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Testo dell'articoloIn aggiornamento
Materia: Lavoro — malattia professionale e nesso causale · Riferimento: Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 3 maggio 2023, n. 11488
- Per riconoscere una malattia professionale (e le relative tutele) serve il nesso causale tra l’attività lavorativa e la patologia.
- Vale il principio di equivalenza delle cause (art. 41 c.p.): rileva ogni concausa che abbia contribuito all’evento, anche se la sua efficienza non è prevalente e ha operato in modo indiretto o remoto.
- Il nesso si esclude solo quando il fattore lavorativo è mera occasione e l’evento dipende per intero da cause estranee al lavoro, di per sé sufficienti a produrlo.
Il caso
Si discute del riconoscimento di una malattia professionale (nel caso esaminato, con esito mortale) in presenza di più cause possibili: accanto all’esposizione a un fattore di rischio sul lavoro convivono altre concause, anche di natura extralavorativa (come, tipicamente, il fumo o patologie preesistenti). Il giudice di merito aveva negato la tutela ritenendo che la causa lavorativa non fosse preponderante. Il punto: per riconoscere la malattia professionale, il lavoro deve essere la causa prevalente, oppure basta che abbia concorso?
La decisione
La Corte censura l’impostazione del giudice di merito e applica il principio dell’equivalenza causale di cui all’art. 41 del codice penale, richiamato in materia previdenziale. In forza di tale principio, va riconosciuta rilevanza a ogni concausa che abbia contribuito alla produzione dell’evento lesivo, anche se la sua efficienza causale non è preponderante e abbia operato in via indiretta e remota.
Pretendere che il fattore lavorativo sia la causa prevalente è quindi un errore di diritto: il nesso eziologico tra lavoro e malattia può essere affermato anche quando concorrono cause extralavorative. L’unico limite è rappresentato dal caso in cui la condizione lavorativa si riduca a mera occasione, intervenendo fattori estranei all’attività lavorativa di per sé sufficienti a determinare l’evento, tali da interrompere il nesso causale.
Il principio di diritto
In tema di malattie professionali, ai fini del nesso causale va data rilevanza a ogni concausa che abbia contribuito all’evento lesivo, anche con efficienza non preponderante e operante in modo indiretto o remoto; il nesso è escluso soltanto quando il fattore lavorativo costituisca mera occasione dell’intervento di cause estranee, di per sé sufficienti a produrre l’evento.
Implicazioni pratiche
La pronuncia rende più effettiva la tutela del lavoratore (e dei superstiti) nelle patologie multifattoriali, frequenti nei casi di lunga esposizione professionale: non occorre dimostrare che il lavoro è la causa principale, ma che ha concorso in modo apprezzabile. La presenza di abitudini personali nocive (come il fumo) o di altre patologie non esclude di per sé il riconoscimento. Sul piano probatorio resta decisiva la consulenza tecnica, che deve valutare il contributo causale dell’esposizione lavorativa senza pretenderne la prevalenza.
Domande frequenti
Il lavoro deve essere la causa principale della malattia?
No. Per il riconoscimento della malattia professionale basta che il lavoro abbia concorso come concausa, anche non prevalente: vale il principio di equivalenza delle cause (art. 41 c.p.).
Il fumo o una malattia preesistente escludono la tutela?
Non automaticamente. La presenza di concause extralavorative non esclude il nesso, salvo che il lavoro sia stata mera occasione e l’evento dipenda interamente da cause estranee sufficienti a produrlo.
Fonti
- Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 3 maggio 2023, n. 11488.
- Artt. 40 e 41 del codice penale (richiamati in materia di nesso causale previdenziale); art. 3 del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124.
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