Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
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  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
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Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Corte cost. n. 315/2005 – emersione lavoro irregolare e sanzione amministrativa tributaria

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    La Corte ordina la restituzione degli atti a tutti i giudici rimettenti a causa di ius superveniens: nel frattempo il d.l. n. 12/2002 sull’emersione del lavoro irregolare era stato modificato, imponendo una rivalutazione della rilevanza e non manifesta infondatezza delle questioni sollevate dalle commissioni tributarie.

    Di cosa si tratta

    Numerose commissioni tributarie (Trento, Caserta, Macerata, Bolzano, Forlì, Bari, Benevento) avevano sollevato questioni sul d.l. n. 12/2002 convertito in l. n. 73/2002, che disciplinava la sanatoria per il lavoro irregolare. La norma prevedeva la possibilità di regolarizzare i lavoratori in nero previo pagamento di un contributo; le commissioni dubitavano della sua compatibilità con gli artt. 3 e 24 Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. dell’art. 3 comma 3 d.l. n. 12/2002 (emersione lavoro irregolare), convertito in l. n. 73/2002, in riferimento agli artt. 3, 24, 25 e 27 Cost., sollevata da più commissioni tributarie in giudizi relativi a sanzioni per lavoro in nero.

    La decisione della Corte

    La Corte ordina la restituzione degli atti a tutti i rimettenti. Dopo la proposizione delle ordinanze di rimessione, la normativa in esame era stata modificata da successivi provvedimenti legislativi, creando un quadro normativo mutato che imponeva ai giudici a quibus di rivalutare la rilevanza e la fondatezza delle questioni.

    Il principio

    Quando il quadro normativo rilevante è modificato da ius superveniens dopo la proposizione delle questioni di legittimità costituzionale, la Corte restituisce gli atti ai giudici rimettenti affinché rivalutino se le questioni mantengano rilevanza e plausibilità alla luce della nuova disciplina.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva il d.l. n. 12/2002 sull’emersione?

    Il decreto consentiva ai datori di lavoro di regolarizzare i rapporti di lavoro irregolari attraverso il pagamento di un contributo (cosiddetta “emersione”). I lavoratori in nero potevano essere messi in regola evitando le più severe sanzioni previste per il lavoro irregolare.

    Perché le commissioni tributarie erano coinvolte?

    Perché la sanatoria prevedeva anche aspetti fiscali e contributivi. Le controversie davanti alle commissioni tributarie riguardavano le sanzioni irrogate dall’Agenzia delle entrate per irregolarità pregresse non coperte dalla sanatoria.

    Cosa comporta la restituzione degli atti?

    I giudici rimettenti devono rivalutare la questione alla luce del ius superveniens. Se ritengono che le questioni mantengano rilevanza e non manifesta infondatezza anche dopo le modifiche normative, possono sollevare nuovamente le stesse questioni con una nuova ordinanza.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 314/2005 – contributo siccità 1989-1990 senza copertura finanziaria

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sulla legge di conversione del d.l. n. 367/1990 (contributi alle aziende agricole danneggiate dalla siccità 1989-1990), per difetto di motivazione sulla rilevanza. Il giudice di pace di Taranto non ha adeguatamente dimostrato che la norma impugnata fosse applicabile nel giudizio a quo.

    Di cosa si tratta

    Il Giudice di pace di Taranto era investito di un ricorso proposto da un agricoltore (Locorotondo Cosimo) contro la Regione Puglia, lamentando il mancato pagamento del contributo previsto dalla legge di conversione del d.l. n. 367/1990 per le perdite agricole causate dalla siccità dell’annata agraria 1989-1990. La Regione ha eccepito l’illegittimità cost. della norma per mancanza di copertura finanziaria.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. della legge n. 31/1991 (conversione del d.l. n. 367/1990 sui contributi per la siccità), in riferimento agli artt. 81 comma 4 e 119 Cost. (obbligo di copertura finanziaria e autonomia finanziaria regionale), sollevata dal Giudice di pace di Taranto.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità. Il giudice rimettente non ha dimostrato la rilevanza della questione nel giudizio a quo: non è chiaro se e come la norma sulla copertura finanziaria incidesse sulla pretesa creditoria dell’agricoltore, né perché una eventuale dichiarazione di illegittimità avrebbe influito sulla decisione del caso.

    Il principio

    Il requisito della rilevanza della questione di legittimità costituzionale impone al giudice rimettente di dimostrare che la norma impugnata debba essere applicata nel giudizio a quo e che la sua eventuale caducazione incida sul dispositivo della sentenza; in assenza di tale dimostrazione, la questione è inammissibile.

    Domande e risposte

    Cosa è l’obbligo di copertura finanziaria ex art. 81 Cost.?

    L’art. 81 comma 4 Cost. (nel testo vigente prima della riforma del 2012) obbligava ogni legge che determinasse nuove o maggiori spese a indicare i mezzi per farvi fronte. La norma mirava a impedire leggi di spesa prive di copertura nel bilancio dello Stato.

    Qual era la pretesa dell’agricoltore?

    L’agricoltore richiedeva il pagamento del contributo una tantum previsto per le aziende danneggiate dalla siccità del 1989-1990. Sosteneva di avere diritto alla prestazione prevista dalla legge, che la Regione non aveva corrisposto.

    Perché la Regione ha eccepito l’illegittimità costituzionale?

    Probabilmente come tecnica difensiva: se la legge che prevedeva il contributo fosse stata dichiarata incostituzionale per mancanza di copertura, il diritto al pagamento sarebbe venuto meno, liberando la Regione dall’obbligo.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 313/2005 – arresto obbligatorio straniero inottemperante all’espulsione

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    La Corte ordina la restituzione degli atti al Tribunale di Sassari (ius superveniens) e dichiara inammissibile la questione sollevata dal Tribunale di Venezia sull’arresto obbligatorio dello straniero che viola il provvedimento di espulsione. Nel frattempo era intervenuta una pronuncia additiva della Corte stessa che modificava il quadro normativo.

    Di cosa si tratta

    Due tribunali (Sassari e Venezia) avevano sollevato questioni sull’art. 14 comma 5-quinquies T.U. immigrazione, nella parte in cui prevede l’arresto obbligatorio in flagranza per lo straniero che, senza giustificato motivo, non ottempera all’ordine di allontanamento dal territorio. La questione riguardava la proporzionalità dell’arresto obbligatorio rispetto alla gravità del fatto.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. dell’art. 14 comma 5-quinquies d.lgs. n. 286/1998 (T.U. immigrazione) nella parte in cui prevede l’arresto obbligatorio per la contravvenzione di mancata ottemperanza all’ordine di allontanamento, in riferimento agli artt. 3 e 13 comma 3 Cost., sollevata dai Tribunali di Sassari e Venezia.

    La decisione della Corte

    Per Sassari: restituzione degli atti per ius superveniens (la Corte stessa, con altra pronuncia, aveva nel frattempo dichiarato illegittima una norma connessa, modificando il quadro). Per Venezia: manifesta inammissibilità per carente motivazione sulla non manifesta infondatezza, che si limitava a richiamare quanto già detto da Sassari senza aggiungere argomenti propri.

    Il principio

    Quando sopravviene una pronuncia della Corte costituzionale che incide sul quadro normativo rilevante per la questione pendente, il rimettente deve rivalutare la rilevanza e la non manifesta infondatezza alla luce del ius superveniens; in caso contrario, gli atti vanno restituiti al giudice a quo.

    Domande e risposte

    Cosa è l’arresto obbligatorio in flagranza?

    L’arresto obbligatorio in flagranza è una misura precautelare: la polizia giudiziaria è obbligata (e non solo facoltizzata) ad arrestare il soggetto colto in flagranza di determinate categorie di reati. Per gli illeciti più gravi il legislatore lo ha reso obbligatorio, riducendo la discrezionalità dell’agente di polizia.

    Perché la questione era controversa?

    Perché l’inottemperanza all’ordine di allontanamento è una contravvenzione (reato minore), e prevedere per essa l’arresto obbligatorio in flagranza sembrava sproporzionato rispetto alla gravità del fatto, in contrasto con l’art. 13 Cost. che impone riserva di legge e di giurisdizione per le restrizioni della libertà personale.

    Cosa è il ius superveniens?

    Letteralmente, “diritto sopravvenuto”. Si riferisce a una norma (o pronuncia) intervenuta dopo l’ordinanza di rimessione che modifica il quadro giuridico rilevante. In tal caso, la Corte restituisce gli atti al giudice rimettente affinché rivaluti la questione.

  • Corte cost. n. 312/2005 – riti alternativi esclusi davanti al giudice di pace penale

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    La Corte dichiara inammissibile la questione sull’art. 2 d.lgs. n. 274/2000 che esclude i riti alternativi nel processo penale davanti al giudice di pace, e manifestamente infondata quella sugli artt. 20 e 29 dello stesso decreto. Il legislatore ha legittimamente costruito il rito davanti al giudice di pace come procedura speciale alternativa al processo ordinario.

    Di cosa si tratta

    Due giudici di pace (Cairo Montenotte e Pisciotta) hanno sollevato questioni di legittimità cost. sul decreto legislativo che regola il processo penale davanti al giudice di pace, nella parte in cui esclude i riti alternativi (giudizio abbreviato, patteggiamento). La difesa sosteneva che ciò determinasse una disparità irragionevole rispetto all’imputato nel processo penale ordinario.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. degli artt. 2, 20 e 29 d.lgs. n. 274/2000 (competenza penale del giudice di pace), in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost. (prima questione) e all’art. 76 Cost. (seconda questione), sollevate dai Giudici di pace di Cairo Montenotte e Pisciotta.

    La decisione della Corte

    Prima questione (art. 2): manifestamente inammissibile per carente motivazione sulla rilevanza e non manifesta infondatezza. Seconda questione (artt. 20 e 29): manifestamente infondata; la delega legislativa è stata rispettata, e la scelta di non introdurre riti alternativi davanti al giudice di pace rientra nella discrezionalità del legislatore delegato.

    Il principio

    La scelta del legislatore di non prevedere riti alternativi nel processo penale davanti al giudice di pace non è irragionevole, in quanto tale rito è già di per sé una procedura semplificata rispetto al processo ordinario; la comparazione con i riti premiali del processo ordinario non è pertinente.

    Domande e risposte

    Come funziona il processo penale davanti al giudice di pace?

    Il giudice di pace ha competenza per reati di minore gravità (es. lesioni lievi, minaccia, ingiuria). Il rito è semplificato, favorisce la conciliazione tra le parti e prevede sanzioni non detentive (lavoro di pubblica utilità, permanenza domiciliare).

    Perché il giudice di pace non può applicare il rito abbreviato?

    Il d.lgs. n. 274/2000 ha costruito il processo davanti al giudice di pace come alternativa al processo ordinario già nella sua configurazione base, senza necessità di ulteriori riti premiali. Il legislatore ha ritenuto che la stessa struttura del rito garantisca sufficiente economia processuale.

    Cosa è il giudice di pace penale?

    Il giudice di pace è un magistrato onorario (non togato) che ha competenza in materia civile e, dal 2000, anche penale per reati di modesta entità. La sua istituzione ha contribuito a decongestionare i tribunali ordinari.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 311/2005 – insindacabilità parlamentare e chiusura processo civile risarcimento

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 3 comma 8 della l. n. 140/2003 (legge Schifani), nella parte in cui impone al giudice civile di pronunciare sentenza definitoria quando il Parlamento delibera l’insindacabilità ex art. 68 comma 1 Cost. Il rimettente non ha adeguatamente motivato i profili di incostituzionalità.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Ancona era investito di una causa per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa, in cui era imputato un senatore (già tale all’epoca dei fatti). Il Senato aveva deliberato la insindacabilità. La legge n. 140/2003 imponeva al giudice di pronunciare sentenza definitoria, chiudendo il processo civile, senza che potesse valutare autonomamente il nesso funzionale delle dichiarazioni.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. dell’art. 3 comma 8 l. n. 140/2003 nella parte in cui impone al giudice civile di definire il processo con sentenza in caso di delibera parlamentare di insindacabilità, in riferimento agli artt. 3, 24 e 101 Cost., sollevata dal Tribunale di Ancona.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità. Il giudice rimettente non ha adeguatamente motivato i profili di contrasto con ciascuno dei parametri evocati, limitandosi a enunciazioni generiche, senza indicare come la norma incida concretamente sulla decisione del caso.

    Il principio

    Il giudice rimettente deve motivare specificamente e non in modo generico la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale; enunciazioni astratte e ripetitive dei parametri senza riferimento al caso concreto determinano l’inammissibilità.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva la legge Schifani (l. n. 140/2003)?

    La legge n. 140/2003 disciplinava l’attuazione dell’art. 68 Cost. in materia di insindacabilità parlamentare e la sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato (quest’ultima parte fu in parte dichiarata illegittima). Il comma 8 dell’art. 3 prevedeva che, dopo la delibera parlamentare di insindacabilità, il giudice dovesse chiudere il processo.

    Perché i giudici contestavano questa norma?

    Perché la norma sembrava vincolare il giudice alla valutazione del Parlamento sul nesso funzionale delle dichiarazioni, senza consentirgli di verificare autonomamente se le affermazioni rientrassero davvero nell’esercizio delle funzioni parlamentari.

    Cosa ha fatto poi la Corte su questo tema?

    La Corte, in altri giudizi, ha precisato che il giudice civile non è vincolato alla delibera parlamentare e deve autonomamente verificare il nesso funzionale; in caso di disaccordo, può sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.

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  • Corte cost. n. 310/2005 – notifica al fallendo e tutela riservatezza dati personali

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    La Corte dichiara inammissibile la questione sull’art. 143 comma 1 c.p.c. (notifica a irreperibili) per difetto di rilevanza, e manifestamente infondata quella sull’art. 174 comma 6 del Codice della privacy. Il deposito pubblico dell’atto nella casa comunale non viola il diritto alla riservatezza in misura maggiore di quanto ammesso dalla Costituzione.

    Di cosa si tratta

    Nel corso di un procedimento fallimentare davanti al Tribunale di L’Aquila, il giudice ha dubitato che la notifica per deposito in comune ex art. 143 c.p.c. (prevista per il fallendo di cui non si conosce la residenza) violasse la riservatezza dei dati personali rispetto alle cautele introdotte dal Codice privacy del 2003, che imponeva la consegna degli atti in busta chiusa.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. dell’art. 143 comma 1 c.p.c. in riferimento all’art. 3 Cost. (prima questione) e dell’art. 174 comma 6 d.lgs. n. 196/2003 in riferimento all’art. 24 comma 2 Cost. (seconda questione), sollevate dal Tribunale di L’Aquila nel corso di un procedimento per dichiarazione di fallimento.

    La decisione della Corte

    Prima questione (art. 143 c.p.c.): inammissibile per difetto di rilevanza, in quanto l’atto era stato già notificato ritualmente. Seconda questione (art. 174 comma 6 Codice privacy): manifestamente infondata, perché la norma, che obbliga a consegnare gli atti in busta chiusa, non viola il diritto di difesa in senso costituzionalmente rilevante.

    Il principio

    La disciplina delle notifiche agli irreperibili deve bilanciare il diritto di difesa del destinatario con le esigenze del processo; le modalità adottate dal legislatore rientrano nella sua discrezionalità finché non rendano impossibile o eccessivamente difficile la tutela delle ragioni processuali.

    Domande e risposte

    Cosa prevede l’art. 143 c.p.c. sulla notifica agli irreperibili?

    L’art. 143 c.p.c. disciplina la notifica alle persone di cui non si conosce la residenza, la dimora o il domicilio. L’ufficiale giudiziario deposita l’atto nella casa del comune di ultima residenza nota e ne dà notizia mediante affissione all’albo.

    Qual era il problema di riservatezza sollevato?

    Il Codice privacy del 2003 ha imposto la consegna degli atti processuali in busta chiusa quando vengono consegnati a terzi. La notifica ex art. 143 c.p.c. per deposito in comune era invece aperta, potenzialmente accessibile a chiunque.

    Come si coniuga il diritto di difesa con la riservatezza?

    La Corte ha ritenuto che il legislatore abbia trovato un equilibrio ragionevole: l’obbligo di busta chiusa introdotto dal Codice privacy soddisfa le esigenze di riservatezza nelle notifiche ordinarie, mentre la notifica agli irreperibili segue un regime speciale giustificato dalla necessità di garantire la conoscibilità dell’atto.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 309/2005 – avviso udienza preliminare e riti alternativi difetto informativa

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione sull’art. 419 comma 1 c.p.p., che non prevede l’obbligo di informare l’imputato dei riti alternativi nell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare. L’imputato è presunto conoscere la legge e i riti premiali a sua disposizione.

    Di cosa si tratta

    Il GUP del Tribunale di Nocera Inferiore ha sollevato questione dubitando che la mancata previsione, nell’avviso di fissazione dell’udienza preliminare (art. 419 c.p.p.), dell’obbligo di informare l’imputato della possibilità di accedere ai riti alternativi (giudizio abbreviato, patteggiamento), comportasse una disparità irragionevole rispetto all’imputato a giudizio direttissimo (art. 552 c.p.p., che tale avvertimento prevede).

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. dell’art. 419 comma 1 c.p.p. nella parte in cui non prevede che l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare contenga, a pena di nullità, l’avvertimento della possibilità di richiedere riti alternativi, in riferimento all’art. 3 Cost., sollevata dal GUP di Nocera Inferiore.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta infondatezza. Il GUP rimettente stesso ha escluso nel ragionamento della propria ordinanza la violazione del diritto di difesa, affermando la presunzione di conoscenza della legge. La differenziazione rispetto all’art. 552 c.p.p. è ragionevole in quanto l’udienza preliminare è assistita dalla presenza necessaria del difensore.

    Il principio

    Non è costituzionalmente imposta l’inclusione nell’avviso di udienza preliminare dell’informazione sui riti alternativi: la presenza obbligatoria del difensore nell’udienza preliminare rende adeguatamente garantito il diritto dell’imputato di accedere ai riti premiali.

    Domande e risposte

    Cosa sono i riti alternativi nel processo penale?

    Sono procedure semplificate che consentono di definire il processo prima del dibattimento: giudizio abbreviato (giudicato allo stato degli atti con riduzione di pena) e patteggiamento (accordo tra PM e imputato su pena detentiva fino a cinque anni).

    Perché l’art. 552 c.p.p. prevede l’avviso e l’art. 419 no?

    L’art. 552 disciplina il decreto di citazione a giudizio direttissimo, in cui l’imputato può comparire senza difensore; per questo la legge ha ritenuto opportuno inserire l’avvertimento. Nell’udienza preliminare il difensore è sempre presente, il che giustifica la diversa disciplina.

    Il difensore garantisce il diritto ai riti alternativi?

    Sì: il difensore ha l’obbligo professionale di informare il proprio assistito delle opzioni processuali disponibili, inclusi i riti premiali. La presenza necessaria del difensore all’udienza preliminare costituisce quindi una tutela equivalente all’avviso scritto.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 308/2005 – conflitto poteri insindacabilità parlamentare dichiarazioni senatore

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    La Corte dichiara improcedibile il conflitto di attribuzione proposto dal Tribunale di Treviso avverso la delibera del Senato che aveva dichiarato insindacabili le dichiarazioni di un senatore. Il ricorso era stato presentato fuori termine, essendo decorso il termine per proporre conflitto dalla comunicazione della delibera camerale.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Treviso era investito di una causa civile per risarcimento danni da diffamazione promossa dall’ex sindaco e assessori del Comune di Nervesa della Battaglia contro il sen. Stiffoni, che aveva scritto in una lettera aperta che l’adesione al Coordinamento Enti Locali per la Pace era finalizzata a finanziamenti politici di parte. Il Senato aveva deliberato la insindacabilità ex art. 68 comma 1 Cost.

    La questione di legittimità costituzionale

    Conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato: il Tribunale di Treviso ha impugnato la delibera del Senato che aveva dichiarato insindacabili le dichiarazioni del sen. Stiffoni ai sensi dell’art. 68 comma 1 Cost. La questione di procedibilità riguarda il termine per proporre il ricorso.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara improcedibile il conflitto. Il ricorso era stato notificato il 10 gennaio 2005, cioè oltre i termini previsti per la proposizione del conflitto di attribuzione (la delibera del Senato risaliva al 26 novembre 2003). Il decorso del termine determina la improcedibilità del ricorso.

    Il principio

    Il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato deve essere proposto entro il termine previsto dalla legge dalla conoscenza dell’atto lesivo delle attribuzioni; il decorso del termine senza ricorso determina la improcedibilità dell’azione, indipendentemente dalla fondatezza nel merito.

    Domande e risposte

    Cosa è l’insindacabilità parlamentare ex art. 68 Cost.?

    L’art. 68 comma 1 Cost. stabilisce che i parlamentari non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Questa guarentigia copre i cosiddetti “atti funzionali”, legati all’attività parlamentare.

    Cosa è il conflitto di attribuzione tra poteri?

    È uno strumento giurisdizionale con cui un potere dello Stato (nel caso: un’autorità giudiziaria) contesta che un altro potere (nel caso: il Parlamento) abbia leso le sue attribuzioni costituzionali. È regolato dagli artt. 134 Cost. e 37 ss. l. n. 87/1953.

    Perché il ricorso è stato dichiarato improcedibile?

    Perché era stato presentato oltre il termine di legge dalla conoscenza della delibera del Senato. Il Tribunale di Treviso ha notificato il ricorso nel gennaio 2005, mentre la delibera del Senato risaliva al novembre 2003.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 307/2005 – atti d’indagine e inutilizzabilità per tardiva iscrizione registro reati

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    La Corte dichiara manifestamente infondata la questione relativa all’inutilizzabilità degli atti di indagine compiuti prima dell’iscrizione dell’imputato nel registro notizie di reato. L’assenza di una norma che sancisca tale inutilizzabilità non è costituzionalmente imposta dagli artt. 3, 24 e 111 Cost.

    Di cosa si tratta

    Il GIP del Tribunale di Modena, nel processo per omicidio aggravato in cui l’imputata era stata iscritta nel registro degli indagati solo dopo il deposito di una consulenza tecnica sul DNA, ha sollevato questione sulla mancata previsione dell’inutilizzabilità degli atti di indagine precedenti all’iscrizione, benché svolti quando la persona aveva già di fatto la qualità di indagata.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. degli artt. 335 comma 1 e 407 comma 3 c.p.p., nella parte in cui non prevedono l’inutilizzabilità degli atti compiuti prima dell’iscrizione del soggetto nel registro indagati quando questi aveva già di fatto assunto tale qualità, in riferimento agli artt. 3 comma 1, 24 e 111 comma 3 Cost., sollevata dal GIP di Modena.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta infondatezza. Il sistema processuale prevede già adeguate garanzie per l’imputato; la scelta di non prevedere un’inutilizzabilità automatica degli atti d’indagine precedenti all’iscrizione rientra nella discrezionalità del legislatore, non essendo costituzionalmente imposta.

    Il principio

    Non è costituzionalmente imposta la previsione dell’inutilizzabilità degli atti di indagine compiuti prima dell’iscrizione dell’imputato nel registro notizie di reato; spetta al legislatore, nell’esercizio della propria discrezionalità, stabilire le conseguenze processuali della tardiva iscrizione.

    Domande e risposte

    Cosa è l’inutilizzabilità nel processo penale?

    È una sanzione processuale che rende irrilevanti ai fini del giudizio gli atti istruttori acquisiti in violazione di specifiche previsioni di legge. A differenza della nullità, l’inutilizzabilità non si sana e può essere rilevata in ogni stato e grado del processo.

    Qual è la differenza tra artt. 405 e 407 c.p.p.?

    L’art. 405 c.p.p. stabilisce i termini ordinari per la chiusura delle indagini preliminari (sei mesi, prorogabili); l’art. 407 c.p.p. fissa i termini massimi insuperabili oltre i quali il PM deve esercitare o meno l’azione penale.

    La tardiva iscrizione è priva di conseguenze?

    No: la Cassazione ha elaborato una giurisprudenza che in certi casi fa decorrere i termini d’indagine dalla data in cui il PM avrebbe dovuto iscrivere l’indagato, e non da quella dell’iscrizione effettiva. La Corte Cost. ha però escluso che ciò imponga automatica inutilizzabilità degli atti.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 306/2005 – inutilizzabilità atti tardiva iscrizione registro indagati

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    La Corte dichiara manifestamente inammissibile la questione relativa alla possibilità di utilizzare atti di indagine compiuti oltre i termini a causa della tardiva iscrizione dell’indagato nel registro notizie di reato. Il rimettente non aveva adeguatamente motivato la rilevanza della questione nel giudizio a quo.

    Di cosa si tratta

    Il GIP del Tribunale di Vercelli ha sollevato questione di legittimità cost. del combinato disposto degli artt. 335 comma 1, 405 comma 2 e 191 c.p.p., nella parte in cui consentono l’utilizzo di atti compiuti oltre i termini massimi di indagine quando l’iscrizione nel registro degli indagati è avvenuta con ritardo. La questione riguardava la tutela dei diritti degli imputati in caso di ritardata iscrizione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. degli artt. 335 comma 1, 405 comma 2 e 191 c.p.p. nella parte in cui consentono l’utilizzo di atti investigativi compiuti oltre i termini per effetto di tardiva iscrizione nel registro indagati, in riferimento agli artt. 3, 24 comma 2 e 111 commi 1, 2, 3 Cost., sollevata dal GIP del Tribunale di Vercelli.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità. Il giudice rimettente non ha sufficientemente dimostrato la rilevanza della questione nel procedimento concreto, non avendo specificato se e quali atti investigativi contestati fossero stati effettivamente utilizzati nel giudizio.

    Il principio

    Affinché una questione di legittimità costituzionale sia ammissibile, il giudice rimettente deve indicare in modo preciso e non ipotetico perché la norma impugnata incide sulla decisione del caso concreto; un’argomentazione astratta sulla rilevanza determina l’inammissibilità.

    Domande e risposte

    Cosa comporta la tardiva iscrizione nel registro indagati?

    Secondo la giurisprudenza, la tardiva iscrizione non può essere deliberatamente usata dal PM per aggirare i termini delle indagini. Tuttavia, la Corte costituzionale ha più volte precisato che l’inutilizzabilità degli atti richiede un’apposita previsione legislativa.

    Perché la questione è inammissibile?

    Per difetto di adeguata motivazione sulla rilevanza: il GIP non ha indicato concretamente quali atti investigativi, compiuti oltre i termini, fossero stati effettivamente ammessi e utilizzati nella fase processuale in corso.

    Cosa sono gli artt. 335 e 405 c.p.p.?

    L’art. 335 c.p.p. disciplina il registro delle notizie di reato, nel quale il PM iscrive i nominativi degli indagati. L’art. 405 c.p.p. fissa i termini massimi entro cui il PM deve concludere le indagini preliminari.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 305/2005 – condono fiscale 2002 e principio di non colpevolezza

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    La Corte dichiara manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 12 della legge finanziaria 2003 (condono fiscale) e dell’art. 1 comma 2-decies del d.l. n. 143/2003. Le norme sul condono fiscale del 2002-2003 non violano il principio di uguaglianza né la presunzione di non colpevolezza, trattandosi di misure di carattere straordinario.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale di Varese, nel corso di un procedimento su un’istanza proposta da Pezzino Vincenzo, ha dubitato che le norme sul condono fiscale (definizione agevolata delle pendenze tributarie) violassero gli artt. 3, 27 comma 3 e altre disposizioni costituzionali, in quanto consentivano la regolarizzazione di posizioni fiscali con effetti anche in ambito penale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. dell’art. 12 l. n. 289/2002 (condono fiscale) e dell’art. 1 comma 2-decies d.l. n. 143/2003, in riferimento agli artt. 3 comma 1, 27 comma 3 e altre norme cost., sollevata dal Tribunale di Varese.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta infondatezza di entrambe le questioni. Le norme sul condono fiscale hanno carattere eccezionale e temporaneo; la loro applicazione non lede il principio di uguaglianza perché si rivolge a tutti i contribuenti con pendenze tributarie in via generale, senza disparità irragionevoli.

    Il principio

    Le misure di condono fiscale di carattere straordinario e temporaneo non violano il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost. né la presunzione di non colpevolezza, purché si applichino in modo generalizzato e non creino arbitrarie discriminazioni tra contribuenti in posizioni analoghe.

    Domande e risposte

    Cosa prevedeva il condono fiscale del 2002-2003?

    L’art. 12 della legge finanziaria 2003 consentiva ai contribuenti di definire le pendenze tributarie degli anni pregressi attraverso il pagamento di un importo ridotto, ottenendo la regolarizzazione della posizione fiscale e l’estinzione di eventuali controversie.

    Perché la questione è stata dichiarata manifestamente infondata?

    Perché la Corte ha ritenuto che le censure fossero prive di fondamento alla luce di una valutazione preliminare: le norme si applicano in modo uniforme a tutti i contribuenti e non introducono discriminazioni irragionevoli.

    Cosa significa “manifesta infondatezza”?

    È un’ordinanza di inammissibilità de plano, pronunciata in camera di consiglio senza udienza pubblica. Significa che la questione, esaminata sommariamente, appare priva di plausibile fondamento costituzionale.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 304/2005 – condono edilizio e autonomia Provincia di Bolzano

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    La Corte si pronuncia sul ricorso del Governo avverso la legge finanziaria 2004 della Provincia autonoma di Bolzano che escludeva l’applicazione del condono edilizio statale nel territorio provinciale. La Corte cessa parzialmente dalla materia e dichiara illegittime alcune disposizioni, confermando l’autonomia provinciale ma entro i limiti statutari.

    Di cosa si tratta

    Il Presidente del Consiglio ha impugnato gli artt. 34 e 38 della legge finanziaria provinciale di Bolzano 2004. L’art. 34 escludeva l’applicabilità del condono edilizio ex art. 32 d.l. n. 269/2003 nella Provincia; l’art. 38 introduceva disposizioni in materia di regolarizzazione edilizia proprie. Il giudice rimettente era il governo statale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Legittimità cost. degli artt. 34 e 38 della l.p. Bolzano n. 1/2004, in riferimento agli artt. 117 comma 2 lett. l), 119 e altre norme cost. e statutarie. Questione sollevata con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri.

    La decisione della Corte

    La Corte: cessa dalla materia quanto alle questioni ormai prive di oggetto per sopravvenienze normative; dichiara l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni dell’art. 38 che esulavano dalla competenza provinciale; dichiara non fondate le restanti censure sull’art. 34, confermando la facoltà della Provincia di escludere il condono statale nelle materie di propria competenza.

    Il principio

    Le Province autonome con potere legislativo esclusivo in materia urbanistica possono legittimamente escludere l’applicazione del condono edilizio statale nel proprio territorio, purché ciò avvenga nel rispetto dei limiti statutari e non invada materie di competenza statale esclusiva (come l’ordinamento civile e penale).

    Domande e risposte

    Cosa è il condono edilizio del 2003?

    Il d.l. n. 269/2003 (art. 32) prevedeva la possibilità di regolarizzare abusi edilizi commessi entro il 31 marzo 2003, previo pagamento di un’oblazione. La sanatoria era applicabile in tutto il territorio nazionale, salvo le deroghe delle autonomie speciali.

    Perché Bolzano ha potuto escluderlo?

    Perché la Provincia autonoma di Bolzano ha competenza legislativa esclusiva in materia di urbanistica e edilizia, ai sensi dello Statuto speciale. In tali materie può legiferare autonomamente, derogando alla normativa statale.

    Cosa ha dichiarato illegittimo la Corte?

    Le disposizioni dell’art. 38 che eccedevano la competenza provinciale, invadendo materie (come l’ordinamento civile) riservate allo Stato dall’art. 117 comma 2 Cost.

    Norme collegate

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