Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

Profilo LinkedIn ›

I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Buona fede nell’esecuzione del contratto: esempi pratici sull’art. 1375 c.c.

    Buona fede nell’esecuzione del contratto: esempi pratici sull’art. 1375 c.c.

    In sintesi

    • L’art. 1375 c.c. impone di eseguire il contratto secondo buona fede (buona fede oggettiva, cioè correttezza e lealtà).
    • È una regola che integra il contratto: crea obblighi di protezione, informazione e cooperazione anche dove il testo tace.
    • Vieta l’abuso del diritto: esercitare una facoltà contrattuale (es. un recesso) in modo sproporzionato e lesivo è contrario a buona fede.
    • Il caso-guida è la sentenza Renault (Cass. 20106/2009): un recesso formalmente legittimo può comunque generare responsabilità se abusivo.
    • La buona fede opera in tutte le fasi: trattative (1337), interpretazione (1366) ed esecuzione (1375).

    Cosa dice l’art. 1375 c.c.

    «Il contratto deve essere eseguito secondo buona fede.»

    Quattro parole che pesano molto. La “buona fede” qui non è uno stato psicologico (l’ignoranza di ledere altrui, come nel possesso), ma buona fede oggettiva: un dovere di comportarsi con correttezza e lealtà, in collegamento con l’art. 1175 c.c. (correttezza nei rapporti obbligatori). È una clausola generale che il giudice riempie di contenuto caso per caso.

    A cosa serve davvero: integrare e limitare

    La buona fede in esecuzione svolge due funzioni pratiche:

    • Funzione integrativa: impone obblighi ulteriori rispetto a quelli scritti – informare la controparte di circostanze rilevanti, cooperare per consentirle di adempiere o di godere della prestazione, avvisare di un problema, non aggravare inutilmente la sua posizione.
    • Funzione limitativa: impedisce di esercitare i propri diritti contrattuali in modo scorretto. È il fondamento del divieto di abuso del diritto e dell’exceptio doli.
    Fase del contratto Norma Dovere di buona fede
    Trattative e formazione art. 1337 c.c. Comportarsi lealmente, informare, non recedere ingiustificatamente
    Interpretazione art. 1366 c.c. Interpretare il contratto secondo buona fede
    Esecuzione art. 1375 c.c. Eseguire con correttezza, cooperare, non abusare dei propri diritti

    Il divieto di abuso del diritto (caso Renault)

    Con la sentenza n. 20106 del 18 settembre 2009 la Cassazione (sez. III) ha affermato, nel celebre caso Renault, che anche l’esercizio di un diritto previsto dal contratto – lì un recesso ad nutum da contratti di concessione di vendita di lunga durata – può configurare abuso del diritto quando avviene con modalità contrarie alla buona fede e produce un sacrificio sproporzionato per la controparte. Non basta che un comportamento sia formalmente consentito dalla lettera del contratto: il modo in cui un diritto viene esercitato è soggetto al controllo di buona fede.

    Tre casi pratici

    Caso 1 – Recesso brusco da un rapporto di durata

    Scenario. Un’azienda recede da un contratto pluriennale di fornitura/concessione rispettando il preavviso, ma senza alcuna ragione e dopo aver indotto l’altra parte a investimenti.

    Inquadramento. Il recesso è formalmente legittimo, ma le modalità possono integrare abuso del diritto contrario all’art. 1375 (Cass. 20106/2009): la controparte può chiedere il risarcimento del danno.

    Cosa conservare

    • contratto e durata del rapporto;
    • investimenti indotti e affidamento creato;
    • comunicazione di recesso e tempi;
    • danni conseguenti.

    Caso 2 – Mancata cooperazione che impedisce l’adempimento

    Scenario. Il committente non fornisce i dati o gli accessi necessari, poi contesta il ritardo del fornitore.

    Inquadramento. La buona fede impone un dovere di cooperazione: chi ostacola l’adempimento altrui non può poi trarne vantaggio. Rilevano anche la mora del creditore e l’eccezione di inadempimento (art. 1460).

    Cosa conservare

    • richieste di dati/accessi rimaste inevase;
    • cronologia delle comunicazioni;
    • impatto sul termine;
    • solleciti scritti.

    Caso 3 – Pretesa vessatoria di una clausola

    Scenario. Una parte invoca alla lettera una clausola per ottenere un vantaggio sproporzionato rispetto a un inadempimento minimo.

    Inquadramento. L’esercizio del diritto va misurato sulla buona fede: una pretesa abusiva può essere paralizzata o ridimensionata, anche tramite l’exceptio doli.

    Cosa conservare

    • testo della clausola;
    • entità reale dell’inadempimento;
    • sproporzione del vantaggio preteso;
    • scambi tra le parti.

    Spunti pratici

    • La lettera non basta: anche un diritto previsto dal contratto va esercitato con correttezza, o diventa abuso.
    • Coopera e informa: avvisare, fornire dati, non aggravare la controparte è un obbligo, non una cortesia.
    • Per i contratti di durata, motiva e gestisci con cura recessi e modifiche: l’affidamento creato pesa.
    • Documenta la correttezza: in giudizio la buona fede si valuta sui comportamenti concreti e tracciati.

    Per recessi, contestazioni e clausole nei contratti di durata puoi far analizzare contratto e modalità di esercizio dei diritti.

    Norme e fonti collegate

    Codice civile: art. 1375 (esecuzione di buona fede), art. 1175 (correttezza), art. 1366 (interpretazione di buona fede), art. 1337 (buona fede nelle trattative), art. 1460 (eccezione di inadempimento).

    Fonti affidabili

    Domande frequenti

    Cosa significa eseguire il contratto secondo buona fede?

    Significa comportarsi con correttezza e lealtà (buona fede oggettiva): informare, cooperare, non aggravare la controparte e non abusare dei propri diritti, anche oltre ciò che è scritto nel contratto (art. 1375 c.c.).

    La buona fede può limitare un mio diritto contrattuale?

    Sì. L’esercizio di un diritto in modo sproporzionato e sleale può configurare abuso del diritto, contrario alla buona fede, con possibili conseguenze risarcitorie (Cass. 20106/2009).

    Un recesso previsto dal contratto può essere illegittimo?

    Può generare responsabilità se esercitato con modalità abusive, soprattutto nei rapporti di durata in cui ha creato un affidamento e indotto investimenti nella controparte.

    Che differenza c’è tra buona fede oggettiva e soggettiva?

    Quella soggettiva è uno stato di ignoranza incolpevole (es. nel possesso); quella oggettiva degli artt. 1175 e 1375 è una regola di condotta: correttezza e lealtà nel rapporto.

    La buona fede vale solo nell’esecuzione?

    No: opera nelle trattative (art. 1337), nell’interpretazione (art. 1366) e nell’esecuzione (art. 1375), come principio generale del rapporto contrattuale.

    Come provo la violazione della buona fede?

    Con i comportamenti concreti documentati: comunicazioni, richieste inevase, tempi, sproporzione tra il diritto esercitato e l’interesse reale.

  • Interpello fiscale: esempi pratici sull’art. 11 Statuto del contribuente

    Interpello fiscale: esempi pratici sull’art. 11 Statuto del contribuente

    In sintesi

    • L’art. 11 della L. 212/2000 consente al contribuente di interpellare l’Agenzia delle Entrate per conoscere il trattamento fiscale di un caso concreto e personale.
    • Si può chiedere l’interpretazione in caso di obiettiva incertezza, la qualificazione di una fattispecie, l’applicazione della disciplina dell’abuso del diritto, la disapplicazione di norme antielusive e l’accesso a regimi speciali.
    • L’amministrazione risponde entro 90 giorni (termine sospeso dal 1° al 31 agosto e per i pareri di altre amministrazioni).
    • Vale il silenzio-assenso: se la risposta non arriva nel termine, vale la soluzione prospettata dal contribuente.

    La norma (art. 11, L. 212/2000)

    «Il contribuente può interpellare l’amministrazione finanziaria per la corretta interpretazione delle disposizioni tributarie quando vi sono condizioni di obiettiva incertezza sulla loro corretta interpretazione […]. La risposta […] è resa […] entro novanta giorni […]. Quando la risposta non è comunicata al contribuente entro il termine previsto, il silenzio equivale a condivisione, da parte dell’amministrazione, della soluzione prospettata dal contribuente.»

    Tipo di interpello Oggetto
    Interpretativo Norma di obiettiva incertezza
    Qualificatorio Qualificazione della fattispecie concreta
    Anti-abuso Disciplina dell’abuso del diritto (art. 10-bis)
    Disapplicativo Disapplicazione di norme antielusive
    Probatorio/regimi speciali Sussistenza di condizioni ed elementi probatori

    Tre casi pratici

    Operazione straordinaria a rischio abuso

    Un’impresa progetta una riorganizzazione e teme la contestazione di abuso del diritto.

    Cosa fare: Presentare interpello anti-abuso descrivendo l’operazione: la risposta dell’Agenzia mette al riparo dalle sanzioni e dà certezza preventiva.

    Norma nuova di dubbia applicazione

    Una disposizione appena introdotta non è chiara per il caso del contribuente.

    Cosa fare: Presentare interpello interpretativo prima di applicare la norma: si evita il rischio sanzionatorio e si documenta la buona fede ex art. 10.

    Risposta che non arriva

    Sono passati 90 giorni e l’Agenzia non ha risposto.

    Cosa fare: Applicare la soluzione prospettata: opera il silenzio-assenso e il comportamento conforme è tutelato.

    Spunti pratici

    • La risposta all’interpello vincola l’amministrazione limitatamente al caso e al richiedente; non ha valore di norma generale.
    • L’istanza deve essere preventiva e contenere la descrizione puntuale del caso e la soluzione proposta dal contribuente.
    • L’interpello rafforza la tutela dell’affidamento (art. 10): conviene conservarne copia con la risposta.

    Norme collegate

    Fonti affidabili

    • L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 11
    • D.Lgs. 30 dicembre 2023, n. 219 (riforma dell’interpello)
    • D.Lgs. 5 agosto 2015, n. 156 (disciplina degli interpelli)

    Hai ricevuto un atto del fisco o sei sotto verifica? Per gestire con metodo gli adempimenti e i rapporti fiscali della tua attività parti dalla guida pratica Impresa, società e contratti su FiscoInvestimenti.

  • Auto aziendali e deducibilità dei costi: esempi pratici sull’art

    Auto aziendali e deducibilità dei costi: esempi pratici sull’art

    In sintesi

    • Due piani da non confondere: la deducibilità dei costi per l’impresa (art. 164 TUIR) e la tassazione del fringe benefit sul dipendente.
    • Deducibilità impresa (invariata): 100% strumentali/uso pubblico, 70% uso promiscuo ai dipendenti, 80% agenti, 20% negli altri casi.
    • Per le auto al 20% il costo rileva fino a 18.075,99 euro (25.822,84 per gli agenti).
    • Fringe benefit dal 2025 (L. 207/2024): 50% del valore convenzionale ACI (15.000 km), 20% ibride plug-in, 10% elettriche.
    • Per le assegnazioni ante 2025 vale il regime transitorio legato alle emissioni di CO2.

    Cosa dice l’art. 164 TUIR

    La norma fissa i limiti di deduzione dei costi dei mezzi di trasporto a motore. Il comma 1 distingue tre regimi:

    Lettera a) – 100%: «per l’intero ammontare relativamente […] alle autovetture ed autocaravan […], ai ciclomotori e motocicli destinati ad essere utilizzati esclusivamente come beni strumentali nell’attività propria dell’impresa» e «ai veicoli adibiti ad uso pubblico».
    Lettera b) – 20%: «nella misura del 20 per cento relativamente alle autovetture e autocaravan […], ai ciclomotori e motocicli il cui utilizzo è diverso da quello indicato alla lettera a)»; per gli esercenti attività di agenzia o di rappresentanza la misura è dell’80 per cento.
    Lettera b-bis) – 70%: «nella misura del 70 per cento per i veicoli dati in uso promiscuo ai dipendenti per la maggior parte del periodo d’imposta».

    Per la lettera b) la deduzione opera entro tetti di costo fiscalmente riconosciuto: non si deduce il 20% dell’intero prezzo, ma il 20% del costo fino al limite di legge.

    La deducibilità dei costi per l’impresa

    Tipo di utilizzo Deducibilità Tetto di costo (autovetture)
    Esclusivamente strumentale o uso pubblico (taxi, NCC, autoscuole…) 100% nessun tetto
    Uso promiscuo ai dipendenti per la maggior parte del periodo 70% –
    Agenti e rappresentanti di commercio 80% 25.822,84 €
    Altri casi (uso aziendale non esclusivo) 20% 18.075,99 €

    Per i motocicli il tetto è di 4.131,66 euro e per i ciclomotori di 2.065,83 euro. Nel leasing rilevano i canoni proporzionati al costo non superiore ai medesimi limiti. Importante: queste percentuali e questi tetti non sono stati modificati dalla riforma 2025.

    Attenzione: deducibilità ≠ fringe benefit

    È l’errore più frequente. Sono due cose distinte:

    • la deducibilità (art. 164) riguarda quanto l’impresa può scaricare dei costi del veicolo (carburante, manutenzione, ammortamento, leasing, assicurazione);
    • il fringe benefit riguarda il valore tassabile in capo al dipendente che usa l’auto anche per fini privati, da inserire in busta paga come reddito di lavoro.

    La riforma 2025 ha toccato solo il secondo.

    Il fringe benefit dal 2025 (L. 207/2024)

    Per i veicoli immatricolati e concessi in uso promiscuo con contratto dal 1° gennaio 2025, il valore del fringe benefit è una percentuale dell’importo corrispondente a una percorrenza convenzionale di 15.000 km calcolata sul costo chilometrico delle tabelle ACI, al netto di quanto trattenuto al dipendente:

    Alimentazione del veicolo Percentuale (nuovo regime 2025)
    Elettrico a batteria (BEV) 10%
    Ibrido plug-in (PHEV) 20%
    Altri veicoli (benzina, diesel, ecc.) 50%

    La logica è premiare la mobilità a basse emissioni: l’elettrico ha un imponibile molto più basso del termico.

    Il regime transitorio

    Per le assegnazioni precedenti restano le vecchie regole: per i contratti stipulati dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2024 il fringe benefit si calcola con le percentuali legate alle emissioni di CO2 (dal 25% per i veicoli meno inquinanti fino al 60% per i più inquinanti). Una clausola di salvaguardia tutela i veicoli ordinati entro il 31/12/2024 e consegnati tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2025. L’Agenzia delle Entrate ha chiarito i confini del periodo transitorio con apposita circolare 2025.

    Tre casi pratici

    Caso 1 – Auto data al dipendente in uso promiscuo

    Scenario. L’azienda assegna un’auto elettrica a un dipendente per uso sia aziendale che privato, contratto del 2025.

    Inquadramento. Per l’impresa i costi sono deducibili al 70% (art. 164, lett. b-bis). Per il dipendente il fringe benefit è il 10% del valore ACI su 15.000 km, essendo elettrica: vantaggio fiscale doppio rispetto al termico.

    Cosa serve

    • contratto di assegnazione con data e durata;
    • idoneità “maggior parte del periodo d’imposta”;
    • tabella ACI del modello;
    • fringe benefit in busta paga.

    Caso 2 – Auto del professionista o dell’azienda non assegnata

    Scenario. Vettura intestata all’impresa, usata per l’attività ma non esclusivamente strumentale.

    Inquadramento. Deducibilità al 20% con tetto di costo a 18.075,99 euro: sull’eccedenza non si deduce nulla. Stesso limite per i canoni di leasing, proporzionati al tetto.

    Cosa verificare

    • costo di acquisto vs tetto;
    • proporzione canoni leasing;
    • detrazione IVA (di norma 40%);
    • documentazione delle spese.

    Caso 3 – Veicolo esclusivamente strumentale

    Scenario. Autocarro o veicolo senza il quale l’attività non può svolgersi (es. autoscuola, taxi).

    Inquadramento. Deducibilità al 100% (lett. a), ma l’onere della prova della strumentalità esclusiva è del contribuente: il veicolo non deve servire anche a fini personali o accessori.

    Cosa dimostrare

    • indispensabilità del mezzo per l’attività;
    • uso non promiscuo;
    • coerenza con l’oggetto sociale;
    • documentazione d’uso.

    I limiti dell’art. 164 e l’IRAP

    I tetti e le percentuali dell’art. 164 valgono ai fini delle imposte sui redditi. La Cassazione (Sez. V, n. 11791 del 2 maggio 2024) ha ribadito l’autonomia del principio di inerenza ai fini IRAP: i limiti forfettari dell’art. 164 non si trasferiscono automaticamente all’IRAP, dove rileva l’inerenza effettiva del costo all’attività.

    Spunti pratici

    • Non confondere deducibilità (impresa) e fringe benefit (dipendente): la riforma 2025 tocca solo il secondo.
    • Verifica il tetto di 18.075,99 euro prima di acquistare un’auto al 20%.
    • Elettrico e plug-in convengono sul fringe benefit (10% e 20%) per i contratti dal 2025.
    • Attenzione alla data di immatricolazione, contratto e consegna: determina quale regime si applica.
    • Strumentalità esclusiva: per il 100% serve provarla, l’onere è del contribuente.

    Per scegliere tra acquisto, leasing e assegnazione al dipendente puoi far verificare deducibilità, IVA e fringe benefit.

    Norme collegate

    TUIR (DPR 917/1986): art. 164 (mezzi di trasporto), art. 109 (norme generali, inerenza), art. 102 (ammortamento), art. 108 (spese di rappresentanza). Fringe benefit: art. 51, comma 4, lett. a) TUIR come mod. dalla L. 207/2024.

    Fonti affidabili

    • TUIR – Normattiva (testo vigente)
    • L. 30 dicembre 2024, n. 207 (Legge di Bilancio 2025) – nuovo fringe benefit auto; tabelle ACI annuali.
    • Cass. civ., Sez. V, n. 11791 del 2 maggio 2024 (autonomia dell’inerenza ai fini IRAP).

    Domande frequenti

    Quanto si deduce dei costi di un’auto aziendale?

    Dipende dall’uso (art. 164 TUIR): 100% per i veicoli esclusivamente strumentali o a uso pubblico; 70% per l’uso promiscuo ai dipendenti per la maggior parte del periodo; 80% per agenti e rappresentanti; 20% negli altri casi. Per le auto al 20% il costo rileva fino a 18.075,99 euro (25.822,84 per gli agenti).

    La riforma 2025 ha cambiato la deducibilità dei costi auto?

    No. Le percentuali di deducibilità per l’impresa (20%/80%/70%/100%) e i tetti dell’art. 164 restano invariati. La Legge di Bilancio 2025 ha cambiato la tassazione del fringe benefit in capo al dipendente, che è un’altra cosa.

    Come si calcola il fringe benefit auto dal 2025?

    Per i veicoli immatricolati e concessi in uso promiscuo con contratto dal 1° gennaio 2025, il fringe benefit è il 50% dell’importo corrispondente a 15.000 km secondo le tabelle ACI, ridotto al 20% per le ibride plug-in e al 10% per le elettriche a batteria, al netto di quanto trattenuto al dipendente.

    Cosa succede alle auto assegnate prima del 2025?

    Si applica il regime transitorio: per i contratti dal 1°/7/2020 al 31/12/2024 valgono le vecchie percentuali legate alle emissioni di CO2 (dal 25% al 60%). Una clausola di salvaguardia tutela i veicoli ordinati entro il 31/12/2024 e consegnati tra il 1°/1 e il 30/6/2025; l’Agenzia delle Entrate ha chiarito il periodo transitorio con circolare.

    I limiti dell’art. 164 valgono anche per l’IRAP?

    Non automaticamente. La Cassazione (Sez. V, n. 11791/2024) ha ribadito l’autonomia del principio di inerenza ai fini IRAP rispetto ai limiti forfettari dell’art. 164 TUIR, validi per le imposte sui redditi.

  • Operazioni infragruppo e transfer pricing: esempi pratici sull’art. 110 TUIR

    Operazioni infragruppo e transfer pricing: esempi pratici sull’art. 110 TUIR

    In sintesi

    • L’art. 110, comma 7, del TUIR disciplina il transfer pricing: le operazioni infragruppo con società estere del gruppo vanno valutate al valore di mercato.
    • Dal 2017 il criterio è il principio di libera concorrenza (arm’s length): condizioni e prezzi che sarebbero stati pattuiti tra soggetti indipendenti.
    • La rettifica opera se dall’operazione deriva un aumento del reddito; la diminuzione è riconosciuta solo in esecuzione di accordi tra autorità estere.
    • La documentazione sui prezzi di trasferimento, se idonea, protegge dalle sanzioni in caso di rettifica.

    La norma (art. 110, comma 7, TUIR – testo vigente)

    «I componenti del reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, sono determinati con riferimento alle condizioni e ai prezzi che sarebbero stati pattuiti tra soggetti indipendenti operanti in condizioni di libera concorrenza e in circostanze comparabili, se ne deriva un aumento del reddito.»

    Elemento Contenuto
    Ambito Operazioni con società estere del gruppo
    Criterio Principio di libera concorrenza (arm’s length)
    Rettifica in aumento Sempre possibile dall’ufficio
    Rettifica in diminuzione Solo con accordi tra autorità estere
    Documentazione idonea Esimente dalle sanzioni

    Tre casi pratici

    Vendita di beni alla controllata estera

    Una società italiana vende prodotti alla propria controllata estera a un prezzo inferiore a quello di mercato.

    Cosa fare: Allineare i prezzi al principio di libera concorrenza confrontandoli con operazioni tra parti indipendenti; predisporre la documentazione idonea per evitare contestazioni e sanzioni.

    Servizi infragruppo dalla capogruppo estera

    La capogruppo estera addebita servizi alla controllata italiana.

    Cosa fare: Verificare che il corrispettivo rispetti l’arm’s length e che i servizi siano effettivamente resi e utili: i costi infragruppo non congrui possono essere ripresi a tassazione.

    Finanziamento infragruppo

    Una società del gruppo concede un finanziamento a un’altra società estera collegata.

    Cosa fare: Applicare un tasso di interesse coerente con quello di mercato per operazioni comparabili: tassi non congrui sono soggetti a rettifica.

    Spunti pratici

    • La documentazione (Masterfile e Documentazione Nazionale) va comunicata e predisposta secondo il provvedimento dell’Agenzia.
    • Il transfer pricing riguarda le operazioni transfrontaliere infragruppo; per quelle interne valgono altre regole.
    • Le rettifiche possono dar luogo a doppia imposizione, risolvibile con le procedure amichevoli (MAP).
    • Si collega all’esterovestizione e alla residenza fiscale delle società (art. 73).

    Norme collegate

    Fonti affidabili

    • TUIR, DPR 917/1986, art. 110, comma 7
    • D.L. 24 aprile 2017, n. 50 (principio di libera concorrenza)
    • Agenzia delle Entrate, provvedimento sulla documentazione TP

    Gestisci il reddito d’impresa o di lavoro autonomo? Per pianificare imposte, deduzioni e operazioni con metodo parti dalla guida pratica Impresa, società e contratti su FiscoInvestimenti.

  • Dividendi da SRL e holding: esempi pratici sull’art. 89 TUIR

    Dividendi da SRL e holding: esempi pratici sull’art. 89 TUIR

    In sintesi

    • L’art. 89 del TUIR stabilisce che gli utili distribuiti alle società di capitali non concorrono al reddito per il 95% del loro ammontare.
    • È il meccanismo che evita la doppia imposizione economica: l’utile, già tassato in capo alla società che lo produce, è quasi totalmente escluso in capo alla società che lo riceve.
    • Questo rende vantaggiosa la holding: i dividendi salgono alla capogruppo scontando un’imposizione minima.
    • Per i soci persone fisiche non imprenditori i dividendi sono invece tassati con ritenuta/imposta sostitutiva del 26%.

    La norma (art. 89, comma 2, TUIR)

    «Gli utili distribuiti, in qualsiasi forma e sotto qualsiasi denominazione […] dalle società ed enti di cui all’articolo 73, comma 1, lettere a), b) e c) non concorrono a formare il reddito dell’esercizio in cui sono percepiti in quanto esclusi dalla formazione del reddito della società o dell’ente ricevente per il 95 per cento del loro ammontare.»

    Soggetto che incassa Tassazione del dividendo
    Società di capitali (holding) Escluso 95%, imponibile 5% (IRES)
    Persona fisica non imprenditore 26% (imposta sostitutiva)
    Società di persone Per trasparenza ai soci
    Utili da Stati a fiscalità privilegiata Imponibili integralmente (salvo prova)

    Tre casi pratici

    Dividendo da controllata a holding

    Una SRL controllata distribuisce utili alla holding capogruppo.

    Cosa fare: La holding esclude dal reddito il 95% del dividendo e tassa solo il 5% ai fini IRES: è il vantaggio tipico della struttura a holding per la circolazione degli utili nel gruppo.

    Distribuzione a socio persona fisica

    Una SRL distribuisce utili direttamente a un socio privato.

    Cosa fare: Applicare la tassazione del 26% come imposta sostitutiva: a differenza della holding, la persona fisica non beneficia dell’esclusione del 95%.

    Utili da società estera in paradiso fiscale

    Una società italiana riceve dividendi da una partecipata in uno Stato a fiscalità privilegiata.

    Cosa fare: Gli utili concorrono integralmente al reddito, salvo dimostrare con interpello le condizioni che consentono l’esclusione.

    Spunti pratici

    • L’esclusione del 95% riguarda i soggetti IRES; le società di persone tassano per trasparenza in capo ai soci.
    • La holding consente di reinvestire gli utili nel gruppo con minima imposizione intermedia.
    • I dividendi da partecipazioni per la negoziazione dei soggetti IAS/IFRS concorrono per intero (comma 2-bis).
    • Il regime dei dividendi si coordina con la PEX sulle plusvalenze (art. 87).

    Norme collegate

    Fonti affidabili

    • TUIR, DPR 917/1986, art. 89
    • TUIR, art. 47 (utili da partecipazione persone fisiche)
    • Agenzia delle Entrate, tassazione dei dividendi

    Gestisci il reddito d’impresa o di lavoro autonomo? Per pianificare imposte, deduzioni e operazioni con metodo parti dalla guida pratica Impresa, società e contratti su FiscoInvestimenti.

  • Cartella di pagamento ricevuta: esempi pratici sull’art. 25 DPR 602/1973

    Cartella di pagamento ricevuta: esempi pratici sull’art. 25 DPR 602/1973

    In sintesi

    • La cartella di pagamento richiede somme iscritte a ruolo e intima il pagamento entro 60 giorni.
    • Va notificata a pena di decadenza entro termini precisi (art. 25 DPR 602/1973).
    • Termini: 3 anni (controllo automatizzato), 4 anni (controllo formale), 2 anni dalla definitività dell’accertamento.
    • La notifica tardiva è un classico motivo di opposizione.
    • Alla ricezione: valutare pagamento, rateizzazione, autotutela o ricorso.

    Cosa dice l’art. 25 DPR 602/1973

    L’Agente della riscossione notifica la cartella, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre:

    a) «del terzo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione» (somme da controllo automatizzato, art. 36-bis; del quarto anno per la dichiarazione del sostituto d’imposta);
    b) «del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione» (somme da controllo formale, art. 36-ter);
    c) «del secondo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo» (somme dovute in base ad accertamenti).

    Sono termini di decadenza: il loro mancato rispetto è un vizio che si può far valere.

    I termini di notifica a colpo d’occhio

    Origine della somma Termine di notifica (entro il 31/12)
    Controllo automatizzato (art. 36-bis) Terzo anno successivo alla dichiarazione
    Controllo formale (art. 36-ter) Quarto anno successivo alla dichiarazione
    Accertamento divenuto definitivo Secondo anno successivo alla definitività

    Cosa fare quando arriva la cartella

    I 60 giorni sono decisivi. In questo termine conviene: verificare la notifica e i termini (decadenza, prescrizione del credito sottostante), controllare l’esistenza e l’importo del debito, e scegliere la strada: pagare, chiedere la rateizzazione, presentare istanza di autotutela per errori evidenti, oppure proporre ricorso al giudice competente se la pretesa è contestabile. Ignorarla espone a fermo, ipoteca e pignoramenti.

    Tre casi pratici

    Caso 1 – Cartella notificata troppo tardi

    Scenario. Arriva una cartella oltre i termini dell’art. 25.

    Inquadramento. La decadenza dalla notifica è motivo di opposizione: va eccepita nei termini e davanti al giudice competente, allegando le date.

    Cosa verificare

    • data di presentazione della dichiarazione;
    • tipo di controllo (36-bis/36-ter/accertamento);
    • data di notifica della cartella;
    • rispetto del termine di decadenza.

    Caso 2 – Importo errato

    Scenario. La cartella riporta somme non dovute o già pagate.

    Inquadramento. Si può chiedere l’annullamento in autotutela e, in parallelo, valutare il ricorso nei termini per non perdere il diritto di difesa.

    Cosa raccogliere

    • prova dei pagamenti;
    • dichiarazioni e versamenti;
    • istanza di autotutela;
    • termini per il ricorso.

    Caso 3 – Debito reale ma non sostenibile subito

    Scenario. Il debito è dovuto ma non si riesce a pagarlo in un’unica soluzione.

    Inquadramento. Conviene chiedere la rateizzazione (art. 19): blocca le nuove azioni esecutive e dilaziona il pagamento.

    Cosa fare

    • istanza di rateizzazione;
    • scelta del numero di rate;
    • rispetto delle scadenze;
    • monitoraggio della decadenza dal piano.

    Spunti pratici

    • Conta i 60 giorni dalla notifica: è la finestra per decidere.
    • Controlla i termini di decadenza: la cartella tardiva è impugnabile.
    • Autotutela e ricorso non sempre coincidono: tutela i termini del ricorso.
    • Valuta la rateizzazione se il debito è dovuto.
    • Non ignorarla: seguono fermo, ipoteca e pignoramenti.

    Per verificare una cartella e scegliere la strategia puoi far controllare termini, importi e vizi.

    Norme collegate

    DPR 602/1973: art. 25 (cartella di pagamento), art. 19 (rateizzazione), art. 50 (intimazione e avvio dell’esecuzione). DPR 600/1973: art. 36-bis, art. 36-ter.

    Fonti affidabili

    Domande frequenti

    Cos’è la cartella di pagamento?

    È l’atto con cui l’Agente della riscossione richiede il pagamento di somme iscritte a ruolo (imposte, sanzioni, interessi), con intimazione a pagare entro 60 giorni dalla notifica.

    Entro quanto va notificata la cartella?

    A pena di decadenza: entro il 31/12 del terzo anno successivo alla dichiarazione per i controlli automatizzati (36-bis); del quarto anno per i controlli formali (36-ter); del secondo anno successivo alla definitività dell’accertamento.

    Cosa succede se la cartella è notificata oltre i termini?

    La notifica oltre i termini di decadenza rende la pretesa non più azionabile con quella cartella: è uno dei principali motivi di opposizione, da far valere nei termini e davanti al giudice competente.

    Quanto tempo ho per pagare o reagire?

    La cartella intima il pagamento entro 60 giorni dalla notifica. Nello stesso termine si valuta ricorso, rateizzazione o autotutela.

    Cosa posso fare se la cartella è sbagliata?

    Si può chiedere l’annullamento in autotutela, presentare ricorso nei termini al giudice competente, o chiedere la rateizzazione se si intende pagare; le strade vanno valutate in base al vizio.

  • Distribuzione utili ai soci: esempi pratici sull’art. 2433 c.c.

    Distribuzione utili ai soci: esempi pratici sull’art. 2433 c.c.

    In sintesi

    • La distribuzione degli utili non è automatica: richiede una delibera dell’assemblea che approva il bilancio (art. 2433, comma 1).
    • Si possono pagare dividendi solo per utili realmente conseguiti e risultanti dal bilancio regolarmente approvato (comma 2).
    • In caso di perdita del capitale non si distribuisce nulla finché il capitale non è reintegrato o ridotto (comma 3).
    • I dividendi percepiti in buona fede in base a un bilancio regolare non sono ripetibili (comma 4).
    • Prima della delibera il socio ha una mera aspettativa, non un diritto: lo ha chiarito la Cassazione (n. 34221/2025).

    Cosa dice l’art. 2433 c.c.

    La norma disciplina quando e come gli utili diventano dividendi distribuibili. Il testo è il seguente:

    «La deliberazione sulla distribuzione degli utili è adottata dall’assemblea che approva il bilancio ovvero, qualora il bilancio sia approvato dal consiglio di sorveglianza, dall’assemblea convocata a norma dell’articolo 2364 bis, secondo comma.
    Non possono essere pagati dividendi sulle azioni, se non per utili realmente conseguiti e risultanti dal bilancio regolarmente approvato.
    Se si verifica una perdita del capitale sociale, non può farsi luogo a ripartizione di utili fino a che il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente.
    I dividendi erogati in violazione delle disposizioni del presente articolo non sono ripetibili, se i soci li hanno riscossi in buona fede in base a bilancio regolarmente approvato, da cui risultano utili netti corrispondenti.»

    L’utile di bilancio non si trasforma da solo in denaro nelle tasche del socio: serve un passaggio deliberativo. È la differenza, spesso fonte di liti tra soci, tra l’utile maturato e il dividendo distribuibile.

    Utile maturato e diritto al dividendo: la differenza che conta

    Finché l’assemblea non delibera la distribuzione, il socio vanta soltanto un’aspettativa. La Corte di Cassazione (Sez. II civile, ord. n. 34221 del 26 dicembre 2025) ha ribadito che i dividendi non sono frutti civili e non maturano automaticamente: non esiste un diritto all’ottenimento degli utili se non di quelli «la cui misura sarà stabilita dall’assemblea stessa». Rientra quindi nei poteri dell’assemblea, in sede di approvazione del bilancio, decidere di accantonare a riserva o reinvestire gli utili nell’interesse della società, anziché distribuirli.

    Le quattro condizioni della distribuzione

    Requisito Fonte Cosa significa
    Delibera assembleare comma 1 Decide l’assemblea che approva il bilancio; senza delibera nessun diritto al dividendo.
    Utili realmente conseguiti comma 2 Devono risultare da un bilancio regolarmente approvato: vietati i dividendi su utili fittizi.
    Integrità del capitale comma 3 Se il capitale è intaccato da perdite, va prima reintegrato o ridotto.
    Buona fede del socio comma 4 Se percepiti in buona fede su bilancio regolare, i dividendi non vanno restituiti.

    Nella SRL la regola corrispondente è l’art. 2478-bis: la distribuzione ai soci è decisa dai soci e può avere a oggetto solo utili realmente conseguiti.

    Tre casi pratici

    Caso 1 – Il socio di minoranza chiede gli utili, la maggioranza accantona

    Scenario. Il bilancio chiude in utile, ma la maggioranza delibera di portarlo a riserva. Il socio di minoranza pretende la sua quota.

    Inquadramento. Senza delibera di distribuzione non c’è diritto al dividendo (art. 2433, comma 1; Cass. 34221/2025). La scelta di non distribuire è legittima; il socio può però contestare la delibera solo se l’accantonamento è abusivo, cioè preordinato a danneggiarlo senza un reale interesse sociale.

    Cosa verificare

    • verbale di assemblea e motivazione dell’accantonamento;
    • storico delle riserve negli esercizi precedenti;
    • eventuale interesse extrasociale della maggioranza;
    • clausole statutarie sulla distribuzione.

    Caso 2 – Dividendi distribuiti su utili poi rivelatisi inesistenti

    Scenario. Dopo la distribuzione emerge che il bilancio sovrastimava i ricavi: l’utile non c’era.

    Inquadramento. I dividendi pagati in violazione dell’art. 2433 non sono ripetibili verso i soci in buona fede (comma 4). La società può però agire in responsabilità verso gli amministratori che hanno redatto il bilancio non veritiero.

    Cosa conservare

    • bilancio approvato e relazioni;
    • delibera di distribuzione;
    • evidenza della buona fede dei soci;
    • documenti sulla formazione dell’utile fittizio.

    Caso 3 – Acconto sui dividendi in una SRL

    Scenario. Gli amministratori vogliono anticipare ai soci parte dell’utile in corso d’anno.

    Inquadramento. L’acconto sui dividendi (art. 2433-bis) è ammesso solo per le società il cui bilancio è soggetto a revisione legale e con prospetto contabile e parere del revisore: fuori da questi presupposti l’anticipo è vietato.

    Cosa serve

    • bilancio soggetto a revisione legale;
    • prospetto contabile aggiornato;
    • parere del revisore;
    • delibera degli amministratori.

    Spunti pratici

    • Nessun dividendo senza delibera: mettere a verbale la decisione di distribuire (e in che misura).
    • Distribuire solo utili reali risultanti da bilancio approvato: gli utili fittizi espongono gli amministratori a responsabilità.
    • Capitale prima di tutto: in presenza di perdite, reintegrare o ridurre prima di distribuire.
    • Documentare la buona fede dei soci tutela dalla ripetizione dei dividendi.
    • Statuto su misura: clausole su priorità, riserve e diritti particolari dei soci riducono i conflitti.

    Per delibere di distribuzione, riserve e patti tra soci puoi far verificare bilancio e clausole statutarie.

    Norme collegate

    Codice civile: art. 2433 (distribuzione utili), art. 2433-bis (acconti sui dividendi), art. 2478-bis (bilancio e utili nella SRL), art. 2482-bis (riduzione del capitale per perdite).

    Fonti affidabili

    Domande frequenti

    Il socio ha sempre diritto agli utili dell’esercizio?

    No. Prima della delibera di distribuzione il socio ha solo un’aspettativa: il diritto al dividendo sorge soltanto con la deliberazione dell’assemblea (Cass. n. 34221/2025). L’assemblea può legittimamente accantonare o reinvestire gli utili.

    Chi decide la distribuzione degli utili?

    L’assemblea che approva il bilancio (art. 2433, comma 1). Nella SRL la regola corrispondente è l’art. 2478-bis: la decisione spetta ai soci.

    Si possono distribuire utili se c’è una perdita di capitale?

    No. Se si è verificata una perdita del capitale sociale non si può ripartire utili finché il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente (art. 2433, comma 3).

    Vanno restituiti i dividendi percepiti per errore?

    I dividendi erogati in violazione dell’art. 2433 non sono ripetibili se i soci li hanno riscossi in buona fede in base a un bilancio regolarmente approvato da cui risultano utili netti corrispondenti (comma 4).

    Cosa sono gli acconti sui dividendi?

    Sono distribuzioni anticipate consentite, a precise condizioni, dall’art. 2433-bis solo alle società con bilancio soggetto a revisione legale, su prospetto contabile e parere del revisore.

  • Plusvalenze d’impresa: esempi pratici sull’art. 86 TUIR

    Plusvalenze d’impresa: esempi pratici sull’art. 86 TUIR

    In sintesi

    • L’art. 86 del TUIR disciplina le plusvalenze dei beni relativi all’impresa, diversi dai beni-merce.
    • Concorrono al reddito se realizzate mediante cessione a titolo oneroso, risarcimento per perdita/danno, o assegnazione ai soci/destinazione extra-impresa.
    • La plusvalenza è la differenza tra il corrispettivo (o l’indennizzo) e il costo non ammortizzato del bene.
    • Se il bene è posseduto da almeno tre anni, la plusvalenza può essere rateizzata in quote costanti nell’esercizio e nei successivi, fino al quarto.

    La norma (art. 86, commi 1, 2 e 4, TUIR)

    «1. Le plusvalenze dei beni relativi all’impresa […] concorrono a formare il reddito: a) se sono realizzate mediante cessione a titolo oneroso; […] 2. […] la plusvalenza è costituita dalla differenza fra il corrispettivo o l’indennizzo conseguito, al netto degli oneri accessori di diretta imputazione, e il costo non ammortizzato. […] 4. Le plusvalenze realizzate […] concorrono a formare il reddito, per l’intero ammontare nell’esercizio in cui sono state realizzate ovvero, se i beni sono stati posseduti per un periodo non inferiore a tre anni […] in quote costanti nell’esercizio stesso e nei successivi, ma non oltre il quarto.»

    Situazione Trattamento
    Cessione a titolo oneroso Plusvalenza = corrispettivo − costo non ammortizzato
    Risarcimento per perdita/danno Plusvalenza imponibile
    Assegnazione ai soci / uso extra-impresa Plusvalenza = valore normale − costo non ammortizzato
    Bene posseduto da almeno 3 anni Rateizzazione fino a 5 quote costanti

    Tre casi pratici

    Vendita di un capannone con utile

    Un’impresa vende un capannone a un prezzo superiore al costo residuo non ammortizzato.

    Cosa fare: Calcolare la plusvalenza come differenza tra prezzo e costo non ammortizzato; se l’immobile è posseduto da almeno tre anni, optare in dichiarazione per la rateizzazione in cinque anni.

    Macchinario distrutto e risarcito

    Un macchinario va distrutto e l’assicurazione liquida un indennizzo superiore al valore residuo.

    Cosa fare: L’indennizzo genera una plusvalenza imponibile; anche qui, se il bene era posseduto da almeno tre anni, è possibile rateizzare l’imposizione.

    Bene assegnato al socio

    Un bene strumentale viene assegnato a un socio uscendo dal patrimonio dell’impresa.

    Cosa fare: La plusvalenza si calcola sul valore normale del bene rispetto al costo non ammortizzato: l’assegnazione è destinazione a finalità estranea e va tassata.

    Spunti pratici

    • La scelta della rateizzazione deve risultare dalla dichiarazione dei redditi: in mancanza la plusvalenza è tassata interamente nell’anno.
    • Per le partecipazioni con i requisiti PEX si applica invece l’esenzione dell’art. 87, non la tassazione integrale.
    • Le minusvalenze simmetriche sono deducibili secondo l’art. 101.
    • Anche la cessione dell’azienda con avviamento genera plusvalenza imponibile.

    Norme collegate

    Fonti affidabili

    • TUIR, DPR 917/1986, art. 86
    • TUIR, art. 87 (plusvalenze esenti PEX)
    • Agenzia delle Entrate, redditi d’impresa

    Gestisci il reddito d’impresa o di lavoro autonomo? Per pianificare imposte, deduzioni e operazioni con metodo parti dalla guida pratica Impresa, società e contratti su FiscoInvestimenti.

  • Ritenute su dipendenti e collaboratori: esempi pratici sull’art. 23 DPR 600/1973

    Ritenute su dipendenti e collaboratori: esempi pratici sull’art. 23 DPR 600/1973

    In sintesi

    • L’art. 23 del DPR 600/1973 individua nel datore di lavoro (e in altri soggetti) il sostituto d’imposta che opera la ritenuta IRPEF sulle retribuzioni del dipendente.
    • La ritenuta è effettuata all’atto del pagamento, a titolo di acconto dell’IRPEF dovuta dal lavoratore, con obbligo di rivalsa.
    • Si applica sulla parte imponibile delle somme e dei valori erogati, con le aliquote progressive IRPEF rapportate al periodo di paga.
    • Sono sostituti anche le società, gli enti, le persone fisiche che esercitano imprese o arti e professioni, il curatore fallimentare e il condominio.

    La norma (art. 23, comma 1, DPR 600/1973)

    «Gli enti e le società indicati nell’articolo 87, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi […] le persone fisiche che esercitano imprese commerciali […] o imprese agricole, le persone fisiche che esercitano arti e professioni, il curatore fallimentare, il commissario liquidatore nonché il condominio quale sostituto d’imposta, i quali corrispondono somme e valori […] devono operare all’atto del pagamento una ritenuta a titolo di acconto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche dovuta dai percipienti, con obbligo di rivalsa.»

    Adempimento Contenuto
    Ritenuta IRPEF All’atto del pagamento, su base imponibile, ad acconto
    Versamento F24 entro il 16 del mese successivo
    Conguaglio A fine anno o a cessazione del rapporto
    Certificazione Certificazione Unica + modello 770

    Tre casi pratici

    Conguaglio di fine anno a debito

    Dal conguaglio di dicembre emerge un’IRPEF a debito per il dipendente con più rapporti nell’anno.

    Cosa fare: Il sostituto trattiene la differenza sulle competenze di dicembre; se incapiente, la trattenuta prosegue nei mesi successivi o il dipendente versa in dichiarazione.

    Compenso al collaboratore coordinato e continuativo

    Un’azienda paga un co.co.co.: deve applicare le ritenute come per il lavoro dipendente.

    Cosa fare: Applicare le ritenute IRPEF con le regole del lavoro dipendente (redditi assimilati), versarle e certificarle in CU.

    Condominio che paga i dipendenti

    Un condominio retribuisce il portiere senza operare ritenute.

    Cosa fare: Il condominio è sostituto d’imposta: deve operare e versare le ritenute IRPEF, pena sanzioni e responsabilità per omesso versamento.

    Spunti pratici

    • L’omesso versamento delle ritenute oltre la soglia penale (150.000 € per periodo) integra un reato tributario (D.Lgs. 74/2000).
    • Il dipendente che subisce la ritenuta è liberato verso il Fisco anche se il sostituto non versa: la responsabilità resta del sostituto.
    • Le ritenute scomputabili dal lavoratore devono risultare dalla Certificazione Unica.

    Norme collegate

    Fonti affidabili

    • DPR 29 settembre 1973, n. 600, art. 23 (testo consolidato Agenzia delle Entrate)
    • TUIR, DPR 917/1986, artt. 49-51 (redditi di lavoro dipendente)
    • D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, art. 10-bis (omesso versamento di ritenute)

    Hai un accertamento o un controllo in corso? Per pianificare con metodo imposte, acconti e flussi della tua impresa puoi partire dalla guida pratica Impresa, società e contratti su FiscoInvestimenti.

  • Conferimento d’azienda: esempi pratici sull’art. 176 TUIR

    Conferimento d’azienda: esempi pratici sull’art. 176 TUIR

    In sintesi

    • Il conferimento d’azienda sposta un complesso organizzato, non singoli beni casuali.
    • La neutralità fiscale richiede coerenza contabile e documentale.
    • Perizia, valori e prospetti di riconciliazione sono centrali.
    • Spesso si usa prima di ingresso soci o vendita.
    • Il conferimento va coordinato con IVA, registro e debiti.

    Prima degli esempi: conferire significa costruire una nuova base societaria

    L’art. 176 TUIR disciplina il regime fiscale dei conferimenti di aziende. È una norma molto usata per riorganizzare imprese, separare rami e preparare ingressi di soci o investitori.

    Il rischio pratico è trattare come conferimento d’azienda qualcosa che è solo trasferimento di beni. Servono organizzazione, contratti, personale, clienti, beni e funzione economica.

    Prima dell’operazione occorre allineare perizia, valori contabili, fiscalità latente, debiti, IVA, registro e obiettivo finale.

    Dossier conferimento

    • perimetro azienda;
    • perizia;
    • contratti;
    • debiti;
    • valori fiscali.

    Caso 1: imprenditore individuale che crea SRL

    Scenario. Un imprenditore conferisce l’unica azienda in una nuova SRL.

    Come si legge in pratica. Serve capire cosa entra: beni, clienti, contratti, debiti e personale. La società non deve nascere con dati confusi.

    Perimetro

    • cespiti;
    • clienti;
    • fornitori;
    • debiti;
    • dipendenti.

    Caso 2: ramo ecommerce separato dal negozio

    Scenario. La società vuole conferire solo il ramo online a una newco.

    Come si legge in pratica. Il ramo deve essere autonomo e documentato: piattaforma, contratti, magazzino, marchio, clienti e personale dedicato.

    Ramo

    • sito;
    • contratti;
    • magazzino;
    • clienti;
    • personale.

    Caso 3: conferimento prima di vendere quote

    Scenario. Dopo il conferimento, i soci vogliono vendere le quote della conferitaria.

    Come si legge in pratica. La sequenza va valutata insieme ad abuso del diritto, plusvalenze, tempi e ragioni economiche.

    Sequenza

    • conferimento;
    • quote;
    • buyer;
    • prezzo;
    • ragioni.

    Quando chiedere una verifica

    Prima di conferire azienda o ramo: verifica perimetro, valori e fiscalità latente.

    Norme e fonti collegate

    TUIR su Normattiva.

    Fonti affidabili

    Domande frequenti

    Conferire beni singoli è conferire azienda?

    Non necessariamente.

    Serve perizia?

    Spesso è centrale.

    La neutralità è automatica?

    Va verificata.

    Si usa prima della vendita?

    Sì, ma con attenzione.

  • Quando si considera effettuata un’operazione IVA: esempi pratici sull’art. 6 IVA

    Quando si considera effettuata un’operazione IVA: esempi pratici sull’art. 6 IVA

    In sintesi

    • L’art. 6 del DPR 633/1972 individua il momento di effettuazione dell’operazione, da cui dipendono esigibilità dell’IVA e termini di fatturazione.
    • Cessioni di beni: alla stipulazione per gli immobili, alla consegna o spedizione per i beni mobili.
    • Prestazioni di servizi: all’atto del pagamento del corrispettivo.
    • Se prima si emette fattura o si paga (anche in parte), l’operazione si considera effettuata, per l’importo fatturato o pagato, a quella data.

    La norma (art. 6, DPR 633/1972)

    «Le cessioni di beni si considerano effettuate nel momento della stipulazione se riguardano beni immobili e nel momento della consegna o spedizione se riguardano beni mobili. […] Le prestazioni di servizi si considerano effettuate all’atto del pagamento del corrispettivo. […] Se anteriormente al verificarsi degli eventi indicati nei precedenti commi o indipendentemente da essi sia emessa fattura, o sia pagato in tutto o in parte il corrispettivo, l’operazione si considera effettuata, limitatamente all’importo fatturato o pagato, alla data della fattura o a quella del pagamento.»

    Operazione Momento di effettuazione
    Cessione di beni immobili Stipulazione dell’atto
    Cessione di beni mobili Consegna o spedizione
    Prestazione di servizi Pagamento del corrispettivo
    Fattura o pagamento anticipato Data della fattura o del pagamento (per l’importo)

    Tre casi pratici

    Acconto su una fornitura futura

    Un cliente versa un acconto prima della consegna della merce.

    Cosa fare: Emettere fattura sull’acconto al momento dell’incasso: l’operazione è effettuata, per quell’importo, alla data del pagamento e l’IVA diventa esigibile.

    Servizio reso ma non ancora pagato

    Un professionista ha completato la prestazione ma non ha ricevuto il compenso.

    Cosa fare: Per i servizi l’IVA è dovuta al pagamento: se però si emette fattura prima, l’operazione si considera effettuata alla data della fattura e l’IVA va versata.

    Vendita di immobile con effetti differiti

    Un contratto prevede il trasferimento della proprietà a una data successiva.

    Cosa fare: Il momento di effettuazione segue il prodursi dell’effetto traslativo; per i beni mobili comunque non oltre un anno dalla consegna.

    Spunti pratici

    • Dal momento di effettuazione decorre il termine per emettere la fattura elettronica (di norma 12 giorni per la fattura immediata).
    • L’esigibilità coincide di regola con l’effettuazione, salvo i casi di IVA per cassa o a esigibilità differita.
    • Per le cessioni periodiche in contratti di somministrazione l’operazione si effettua all’atto del pagamento.

    Norme collegate

    Fonti affidabili

    • DPR 26 ottobre 1972, n. 633, art. 6 (testo vigente)
    • D.Lgs. 127/2015 (fatturazione elettronica)
    • Agenzia delle Entrate, guida alla fatturazione elettronica

    Gestisci l’IVA della tua attività? Per organizzare fatturazione, detrazioni e adempimenti con metodo parti dalla guida pratica Impresa, società e contratti su FiscoInvestimenti.

  • Concorrenza sleale tra imprese: esempi pratici sull’art. 2598 c.c.

    Concorrenza sleale tra imprese: esempi pratici sull’art. 2598 c.c.

    In sintesi

    • L’art. 2598 c.c. individua gli atti di concorrenza sleale tra imprenditori, a tutela della lealtà del mercato.
    • Confusione: uso di nomi o segni distintivi e imitazione servile idonei a confondere con prodotti o attività di un concorrente.
    • Denigrazione e appropriazione di pregi: diffondere notizie idonee a screditare un concorrente o appropriarsi dei suoi pregi.
    • Clausola generale: ogni altro mezzo non conforme alla correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda.

    La norma (art. 2598 c.c.)

    «Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente […]; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito, o si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda.»

    Tipo di atto Esempio
    Confusione (n. 1) Segni confondibili, imitazione servile
    Denigrazione/appropriazione (n. 2) Screditare il concorrente, vantare pregi altrui
    Scorrettezza professionale (n. 3) Storno di dipendenti, sviamento di clientela

    Tre casi pratici

    Imitazione del marchio di un concorrente

    Un’impresa adotta segni distintivi molto simili a quelli di un concorrente noto.

    Cosa fare: Agire per concorrenza sleale confusoria (n. 1) chiedendo l’inibitoria e il risarcimento; valutare anche la tutela del marchio se registrato.

    Denigrazione del prodotto altrui

    Un concorrente diffonde notizie false per screditare i prodotti di un’altra azienda.

    Cosa fare: Si configura concorrenza sleale per denigrazione (n. 2): chiedere la cessazione della condotta, la rettifica e il risarcimento del danno.

    Storno di dipendenti

    Un’impresa sottrae sistematicamente personale chiave al concorrente per disorganizzarlo.

    Cosa fare: Lo storno con modalità scorrette rientra nella clausola generale (n. 3): è sleale se attuato con mezzi contrari alla correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’azienda.

    Spunti pratici

    • I rimedi tipici sono l’inibitoria, la rimozione degli effetti e il risarcimento (artt. 2599-2600).
    • La concorrenza sleale tutela l’imprenditore anche oltre i diritti di marchio e brevetto.
    • La colpa si presume una volta accertato l’atto sleale (art. 2600).

    Norme collegate

    Fonti affidabili

    • Codice civile, art. 2598
    • Codice civile, artt. 2599-2600 (sanzioni e risarcimento)
    • D.Lgs. 30/2005 (Codice della proprietà industriale)

    Hai un contratto, un credito o un patrimonio da tutelare? Per gestire con metodo rapporti, contratti e protezione del patrimonio parti dalla guida pratica Impresa, società e contratti su FiscoInvestimenti.

Informazione di carattere generale. I calcoli e le indicazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e si basano sulle fonti ufficiali indicate nel metodo editoriale. Non sostituiscono il parere di un professionista abilitato: per la valutazione del caso concreto è necessario rivolgersi a un avvocato, a un commercialista o a un consulente iscritto al proprio albo.