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La Corte dichiara illegittima la norma dell’“indultino” (legge n. 207/2003) nella parte in cui escludeva dal beneficio della sospensione condizionata della pena i condannati ammessi alla detenzione domiciliare. La detenzione domiciliare è una misura alternativa alla detenzione, e la sua equiparazione alle misure alternative tout court ai fini dell’esclusione dal beneficio era irragionevole.

Di cosa si tratta

La legge n. 207/2003 (cosiddetto “indultino”) aveva introdotto la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena per i condannati a pene brevi, purché non fossero già ammessi a misure alternative alla detenzione. L’art. 1, comma 3, lettera d), escludeva dal beneficio anche chi era in detenzione domiciliare, che per alcuni aspetti presenta carattere detentivo pur essendo tecnicamente una misura alternativa.

La questione di legittimità costituzionale

Il Tribunale di sorveglianza di Venezia ha sollevato questione in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione: l’esclusione di chi è in detenzione domiciliare dal beneficio dell’indultino sarebbe irragionevole e contraria alla finalità rieducativa della pena, perché questa misura non è pienamente assimilabile alle misure alternative tipiche.

La decisione della Corte

La Corte dichiara illegittimo l’art. 1, comma 3, lettera d), della legge n. 207/2003. L’esclusione dal beneficio di chi si trovava in detenzione domiciliare era irragionevole: la detenzione domiciliare condivide con la detenzione carceraria la limitazione fisica della libertà ed è ontologicamente diversa dalle misure alternative classiche (affidamento in prova, semilibertà). Applicarle la stessa preclusione prevista per tali misure violava l’art. 3 Cost.

Il principio

Nel bilanciamento tra le finalità repressive e quelle rieducative della pena, le norme che escludono benefici penitenziari devono rispettare il principio di ragionevolezza: categorie di condannati in situazioni strutturalmente diverse tra loro non possono essere trattate allo stesso modo. La detenzione domiciliare, che comporta privazione della libertà personale, non può essere assimilata tout court alle misure alternative non detentive.

Domande e risposte

Cos’è l’“indultino” della legge n. 207/2003?

Era un provvedimento di clemenza parziale: consentiva ai condannati con pena residua non superiore a due anni di ottenere la sospensione condizionata dell’esecuzione, con conseguente liberazione anticipata, a condizione di non commettere nuovi reati in un periodo di osservazione.

Perché la detenzione domiciliare è considerata diversa dalle altre misure alternative?

Perché implica un’effettiva privazione della libertà di movimento (l’obbligo di rimanere nella propria abitazione), a differenza dell’affidamento in prova o della semilibertà che consentono una vita sociale più ampia. Questa differenza qualitativa giustifica un trattamento differenziato rispetto alle misure alternative pienamente extramurarie.

Qual è l’effetto pratico della sentenza?

Il condannato ammesso alla detenzione domiciliare poteva, dopo la sentenza, accedere al beneficio dell’indultino alle stesse condizioni degli altri condannati che non si trovavano in misure alternative.

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A cura di
Andrea Marton — Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale
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