari. La norma non lascia spazio alla valutazione se le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con misure diverse dalla carcerazione (es. arresti domiciliari). Il GUP di Bologna aveva sollevato la questione nel procedimento a carico di un imputato condannato in abbreviato a otto anni per un sequestro di breve durata.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Bologna ha impugnato l’art. 275, comma 3, c.p.p., come modificato dall’art. 2 del d.l. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con la legge 23 aprile 2009, n. 38, in riferimento agli artt. 3, 13, primo comma, e 27, secondo comma, della Costituzione, nella parte in cui non consente di valutare se nel caso concreto le esigenze cautelari possano essere soddisfatte con misure diverse dalla custodia in carcere.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 275, comma 3, secondo periodo, c.p.p., nella parte in cui — per il delitto di cui all’art. 630 c.p. — non fa salva l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure. La presunzione legale di adeguatezza della sola custodia in carcere può essere relativa (superabile da elementi contrari), non assoluta, per non violare gli artt. 3, 13 e 27 Cost.

    Il principio

    La presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per i reati di massima gravità è compatibile con la Costituzione solo se relativa, cioè superabile dalla prova che nel caso concreto le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con misure meno restrittive. Una presunzione assoluta che non ammette tale valutazione concreta viola il principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), la libertà personale (art. 13 Cost.) e la presunzione di non colpevolezza (art. 27, secondo comma, Cost.).

    Domande e risposte

    Quali reati sono soggetti alla presunzione di adeguatezza della custodia in carcere?

    L’art. 275, comma 3, c.p.p. prevede la presunzione per una serie di reati gravi, tra cui: associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.), violenza sessuale, atti sessuali con minorenni, omicidio aggravato, sequestro a scopo di estorsione (art. 630 c.p.), associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.

    Dopo la sentenza, il giudice può applicare gli arresti domiciliari per il sequestro di persona a scopo di estorsione?

    Sì, se l’imputato porta elementi specifici e concreti dai quali risulta che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con misure diverse dalla carcerazione. La decisione resta comunque discrezionale del giudice, che deve motivarla adeguatamente.

    Questa sentenza è la prima a colpire la presunzione assoluta del 275 c.p.p.?

    No. La Corte aveva già dichiarato l’illegittimità della presunzione assoluta per altri reati (es. violenza sessuale, concorso esterno in associazione mafiosa). La sent. n. 213 del 2013 estende tale orientamento al sequestro di persona a scopo di estorsione ex art. 630 c.p.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 212/2013 – Sperimentazione animale (Abruzzo): illegittimo il finanziamento a carico dell’istituto zooprofilattico

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    La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 5, della legge della Regione Abruzzo n. 44 del 2012 sulle metodologie alternative alla sperimentazione animale, nella parte in cui poneva a carico dell’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise la spesa per i corsi di formazione coordinati dall’Osservatorio regionale sulla sperimentazione animale, senza indicare la misura né la copertura finanziaria.

    Di cosa si tratta

    La legge regionale dell’Abruzzo n. 44 del 2012 aveva istituito l’Osservatorio regionale sulla sperimentazione animale (ORSA) con funzioni di coordinamento e programmazione dei corsi di formazione professionale per il personale degli stabilimenti che utilizzano animali a scopo sperimentale. Il comma 5 dell’art. 3 prevedeva che i costi di tali corsi fossero sostenuti dall’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise, senza tuttavia quantificare la spesa né indicare la relativa copertura.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato l’art. 3, commi 4 e 5, della legge regionale Abruzzo n. 44 del 2012, in riferimento agli artt. 81, quarto comma, e 117, terzo comma, della Costituzione (coordinamento della finanza pubblica e tutela della salute).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità del comma 5 per violazione dell’art. 81, quarto comma, Cost.: la norma impone una spesa senza indicarne la misura né la copertura, in contrasto con il requisito fondamentale che tutte le leggi di spesa indichino «la misura e la copertura dell’impegno finanziario richiesto». Ha invece dichiarato inammissibile la questione sul comma 4, lettere a), b) e c).

    Il principio

    Ogni legge regionale che preveda spese pubbliche a carico di enti pubblici deve indicare la misura precisa dell’impegno finanziario e la sua copertura. L’obbligo di copertura finanziaria ex art. 81, quarto comma, Cost. vale sia per le leggi statali sia per quelle regionali e la sua violazione determina l’illegittimità costituzionale della norma di spesa.

    Domande e risposte

    Cos’è l’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Abruzzo e del Molise?

    È un ente pubblico di ricerca con sede a Teramo, sottoposto alla vigilanza del Ministero della salute e delle Regioni Abruzzo e Molise. Svolge attività di ricerca, diagnosi e controllo nel settore della sanità animale e della sicurezza alimentare.

    Perché l’assenza di copertura finanziaria rende una norma incostituzionale?

    L’art. 81, quarto comma, Cost. (oggi art. 81, terzo comma, dopo la riforma del 2012) impone che ogni legge che comporti nuovi o maggiori oneri indichi i mezzi per farvi fronte. La mancanza di tale indicazione rende la norma inattuabile e pregiudica gli equilibri di bilancio.

    La dichiarazione di illegittimità travolge anche gli altri commi dell’art. 3 della legge regionale?

    No. La Corte ha dichiarato l’illegittimità solo del comma 5 e ha dichiarato inammissibile la questione sul comma 4, lettere a), b) e c). Le disposizioni non impugnate o non dichiarate illegittime rimangono in vigore.

    Norme collegate