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Ultimo aggiornamento: 20 Giugno 2026
Fonte: Normattiva.it · Gazzetta Ufficiale

Testo dell'articoloIn aggiornamento

Informazione giuridica di carattere generale — Il presente contenuto costituisce informazione giuridica di carattere generale e non sostituisce in alcun modo il parere di un avvocato iscritto all’Albo. La norma riportata è tratta da fonti ufficiali (Normattiva, Gazzetta Ufficiale) e il commento ha finalità divulgativa. Per la valutazione del caso specifico è necessario consultare un professionista abilitato.

Materia: Penale — diffamazione a mezzo social (art. 595 c.p.) · Riferimento: Corte di Cassazione, sezione V penale, 19 febbraio 2024, n. 7358

In sintesi
  • La diffamazione commessa con un post su un social network rientra nell’ipotesi aggravata dell’art. 595, comma 3, c.p. (offesa recata con un mezzo di pubblicità).
  • Per affermare la responsabilità non è indispensabile l’accertamento tecnico sull’indirizzo IP da cui è partito il messaggio.
  • La paternità del post può essere provata su base indiziaria, purché gli indizi siano gravi, precisi e concordanti (uso del nickname dell’imputato, provenienza dalla sua bacheca, movente, rapporto fra le parti).

Il caso

Vengono pubblicati su Facebook dei contenuti offensivi verso una struttura ricettiva e il suo titolare, dopo una discussione tra le parti sulle condizioni dell’albergo e sulla qualità del servizio. L’imputato, ritenuto autore del post, si difende sostenendo che manca la prova tecnica: non è stato individuato l’indirizzo IP da cui il messaggio sarebbe partito, sicché — a suo dire — non si potrebbe attribuire a lui con certezza la paternità del contenuto diffamatorio.

La decisione

La Corte respinge l’impostazione difensiva. In tema di diffamazione commessa tramite social network, l’accertamento tecnico sull’indirizzo IP non costituisce una prova legale necessaria: la responsabilità dell’autore può essere fondata anche su elementi indiziari, a condizione che questi siano gravi, precisi e concordanti ai sensi dell’art. 192 del codice di procedura penale.

Nel caso concreto, la riconducibilità del post all’imputato è stata desunta dalla convergenza di più dati: la provenienza del messaggio dalla bacheca virtuale dell’imputato con uso del suo nickname, il movente (il pregresso contrasto con la struttura), l’argomento del contenuto e il rapporto tra le parti. La Corte ha inoltre escluso la particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.), avendo il post prodotto un danno concreto e apprezzabile (cancellazioni di prenotazioni e pregiudizio alla struttura).

Il principio di diritto

In tema di diffamazione realizzata mediante la pubblicazione di un messaggio su un social network, l’individuazione dell’indirizzo IP non è condizione indispensabile per l’affermazione di responsabilità: la paternità del post può essere ricostruita sulla base di un quadro indiziario grave, preciso e concordante, fondato su elementi quali l’uso del nickname dell’imputato, la provenienza dal suo profilo, il movente e il contesto della pubblicazione.

Implicazioni pratiche

La pronuncia è di grande rilievo pratico, perché smentisce un’idea diffusa: che «senza l’IP non si possa essere condannati». Per chi è offeso da un post, significa che è opportuno conservare screenshot, link, data e ogni elemento che colleghi il profilo all’autore reale. Per chi scrive sui social, il messaggio è che la «distanza» dello schermo non garantisce impunità: un commento offensivo verso una persona individuabile può integrare la diffamazione aggravata, punita più severamente proprio per la diffusività del mezzo. Approfondimenti nella sezione Codice Penale.

Domande frequenti

Mi possono condannare per un post su Facebook anche senza la prova dell’IP?

Sì. Secondo la Cassazione l’accertamento sull’indirizzo IP non è indispensabile: la paternità del post può essere provata con indizi gravi, precisi e concordanti, come l’uso del nickname, la provenienza dal profilo, il movente e il contesto.

La diffamazione sui social è più grave di quella «normale»?

In genere sì: l’offesa diffusa tramite un social rientra nell’ipotesi aggravata dell’art. 595, comma 3, c.p., perché commessa con un mezzo di pubblicità che ne amplifica la diffusione.

Bastano gli screenshot per provare la diffamazione online?

Possono concorrere a formare il quadro indiziario. La prova si fonda sulla convergenza di più elementi; gli screenshot, insieme ad altri dati, possono essere sufficienti se gravi, precisi e concordanti.

Fonti

Avvertenza. Contenuto informativo e divulgativo, non costituisce consulenza legale o tributaria. I principi giurisprudenziali vanno sempre verificati nella versione aggiornata e calati nel caso concreto con l’assistenza di un professionista abilitato.
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A cura di
Andrea Marton — Dottore in Economia e Finanza, praticante commercialista
Fondatore e responsabile editoriale di Legge in Chiaro, portale di divulgazione giuridica e fiscale gratuita su 100 testi e codici italiani. I contenuti sono curati e rivisti da un team di laureati in economia; hanno scopo informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza professionale. Profilo completo →
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