Testo dell'articoloVigente
Materia: IRPEF · Riferimento: Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 30 giugno 2016, n. 13378
- La dichiarazione è un atto di scienza, non negoziale: è emendabile e ritrattabile.
- L’errore a danno del contribuente può essere fatto valere anche in giudizio.
- Restano distinti i termini per la dichiarazione integrativa «a favore» e per l’istanza di rimborso.
Il caso
Un contribuente versa un’imposta superiore al dovuto a causa di un errore commesso nella dichiarazione dei redditi: ad esempio omette una detrazione o un onere deducibile spettante, oppure indica un componente in modo errato a proprio sfavore. Può correggere l’errore? Entro quali termini? E può farlo anche difendendosi in un eventuale contenzioso?
La questione era controversa perché convivevano orientamenti più rigidi, che ancoravano la correzione a termini stringenti, e orientamenti più «sostanzialistici», attenti all’effettiva capacità contributiva.
La decisione
Le Sezioni Unite muovono dalla natura della dichiarazione: si tratta di un atto di scienza, una dichiarazione di conoscenza, e non di una manifestazione di volontà negoziale. Da ciò deriva che essa è, in linea di principio, emendabile e ritrattabile anche in sede contenziosa quando sia affetta da errori — di fatto o di diritto — che abbiano determinato un’imposizione maggiore di quella effettivamente dovuta.
Il fondamento è costituzionale: l’art. 53 della Costituzione impone di correlare il prelievo all’effettiva capacità contributiva, sicché il contribuente non può restare vincolato a un proprio errore che lo porti a pagare più del dovuto.
Il principio di diritto
Vanno tenuti distinti i piani. La dichiarazione integrativa «a favore» soggiace al termine dell’art. 2, comma 8-bis, del D.P.R. 322/1998; una volta decorso quel termine, resta comunque la possibilità dell’istanza di rimborso ex art. 38 del D.P.R. 602/1973, entro 48 mesi dal versamento. In ogni caso, e indipendentemente da quei termini, il contribuente può sempre opporsi in giudizio alla maggior pretesa dell’Amministrazione deducendo l’errore commesso nella redazione della dichiarazione.
Implicazioni pratiche
Il principio è una garanzia importante: il contribuente non resta «prigioniero» di un errore commesso a proprio danno e dispone di più strade per recuperare l’imposta versata in eccesso, fino alla difesa in contenzioso. È però essenziale muoversi con attenzione ai termini, perché quelli per l’integrativa e per il rimborso restano distinti e perentori, e la scelta dello strumento incide sui tempi e sulle modalità di recupero. Vedi la sezione TUIR.
Domande frequenti
Posso correggere un errore che mi ha fatto pagare troppo?
Sì. La dichiarazione è emendabile: oltre alla dichiarazione integrativa e all’istanza di rimborso, l’errore può essere fatto valere anche opponendosi in giudizio alla pretesa del Fisco.
C’è un termine per chiedere il rimborso?
Sì: l’istanza di rimborso ex art. 38 del D.P.R. 602/1973 va presentata, in linea generale, entro 48 mesi dal versamento.
Fonti
- Corte di Cassazione, Sezioni Unite civili, 30 giugno 2016, n. 13378.
- Art. 2, comma 8-bis, D.P.R. 22 luglio 1998, n. 322; art. 38 D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602; art. 53 della Costituzione.