Autore: Andrea Marton

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Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
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Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Corte cost. n. 276/2005 – Lavori socialmente utili e requisito temporale

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    La Corte dichiara non fondata la questione sulla normativa dei lavori socialmente utili che subordinava i benefici del regime transitorio all’aver maturato dodici mesi di attività nel periodo 1998-1999. Le diseguaglianze subite da chi non aveva potuto completare i dodici mesi per ritardi indipendenti dalla propria volontà sono “inconvenienti di mero fatto”, non vizi costituzionali.

    Di cosa si tratta

    La normativa sui lavori socialmente utili prevedeva, per i lavoratori inseriti in progetti approvati nel 1998, che il diritto al regime transitorio (con i connessi benefici previdenziali) maturasse solo a chi avesse effettivamente svolto almeno dodici mesi di attività tra il 1° gennaio 1998 e il 31 dicembre 1999. Alcuni lavoratori erano stati immessi al lavoro tardivamente — per ritardi di enti pubblici — e non avevano raggiunto la soglia entro la data limite.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Torino ha sollevato questione in riferimento agli artt. 3 e 38 della Costituzione: sarebbe irragionevole escludere dal trattamento chi non aveva potuto maturare i dodici mesi per cause indipendenti dalla propria volontà, privandolo anche della tutela previdenziale di cui all’art. 38 Cost.

    La decisione della Corte

    La questione è infondata. La Corte ribadisce che il succedersi nel tempo di fatti e atti può rendere legittima l’applicazione di discipline differenziate. Le diseguaglianze lamentate non derivano dalla formulazione normativa ma da evenienze concrete nella sua applicazione (ritardi degli enti), che costituiscono inconvenienti di mero fatto non censurabili in sede costituzionale. La violazione dell’art. 38 Cost. è non pertinente perché attiene al trattamento di base, non ai benefici aggiuntivi.

    Il principio

    Le disparità di trattamento che non derivano dalla formulazione della norma, ma dalla sua concreta applicazione in situazioni anomale, costituiscono “inconvenienti di mero fatto” che non integrano incostituzionalità. Rientra nella discrezionalità del legislatore utilizzare criteri temporali rigidi per delimitare l’ambito di applicazione di trattamenti di favore nel riordino complessivo di una materia.

    Domande e risposte

    Chi sono i lavoratori socialmente utili?

    Soggetti impiegati in attività di pubblica utilità organizzate da enti pubblici, che ricevono un assegno di partecipazione ma non hanno un vero rapporto di lavoro subordinato. Negli anni Novanta il loro regime fu più volte riformato nel contesto del passaggio di competenze dallo Stato alle Regioni.

    Perché il parametro dell’art. 38 Cost. è stato dichiarato non pertinente?

    L’art. 38 garantisce il diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di inabilità o disoccupazione. La Corte ritiene che la sua eventuale violazione non dipenda dall’inapplicabilità dei benefici in questione, ma dall’eventuale inadeguatezza del trattamento di base, che non era oggetto della censura.

    Il Comune di Torino aveva già esteso i benefici?

    In parte sì: il Comune aveva riconosciuto il trattamento ai lavoratori che avevano completato i dodici mesi entro il 15 gennaio 2000, ritenendo sufficiente aver maturato undici mesi e oltre entro il 31 dicembre 1999. Ma questa scelta amministrativa non ha valore normativo e non può fondare una pronuncia di incostituzionalità.

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  • Corte cost. n. 275/2005 – Agevolazione fiscale sisma 1980 e residenza

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    La Corte dichiara non fondata la questione sull’agevolazione fiscale per il sisma del novembre 1980: il legislatore poteva legittimamente riservare il beneficio ai soli proprietari residenti o domiciliati nei comuni colpiti, escludendo chi possedeva immobili nell’area ma risiedeva altrove. La diversità di trattamento è giustificata dal maggior pregiudizio subito dai residenti.

    Di cosa si tratta

    Dopo il terremoto del novembre 1980 in Campania e Basilicata, l’art. 10 del d.l. n. 799/1980 aveva esentato da IRPEF e ILOR i redditi da immobili danneggiati. Il successivo d.l. n. 19/1981 aveva ristretto il beneficio ai soli soggetti residenti o domiciliati nei comuni colpiti, escludendo i proprietari non residenti (anche se comproprietari con fratelli residenti che godevano dell’agevolazione).

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria centrale ha sollevato questione in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione: la distinzione tra proprietari residenti e non residenti sarebbe irragionevole, perché il danno agli immobili era identico a prescindere dalla residenza del titolare.

    La decisione della Corte

    La questione è non fondata. Non è manifestamente irragionevole ritenere che i soggetti danneggiati con residenza, domicilio o sede nell’area colpita abbiano subito un pregiudizio complessivo maggiore (perdita dell’abitazione, dell’attività lavorativa ecc.) rispetto ai proprietari non residenti. Il legislatore ha anche tenuto conto dei vincoli di bilancio e di una politica di sviluppo circoscritta alle zone sismiche.

    Il principio

    Le disposizioni legislative che prevedono agevolazioni e benefici tributari di qualsiasi specie hanno carattere derogatorio e possono essere soggette a scrutinio di costituzionalità solo nei limiti della palese arbitrarietà o irrazionalità. La scelta del legislatore di limitare il beneficio ai residenti nelle zone colpite dal sisma non è manifestamente irragionevole.

    Domande e risposte

    Un contribuente non residente poteva beneficiare dell’agevolazione se possedeva immobili danneggiati?

    No, dopo l’entrata in vigore del d.l. n. 19/1981. La norma aveva ristretto il beneficio ai soli soggetti residenti, domiciliati o aventi sede nei comuni disastrati individuati con d.P.C.m.

    Perché la Corte ha respinto la censura di irragionevolezza?

    Perché la critica del rimettente confrontava la norma modificatrice con la ratio della norma originaria, non con la sua propria ratio. La Corte valuta le norme modificatrici in base alla loro logica autonoma, che può legittimamente privilegiare i soggetti più colpiti.

    Il principio di capacità contributiva (art. 53 Cost.) era rilevante?

    Il rimettente lo aveva evocato insieme all’art. 3, ma la Corte ha ritenuto che le censure si sostanziassero nel principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost., respingendo entrambe le questioni come non fondate.

    Norme collegate

    • Art. 3 della Costituzione — Principio di ragionevolezza, invocato per la disparità tra proprietari residenti e non residenti
  • Corte cost. n. 274/2005 – Spese processo tributario cessazione materia

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    La Corte dichiara illegittimo l’art. 46, comma 3, del decreto sul processo tributario, nella parte in cui prevede la compensazione automatica delle spese quando il giudizio si estingue per cessazione della materia del contendere (diversa dalla definizione agevolata). Il contribuente che “vince” perché l’Amministrazione ritira l’atto in autotutela non deve subire le spese legali anticipate.

    Di cosa si tratta

    Nel processo tributario, quando l’ufficio finanziario annulla l’atto impugnato in via di autotutela durante il giudizio, la controversia si estingue per cessazione della materia del contendere. L’art. 46, comma 3, del d.lgs. n. 546/1992 disponeva che in questo caso le spese restassero a carico di chi le aveva anticipate (tipicamente il contribuente), senza che il giudice potesse condannare l’Amministrazione al rimborso.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Commissione tributaria provinciale di Napoli ha sollevato questione in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione: la norma sarebbe irragionevole perché premia la parte che, riconoscendo implicitamente il torto, ritira l’atto impugnato, scaricando le spese sul contribuente costretto ad avvalersi di un difensore.

    La decisione della Corte

    La questione è fondata. Il principio generale del processo tributario è la soccombenza (art. 15 d.lgs. 546/1992); la compensazione automatica delle spese nella cessazione della materia del contendere costituisce un ingiustificato privilegio per la parte che provoca la cessazione con un comportamento volontario. La norma va dichiarata illegittima nelle ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dalla definizione agevolata delle pendenze tributarie.

    Il principio

    Nel processo tributario, quando il giudizio si estingue per cessazione della materia del contendere (non per definizione agevolata), il giudice deve provvedere sulle spese secondo il criterio ordinario della soccombenza virtuale, ai sensi dell’art. 15 d.lgs. n. 546/1992. La compensazione automatica è incostituzionale perché irragionevolmente svantaggiosa per la parte che ha avuto ragione.

    Domande e risposte

    Cosa cambia in concreto dopo questa sentenza?

    Quando l’ufficio fiscale annulla l’atto impugnato durante il processo e il giudizio si estingue, il contribuente può chiedere alla Commissione tributaria di condannare l’Amministrazione al rimborso delle spese legali anticipate, in base al criterio della soccombenza virtuale.

    La norma è stata dichiarata illegittima per tutte le ipotesi?

    No: la dichiarazione di illegittimità riguarda solo le ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione agevolata delle pendenze tributarie previsti dalla legge (condoni, rottamazioni), per i quali la compensazione automatica resta applicabile.

    Il contribuente deve comunque chiedere le spese?

    Sì. Dopo la declaratoria di incostituzionalità, il giudice tributario deve pronunciarsi sulle spese, ma ha il potere di compensarle se ricorrono giustificate ragioni. Non vi è condanna automatica a carico dell’Amministrazione.

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  • Corte cost. n. 273/2005 – Preselezione concorso notarile inammissibile

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale della norma che regolamenta la preselezione informatica nel concorso notarile. Il TAR del Lazio chiedeva alla Corte di inserire nella legge una “soglia massima di errori” per il superamento della prova, ma questo tipo di intervento manipolativo-creativo non spetta alla Corte costituzionale.

    Di cosa si tratta

    L’art. 5-ter, terzo comma, della legge notarile del 1913 (introdotto nel 1995) prevede che al concorso notarile siano ammessi alle prove scritte solo i candidati classificatisi tra i migliori nella prova di preselezione informatica, in numero pari a cinque volte i posti banditi. Il TAR del Lazio aveva rilevato che nella pratica la prova finiva per selezionare solo chi non aveva commesso alcun errore, richiedendo una memorizzazione passiva inadeguata alla selezione di professionisti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha sollevato questione di legittimità dell’art. 5-ter, terzo comma, legge n. 89 del 1913, per violazione degli artt. 3 e 97, primo e terzo comma, della Costituzione. Il giudice rimettente non chiedeva la soppressione della preselezione, bensì che la Corte introducesse nel testo normativo “una congrua soglia massima di errori” per garantire il superamento della prova.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità: il giudice a quo non chiede la semplice ablazione della norma, ma un intervento manipolativo-creativo, introducendo nel testo legislativo una previsione (la soglia di errori) che non vi è mai stata. Questo tipo di pronuncia è preclusa alla Corte costituzionale, rientrando nelle scelte discrezionali del legislatore.

    Il principio

    Le questioni di legittimità costituzionale sono inammissibili quando il rimettente non chiede l’eliminazione di una norma incostituzionale, ma sollecita la Corte ad introdurre una disciplina nuova (cosiddetta pronuncia manipolativa-creativa). In questi casi spetta al legislatore, non alla Corte, colmare il vuoto normativo o riformare la disciplina.

    Domande e risposte

    Che cos’è una pronuncia manipolativa-creativa?

    Una pronuncia in cui la Corte non si limita ad annullare una norma, ma ne modifica il contenuto introducendo una regola nuova non ricavabile dal testo vigente. Tali pronunce sono ammissibili solo quando la soluzione è costituzionalmente obbligata; in caso contrario la Corte restituisce la scelta al legislatore.

    La preselezione informatica al concorso notarile è stata poi riformata?

    La Corte non si pronuncia sul merito della questione; rileva solo l’inammissibilità. La modifica della disciplina è rimessa alla discrezionalità del Parlamento.

    Il TAR poteva sollevare la questione in modo diverso?

    Sì: avrebbe potuto chiedere la pura eliminazione della norma sulla preselezione, lasciando al legislatore la riformulazione. Il modo in cui era stata formulata la questione — richiedendo l’introduzione di una soglia specifica — rendeva il petitum inammissibile.

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  • Corte cost. n. 272/2005 – Quote latte e competenze regionali

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    La Corte esamina le numerose questioni di legittimità costituzionale sollevate dalle Regioni Lombardia, Veneto e Sicilia sulla normativa statale in materia di quote latte (decreti-legge del 1997-2000). I giudizi della Regione Veneto si estinguono per rinuncia; le questioni residue della Regione Lombardia e della Regione Siciliana vengono dichiarate in parte non fondate.

    Di cosa si tratta

    Tra il 1997 e il 2000 il Governo ha adottato una serie di decreti-legge urgenti per gestire la crisi del settore lattiero-caseario italiano, intervenendo sugli accertamenti della produzione lattiera, sui termini di rateizzazione dei prelievi supplementari e sulla ripartizione delle quote comunitarie di produzione del latte. Le Regioni produttrici di latte contestavano queste misure come lesive delle competenze regionali e del principio di eguaglianza.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Regioni Lombardia, Veneto e Sicilia hanno sollevato questioni di legittimità di numerose disposizioni dei decreti-legge n. 11/1997, n. 118/1997, n. 411/1997, n. 182/1998, n. 43/1999 e n. 8/2000, in riferimento agli artt. 3, 5, 97, 115, 117 e 118 della Costituzione (nel testo previgente alla riforma del 2001). Il rimettente è la Regione Lombardia con vari ricorsi in via principale.

    La decisione della Corte

    I giudizi promossi dalla Regione Veneto si estinguono per rinuncia. Le questioni della Regione Siciliana e quelle residue della Regione Lombardia vengono dichiarate non fondate. La Corte ritiene che le disposizioni statali sulle quote latte, pur incidenti su materie d’interesse regionale, siano state adottate nell’esercizio non irragionevole della discrezionalità del legislatore nazionale in una situazione di emergenza settoriale.

    Il principio

    In materia di quote latte, affidata in via transitoria all’AIMA (Azienda per gli interventi sul mercato agricolo), il legislatore statale conserva ampia discrezionalità nell’adottare misure urgenti; la necessità di un coinvolgimento regionale può essere esclusa ove le competenze siano già legittimamente attribuite a un soggetto statale. Le differenziazioni di trattamento fondate sul dato temporale (termini di accertamento) non integrano violazione del principio di uguaglianza se giustificate da ragioni di ordine economico e di bilancio.

    Domande e risposte

    Che cosa sono le quote latte?

    Le quote latte sono quantitativi massimi di produzione di latte bovino assegnati a ciascuno Stato membro dell’Unione europea. I produttori che superano la quota devono pagare un “prelievo supplementare”. In Italia la gestione del regime ha dato origine a numerosi contenziosi tra Stato, Regioni e allevatori.

    Perché la Regione Veneto ha rinunciato ai giudizi?

    Il testo integrale non specifica le ragioni della rinuncia; la dichiarazione di estinzione consegue automaticamente all’atto di rinuncia depositato dalla Regione Veneto nel corso del procedimento davanti alla Corte.

    Qual era la posta delle Regioni ricorrenti?

    Le Regioni sostenevano che le norme statali violassero le competenze regionali in materia agricola e il principio del buon andamento, prevedendo accertamenti e sanzioni senza adeguato coordinamento con le istituzioni regionali. La Corte ha respinto queste censure riconoscendo la legittimità dell’intervento statale emergenziale.

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  • Corte cost. n. 271/2005 – Privacy e sistemi informativi regionali

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    La Corte dichiara parzialmente illegittima una legge della Regione Emilia-Romagna che disciplinava i sistemi informativi regionali, nella parte in cui introduceva norme sul trattamento dei dati personali senza rispettare i limiti imposti dal Codice della privacy statale (d.lgs. n. 196/2003). Le Regioni non possono legiferare autonomamente in materia di ordinamento civile, che è riservata allo Stato.

    Di cosa si tratta

    La legge regionale dell’Emilia-Romagna n. 11 del 2004 prevedeva la costituzione di un patrimonio informativo pubblico condiviso tra amministrazioni e soggetti privati operanti per finalità di interesse pubblico, disciplinando anche la cessione dei dati con regolamento regionale. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato gli artt. 12, 13 e 14 ritenendoli invasivi della competenza esclusiva statale in materia di protezione dei dati personali.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il ricorrente ha lamentato la violazione dell’art. 117, comma 2, lettere l), m) e r), e del sesto comma della Costituzione: la tutela dei dati personali attiene all’“ordinamento civile” di esclusiva competenza statale; nessun regolamento regionale può intervenire in materia. Il rimettente è il Presidente del Consiglio dei ministri con ricorso in via principale.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 12 nella parte in cui attribuisce alla Regione un potere normativo in materia di trattamento dei dati personali senza espresso rinvio alla legge statale. Dichiara parzialmente illegittimo anche l’art. 13 (comma 1, lettera d)). Gli artt. 13 c. 3 e 14 sono invece dichiarati non fondati.

    Il principio

    Le Regioni possono organizzare reti informative proprie e disciplinare procedure che coinvolgano dati personali, ma solo nel pieno rispetto della legislazione statale in materia di privacy. Qualsiasi potere normativo regionale autonomo sul trattamento dei dati personali, che non si limiti ad integrare la disciplina statale nei termini da essa previsti, viola l’art. 117 Cost. (ordinamento civile di competenza esclusiva statale).

    Domande e risposte

    Le Regioni non possono mai disciplinare sistemi informativi?

    Possono organizzare e disciplinare reti informative regionali, purché rispettino integralmente la normativa statale sulla protezione dei dati personali. La competenza esclusiva statale riguarda le norme sui diritti degli interessati, non l’organizzazione tecnica dei sistemi.

    Perché l’art. 12 della legge regionale è stato dichiarato illegittimo?

    Perché prevedeva un regolamento regionale per disciplinare la cessione di dati a privati, invadendo la potestà esclusiva dello Stato di dettare norme sull’ordinamento civile e sul trattamento dei dati personali.

    Cosa succede alle norme regionali sulle reti informative già in vigore?

    Restano valide le disposizioni organizzative che non incidono direttamente sulla disciplina dei diritti degli interessati, purché rinviino esplicitamente al Codice della privacy statale per i profili sostanziali di tutela.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — Ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni: ordinamento civile è materia esclusiva statale
  • Corte cost. n. 300/2005 – Integrazione degli stranieri immigrati e competenze regionali

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    La Corte dichiara inammissibile l’impugnazione dell’intera legge regionale dell’Emilia-Romagna sull’integrazione degli stranieri immigrati e dichiara non fondate le censure relative alle singole disposizioni. La legge regionale, pur riguardando stranieri, disciplina materie di competenza regionale (servizi sociali, edilizia residenziale pubblica, partecipazione alle consulte) e non invade la competenza statale esclusiva sull’immigrazione.

    Di cosa si tratta

    Il Presidente del Consiglio dei ministri aveva impugnato l’intera legge della Regione Emilia-Romagna n. 5/2004 (norme per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati), sostenendo che qualunque normativa regionale riguardante gli stranieri invadesse la competenza statale esclusiva in materia di immigrazione e condizione giuridica degli stranieri extracomunitari (art. 117, secondo comma, lett. a) e b), Cost.).

    La questione di legittimità costituzionale

    Il ricorso impugna l’intera legge reg. Emilia-Romagna n. 5/2004 e specificamente gli artt. 3, comma 4 lett. d) e comma 5; 6; 7 e 10, in riferimento agli artt. 117, secondo comma, lett. a) e b), 114 e 120 della Costituzione. Il giudice ricorrente è il Presidente del Consiglio dei ministri in via principale.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara inammissibile il ricorso nella parte in cui impugna l’intera legge (che ha contenuto eterogeneo e non può essere censurata in blocco) e non fondate le censure relative alle singole disposizioni. La competenza statale esclusiva sull’immigrazione riguarda l’ingresso, il soggiorno, l’allontanamento e la condizione giuridica degli stranieri, non le misure di integrazione sociale. Le Regioni possono legiferare sull’integrazione degli stranieri già regolarmente presenti nel territorio nell’ambito delle proprie competenze (servizi sociali, abitazione, partecipazione a organi consultivi).

    Il principio

    La competenza statale esclusiva in materia di immigrazione non impedisce alle Regioni di adottare misure di integrazione sociale degli stranieri regolarmente soggiornanti, nell’esercizio delle proprie competenze in materia di servizi sociali, edilizia residenziale pubblica e forme di partecipazione alla vita pubblica locale. Le due competenze hanno oggetti distinti: l’una riguarda l’accesso al territorio, l’altra le condizioni di vita di chi vi è già regolarmente presente.

    Domande e risposte

    Possono le Regioni legiferare sull’immigrazione?

    No, l’immigrazione è materia di competenza legislativa esclusiva statale ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lett. b), Cost. Tuttavia, le Regioni possono adottare norme che, pur riguardando gli stranieri, rientrano nelle proprie materie di competenza, come i servizi sociali, l’istruzione, la formazione professionale e l’edilizia residenziale pubblica.

    Gli stranieri possono partecipare alle consulte regionali?

    Sì, secondo questa sentenza. La Regione può prevedere forme di partecipazione degli stranieri regolarmente soggiornanti a organi consultivi regionali senza invadere la competenza statale esclusiva sulla condizione giuridica degli stranieri, trattandosi di forme di coinvolgimento nella vita pubblica locale rientranti nell’autonomia regionale.

    Gli stranieri immigrati hanno diritto all’edilizia residenziale pubblica?

    La Corte ha confermato che la Regione può disciplinare l’accesso degli stranieri regolarmente soggiornanti all’edilizia residenziale pubblica, trattandosi di materia di competenza regionale. La condizione di parità con i cittadini italiani nell’accesso all’ERP non è una questione di immigrazione ma di politica sociale e abitativa.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 299/2005 – Custodia cautelare e regressione del procedimento

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    La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 303, comma 2, c.p.p., nella parte in cui non consente di computare, ai fini dei termini massimi di fase ex art. 304, comma 6, c.p.p., i periodi di custodia cautelare sofferti in fasi o gradi diversi da quello in cui il procedimento è regredito. La norma viola gli artt. 3 e 13 della Costituzione, non tutela adeguatamente la libertà personale dell’imputato danneggiato da errori processuali del giudice.

    Di cosa si tratta

    Nel sistema della custodia cautelare, quando un procedimento regredisce a una fase precedente (per esempio perché la Corte di appello annulla il giudizio di primo grado), i termini di fase riprendono a decorrere. La questione era se, nel calcolare il “doppio del termine di fase” (il termine massimo insuperabile ai sensi dell’art. 304, comma 6, c.p.p.), si dovessero computare anche i periodi di custodia sofferti nelle fasi pregresse o solo quelli della fase in cui il procedimento è regredito.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le ordinanze dei Tribunali di Bari e di Torino investivano rispettivamente l’art. 304, comma 6, e l’art. 303, comma 2, del codice di procedura penale, in riferimento agli artt. 3 e 13 della Costituzione. La Corte ha ricondotto entrambe le censure all’art. 303, comma 2, c.p.p. e ha riunito i giudizi.

    La decisione della Corte

    La Corte accoglie le questioni e dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 303, comma 2, c.p.p. nella parte in cui, nel caso di regressione del procedimento, non consente di sommare i periodi di custodia cautelare sofferti in fasi o gradi diversi ai fini del calcolo del doppio del termine di fase. La Cassazione a sezioni unite aveva interpretato la norma in senso sfavorevole all’imputato, creando un diritto vivente incompatibile con la tutela costituzionale della libertà personale: l’imputato subisce la custodia per errori processuali del giudice (errores in judicando o in procedendo che causano la regressione) e sarebbe ingiusto che quei periodi non contassero nel calcolo del massimo insuperabile.

    Il principio

    I periodi di custodia cautelare sofferti in fasi processuali diverse, a causa di errori del giudice che hanno comportato la regressione del procedimento, devono essere computati nel calcolo del termine massimo di fase ex art. 304, comma 6, c.p.p. La libertà personale non può essere sacrificata oltre il limite massimo di fase per effetto di errori non imputabili all’imputato.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per “regressione del procedimento”?

    La regressione si verifica quando il procedimento retrocede a una fase anteriore, ad esempio quando la Corte di appello annulla la sentenza di primo grado e rinvia al giudice di prime cure, oppure quando la Corte di cassazione annulla con rinvio. I termini di fase ripartono da zero, ma il periodo già scontato non può più essere “recuperato” ai fini del massimo insuperabile secondo l’interpretazione annullata dalla Corte.

    Che cosa è il “termine finale di fase” ex art. 304, comma 6, c.p.p.?

    Il termine finale di fase è il limite massimo assoluto, insuperabile anche in presenza di proroghe o sospensioni, pari al doppio del termine di fase previsto dall’art. 303, comma 1, c.p.p. Raggiunti questi limiti, la misura cautelare perde automaticamente efficacia.

    Cosa succede quando la custodia cautelare supera il termine massimo?

    Il superamento del termine massimo determina la perdita automatica di efficacia della misura cautelare. Il giudice è tenuto a disporre l’immediata scarcerazione dell’imputato, salvo che nei suoi confronti sia in esecuzione altra misura cautelare o debba essere eseguita una pena definitiva.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 298/2005 – IVA e contributo previdenziale sulle spese legali del divorzio

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’assoggettabilità a IVA e contributo previdenziale forense degli onorari del difensore in giudizi di divorzio. L’arbitro rimettente non ha motivato adeguatamente il proprio potere di sollevare questioni incidentali di costituzionalità, in particolare riguardo alla facoltà dell’arbitro di conoscere questioni tributarie in via incidentale ai sensi dell’art. 819 c.p.c.

    Di cosa si tratta

    Una cliente aveva chiesto in arbitrato la restituzione delle somme corrisposte a titolo di IVA e di contributo previdenziale al proprio avvocato nel corso di un procedimento di divorzio, sostenendo che l’art. 19 della legge sul divorzio (l. n. 74/1987) esente le parti da imposte e tasse. L’arbitro aveva sollevato questione di legittimità costituzionale delle norme che prevedono IVA e contributo previdenziale sugli onorari in tali procedimenti.

    La questione di legittimità costituzionale

    La questione investe l’art. 19 della l. n. 74/1987, l’art. 11 della l. n. 576/1980 (contributo previdenziale forense) e gli artt. 17 e 18 del d.P.R. n. 633/1972 (IVA), in riferimento all’art. 3 della Costituzione. Il giudice rimettente è l’arbitro di Venezia nel corso di un arbitrato rituale.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la questione manifestamente inammissibile. L’arbitro aveva invocato il principio per cui il giudice ordinario può conoscere incidentalmente questioni tributarie nel giudizio sulla rivalsa tra privati, ma non aveva verificato la compatibilità di tale potere con l’art. 819 c.p.c., che disciplina le questioni incidentali nel giudizio arbitrale e prevede la sospensione in caso di questioni non arbitrabili. L’omessa considerazione di tale disposizione integra carenza di motivazione sulla rilevanza.

    Il principio

    L’arbitro non può automaticamente esercitare le stesse facoltà del giudice ordinario in materia di questioni incidentali. Nell’arbitrato rituale, l’art. 819 c.p.c. impone di sospendere il procedimento quando sorge una questione non arbitrabile dalla quale dipende la decisione; l’omessa considerazione di tale norma rende inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dall’arbitro.

    Domande e risposte

    L’art. 19 della legge sul divorzio esenta dalle tasse le spese del giudizio?

    L’art. 19 della l. n. 74/1987 prevede esenzioni da alcune imposte (bollo, registro, ipotecarie e catastali) per gli atti, documenti e provvedimenti relativi al divorzio. Tuttavia, la Corte ha chiarito che tale esenzione non include l’IVA sugli onorari del difensore né il contributo previdenziale integrativo, che sono obblighi del professionista nei confronti dello Stato e della Cassa previdenziale.

    L’arbitro è equiparabile al giudice ai fini del giudizio incidentale di costituzionalità?

    In linea di principio la Corte ha affermato (sentenza n. 376/2001) che l’arbitro rituale può sollevare questioni di legittimità costituzionale. Tuttavia, la questione deve comunque soddisfare i presupposti ordinari di rilevanza e non manifesta infondatezza, incluso il rispetto dell’art. 819 c.p.c. sulle questioni incidentali nell’arbitrato.

    Come funziona il contributo integrativo previdenziale del 2% degli avvocati?

    Il contributo del 2% (oggi 4%) è dovuto sulla parcella dell’avvocato a favore della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense. L’avvocato ha diritto di rivalsa sul cliente. Il contributo si aggiunge all’IVA e è distinto dall’onorario professionale in senso stretto.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 297/2005 – Carriera direttiva Polizia penitenziaria e delega legislativa

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibili le questioni sugli artt. 24, 25, 26 e 28 del d.lgs. n. 146/2000, che disciplinano i ruoli direttivi del Corpo di polizia penitenziaria. Le ordinanze del TAR Lazio sono affette da carenze descrittive della fattispecie e da una contraddittoria indicazione della norma interposta, che impediscono il controllo della Corte sulla rilevanza.

    Di cosa si tratta

    Alcuni appartenenti al ruolo direttivo speciale del Corpo di polizia penitenziaria sostenevano di essere trattati in modo deteriore rispetto ai corrispondenti ruoli della Polizia di Stato, in violazione della legge delega n. 266/1999 che prevedeva una carriera “analoga”. Il TAR Lazio aveva sollevato questione sostenendo una disparità nell’arco temporale per accedere alle qualifiche superiori.

    La questione di legittimità costituzionale

    La questione investe gli artt. 24, 25, 26 e 28 del d.lgs. n. 146/2000 (riordino dei ruoli direttivi della Polizia penitenziaria), in riferimento agli artt. 3, 76 e 97 della Costituzione. Il giudice rimettente è il TAR Lazio, sezione I quater, con due ordinanze di contenuto pressoché identico.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara le questioni manifestamente inammissibili per un duplice motivo. In primo luogo, le ordinanze non descrivono con chiarezza la posizione dei ricorrenti e la pretesa sostanziale dedotta in giudizio, rendendo impossibile verificare la rilevanza. In secondo luogo, i ricorrenti appartengono al ruolo direttivo speciale, ma il rimettente indica come norma interposta l’art. 12, comma 1, lett. b), della legge delega n. 266/1999, che riguarda invece il ruolo direttivo ordinario: tale incongruenza rende la questione manifestamente inammissibile anche per erronea individuazione della norma interposta.

    Il principio

    L’ordinanza di rimessione deve descrivere con sufficiente precisione la fattispecie del giudizio a quo e individuare correttamente tutte le norme rilevanti, comprese le norme interposte. Carenze nella descrizione della fattispecie o nella indicazione della norma interposta producono l’inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per “norma interposta” nel giudizio di costituzionalità?

    La norma interposta è una norma di rango sub-costituzionale (ad es. una legge ordinaria o una legge delega) che, in rapporto alla norma censurata, funge da parametro indiretto di costituzionalità. Tipicamente viene invocata per la violazione dell’art. 76 Cost. in caso di eccesso di delega: la legge delega è la norma interposta rispetto al decreto legislativo censurato.

    In cosa consiste il principio di “carriera analoga” tra corpi di polizia?

    La legge delega n. 266/1999 aveva previsto che il ruolo direttivo ordinario della Polizia penitenziaria avesse una “carriera analoga” al corrispondente ruolo della Polizia di Stato. Ciò non imponeva identità assoluta, ma escludeva differenze arbitrarie e prive di giustificazione oggettiva.

    Il d.lgs. n. 146/2000 è stato successivamente modificato?

    Sì. La disciplina dei ruoli direttivi della Polizia penitenziaria è stata oggetto di ulteriori interventi normativi nel corso degli anni, anche a seguito di pronunce giurisdizionali e di rinnovi contrattuali.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 296/2005 – Sospensione condizionale della pena e revoca per nuovo reato

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 164, quarto comma, c.p. (limiti alla sospensione condizionale della pena per recidivi) e manifestamente infondata la questione sull’art. 168, primo comma, n. 2, c.p. (revoca della sospensione condizionale per nuovo delitto), entrambe sollevate dal Tribunale di Reggio Calabria in riferimento agli artt. 3 e 27 della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Reggio Calabria, in sede di esecuzione, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale di due norme del codice penale in materia di sospensione condizionale della pena. L’art. 164, quarto comma, c.p. limita l’applicabilità della sospensione condizionale in caso di precedenti condanne. L’art. 168, primo comma, n. 2, c.p. prevede la revoca della sospensione condizionale quando il condannato commette, nel periodo di prova, un nuovo delitto non colposo.

    La questione di legittimità costituzionale

    La questione riguarda gli artt. 164, quarto comma, e 168, primo comma, n. 2, del codice penale, in riferimento agli artt. 3 e 27, primo e terzo comma, della Costituzione. Il giudice rimettente è il Tribunale di Reggio Calabria in sede di esecuzione.

    La decisione della Corte

    Per l’art. 164, quarto comma, c.p. la Corte dichiara la manifesta inammissibilità per difetto di adeguata motivazione sulla rilevanza e sulla non manifesta infondatezza. Per l’art. 168, primo comma, n. 2, c.p. la Corte dichiara la manifesta infondatezza: la revoca automatica della sospensione condizionale per commissione di un nuovo delitto non colposo nel periodo di prova è una scelta del legislatore non irragionevole, coerente con la funzione di deterrenza e risocializzazione dell’istituto.

    Il principio

    La revoca della sospensione condizionale della pena in caso di commissione di un nuovo delitto nel periodo di prova non contrasta con i principì di uguaglianza e di rieducazione della pena. L’automatismo della revoca previsto dall’art. 168, primo comma, n. 2, c.p. risponde a una valutazione legislativa non irragionevole sull’incompatibilità del nuovo reato con il percorso rieducativo sotteso alla sospensione condizionale.

    Domande e risposte

    Quando può essere concessa la sospensione condizionale della pena?

    La sospensione condizionale può essere concessa quando la pena inflitta non supera due anni (o due anni e sei mesi in casi particolari) e il giudice ritiene che il condannato non commetterà altri reati. Non può essere concessa più di due volte e il quarto comma dell’art. 164 c.p. esclude i recidivi reiterati.

    Quando viene revocata la sospensione condizionale della pena?

    Ai sensi dell’art. 168 c.p., la sospensione condizionale è revocata se il condannato: commette un nuovo delitto non colposo o una contravvenzione della stessa indole; non adempie agli obblighi imposti; non risarcisce il danno entro il termine stabilito dal giudice.

    La revoca automatica della sospensione condizionale è conforme alla Costituzione?

    Sì, secondo la Corte. La previsione automatica della revoca per commissione di un nuovo delitto non è irragionevole: la commissione di un nuovo reato doloso dimostra il venir meno dei presupposti che avevano giustificato la sospensione della pena originaria.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 295/2005 – Trattenimento straniero irregolare e difetto di motivazione

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 14, commi 5-bis e 5-ter, del T.U. immigrazione (d.lgs. n. 286/1998), in materia di reato di inottemperanza all’ordine di allontanamento dello straniero. Il Tribunale di Viterbo aveva omesso di motivare adeguatamente la non manifesta infondatezza in riferimento agli artt. 2, 3 e 24 della Costituzione.

    Di cosa si tratta

    L’art. 14, commi 5-bis e 5-ter, del T.U. immigrazione (come modificato dalla legge n. 189/2002) prevede che lo straniero che, senza giustificato motivo, non osserva l’ordine di allontanamento del questore sia punito con l’arresto. Il Tribunale di Viterbo aveva sollevato questione di legittimità costituzionale di tali disposizioni, ritenendo che la previsione di una fattispecie penale a carico dello straniero privo di documenti violasse le garanzie costituzionali.

    La questione di legittimità costituzionale

    La questione investe l’art. 14, commi 5-bis e 5-ter, del d.lgs. n. 286/1998 (T.U. immigrazione), come modificato dall’art. 13 della legge n. 189/2002, in riferimento agli artt. 2, 3 e 24 della Costituzione. Il giudice rimettente è il Tribunale di Viterbo.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la questione manifestamente inammissibile per difetto di adeguata motivazione sulla non manifesta infondatezza. Il rimettente non aveva illustrato specificamente perché le disposizioni censurate contrastassero con ciascuno dei parametri costituzionali invocati, limitandosi a evocarli genericamente senza sviluppare l’argomentazione che avrebbe giustificato il sospetto di incostituzionalità.

    Il principio

    La questione di legittimità costituzionale sollevata in via incidentale è inammissibile quando l’ordinanza di rimessione non sviluppa un’argomentazione specifica e congrua sulla non manifesta infondatezza per ciascun parametro costituzionale invocato. L’evocazione generica di diritti costituzionali non è sufficiente a soddisfare l’onere motivazionale del rimettente.

    Domande e risposte

    Quali sono le conseguenze penali per lo straniero che non ottempera all’ordine di allontanamento?

    I commi 5-bis e 5-ter dell’art. 14 T.U. immigrazione (nella versione del 2002) prevedevano l’arresto per lo straniero che, senza giustificato motivo, non si fosse allontanato entro il termine fissato dal questore. La Corte costituzionale si è pronunciata più volte sulla proporzionalità di tali misure.

    Perché la motivazione del rimettente è essenziale?

    Il giudizio incidentale di costituzionalità non è un giudizio d’ufficio: il rimettente deve convincere la Corte che esiste un ragionevole dubbio di incostituzionalità. Senza motivazione adeguata, la Corte non può svolgere la propria funzione di controllo.

    La Corte si è pronunciata nel merito su queste norme in altre occasioni?

    Sì. In successive pronunce, la Corte ha esaminato nel merito la disciplina penale del trattenimento e dell’allontanamento degli stranieri irregolari, dichiarando alcune varianti incostituzionali per violazione del principio di proporzionalità e del diritto di difesa.

    Norme collegate

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