Testo dell'articoloIn aggiornamento
Materia: IVA / reddito d’impresa — inerenza dei costi · Riferimento: Corte di Cassazione, sezione tributaria, ordinanza 29 settembre 2025, n. 26312
- Il principio di inerenza è unico per le imposte sui redditi e per l’IVA: si ricava dalla nozione di reddito d’impresa.
- È un giudizio qualitativo (il costo si riferisce o no all’attività), non quantitativo: l’inerenza non dipende dall’entità della spesa.
- L’antieconomicità (sproporzione tra spesa e utilità) non esclude di per sé l’inerenza: vale solo come indizio sintomatico del suo difetto.
Il caso
A una società viene contestata la deduzione di alcuni costi e la corrispondente detrazione dell’IVA, perché l’ufficio li ritiene non inerenti all’attività d’impresa: in particolare la spesa appare sproporzionata rispetto all’utilità che ne deriva, cioè antieconomica. Il nodo è capire se l’inerenza si misuri sul quanto si spende oppure sul se il costo appartiene davvero alla sfera dell’impresa, e se il giudizio sull’inerenza sia lo stesso per le imposte dirette e per l’IVA.
La decisione
La Corte ribadisce un orientamento ormai consolidato: il principio di inerenza ha un fondamento unitario, valido sia per le imposte sui redditi sia per l’IVA, e si ricava dalla stessa nozione di reddito d’impresa. Esprime la necessità di riferire i costi all’esercizio dell’attività — anche in via indiretta, potenziale o in proiezione futura — escludendo soltanto le spese che si collocano in una sfera estranea all’impresa.
Da qui la natura del giudizio: si tratta di una valutazione qualitativa («quel costo appartiene o non appartiene all’attività?») e non quantitativa («quel costo è alto o basso?»). L’antieconomicità della spesa — la sproporzione tra costo e ritorno — non comporta automaticamente il difetto di inerenza, ma può operare come elemento sintomatico sul piano della prova, spostando sul contribuente l’onere di dimostrare la reale riferibilità del costo all’impresa.
Il principio di diritto
L’inerenza di un costo si apprezza in termini qualitativi, come correlazione del costo all’attività d’impresa concretamente esercitata, e prescinde dalla sua entità o dalla sua convenienza economica; l’antieconomicità non determina di per sé il venir meno dell’inerenza ma costituisce un mero indice sintomatico del suo possibile difetto, rilevante sul piano probatorio. Il principio è comune alle imposte dirette e all’IVA.
Implicazioni pratiche
Per imprese e professionisti il messaggio è duplice. Da un lato, una spesa non può essere disconosciuta solo perché «troppo alta» o apparentemente sconveniente: se è riferibile all’attività, resta inerente e quindi deducibile e detraibile. Dall’altro, l’antieconomicità accende un riflettore probatorio: di fronte a costi sproporzionati conviene documentare con cura la logica imprenditoriale della spesa (strategia, prospettive, rapporti contrattuali), perché l’onere di provare l’inerenza torna in capo al contribuente. Approfondimenti nelle sezioni T.U. IVA e TUIR.
Domande frequenti
Un costo molto alto è automaticamente non inerente?
No. L’inerenza è un giudizio qualitativo: ciò che conta è se il costo si riferisce all’attività d’impresa, non quanto sia elevato. L’antieconomicità è solo un indizio che può far ricadere sul contribuente l’onere della prova.
L’inerenza è diversa per IVA e imposte sui redditi?
No. La Cassazione ribadisce che il principio di inerenza è unico e si ricava dalla nozione di reddito d’impresa: vale allo stesso modo per la deduzione dei costi e per la detrazione dell’IVA.
Fonti
- Corte di Cassazione, sezione tributaria, ordinanza 29 settembre 2025, n. 26312.
- Art. 109 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR) e art. 19 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (principio di inerenza).
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