Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 221/2012 – Intese aziendali in deroga ai contratti collettivi nazionali

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    La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 8, commi 1, 2 e 2-bis, del d.l. n. 138 del 2011, che consentiva la stipula di intese aziendali o territoriali in deroga alle leggi statali e regionali e ai contratti collettivi nazionali. La Regione Toscana aveva contestato la norma per violazione delle competenze regionali in materia di lavoro e per lesione del principio di libertà sindacale.

    Di cosa si tratta

    Il decreto-legge n. 138 del 2011 (convertito dalla legge n. 148 del 2011) aveva introdotto, all’art. 8, la possibilità di concludere “contratti di prossimità” (intese a livello aziendale o territoriale) che potevano derogare alle leggi statali e regionali e ai contratti collettivi nazionali su materie specifiche (orario di lavoro, modalità di assunzione, gestione delle crisi aziendali). La Regione Toscana aveva impugnato questa norma ritenendo che invadesse la sua competenza concorrente in materia di “tutela e sicurezza del lavoro” e violasse la libertà sindacale.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Toscana ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 8, commi 1, 2 e 2-bis, del d.l. n. 138 del 2011, in riferimento agli articoli 39, 117 (terzo comma) e 118 della Costituzione, nonché al principio di leale collaborazione. Secondo la ricorrente, la norma invadeva la competenza regionale concorrente in materia di tutela e sicurezza del lavoro (art. 117, terzo comma) e violava la libertà sindacale (art. 39 Cost.).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato non fondate le questioni, ritenendo che la norma statale rientrasse nella materia dell’“ordine civile” (disciplina dei rapporti di lavoro) riservata alla competenza esclusiva statale, e non nella competenza regionale concorrente in materia di “tutela e sicurezza del lavoro” (che riguarda profili pubblicistici e di sicurezza fisica). Le intese aziendali in deroga non violavano la libertà sindacale, che non comprende il diritto dei contratti collettivi a non essere derogati dalla legge statale.

    Il principio

    La disciplina dei contratti collettivi aziendali e territoriali, inclusa la loro efficacia derogatoria rispetto ai contratti nazionali, rientra nella materia dell’ordinamento civile, riservata alla competenza esclusiva statale. Le Regioni non hanno competenza in tale ambito. Il principio di libertà sindacale (art. 39 Cost.) non attribuisce ai sindacati il diritto a che la legge statale non possa limitare o modellare l’efficacia della contrattazione collettiva.

    Domande e risposte

    Cosa sono i “contratti di prossimità” previsti dall’art. 8 del d.l. 138/2011?

    Sono accordi collettivi conclusi a livello aziendale o territoriale che, se sottoscritti da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative, possono derogare sia alle leggi statali sia ai contratti collettivi nazionali su materie specificamente indicate dalla legge (gestione dell’orario, modalità di assunzione, trattamento di fine rapporto, mansioni, mobilità interna, distacco). La norma è ancora vigente e attivamente applicata.

    Le Regioni possono disciplinare il lavoro in modo diverso dallo Stato?

    Le Regioni hanno competenza concorrente in materia di “tutela e sicurezza del lavoro”, che riguarda principalmente i profili pubblicistici (servizi per l’impiego, formazione professionale, sicurezza sul lavoro come vigilanza). La disciplina del contratto di lavoro e dei rapporti privatistici tra datori di lavoro e lavoratori è invece riservata allo Stato come “ordinamento civile”.

    La contrattazione collettiva nazionale è costituzionalmente garantita?

    L’art. 39 Cost. garantisce la libertà di organizzazione sindacale e la possibilità di concludere contratti collettivi con efficacia erga omnes (secondo una procedura mai attuata). Tuttavia, la Corte ha ribadito che questa garanzia non comprende il diritto a che la legge statale non possa consentire deroghe ai contratti collettivi tramite accordi di livello inferiore.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 220/2012 – Qualità di agente di pubblica sicurezza al personale di polizia municipale

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    La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 5, comma 2, della legge n. 65 del 1986 sulla polizia municipale, nella parte in cui attribuisce al Prefetto il potere di conferire la qualità di agente di pubblica sicurezza al personale di polizia municipale, previa comunicazione del Sindaco. La norma non viola i principi di eguaglianza, buon andamento della pubblica amministrazione e competenza esclusiva statale in materia di ordine pubblico e sicurezza.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia aveva sollevato questione di costituzionalità sull’art. 5, comma 2, della legge-quadro sulla polizia municipale (legge 7 marzo 1986, n. 65), che consente al Prefetto di conferire al personale di polizia municipale la qualità di agente di pubblica sicurezza, dopo aver verificato che l’interessato goda dei diritti civili e politici, non abbia subito condanne per delitti non colposi, non sia stato sottoposto a misure di prevenzione e non sia stato espulso dalle forze armate o dai corpi armati. La questione era nata da un caso concreto in cui il Prefetto di Agrigento aveva negato il riconoscimento a un vigile urbano.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il TAR per la Sicilia ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 2, della legge n. 65 del 1986, in riferimento agli articoli 3, 97 e 117, secondo comma, lettera h), della Costituzione. Il rimettente sosteneva che il conferimento della qualità da parte del Prefetto, senza che il personale di polizia municipale potesse autonomamente rivestire tale qualità per legge, creasse una disparità di trattamento e violasse i principi di buon andamento.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la questione non fondata. Ha ritenuto che la previsione della comunicazione del Sindaco e della verifica prefettizia rispondesse alla necessità di garantire il coordinamento tra le funzioni di polizia locale e quelle di ordine pubblico di competenza statale. Il meccanismo non determinava una irragionevole disparità di trattamento, ma assicurava che la qualità di agente di pubblica sicurezza fosse attribuita solo al personale che presentasse i necessari requisiti.

    Il principio

    La disciplina del conferimento della qualità di agente di pubblica sicurezza al personale di polizia municipale rientra nella competenza esclusiva statale in materia di ordine pubblico e sicurezza (art. 117, secondo comma, lett. h), Cost.). Il meccanismo che prevede la comunicazione del Sindaco e la verifica del Prefetto è razionale e non viola il principio di eguaglianza né il buon andamento della pubblica amministrazione.

    Domande e risposte

    La polizia municipale ha funzioni di pubblica sicurezza?

    Sì, in parte. Il personale di polizia municipale (o locale) svolge principalmente funzioni di polizia amministrativa locale, ma può esercitare anche funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza quando gli viene conferita la qualità di agente di pubblica sicurezza dal Prefetto, su comunicazione del Sindaco. In tal caso può procedere a identificazioni, fermi e altre attività tipiche della polizia di sicurezza.

    Chi decide se un agente di polizia municipale ottiene la qualità di agente di pubblica sicurezza?

    La procedura prevede: il Sindaco comunica al Prefetto i nominativi del personale da abilitare; il Prefetto verifica i requisiti soggettivi (diritti civili e politici, assenza di condanne penali per delitti dolosi, assenza di misure di prevenzione, non espulsione dalle forze armate) e, se sussistono, conferisce la qualità. La Corte ha ritenuto razionale questo meccanismo di doppio controllo.

    Cosa succede se il Prefetto nega il conferimento?

    Il diniego prefettizio è un atto amministrativo impugnabile davanti al giudice amministrativo (TAR e Consiglio di Stato). Il caso che ha originato la questione di costituzionalità riguardava appunto un ricorso davanti al TAR Sicilia avverso il diniego del Prefetto di Agrigento.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — Competenza esclusiva statale in materia di ordine pubblico e sicurezza (lett. h), che giustifica l’intervento del Prefetto
    • Art. 97 della Costituzione — Buon andamento della pubblica amministrazione, invocato come parametro dal rimettente
    • Art. 3 della Costituzione — Principio di eguaglianza, richiamato in relazione al diverso trattamento del personale di polizia municipale rispetto ad altri agenti
  • Corte cost. n. 219/2012 – Tariffe minime dei maestri di sci e libertà di circolazione

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    La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3 della legge della Regione Molise n. 29 del 2011, nella parte in cui imponeva ai maestri di sci iscritti negli albi di altre Regioni di applicare le tariffe minime fissate dalla Giunta regionale del Molise e di rispettare gli adempimenti locali per la tutela della professione. La norma violava la libertà di circolazione e di svolgimento delle professioni in tutto il territorio nazionale.

    Di cosa si tratta

    La Regione Molise aveva modificato la propria legge sulla professione di maestro di sci, prevedendo che i maestri iscritti negli albi di altre Regioni o Province autonome, quando esercitassero l’attività nel territorio molisano, fossero tenuti ad applicare le tariffe minime stabilite dalla Giunta regionale e a rispettare gli adempimenti previsti dalla legge locale a tutela della professione. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato tale disposizione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questione di legittimità costituzionale in via principale dell’art. 3 della legge della Regione Molise 9 settembre 2011, n. 29, in riferimento all’articolo 117, primo e secondo comma, lettere e) ed l), della Costituzione. La norma regionale, imponendo tariffe minime e adempimenti locali ai professionisti di altre Regioni, era ritenuta in contrasto con la disciplina statale in materia di ordinamento delle professioni e con le norme europee sulla libertà di stabilimento e di prestazione di servizi.

    La decisione della Corte

    La Corte ha accolto il ricorso, dichiarando l’illegittimità costituzionale della norma impugnata. La disposizione regionale, imponendo tariffe minime e adempimenti aggiuntivi ai maestri di sci di altre Regioni, violava la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento delle professioni (art. 117, secondo comma, lett. l), Cost.) e le norme sulla libertà di circolazione dei lavoratori e dei prestatori di servizi, tutelata anche dai Trattati europei.

    Il principio

    Una Regione non può imporre a professionisti iscritti in albi di altre Regioni o Province autonome condizioni aggiuntive (tariffe minime, adempimenti locali) per l’esercizio della medesima professione nel proprio territorio. Tale disciplina viola la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento delle professioni e la libertà di circolazione garantita dalla Costituzione e dai Trattati europei.

    Domande e risposte

    Un maestro di sci di un’altra Regione può lavorare liberamente in tutto il territorio italiano?

    Sì. L’iscrizione in un albo professionale regionale (o in quello di una Provincia autonoma) consente l’esercizio dell’attività in tutto il territorio nazionale, senza che la Regione di destinazione possa imporre condizioni aggiuntive come tariffe minime diverse o adempimenti ulteriori rispetto a quelli già soddisfatti nel luogo di iscrizione.

    Perché la fissazione di tariffe minime da parte della Regione era incostituzionale?

    Perché la disciplina delle professioni, inclusa la fissazione dei compensi minimi, rientra nella competenza esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma, lett. l), Cost.). Le Regioni possono regolamentare aspetti organizzativi delle professioni sul proprio territorio, ma non possono dettare norme sul trattamento economico dei professionisti che interferiscano con la libertà di concorrenza e di circolazione.

    Qual è il ruolo degli albi professionali regionali per i maestri di sci?

    In Italia, la professione di maestro di sci è disciplinata dalla legge n. 81 del 1991 e dalle leggi regionali, che prevedono albi professionali tenuti a livello regionale. Ciascuna Regione organizza la propria scuola di sci e i propri albi, ma i maestri iscritti in un albo regionale hanno diritto a esercitare in tutto il territorio nazionale, come confermato da questa sentenza.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — Competenza esclusiva statale in materia di ordinamento delle professioni, violata dalla norma regionale molisana
  • Corte cost. n. 218/2012 – Conflitto di attribuzioni sulle intercettazioni delle conversazioni del Presidente della Repubblica

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    Con ordinanza, la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dal Presidente della Repubblica nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, in relazione all’attività di intercettazione telefonica che aveva captato conversazioni del Capo dello Stato nell’ambito di un procedimento penale a suo carico non instaurato.

    Di cosa si tratta

    Nell’ambito di un procedimento penale pendente dinanzi alla Procura della Repubblica di Palermo, erano state effettuate intercettazioni telefoniche su utenze di terzi che avevano captato conversazioni del Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica, ritenendo che tale attività violasse le prerogative costituzionali del Capo dello Stato, aveva proposto conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del Procuratore della Repubblica di Palermo.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente della Repubblica ha proposto conflitto di attribuzione (non questione di legittimità costituzionale in via incidentale) ai sensi dell’art. 37 della legge n. 87 del 1953, sostenendo che l’intercettazione di sue conversazioni violasse gli artt. 90 e 3 della Costituzione e le disposizioni di legge ordinaria che li attuano, in particolare l’art. 7 della legge n. 219 del 1989 e l’art. 271 c.p.p. Giudice: procedimento per conflitto tra poteri dello Stato, iscritto al n. 4 del registro conflitti 2012.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto di attribuzione, rilevando che i requisiti soggettivi e oggettivi richiesti dall’art. 37 della legge n. 87 del 1953 erano soddisfatti: sia il Presidente della Repubblica sia la Procura della Repubblica di Palermo sono poteri dello Stato, e la condotta denunciata era idonea a ledere le attribuzioni presidenziali. Ha quindi disposto la trattazione urgente del ricorso.

    Il principio

    Il Presidente della Repubblica è titolare di attribuzioni costituzionali che possono essere difese mediante il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. L’intercettazione, anche indiretta (c.d. intercettazione “occasionale”), di conversazioni del Capo dello Stato può sollevare un conflitto di attribuzioni tutelabile davanti alla Corte costituzionale, indipendentemente dalla formale titolarità dell’utenza intercettata.

    Domande e risposte

    Cos’è il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato?

    È un giudizio davanti alla Corte costituzionale attraverso cui un potere dello Stato (es. il Presidente della Repubblica, il Parlamento, la Magistratura) contesta che un altro potere abbia invaso le sue attribuzioni costituzionali. La Corte prima decide sull’ammissibilità del conflitto, poi nel merito.

    Perché la Corte ha dichiarato solo l’ammissibilità e non ha deciso nel merito?

    Il conflitto di attribuzioni si svolge in due fasi: nella prima la Corte verifica solo se il conflitto è astrattamente proponibile (ammissibilità); nella seconda decide se effettivamente vi è stata una lesione delle attribuzioni. Con l’ordinanza n. 218/2012 la Corte ha concluso la prima fase, riservando la decisione di merito a una pronuncia successiva.

    Il Presidente della Repubblica può essere intercettato?

    La questione è disciplinata dall’art. 90 Cost. (irresponsabilità presidenziale per atti compiuti nell’esercizio delle funzioni) e dall’art. 7 della legge n. 219/1989. La Corte si è pronunciata nel merito con la sentenza n. 1 del 2013, che ha stabilito come le conversazioni del Capo dello Stato, captate occasionalmente, debbano essere immediatamente distrutte.

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  • Corte cost. n. 217/2012 – Legge finanziaria Friuli-Venezia Giulia e limiti costituzionali degli aiuti regionali

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    La Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittime diverse disposizioni della legge di assestamento del bilancio della Regione Friuli-Venezia Giulia n. 11 del 2011, per violazione dei vincoli europei in materia di aiuti di Stato, della competenza statale in materia di tutela della concorrenza e di altri principi costituzionali. Alcune questioni sono state dichiarate cessate per abrogazione sopravvenuta, altre non fondate.

    Di cosa si tratta

    Il Presidente del Consiglio dei ministri aveva impugnato numerose disposizioni della legge della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia 11 agosto 2011, n. 11 (assestamento del bilancio 2011). Le censure riguardavano contributi a favore di specifiche società (come Udine e Gorizia Fiere S.p.a.), incentivi ai rivenditori di generi di monopolio, norme sul personale regionale, disposizioni in materia di edilizia e urbanistica, e trasferimenti finanziari a vari soggetti.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato gli articoli 2 (commi 55, 70, 85, 88, 91, 106), 7 (comma 51), 10 (commi 25, 85, 86), 12 (commi 26, 28, 32, 33, 38) e 13 (comma 25) della legge regionale, in riferimento principalmente agli articoli 81, 97, 117 (primo, secondo comma lett. e) e l), e terzo comma) e 120, secondo comma, della Costituzione, nonché ai vincoli europei derivanti dagli artt. 107 e 108 TFUE in materia di aiuti di Stato. Giudice rimettente: ricorso principale del Presidente del Consiglio dei ministri.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato: cessata la materia del contendere per le disposizioni abrogate senza medio tempore applicazione; l’illegittimità costituzionale degli artt. 2, comma 106; 10, comma 25; 12, commi 26, 28 e 33 (per violazione della competenza statale in materia di coordinamento della finanza pubblica e ordinamento civile); l’illegittimità dell’art. 7, comma 51 (contributi privi di copertura finanziaria); la non fondatezza delle restanti questioni.

    Il principio

    Le leggi regionali che prevedono contributi o trasferimenti a soggetti privati devono rispettare i vincoli europei sugli aiuti di Stato (artt. 107-108 TFUE) e la competenza esclusiva statale in materia di tutela della concorrenza. Quando una misura regionale integra un potenziale aiuto di Stato selettivo, la mancata notificazione alla Commissione europea determina la violazione del primo comma dell’art. 117 Cost.

    Domande e risposte

    Quando un contributo regionale costituisce un aiuto di Stato vietato?

    Secondo i Trattati europei (art. 107 TFUE), un aiuto è potenzialmente vietato quando: è concesso da uno Stato o attraverso risorse statali, favorisce selettivamente talune imprese o produzioni, falsa o minaccia di falsare la concorrenza e incide sugli scambi tra Stati membri. I contributi regionali selettivi (destinati a singole società identificate) rientrano tipicamente in questa categoria e richiedono la previa notificazione alla Commissione.

    Cosa significa “cessazione della materia del contendere”?

    Si ha cessazione della materia del contendere quando, nel corso del giudizio costituzionale, la norma impugnata viene abrogata dal legislatore senza aver trovato applicazione nel frattempo. In tal caso la Corte dichiara estinto il giudizio, perché il possibile effetto lesivo della norma è venuto meno retroattivamente.

    Le Regioni a statuto speciale possono derogare ai vincoli del coordinamento della finanza pubblica?

    Le Regioni a statuto speciale godono di maggiore autonomia finanziaria, ma non possono sottrarsi ai principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica né violare i vincoli europei. La Corte ha confermato che anche per il Friuli-Venezia Giulia alcune disposizioni in materia di spesa eccedevano i limiti costituzionalmente ammissibili.

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  • Corte cost. n. 216/2012 – Manifesta inammissibilità sulla prevenzione patrimoniale antimafia post mortem

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    Con ordinanza, la Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli articoli 2-bis, comma 6-bis, e 2-ter, comma 11, della legge n. 575 del 1965 (normativa antimafia), sollevata dal Tribunale di Agrigento. La questione riguardava la possibilità di attivare la procedura di prevenzione patrimoniale nei confronti di un soggetto deceduto prima della formulazione della richiesta.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Agrigento, investito di un procedimento di prevenzione patrimoniale, aveva sollevato dubbi di costituzionalità sulle norme della legge antimafia che, secondo il giudice rimettente, consentivano di avviare la procedura di sequestro e confisca di prevenzione anche nei confronti di un soggetto deceduto prima che fosse formulata la richiesta di misura di prevenzione. La questione era sollevata in riferimento agli artt. 24, primo e secondo comma, e 111 della Costituzione, relativi al diritto di difesa e al giusto processo.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale di Agrigento aveva sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2-bis, comma 6-bis, della legge 31 maggio 1965, n. 575, nella parte in cui consentiva di attivare la procedura di prevenzione patrimoniale nei confronti di un soggetto deceduto prima della formulazione della richiesta, e dell’art. 2-ter, comma 11, della medesima legge; parametri: artt. 24, primo comma, e 111 Cost. Giudice rimettente: Tribunale di Agrigento, ordinanza del 29 settembre 2011 (r.o. n. 49 del 2012).

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione, rilevando che il giudice rimettente non aveva adeguatamente descritto la fattispecie concreta e non aveva motivato in modo sufficiente la rilevanza della questione nel giudizio a quo, non consentendo alla Corte di verificare se le disposizioni impugnate fossero effettivamente applicabili nel caso specifico.

    Il principio

    La manifesta inammissibilità di una questione di legittimità costituzionale può essere dichiarata quando il giudice rimettente non abbia soddisfatto i requisiti minimi di descrizione della fattispecie e di motivazione sulla rilevanza, impedendo alla Corte di svolgere il proprio controllo. Il difetto di motivazione sulla rilevanza è un vizio insanabile dell’ordinanza di rimessione.

    Domande e risposte

    Cos’è la manifesta inammissibilità di una questione di costituzionalità?

    La manifesta inammissibilità è una pronuncia con cui la Corte costituzionale dichiara, senza entrare nel merito, che la questione sollevata dal giudice a quo non può essere esaminata perché l’ordinanza di rimessione presenta vizi formali o sostanziali gravi, come la carenza di motivazione sulla rilevanza o sulla non manifesta infondatezza.

    La prevenzione patrimoniale può proseguire dopo la morte del proposto?

    La questione era appunto quella all’esame: la Corte non ha potuto pronunciarsi nel merito per i vizi dell’ordinanza. Il tema della “prevenzione patrimoniale post mortem” è stato affrontato dalla giurisprudenza ordinaria e dalla Corte in altre sedi, con esiti evolutivi, ma in questa occasione la Consulta non ha espresso una risposta di merito.

    Che cosa sono le misure di prevenzione patrimoniale?

    Sono provvedimenti che consentono al Tribunale di disporre il sequestro e la confisca di beni riconducibili a soggetti ritenuti pericolosi (es. appartenenti ad associazioni mafiose), anche in assenza di una condanna penale per specifici reati. Il procedimento è autonomo rispetto al processo penale e segue le regole della legge antimafia.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 215/2012 – Blocco delle retribuzioni pubbliche nel d.l. 78/2010 e autonomia regionale

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    La Corte costituzionale ha pronunciato sulla legittimità dell’art. 9, commi 1, 2-bis, 4 e 21, del d.l. n. 78 del 2010, che imponeva il blocco delle retribuzioni del personale pubblico, contestato da diverse Regioni e dalla Valle d’Aosta. La Corte ha dichiarato inammissibili alcune questioni, non fondate altre e ha riservato a separate pronunce le questioni connesse agli statuti speciali.

    Di cosa si tratta

    Il decreto-legge n. 78 del 2010, convertito dalla legge n. 122 del 2010, aveva introdotto misure di contenimento della spesa pubblica per il triennio 2011-2013, tra cui il blocco del trattamento accessorio del personale delle pubbliche amministrazioni (comma 2-bis), il blocco degli automatismi stipendiali (comma 1), il divieto di nuove assunzioni e altre restrizioni. La Regione autonoma Valle d’Aosta e le Regioni Liguria, Umbria, Emilia-Romagna e Puglia avevano impugnato queste norme davanti alla Corte, sostenendo che limitassero le loro competenze costituzionali in materia di organizzazione e personale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le ricorrenti sollevavano questioni di legittimità costituzionale in riferimento agli articoli 3, 36, 39, 117 (terzo comma) e 119 della Costituzione, nonché all’art. 10 della legge cost. n. 3 del 2001 e alle disposizioni degli statuti speciali. Le censure riguardavano il contrasto con la competenza regionale in materia di personale, con la tutela della contrattazione collettiva e con l’autonomia finanziaria regionale.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato inammissibili le questioni relative al comma 4 dell’art. 9 (blocco degli scatti stipendiali nei confronti dei soli dipendenti regionali con contratti a termine). Ha dichiarato non fondate le questioni relative ai commi 1, 2-bis e 21, ritenendo che le misure di contenimento della spesa, dettate dall’esigenza di stabilizzazione finanziaria, rientrassero nei principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica di competenza statale. Ha riservato a separate pronunce le questioni connesse agli statuti speciali.

    Il principio

    Lo Stato può imporre, con norme di principio in materia di coordinamento della finanza pubblica, il blocco temporaneo delle retribuzioni e degli automatismi stipendiali del personale di tutte le pubbliche amministrazioni, incluse quelle regionali, quando ciò risponde ad esigenze eccezionali di stabilizzazione finanziaria, senza che questo violi l’autonomia organizzativa e finanziaria delle Regioni.

    Domande e risposte

    Il blocco degli stipendi pubblici può applicarsi anche ai dipendenti delle Regioni?

    Sì. La Corte ha ritenuto che le misure di contenimento della spesa per il personale rientrassero nei principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica (art. 117, terzo comma, Cost.), che vincolano anche le Regioni ordinarie e, con i limiti degli statuti speciali, anche quelle a statuto speciale.

    Cosa prevedeva il comma 2-bis dell’art. 9 del d.l. 78/2010?

    Il comma 2-bis stabiliva che, dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2013, le risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale di ciascuna amministrazione pubblica non potessero superare il corrispondente importo dell’anno 2010 e fossero automaticamente ridotte in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio.

    Le Regioni potevano derogare a queste norme con proprie leggi?

    No. La Corte ha ribadito che, trattandosi di principi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica, le Regioni non potevano adottare discipline derogatorie. Solo le Regioni a statuto speciale potevano far valere le proprie prerogative statutarie, ma tali questioni sono state riservate a pronunce separate.

    Norme collegate

    • Art. 117 della Costituzione — Competenza concorrente in materia di coordinamento della finanza pubblica, che consente allo Stato di dettare principi vincolanti per le Regioni
    • Art. 119 della Costituzione — Autonomia finanziaria delle Regioni, invocata come parametro violato dalle ricorrenti
    • Art. 39 della Costituzione — Libertà sindacale e contrattazione collettiva, richiamato in relazione al blocco del trattamento accessorio
  • Corte cost. n. 214/2012 – Fondazione oncologica Calabria e copertura finanziaria delle leggi regionali

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    La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni della legge della Regione Calabria n. 35 del 2011, che riconosceva come ente di diritto pubblico la Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Tumori “Tommaso Campanella”. In particolare, le norme sul patrimonio e sulla fusione con il Grande Ospedale Metropolitano risultavano prive di adeguata copertura finanziaria e violavano la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile e di tutela della concorrenza.

    Di cosa si tratta

    La Regione Calabria aveva approvato una legge con cui riconosceva come ente di diritto pubblico la Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Tumori “Tommaso Campanella”, centro oncologico di eccellenza, disciplinandone il patrimonio, l’organizzazione e la prospettiva di fusione con il Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato diverse disposizioni per contrasto con la Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questioni di legittimità costituzionale degli articoli 1 (commi 1, 2, 3, 5), 4 (comma 3), 5 e 9 (comma 1) della legge della Regione Calabria 28 settembre 2011, n. 35, in riferimento agli articoli 3, 81, 97, 117 (secondo comma, lettera l), e terzo comma) e 120, secondo comma, della Costituzione. Le censure riguardavano principalmente la mancanza di copertura finanziaria, la violazione dell’ordinamento civile nella disciplina del patrimonio fondazionale e le modalità di nomina degli organi dell’ente.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 5 e 9, comma 1 (nel testo modificato dalla legge regionale n. 50 del 2011), ritenendo che tali norme violassero la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile e di ordinamento delle professioni. Le restanti questioni sono state in parte non fondate e in parte dichiarate cessate.

    Il principio

    Il principio di copertura finanziaria delle leggi (art. 81 Cost.) impone che ogni nuova spesa pubblica trovi un corrispondente finanziamento certo e specifico. Le Regioni non possono, attraverso leggi di riconoscimento di enti di diritto pubblico, introdurre discipline in materia di ordinamento civile (governance, patrimonio, fusioni societarie) che interferiscano con la competenza esclusiva dello Stato.

    Domande e risposte

    Cos’è il principio di copertura finanziaria delle leggi?

    L’art. 81 della Costituzione impone che ogni legge che comporti nuove spese o riduzione di entrate debba indicare i mezzi per farvi fronte. Questo principio è stato rafforzato con la riforma costituzionale del 2012 e si applica sia alle leggi statali sia a quelle regionali.

    Può una Regione trasformare un ente privato in ente di diritto pubblico?

    Le Regioni hanno competenza in materia di organizzazione amministrativa del proprio territorio, ma non possono derogare alle norme statali sull’ordinamento civile né creare enti pubblici privi di adeguata copertura finanziaria. La qualificazione come ente di diritto pubblico può avvenire per legge regionale, ma nel rispetto dei principi fondamentali stabiliti dallo Stato.

    Perché era rilevante l’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost.?

    Questa disposizione riserva allo Stato la competenza esclusiva in materia di “ordinamento civile”, che comprende la disciplina dei rapporti di diritto privato, delle fondazioni e degli enti: una legge regionale non può dettare norme che incidano sulla struttura giuridica privatistica di tali enti, come la disciplina del patrimonio o le procedure di fusione.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 213/2012 – Illegittimità delle norme regionali sulle segreterie particolari del Molise

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    La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 1 e 3 della legge della Regione Molise n. 17 del 2011, che innovavano il trattamento economico del personale delle segreterie particolari degli organi regionali. Le norme violavano la riserva statale in materia di ordinamento civile e la competenza concorrente in materia di armonizzazione dei bilanci pubblici, ledendo i principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

    Di cosa si tratta

    La Regione Molise aveva modificato la propria legislazione sulle segreterie particolari di alcuni organi regionali (Presidente della Giunta, Assessori, Presidente del Consiglio regionale e componenti dell’Ufficio di presidenza), prevedendo per il personale in esse assegnato un trattamento economico più favorevole rispetto a quello disciplinato dalla normativa statale e dai contratti collettivi nazionali. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato le disposizioni in via principale davanti alla Corte costituzionale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli articoli 1 e 3 della legge della Regione Molise 4 agosto 2011, n. 17, in riferimento agli articoli 3, 97, 117, secondo comma, lettera l), e terzo comma della Costituzione. In particolare, si contestava che la legge regionale invadesse la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile e violasse i principi di parità di trattamento e di buon andamento della pubblica amministrazione.

    La decisione della Corte

    La Corte costituzionale ha accolto il ricorso, dichiarando l’illegittimità costituzionale di entrambi gli articoli impugnati. La disciplina regionale, intervenendo sul rapporto di lavoro del personale delle segreterie particolari in modo difforme rispetto alla normativa statale e contrattuale collettiva, aveva violato la riserva di competenza esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile (art. 117, secondo comma, lett. l), Cost.) nonché i principi di imparzialità e buon andamento sanciti dall’art. 97 della Costituzione.

    Il principio

    Le Regioni non possono disciplinare in modo autonomo e difforme dalla normativa statale il trattamento giuridico ed economico del personale alle proprie dipendenze quando ciò interferisce con la materia dell’ordinamento civile, riservata alla competenza esclusiva dello Stato. Il trattamento economico del personale regionale deve rispettare i principi fondamentali stabiliti dal legislatore nazionale e le disposizioni dei contratti collettivi nazionali.

    Domande e risposte

    Perché le norme del Molise sono state dichiarate incostituzionali?

    Perché le norme regionali disciplinavano il rapporto di lavoro del personale delle segreterie particolari in modo difforme dalla normativa statale, invadendo la competenza esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile (art. 117, secondo comma, lett. l), Cost.) e violando i principi di parità di trattamento e buon andamento della pubblica amministrazione.

    Cosa sono le segreterie particolari degli organi regionali?

    Sono gli uffici di supporto diretto ai vertici politici delle Regioni (Presidente della Giunta, Assessori, Presidente del Consiglio regionale). Il personale assegnato a tali uffici svolge funzioni di assistenza e di raccordo con gli organi politici, ed è soggetto a una disciplina in parte differenziata rispetto agli altri dipendenti regionali.

    Le Regioni possono in assoluto disciplinare il trattamento del proprio personale?

    Le Regioni hanno una competenza residuale nella disciplina della propria organizzazione e del proprio personale, ma devono rispettare i principi fondamentali stabiliti dalla legislazione statale, i contratti collettivi nazionali e, in ogni caso, la riserva statale per tutto ciò che attiene all’ordinamento civile in senso stretto (norme sui contratti e sul lavoro privato e pubblico).

    Norme collegate

    • Art. 97 della Costituzione — Principi di buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione, richiamati come parametro violato
    • Art. 117 della Costituzione — Ripartizione delle competenze legislative tra Stato e Regioni, in particolare la competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile
    • Art. 3 della Costituzione — Principio di eguaglianza, invocato come parametro violato dal diverso trattamento del personale regionale
  • Corte cost. n. 257/2012 – Illegittimità dell’indennità di maternità ridotta per adozione delle lavoratrici autonome

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    La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 64, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001 (Testo unico maternità), nella parte in cui riconosceva solo tre mesi di indennità di maternità — invece di cinque — alle lavoratrici iscritte alla gestione separata che avessero adottato o avuto in affidamento preadottivo un minore. La norma violava i principi di uguaglianza e di tutela della maternità.

    Di cosa si tratta

    Una lavoratrice iscritta alla gestione separata INPS, dopo aver ottenuto l’affidamento preadottivo internazionale di un bambino, aveva ricevuto l’indennità di maternità solo per tre mesi, mentre le lavoratrici dipendenti hanno diritto a cinque mesi di congedo retribuito anche in caso di adozione. Il Tribunale di Modena ha sollevato questione di legittimità costituzionale sulla disparità di trattamento.

    La questione di legittimità costituzionale

    Gli artt. 64, comma 2, e 67, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001 erano impugnati dal Tribunale di Modena (r.o. n. 98 del 2012) in riferimento agli artt. 3, 31 e 37 della Costituzione, nella parte in cui le lavoratrici iscritte alla gestione separata che avessero adottato un minore ricevevano l’indennità per tre mesi invece di cinque. Giudice relatore: Alessandro Criscuolo.

    La decisione della Corte

    La Corte ha: 1) dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 64, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001, come integrato dal richiamo al d.m. 4 aprile 2002, nella parte in cui prevedeva l’indennità per tre mesi anziché cinque mesi per le lavoratrici iscritte alla gestione separata in caso di adozione o affidamento preadottivo; 2) dichiarato inammissibile la questione sull’art. 67, comma 2, del medesimo d.lgs. n. 151 del 2001 (relativo alle lavoratrici autonome in senso stretto).

    Il principio

    Non è costituzionalmente giustificabile una disparità di trattamento tra le lavoratrici iscritte alla gestione separata e le lavoratrici dipendenti in materia di indennità di maternità per adozione o affidamento: entrambe le categorie hanno diritto alla stessa durata della tutela previdenziale (cinque mesi), poiché l’inserimento del minore in famiglia richiede lo stesso periodo di adattamento indipendentemente dalla tipologia di lavoro della madre adottiva.

    Domande e risposte

    Cosa è la gestione separata INPS?

    È una forma previdenziale obbligatoria per i lavoratori autonomi privi di altra cassa previdenziale e per i collaboratori coordinati e continuativi. I contributi versati alla gestione separata finanziano, tra l’altro, la tutela della maternità.

    Qual è la differenza tra adozione e gravidanza biologica ai fini dell’indennità?

    Per la gravidanza biologica, i cinque mesi di indennità coprono il periodo pre e post parto (due mesi prima e tre mesi dopo). In caso di adozione, i cinque mesi decorrono dall’ingresso del minore nella famiglia. Prima di questa sentenza, le lavoratrici della gestione separata ricevevano solo tre mesi in entrambi i casi.

    Cosa cambia dopo questa sentenza per le lavoratrici adottive iscritte alla gestione separata?

    Hanno diritto a cinque mesi di indennità di maternità (invece di tre) decorrenti dall’effettivo ingresso del minore adottato nella famiglia, in linea con quanto previsto per le lavoratrici dipendenti. L’INPS deve liquidare l’indennità per l’intero periodo di cinque mesi.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 256/2012 – Illegittimità norma Marche su turni di protezione civile in deroga al CCNL

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    La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 27 della legge della Regione Marche n. 20 del 2011, che obbligava il personale di protezione civile a effettuare turni diurni e notturni in deroga ai contratti collettivi nazionali. La norma invadeva la materia dell’ordinamento civile, riservata alla competenza esclusiva statale.

    Di cosa si tratta

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato diversi articoli della legge della Regione Marche n. 20 del 2011 (assestamento di bilancio). Tra questi, l’art. 27, che aggiungeva un comma 5-bis all’art. 10 della legge reg. n. 32 del 2001 sul sistema regionale di protezione civile: la norma imponeva al personale di protezione civile con funzioni anche tecnico-amministrative l’obbligo di effettuare turni diurni e notturni, «in deroga ai vigenti contratti collettivi nazionali».

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 27 della legge reg. Marche n. 20 del 2011 era impugnato in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione (competenza esclusiva statale in materia di ordinamento civile, sub specie rapporti di diritto privato regolati contrattualmente). Ricorso n. 5 del registro ricorsi 2012. Giudice relatore: Alessandro Criscuolo.

    La decisione della Corte

    La Corte ha: 1) dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 27 della legge reg. Marche n. 20 del 2011; 2) dichiarato non fondata la questione sull’art. 31, comma 1, lett. d) (porti, competenza concorrente); 3) dichiarato inammissibile la questione sull’art. 22 (contratti pubblici); 4) dichiarato estinto il giudizio sull’art. 26, comma 4 (salario accessorio personale assembleare) per rinuncia.

    Il principio

    Una legge regionale non può derogare ai contratti collettivi nazionali di lavoro, poiché la disciplina dei rapporti di lavoro privato, anche quando coinvolge dipendenti regionali, rientra nella materia dell’«ordinamento civile», riservata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione.

    Domande e risposte

    Perché la Regione non può derogare ai CCNL?

    I contratti collettivi nazionali sono fonte del diritto privato del lavoro, che rientra nell’«ordinamento civile». Solo lo Stato può dettare norme di diritto privato che derogano ai CCNL o ne modificano l’efficacia. Le Regioni devono rispettare i CCNL anche per il loro personale.

    Cosa accade quando una norma regionale viola la competenza esclusiva statale?

    La Corte costituzionale dichiara la norma regionale costituzionalmente illegittima con efficacia erga omnes. La norma cessa di produrre effetti dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale.

    Cosa prevede il sistema regionale di protezione civile delle Marche?

    La legge reg. n. 32 del 2001 disciplina le strutture, i compiti e il personale della protezione civile regionale. Il comma 5-bis introdotto dall’art. 27 impugnato tentava di imporre flessibilità dell’orario di lavoro, ma lo faceva invadendo la materia riservata allo Stato.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 255/2012 – Manifesta inammissibilità sulla perizia per trascrizione di intercettazioni in dibattimento

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    La Corte costituzionale ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione sull’art. 224 del codice di procedura penale, sollevata dal Tribunale di Roma, che dubitava della possibilità del giudice del dibattimento di disporre perizia per la trascrizione di intercettazioni telefoniche senza violare la riservatezza delle comunicazioni non pertinenti al processo.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Roma, nel corso di un processo per associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, aveva ricevuto dal pubblico ministero la richiesta di disporre la trascrizione mediante perizia di circa 130 comunicazioni telefoniche intercettate. Il giudice rimettente temeva che la perizia dibattimentale comportasse la divulgazione pubblica di comunicazioni non pertinenti al processo, violando il diritto alla riservatezza delle comunicazioni di terzi estranei.

    La questione di legittimità costituzionale

    L’art. 224 del codice di procedura penale era impugnato dal Tribunale di Roma (r.o. n. 100 del 2012) in riferimento agli artt. 2 e 15 della Costituzione. Giudice relatore: Giuseppe Frigo.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione. Il Tribunale rimettente aveva prospettato una pronuncia di illegittimità i cui effetti avrebbero coinciso con quelli di un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, già percorribile senza necessità di intervento della Corte. La questione non soddisfaceva il requisito del «diritto vivente» ostativo all’interpretazione alternativa.

    Il principio

    La questione di legittimità costituzionale è inammissibile quando l’effetto richiesto al Giudice delle leggi potrebbe essere raggiunto mediante un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma. Il giudice rimettente deve prima tentare tale interpretazione; solo se preclusa da un diritto vivente consolidato può rimettere la questione alla Corte.

    Domande e risposte

    Qual è la differenza tra la trascrizione ex art. 268 c.p.p. e la perizia dibattimentale ex art. 224 c.p.p.?

    L’art. 268 c.p.p. prevede una procedura riservata davanti al GIP, in contraddittorio segreto, per selezionare le conversazioni rilevanti prima che confluiscano nel fascicolo dibattimentale. La perizia ex art. 224 c.p.p., disposta in udienza, avviene in pubblico e potrebbe richiedere la lettura in aula anche di comunicazioni non pertinenti.

    Perché la riservatezza delle comunicazioni rileva anche nel processo penale?

    L’art. 15 Cost. tutela la libertà e segretezza delle comunicazioni di tutti, anche dei terzi non indagati che hanno telefonato a un soggetto sottoposto a controllo. La loro divulgazione in udienza pubblica è ammissibile solo nella misura strettamente necessaria per gli interessi di giustizia.

    Cosa significa «diritto vivente» nella giurisprudenza costituzionale?

    È l’interpretazione di una norma consolidatasi nella giurisprudenza di legittimità in modo stabile e uniforme. Quando esiste un diritto vivente che esclude un’interpretazione costituzionalmente orientata, il giudice rimettente è legittimato a sollevare la questione alla Corte senza tentare interpretazioni alternative.

    Norme collegate