Autore: Andrea Marton

Autore

Andrea Marton

Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale

Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.

Metodo editoriale

  • Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
  • Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
  • Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
  • Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
  • Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.

Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia

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I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.

  • Entrata in vigore: casi pratici art. 80 Contenzioso Tributario

    L’art. 80 del D.Lgs. 546/1992 fissa la data di entrata in vigore del processo tributario riformato al 1° aprile 1996, separando in modo netto i giudizi disciplinati dal nuovo regime da quelli ancora soggetti alle norme previgenti. Benché sia una norma di diritto transitorio, il suo peso pratico rimane elevato ogni volta che occorre determinare quale procedura si applica a una controversia in ragione della data di introduzione del giudizio. Per il quadro sistematico si rimanda alla lettura integrale dell’art. 80 D.Lgs. 546/1992 sul sito.

    Quadro normativo

    Il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 ha introdotto un processo tributario interamente rinnovato rispetto al sistema previgente fondato sui decreti presidenziali degli anni Settanta. L’art. 80 ha concluso l’articolato fissando il momento a partire dal quale le nuove regole sarebbero diventate operative: il 1° aprile 1996. Per le controversie già pendenti a quella data erano stati predisposti gli artt. 72-79, che costituiscono le norme di diritto intertemporale e disciplinano il regime transitorio. L’art. 80 è pertanto il perno cronologico dell’intero sistema: individua la linea di confine oltre la quale il nuovo rito trovava applicazione esclusiva. Questa funzione si è conservata nel tempo, perché la corretta individuazione del regime applicabile dipende ancora oggi, in talune fattispecie, dalla data di instaurazione del giudizio di primo grado.

    Ambito di applicazione

    Il criterio discriminante è la data di introduzione del ricorso: le controversie introdotte dal 1° aprile 1996 in poi seguono interamente il D.Lgs. 546/1992; quelle instaurate in data anteriore restavano soggette al vecchio regime, salvo le disposizioni di raccordo degli artt. 72-79. Questo principio si proietta anche sulle riforme successive: la L. 130/2022, che ha istituito le corti di giustizia tributaria di primo e secondo grado, ha introdotto le proprie disposizioni transitorie senza modificare l’art. 80, che rimane il riferimento per la stratificazione storica del processo tributario. Il D.Lgs. 14 novembre 2024, n. 175 – che dal 1° gennaio 2027 raccoglierà in un Testo Unico l’intera materia – recepirà la norma senza alterarne la sostanza.

    Profili operativi

    Sul piano operativo, l’art. 80 rileva principalmente in tre situazioni: ricostruzione storica di giudizi pluriennali che hanno attraversato il cambio di regime; accertamento del rito applicabile a controversie instaurate in prossimità del 1° aprile 1996; verifica dell’efficacia di atti processuali compiuti sotto il vecchio rito nelle cause transitorie. La crescente digitalizzazione del Processo Tributario Telematico (PTT), obbligatorio dal 2023, non ha scalfito questa rilevanza per le cause storiche che producono ancora effetti concreti. Il professionista abilitato deve sempre verificare a quale regime appartiene la controversia prima di valutare la correttezza degli atti già compiuti.

    Caso N. 1: accertamento del rito in una controversia pendente da decenni

    Scenario. Tizio riceve dalla parte avversaria una memoria difensiva che richiama disposizioni del D.Lgs. 546/1992 in una causa avviata con ricorso notificato il 15 febbraio 1996. Il giudizio è stato sospeso più volte e ha subito rinvii, ed è ora ripreso dinanzi alla corte di giustizia tributaria di primo grado.

    Come si legge l’art. 80. Il ricorso è stato introdotto prima del 1° aprile 1996: il giudizio è soggetto al regime transitorio previsto dagli artt. 72-79 del medesimo decreto, non al regime ordinario. Le norme del D.Lgs. 546/1992 si applicano solo nella misura in cui gli artt. 72-79 lo prevedano espressamente o la disposizione in esame non deroghi al regime previgente.

    Cosa fare in pratica

    • Reperire copia del ricorso introduttivo con data certa di notifica o presentazione per verificare se cade prima o dopo il 1° aprile 1996.
    • Leggere gli artt. 72-79 D.Lgs. 546/1992 per stabilire quali disposizioni del nuovo rito si applicano anche al giudizio transitorio.
    • Segnalare alla corte, in apposita memoria, il regime processuale corretto se la controparte ha applicato norme non pertinenti.
    • Conservare i verbali di udienza storici che attestano l’andamento processuale sotto il vecchio rito.

    Caso N. 2: verifica della validità di un atto compiuto prima del 1° aprile 1996

    Scenario. Caio contesta la nullità di un deposito di documenti effettuato dalla controparte nel febbraio 1996 secondo modalità previste dal vecchio regime, in un giudizio che – ricostruito dal fascicolo – risulta essere stato introdotto il 10 marzo 1996.

    Come si legge l’art. 80. L’art. 80 fissa il confine al 1° aprile 1996. Il giudizio è stato instaurato il 10 marzo 1996: si applica il regime transitorio. Il deposito effettuato a febbraio 1996 è stato compiuto quando era ancora vigente il vecchio rito; la sua validità va valutata alla luce delle norme previgenti, non del D.Lgs. 546/1992.

    Cosa fare in pratica

    • Individuare il regime processuale al momento dell’atto (ante 1° aprile 1996 = vecchio rito).
    • Consultare le norme del previgente D.P.R. 636/1972 o del D.P.R. 739/1981 secondo il tipo di imposta controversa.
    • Verificare se l’art. 72 o seguenti del D.Lgs. 546/1992 abbiano sanato gli atti del vecchio rito o richiedano ratifica.
    • Documentare la ricostruzione cronologica in una memoria tecnica allegata al fascicolo.

    Caso N. 3: impugnazione di una sentenza emessa prima del 1° aprile 1996

    Scenario. Sempronia riceve nel 2026 una sentenza di appello che riforma una decisione di primo grado pronunciata nel 1994. Il giudizio di appello era stato introdotto nel 1995, prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 546/1992. Sempronia vuole ricorrere in Cassazione e si chiede quali regole si applicano al giudizio di legittimità.

    Come si legge l’art. 80. Il giudizio d’appello è stato introdotto nel 1995, prima del 1° aprile 1996. Tuttavia, il ricorso per Cassazione sarà proposto dopo tale data: le disposizioni del D.Lgs. 546/1992 sul giudizio di cassazione (artt. 62-65) si applicano ai ricorsi proposti dopo l’entrata in vigore, anche se il grado precedente era disciplinato dal vecchio rito, salvo diversa previsione delle norme transitorie.

    Cosa fare in pratica

    • Verificare se le norme transitorie degli artt. 72-79 dettano una disciplina speciale per il ricorso in Cassazione nei giudizi sorti prima del 1° aprile 1996.
    • Redigere il ricorso nel rispetto dei requisiti formali del D.Lgs. 546/1992 (artt. 62-65), salvo eccezioni transitorie.
    • Controllare i termini di impugnazione applicabili in base al regime di notifica della sentenza impugnata.
    • Depositare tempestivamente il ricorso tramite il Processo Tributario Telematico (PTT), ormai obbligatorio.

    Caso N. 4: impatto della riforma L. 130/2022 su controversie ante 1996

    Scenario. Il legale di Tizio deve presentare istanza di trattazione di una causa risalente al 1995 dinanzi alla corte di giustizia tributaria di primo grado (già commissione tributaria provinciale). Si chiede se possa richiedere la trattazione da remoto introdotta dal D.Lgs. 220/2023.

    Come si legge l’art. 80. L’art. 80 fissa il 1° aprile 1996 come data di operatività del D.Lgs. 546/1992. Le riforme successive (L. 130/2022 e D.Lgs. 220/2023) hanno innovato disposizioni del decreto del 1992, ma si innestano su di esso. Le cause transitorie soggette agli artt. 72-79 devono essere valutate caso per caso: le regole sull’udienza da remoto sono disposizioni processuali ordinamentali che, salvo deroga espressa, trovano applicazione anche ai procedimenti pendenti, indipendentemente dalla data di introduzione.

    Cosa fare in pratica

    • Presentare istanza di trattazione da remoto nei termini previsti dalle norme vigenti al momento dell’udienza.
    • Verificare che la causa risulti regolarmente iscritta a ruolo e che il fascicolo sia stato telematizzato (PTT).
    • Accertarsi che le norme transitorie degli artt. 72-79 non escludano espressamente l’applicazione della regola richiesta.

    Caso N. 5: testo unico 2027 e cause storiche ancora pendenti

    Scenario. Nel 2027, dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 175/2024 (Testo Unico della giustizia tributaria), la corte deve decidere quale disciplina applicare a una causa tributaria introdotta nel 1997 – quindi nel regime del D.Lgs. 546/1992 – che è ancora pendente in Cassazione.

    Come si legge l’art. 80. La causa è stata introdotta nel 1997, quindi rientra pienamente nel regime del D.Lgs. 546/1992. Il Testo Unico del 2024 conterrà proprie norme transitorie; per le cause già pendenti nel regime del D.Lgs. 546/1992, l’art. 80 di quest’ultimo ha già assolto la sua funzione di rito di riferimento. Sarà necessario fare rinvio alle disposizioni transitorie del D.Lgs. 175/2024 per stabilire il rito applicabile dal 1° gennaio 2027 in poi, analogamente a quanto avvenuto nel 1996 con le cause pendenti passate al nuovo regime.

    Cosa fare in pratica

    • Monitorare le disposizioni transitorie del D.Lgs. 175/2024 via Gazzetta Ufficiale e normattiva.it per identificare il regime applicabile alle cause pendenti dal 1° gennaio 2027.
    • Verificare se il Testo Unico introduce nuove forme di deposito o nuovi termini che modificano le scadenze già decorrenti.
    • Aggiornare i sistemi di fascicolo e calendario processuale alla luce del cambio di riferimento normativo.
    • Predisporre una nota riepilogativa sul regime storico della causa per le udienze successive al 1° gennaio 2027.

    Quando intervenire

    La rilevanza pratica dell’art. 80 emerge in due momenti. Il primo è l’avvio della consulenza processuale: prima di impostare la strategia difensiva, occorre stabilire sotto quale regime è nata la controversia. Se il ricorso risale a prima del 1° aprile 1996, bisogna analizzare gli artt. 72-79. Il secondo momento è la preparazione degli atti nelle cause storiche ancora vive: memorie o ricorsi redatti senza tenere conto del regime applicabile rischiano di essere dichiarati inammissibili. La parte interessata deve inoltre verificare, ad ogni riforma processuale successiva, se le nuove disposizioni si estendono automaticamente ai procedimenti pendenti.

    Norme e fonti

    • Art. 80 D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 – Entrata in vigore del processo tributario riformato
    • Artt. 72-79 D.Lgs. 546/1992 – Norme transitorie per le controversie pendenti al 1° aprile 1996
    • Art. 1 D.Lgs. 546/1992 – Richiamo al codice di procedura civile come fonte integrativa
    • L. 31 agosto 2022, n. 130 – Riforma della giustizia tributaria: corti di giustizia tributaria e magistratura professionale
    • D.Lgs. 30 dicembre 2023, n. 220 – Abrogazione reclamo-mediazione, prova testimoniale, udienza da remoto strutturale
    • D.Lgs. 14 novembre 2024, n. 175 – Testo Unico della giustizia tributaria (vigore dal 1° gennaio 2027)
    • L. 27 luglio 2000, n. 212 – Statuto dei diritti del contribuente
    • Art. 111 Costituzione – Principi del giusto processo applicabili al processo tributario

    Domande frequenti

    L’art. 80 D.Lgs. 546/1992 è ancora rilevante nel 2026?

    Sì. Pur essendo una norma di diritto transitorio entrata in vigore trent’anni fa, l’art. 80 continua a essere rilevante ogni volta che si deve stabilire il regime processuale applicabile a una controversia storica ancora pendente o che produce effetti giuridici attuali (rimborsi, sentenze definitive, pignoramenti su crediti tributari antichi).

    Cosa succede a una causa introdotta prima del 1° aprile 1996 che è ancora in piedi?

    La causa è soggetta al regime transitorio degli artt. 72-79 D.Lgs. 546/1992. Alcune disposizioni del rito ordinario si applicano anche a queste cause (ad esempio le regole sulle udienze introdotte da riforme successive), ma la verifica va fatta caso per caso, leggendo le norme transitorie in modo sistematico.

    Il Testo Unico del 2027 abroga l’art. 80 D.Lgs. 546/1992?

    Il D.Lgs. 175/2024 riordina sistematicamente la materia e dal 1° gennaio 2027 diventa il riferimento normativo principale. L’art. 80 del D.Lgs. 546/1992 ha però già esaurito la sua funzione dispositiva, nel senso che il confine del 1° aprile 1996 rimane un fatto storico incorporato nel sistema: le proprie disposizioni transitorie del Testo Unico 2027 si occuperanno delle cause pendenti al momento del nuovo cambio di regime.

    Come si individua il rito applicabile a una controversia pendente?

    Il criterio principale è la data di notifica o presentazione del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado. Se tale data è anteriore al 1° aprile 1996 si applica il regime transitorio; se è successiva si applica il rito ordinario del D.Lgs. 546/1992. Per i gradi successivi (appello, Cassazione) occorre poi verificare se le relative norme transitorie dettano regole specifiche per i giudizi sorti sotto il vecchio rito.

  • Entrata in vigore T.U. Registro: casi pratici art. 81 ImpR

    L’articolo 81 del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 segna l’entrata in vigore del Testo Unico dell’imposta di registro e include in allegato la Tariffa che scandisce le aliquote applicabili ai diversi atti. Comprendere il perimetro temporale e la struttura tariffaria di questa norma è essenziale per chiunque si trovi a registrare un atto o a valutare il carico fiscale di un’operazione immobiliare o contrattuale. Per il testo ufficiale si rinvia all’art. 81 D.P.R. 131/1986 su leggeinchiaro.it.

    Quadro normativo

    L’art. 81 chiude il D.P.R. 131/1986 con una disposizione di diritto intertemporale: il Testo Unico è entrato in vigore il 1° luglio 1986, data da cui si applicano le regole sostanziali e procedurali ivi contenute, abrogando le previgenti disposizioni. Al testo è allegata la Tariffa, suddivisa in Parte I (atti soggetti a registrazione in termine fisso) e Parte II (atti soggetti a registrazione solo in caso d’uso), che stabilisce le aliquote per ciascuna categoria di atto. L’art. 81 resta il cardine di sistema che individua quando e come si applica l’intera disciplina. Dal 2027, per effetto del D.Lgs. 1° agosto 2025, n. 123, la materia confluirà nel nuovo Testo Unico delle imposte indirette.

    Ambito di applicazione e struttura tariffaria

    La Tariffa allegata al D.P.R. 131/1986 – richiamata dall’art. 81 come parte integrante del testo – distingue tre macro-categorie fondamentali. Gli atti traslativi a titolo oneroso di immobili sono in genere soggetti ad aliquota del 9 per cento; scendono al 2 per cento se l’acquirente beneficia delle agevolazioni prima casa (note II-bis e II-quater) e salgono al 15 per cento per i trasferimenti di terreni agricoli a soggetti non coltivatori diretti né imprenditori agricoli professionali. I contratti a contenuto patrimoniale non immobiliare sono invece assoggettati ad aliquote differenziate in funzione del tipo negoziale. La distinzione tra Parte I e Parte II della Tariffa è cruciale: gli atti in Parte I devono essere registrati entro i termini ordinari (artt. 13-14 del D.P.R. 131/1986), mentre gli atti in Parte II sono registrabili solo se presentati a registrazione volontaria o per effetto di utilizzo in giudizio.

    Profili operativi e coordinamento con l’IVA

    In sede operativa, l’art. 81 va letto in combinato con le norme che regolano presupposto (art. 1), base imponibile (artt. 43-45), liquidazione (art. 16), riscossione (artt. 54-56) e sanzioni (artt. 69-72). Particolarmente rilevante è il coordinamento con l’art. 40, che sancisce il principio di alternatività IVA-Registro: quando un atto è soggetto a IVA, l’imposta di registro è dovuta in misura fissa (attualmente 200 euro) e non proporzionale. Questo meccanismo impone a chi redige o registra un atto di verificare preliminarmente la natura IVA o fuori campo IVA dell’operazione, poiché la qualificazione sbagliata può comportare liquidazione di imposta proporzionale laddove sarebbe dovuta quella fissa, oppure il contrario, con conseguenti sanzioni e interessi.

    Caso 1: Acquisto prima casa – aliquota 2% e agevolazione

    Scenario. Tizio, residente a Bologna, acquista da Caio un appartamento (categoria catastale A3) in un comune della Toscana. Non è proprietario di altri immobili in Italia. Intende trasferire la residenza nel nuovo comune entro diciotto mesi. Il prezzo concordato è 250.000 euro.

    Come si legge l’art. 81. La Tariffa Parte I, art. 1, prevede l’aliquota del 2% in presenza delle condizioni di cui alla nota II-bis: immobile non di lusso (categorie diverse da A1, A8, A9), acquirente privo di altri immobili nel territorio nazionale, impegno a stabilire la residenza entro diciotto mesi. Verificate queste condizioni, l’imposta dovuta è 250.000 × 2% = 5.000 euro, contro i 22.500 euro dell’aliquota ordinaria del 9%.

    • Raccogliere autocertificazione dell’acquirente sulle condizioni della nota II-bis (assenza di altri immobili, impegno residenza).
    • Verificare la categoria catastale dell’immobile in visura ipocatastale prima del rogito.
    • Annotare in atto la dichiarazione di voler beneficiare dell’agevolazione prima casa.
    • Monitorare il termine di diciotto mesi per il trasferimento della residenza: il mancato rispetto comporta decadenza e recupero della differenza d’imposta con sanzioni.

    Caso 2: Acquisto di terreno agricolo da non coltivatore – aliquota 15%

    Scenario. Sempronia, che gestisce una società di gestione patrimoniale, acquista da un privato un appezzamento di terreno agricolo di 3 ettari in provincia di Cremona. Il prezzo è 90.000 euro. Sempronia non è iscritta alla gestione previdenziale agricola né è qualificabile come imprenditore agricolo professionale.

    Come si legge l’art. 81. La Tariffa Parte I, art. 1, terzo periodo, stabilisce l’aliquota del 15% per i trasferimenti di terreni agricoli a soggetti diversi dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali (IAP) iscritti nella relativa gestione previdenziale. Sempronia rientra in questa categoria residuale: l’imposta sarà 90.000 × 15% = 13.500 euro, più le imposte ipotecaria e catastale nella misura ordinaria.

    • Acquisire visura camerale per verificare l’assenza di qualifica IAP o di iscrizione alla gestione previdenziale agricola.
    • Valutare preventivamente il carico fiscale complessivo (registro 15% + ipotecaria + catastale) prima di fissare il prezzo.
    • Verificare se siano applicabili agevolazioni per compendio unico (D.Lgs. 99/2004) o per acquisti da IAP cedente: possono ridurre l’aliquota se ricorrono requisiti specifici.
    • Conservare documentazione sulla qualifica dell’acquirente per eventuali verifiche dell’Agenzia delle Entrate.

    Caso 3: Atto soggetto a IVA – imposta fissa e principio di alternatività

    Scenario. Una SRL costruttrice cede a Caio, privato, un appartamento di nuova costruzione non ultimato da più di quattro anni. Il corrispettivo è 320.000 euro. La cedente applica IVA al 10% sull’operazione (acquisto abitativo da impresa costruttrice in regime IVA).

    Come si legge l’art. 81. L’art. 40 D.P.R. 131/1986, che opera in stretta connessione con l’impianto definito dall’art. 81, sancisce che gli atti relativi a cessioni soggette a IVA scontano l’imposta di registro in misura fissa (200 euro) anziché proporzionale. Applicare erroneamente l’aliquota del 2% o del 9% su 320.000 euro sarebbe una violazione censurabile in fase di liquidazione o controllo.

    • Verificare che la cessione sia effettuata da soggetto passivo IVA entro quattro anni dalla fine lavori o con opzione per l’imponibilità (art. 10, n. 8-bis, D.P.R. 633/1972).
    • Indicare nell’atto la natura IVA dell’operazione e il numero di partita IVA del cedente.
    • Liquidare l’imposta di registro nella misura fissa di 200 euro, oltre alle imposte ipotecaria e catastale nella misura dovuta.
    • Conservare la fattura IVA quale documentazione dell’assoggettamento all’imposta sul valore aggiunto.

    Caso 4: Contratto di locazione commerciale – registrazione in termine fisso

    Scenario. Tizio e la SRL Alfa stipulano un contratto di locazione di un immobile commerciale (negozio, categoria C1) per cinque anni, con canone annuo di 18.000 euro. Il contratto è redatto con scrittura privata non autenticata.

    Come si legge l’art. 81. I contratti di locazione di immobili sono inseriti nella Tariffa Parte I e devono essere registrati entro venti giorni dalla data dell’atto (art. 13 D.P.R. 131/1986). L’aliquota applicabile ai contratti di locazione di immobili è del 2% sul corrispettivo annuo (o su quello complessivo per contratti pluriennali con opzione). L’imposta è dovuta per ciascuna annualità; per le locazioni commerciali si esclude l’agevolazione cedolare secca, riservata ai soli contratti abitativi.

    • Calcolare l’imposta: 2% × 18.000 = 360 euro per la prima annualità; registrare il contratto entro venti giorni dalla firma.
    • Scegliere se pagare l’imposta annualmente o per l’intera durata contrattuale in un’unica soluzione (con possibilità di sconto del 3%).
    • Richiedere la registrazione tramite il Modello RLI all’Agenzia delle Entrate, in via telematica o allo sportello.
    • Conservare copia del contratto registrato con gli estremi di registrazione per eventuali controversie locatizie.

    Caso 5: Atto formato prima del 1° luglio 1986 – diritto intertemporale

    Scenario. Caio deve registrare tardivamente una scrittura privata di compravendita immobiliare stipulata il 15 giugno 1986. L’atto era soggetto alla normativa previgente al D.P.R. 131/1986. Si pone la questione di quale disciplina applicare.

    Come si legge l’art. 81. La norma stabilisce espressamente che il D.P.R. 131/1986 entra in vigore il 1° luglio 1986. Gli atti formati prima di tale data restano disciplinati dalla normativa previgente (D.P.R. 634/1972 e relative tariffe), anche se la loro registrazione avviene successivamente. Il principio generale è quello del tempus regit actum: la legge applicabile è quella vigente al momento della formazione dell’atto, non quella in vigore al momento della registrazione.

    • Individuare la data di formazione dell’atto e confrontarla con il 1° luglio 1986.
    • Applicare la tariffa e le aliquote del D.P.R. 634/1972 se l’atto è anteriore all’entrata in vigore del D.P.R. 131/1986.
    • Calcolare sanzioni e interessi per la registrazione tardiva secondo le norme vigenti alla data dell’omissione.
    • Valutare se sia possibile ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso (art. 13 D.Lgs. 472/1997) per ridurre le sanzioni.

    Quando intervenire

    La parte interessata deve attivarsi ogni volta che stia per concludere o abbia già concluso un atto rientrante nella Tariffa Parte I al D.P.R. 131/1986. I termini di registrazione sono perentori: venti giorni per gli atti formati in Italia, sessanta giorni per quelli formati all’estero. L’inosservanza comporta sanzioni dal 120% al 240% dell’imposta evasa, oltre agli interessi di mora. È altresì necessario agire prontamente se si riceve un avviso di liquidazione dell’Agenzia delle Entrate che contesti l’aliquota o i requisiti per le agevolazioni, poiché i termini per il ricorso tributario decorrono dalla notifica.

    Norme e fonti

    • Art. 81, D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 – Testo Unico dell’imposta di registro (entrata in vigore)
    • Tariffa Parte I e Parte II, allegata al D.P.R. 131/1986 (aliquote registro)
    • Art. 1, Tariffa Parte I, D.P.R. 131/1986 – trasferimenti immobiliari e aliquote (2%, 9%, 15%)
    • Nota II-bis, Tariffa Parte I – condizioni agevolazione prima casa
    • Art. 40, D.P.R. 131/1986 – principio di alternatività IVA-Registro
    • Artt. 13-14, D.P.R. 131/1986 – termini di registrazione degli atti
    • Art. 10, n. 8-bis, D.P.R. 22 dicembre 1972, n. 633 – esenzione IVA per cessioni di fabbricati abitativi
    • Art. 13, D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472 – ravvedimento operoso
    • D.Lgs. 1° agosto 2025, n. 123 – riforma imposte indirette (vigore dal 2027)

    Domande frequenti

    Dal 1° luglio 1986 tutte le registrazioni seguono il D.P.R. 131/1986?

    Sì. L’art. 81 stabilisce che il Testo Unico entra in vigore il 1° luglio 1986 e da quella data sostituisce integralmente il precedente D.P.R. 634/1972. Gli atti formati a partire da quella data, anche se redatti con scrittura privata non autenticata o con atto pubblico, sono soggetti alle regole del D.P.R. 131/1986 e alla Tariffa allegata.

    Se compro una casa con IVA, devo comunque registrare l’atto e pagare l’imposta di registro?

    Sì, la registrazione è obbligatoria. Per effetto del principio di alternatività (art. 40 D.P.R. 131/1986), però, l’imposta di registro è dovuta nella misura fissa di 200 euro anziché in misura proporzionale. A questa si aggiungono le imposte ipotecaria e catastale nelle misure previste per le operazioni soggette a IVA (di regola 200 euro ciascuna per la prima casa, 50 euro ciascuna negli altri casi).

    Cosa succede se non registro il contratto di locazione nei termini?

    L’omessa registrazione di un contratto di locazione entro il termine di venti giorni comporta l’applicazione di sanzioni dal 120% al 240% dell’imposta dovuta, oltre agli interessi legali. È possibile ridurre le sanzioni mediante ravvedimento operoso (art. 13 D.Lgs. 472/1997): la riduzione dipende dal ritardo, con sanzioni più contenute quanto prima avviene la regolarizzazione spontanea.

    Dal 2027 cambierà qualcosa con il D.Lgs. 123/2025?

    Il D.Lgs. 1° agosto 2025, n. 123, attuativo della delega per la riforma fiscale, ha previsto la confluenza della disciplina dell’imposta di registro in un nuovo Testo Unico delle imposte indirette. L’entrata in vigore delle nuove norme è prevista a decorrere dal 1° gennaio 2027. Fino a tale data continuano ad applicarsi le disposizioni del D.P.R. 131/1986, incluse le aliquote tariffarie e i termini oggi vigenti.

    Vedi anche: Registro dei trattamenti, Registro delle Imprese, Chiudere l’impresa, Sistema del prezzo-valore, Imposta di registro e ipocatastali sulla donazione e Imposta di registro sulla divisione di eredità e immobili.

  • Disposizioni finali: casi pratici art. 43 revisione legale

    L’articolo 43 del D.Lgs. 39/2010 segna il punto di chiusura del decreto sulla revisione legale, disciplinando le abrogazioni delle norme previgenti e il regime transitorio per le situazioni giuridiche già costituite. Capire come si applica questa norma è essenziale per revisori iscritti, società revisionand e e operatori che hanno attraversato il passaggio dalla vecchia alla nuova disciplina. Questa pagina raccoglie i casi pratici più ricorrenti; per il testo e il commento dell’articolo consulta la scheda completa dell’art. 43 D.Lgs. 39/2010.

    Quadro normativo

    L’articolo 43 chiude il D.Lgs. 27 gennaio 2010, n. 39, con cui l’Italia ha recepito la direttiva 2006/43/CE sull’audit legale, successivamente modificata dalla direttiva 2014/56/UE e integrata dal Regolamento UE 537/2014 per gli enti di interesse pubblico (EIP). La norma abroga espressamente il D.Lgs. 88/1992 e le disposizioni del D.P.R. 99/1998 incompatibili con il nuovo assetto, stabilendo al contempo un regime di salvaguardia per i diritti quesiti: iscrizioni già effettuate nel Registro dei revisori legali, tirocini in corso e incarichi di revisione in essere alla data di entrata in vigore conservano la loro validità fino al naturale termine, con gli adeguamenti richiesti dai regolamenti attuativi del Ministero dell’economia e delle finanze (MEF). Il combinato disposto delle abrogazioni e delle clausole di salvaguardia determina dunque uno spazio normativo composito, in cui vecchia e nuova disciplina coesistono temporaneamente.

    Ambito di applicazione

    L’art. 43 riguarda tutti i soggetti che, al momento dell’entrata in vigore del D.Lgs. 39/2010, erano titolari di posizioni giuridiche soggettive riconosciute dalla normativa abrogata: revisori iscritti nell’Albo tenuto dal MEF, società di revisione autorizzate, tirocinanti iscritti e società con incarichi di revisione in corso. L’ambito si estende anche alle pendenze sanzionatorie sorte prima dell’entrata in vigore: in base al principio di legalità della sanzione amministrativa (art. 1 L. 689/1981), le infrazioni commesse sotto la previgente disciplina continuano a essere valutate secondo le norme allora vigenti, a meno che quelle nuove risultino più favorevoli.

    Profili operativi della transizione

    Sul piano pratico, la transizione ha generato tre categorie di adempimenti. In primo luogo, la conferma dell’iscrizione nel Registro ex D.Lgs. 39/2010: i revisori già iscritti nell’Albo ex D.Lgs. 88/1992 sono stati automaticamente trasferiti, ma hanno dovuto completare specifici moduli di conferma e aggiornare i dati anagrafici e professionali. In secondo luogo, l’allineamento delle polizze assicurative ai nuovi massimali previsti dai regolamenti MEF. In terzo luogo, gli adempimenti formativi: il D.Lgs. 39/2010 introduce l’obbligo di aggiornamento professionale continuo (CPD) secondo standard armonizzati; i revisori che nella vecchia disciplina avevano crediti formativi in corso hanno dovuto raccordarsi con il nuovo sistema. Per gli incarichi in essere, la continuità è garantita fino alla scadenza contrattuale, ma i revisori sono tenuti ad applicare i nuovi principi di revisione ISA Italia già per le verifiche condotte dopo l’entrata in vigore.

    Caso 1: revisore iscritto nell’Albo ex D.Lgs. 88/1992 – conferma nel Registro

    Scenario. Tizio è revisore contabile iscritto nell’Albo tenuto dal MEF sin dal 2003, con incarichi attivi presso tre S.r.l. Al momento dell’entrata in vigore del D.Lgs. 39/2010, non ha ancora ricevuto comunicazioni ufficiali sulla procedura di conferma.

    Come si legge l’art. 43. La clausola di salvaguardia preserva la validità dell’iscrizione di Tizio, che confluisce automaticamente nel nuovo Registro dei revisori legali senza soluzione di continuità. Tuttavia, l’automatismo non esime dall’onere di conferma formale nei termini fissati dal decreto attuativo MEF: l’omissione espone alla cancellazione d’ufficio per inadempimento.

    • Verificare la comunicazione MEF con le istruzioni per la procedura di conferma e i termini perentori.
    • Accedere al portale del Registro dei revisori legali e completare il modulo di conferma con aggiornamento dei dati.
    • Trasmettere copia della polizza assicurativa aggiornata ai nuovi massimali.
    • Conservare la ricevuta telematica di conferma come prova dell’adempimento.

    Caso 2: tirocinante con tirocinio avviato sotto il D.Lgs. 88/1992

    Scenario. Caia ha iniziato il tirocinio triennale nel 2009 presso uno studio di revisione. Il D.Lgs. 39/2010 entra in vigore quando ha completato 18 mesi su 36. Teme di dover ricominciare il percorso dall’inizio.

    Come si legge l’art. 43. L’articolo fa espressamente salvi i tirocini in corso: il periodo già maturato da Caia viene riconosciuto integralmente. Il completamento avviene secondo le regole nuove per la parte residua, con l’obbligo di aggiornare il libretto di tirocinio e comunicare il tutor responsabile al Registro secondo le nuove modalità.

    • Chiedere allo studio tutor la comunicazione formale al MEF della prosecuzione del tirocinio sotto la nuova disciplina.
    • Verificare che il periodo già maturato sia correttamente annotato nel nuovo registro telematico.
    • Completare la parte residua seguendo i programmi di tirocinio previsti dal D.Lgs. 39/2010 e dai relativi regolamenti attuativi.
    • Integrare, se richiesto, le ore di formazione teorica secondo i nuovi standard prima dell’esame di abilitazione.

    Caso 3: incarico di revisione in essere su una S.p.A. – continuità e nuovi obblighi

    Scenario. La società Beta S.p.A. ha conferito nel 2008 un incarico triennale di revisione a Sempronio (revisore individuale), con scadenza al 31 dicembre 2011. L’assemblea si chiede se debba revocare l’incarico e rinnovarlo secondo le nuove regole.

    Come si legge l’art. 43. La norma tutela gli incarichi in essere fino alla scadenza naturale: l’incarico di Sempronio prosegue senza interruzione fino al 31 dicembre 2011. Tuttavia, già per i bilanci chiusi dopo l’entrata in vigore del decreto, Sempronio è tenuto ad applicare i principi ISA Italia e a strutturare la relazione di revisione secondo il nuovo format previsto dall’art. 14 D.Lgs. 39/2010.

    • Verificare la scadenza contrattuale: non è necessario alcun atto assembleare di conferma anticipata.
    • Applicare i principi ISA Italia già dalla prima revisione condotta dopo l’entrata in vigore del decreto.
    • Aggiornare la relazione di revisione al nuovo formato (giudizio, paragrafi enfasi, relazione su altre disposizioni di legge).
    • Al rinnovo, seguire integralmente le nuove procedure di nomina, accettazione e indipendenza previste dal D.Lgs. 39/2010.

    Caso 4: procedimento sanzionatorio avviato sotto la vecchia disciplina

    Scenario. Caio, revisore, ha subito nel 2009 una contestazione da parte del MEF per un presunto inadempimento agli obblighi di comunicazione previsti dal D.Lgs. 88/1992. Il procedimento è ancora pendente quando entra in vigore il D.Lgs. 39/2010, che prevede una sanzione diversa per la stessa condotta.

    Come si legge l’art. 43. Le pendenze sanzionatorie restano regolate dalla disciplina vigente al momento dei fatti, in applicazione del principio di legalità della sanzione amministrativa. Tuttavia, se le nuove norme prevedono un regime più favorevole (sanzione di importo inferiore o procedimento meno gravoso), Caio può invocare l’applicazione del trattamento più favorevole, secondo i principi generali del diritto sanzionatorio amministrativo.

    • Esaminare le disposizioni sanzionatorie sia del D.Lgs. 88/1992 sia del D.Lgs. 39/2010 per individuare il trattamento più favorevole.
    • Presentare apposita memoria nel procedimento in corso, richiamando l’art. 43 e i principi di cui alla L. 689/1981.
    • Raccogliere tutta la documentazione relativa alla condotta contestata, dimostrando il rispetto delle norme all’epoca vigenti.
    • Valutare con un professionista abilitato la possibilità di richiedere la sospensione del procedimento in attesa dell’orientamento applicativo del MEF.

    Caso 5: adeguamento formativo e crediti CPD pregressi

    Scenario. Tizio ha accumulato nel 2009 crediti formativi secondo il vecchio sistema del CNDCEC. Con l’entrata in vigore del D.Lgs. 39/2010 e del relativo regolamento MEF sulla formazione continua, si chiede se quei crediti siano riconoscibili nel nuovo sistema CPD.

    Come si legge l’art. 43. La norma transitoria rimette al MEF la definizione delle modalità di raccordo tra i diversi sistemi formativi. I regolamenti attuativi hanno generalmente ammesso il riconoscimento parziale dei crediti maturati nell’anno solare precedente l’entrata in vigore, a condizione che le attività formative riguardassero materie coerenti con quelle previste dal nuovo programma CPD (revisione, diritto societario, etica professionale, informatica applicata).

    • Raccogliere la documentazione attestante i crediti formativi maturati nel 2009 (attestati di partecipazione, certificazioni del CNDCEC).
    • Verificare il regolamento MEF sulla formazione continua per l’elenco delle materie riconoscibili e il limite di crediti trasferibili.
    • Inviare istanza di riconoscimento alla Ragioneria Generale dello Stato – Ufficio del Registro dei revisori, allegando la documentazione.
    • Integrare il piano formativo per l’anno in corso con le eventuali lacune non coperte dai crediti riconosciuti.

    Quando intervenire

    Un revisore legale, una società di revisione o qualsiasi operatore coinvolto in un incarico di audit deve prestare attenzione all’art. 43 ogni volta che si trovi a valutare la validità di posizioni giuridiche sorte prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 39/2010, o quando emergano questioni relative all’applicazione della normativa nel periodo transitorio. Ciò vale in particolare: al momento del rinnovo del primo mandato post-2010, quando occorre verificare se le formalità di transizione siano state correttamente adempiute; in caso di contestazioni da parte del MEF o della Consob che facciano riferimento a condotte risalenti al periodo di vigenza del D.Lgs. 88/1992; e in sede di due diligence su società la cui struttura di governance risale all’epoca pre-riforma.

    Norme e fonti

    • D.Lgs. 27 gennaio 2010, n. 39 – Revisione legale dei conti: art. 43 (abrogazioni e disposizioni transitorie)
    • D.Lgs. 27 gennaio 1992, n. 88 – Attuazione della direttiva 84/253/CEE (abrogato dall’art. 43)
    • Direttiva 2006/43/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle revisioni legali dei conti
    • Direttiva 2014/56/UE – modifica della direttiva 2006/43/CE
    • Regolamento UE n. 537/2014 – requisiti specifici per la revisione legale degli enti di interesse pubblico
    • D.Lgs. 17 luglio 2016, n. 135 – recepimento della direttiva 2014/56/UE e adeguamento al regolamento 537/2014
    • L. 24 novembre 1981, n. 689 – principi di legalità delle sanzioni amministrative (art. 1)
    • Regolamenti MEF in materia di formazione continua dei revisori legali

    Domande frequenti

    Un revisore iscritto prima del 2010 deve sostenere un nuovo esame di abilitazione?

    No. L’art. 43 fa salve le iscrizioni già esistenti: chi era regolarmente iscritto all’Albo ex D.Lgs. 88/1992 è transitato automaticamente nel nuovo Registro senza dover ripetere l’esame. L’obbligo di conferma formale riguardava solo la trasmissione dei dati aggiornati e della polizza assicurativa.

    Gli incarichi di revisione conferiti prima del 2010 conservano la durata originaria?

    Sì. La clausola di salvaguardia dell’art. 43 garantisce la continuità degli incarichi fino alla loro scadenza naturale. Tuttavia, già nel corso di questi incarichi il revisore è tenuto ad applicare i nuovi principi di revisione ISA Italia e a redigere la relazione secondo il formato previsto dall’art. 14 D.Lgs. 39/2010.

    Le sanzioni inflitte prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 39/2010 restano eseguibili?

    Sì, salvo che le nuove norme prevedano un trattamento più favorevole. In base ai principi generali del diritto sanzionatorio amministrativo (L. 689/1981), per le condotte poste in essere sotto la previgente disciplina continua ad applicarsi la norma in vigore al momento del fatto, a meno che quella successiva sia più favorevole all’interessato.

    Il recepimento della CSRD modifica qualcosa rispetto all’art. 43?

    No direttamente. Il D.Lgs. 125/2024 di recepimento della CSRD ha introdotto l’attestazione legale della rendicontazione di sostenibilità, ma opera su un piano distinto rispetto alle disposizioni transitorie del D.Lgs. 39/2010. L’art. 43 esaurisce i suoi effetti nel periodo di transizione dal vecchio al nuovo regime di revisione; le questioni CSRD sono regolate dalla nuova normativa specifica e dalle linee guida CEAOB e IAASB.

  • Art. 126 L. 633/1941

    Art. 126 L. 633/1941

    Testo vigente verificato su Normattiva. Scheda in arricchimento editoriale.

    L'editore è obbligato: 1) a riprodurre e porre in vendita l'opera col nome dell'autore, ovvero anonima o pseudomina, se ciò è previsto nel contratto, in conformità dell'originale e secondo le buone norme della tecnica editoriale; 2) a pagare all'autore i compensi pattuiti.

    Fonte: Normattiva.it.

  • Entrata in vigore TUE: casi pratici art. 138 D.P.R. 380/2001

    L’art. 138 del T.U. Edilizia (D.P.R. 380/2001) è la norma di chiusura del Testo Unico: fissa la data di entrata in vigore e ne sancisce l’obbligatorietà generale. Una duplice proroga ha spostato l’efficacia dal 1° gennaio 2002 al 30 giugno 2003, creando una lunga stagione di incertezza normativa con conseguenze concrete per operatori, amministrazioni e parti nei procedimenti edilizi.

    Quadro normativo

    Il D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 20 ottobre 2001, n. 245. L’art. 138 ne fissava l’entrata in vigore al 1° gennaio 2002, in deroga alla ordinaria vacatio legis di quindici giorni (art. 73 Cost.). Due proroghe successive hanno modificato questa data: il D.L. 411/2001 (conv. L. 463/2001) ha differito l’efficacia al 30 giugno 2002; il D.L. 122/2002 (conv. L. 185/2002) l’ha ulteriormente spostata al 30 giugno 2003. Solo da questa data il TUE ha sostituito le discipline previgenti elencate nell’art. 136.

    Ambito di applicazione

    L’art. 138 TUE non regola istituti edilizi sostanziali, ma definisce il momento a partire dal quale l’intero impianto del decreto presidenziale acquisisce forza vincolante per tutte le amministrazioni, i privati e i giudici. La norma ha efficacia orizzontale: incide su titoli abilitativi, sanzioni, rapporti con i regolamenti edilizi locali e legittimazione processuale. Durante il periodo transitorio (ottobre 2001 – giugno 2003) convivevano il testo già pubblicato e la normativa previgente ancora in vigore, con evidenti difficoltà applicative.

    Profili operativi

    La doppia proroga ha posto tre ordini di problemi. Primo: quale regime applicare nelle pratiche in istruttoria (vecchia concessione edilizia o nuova terminologia TUE). Secondo: la validità dei titoli già rilasciati, che restano efficaci senza necessità di conversione. Terzo: la disciplina delle sanzioni per abusi: quelle anteriori al 30 giugno 2003 seguono la normativa previgente (L. 47/1985), quelle successive il TUE. Queste distinzioni rilevano ancora oggi in sede di sanatoria, contenzioso su titoli storici e due diligence urbanistica nelle compravendite.

    Caso 1: Concessione edilizia rilasciata nel gennaio 2002 – quale regime applicare?

    Scenario. Tizio presenta domanda di concessione edilizia al Comune di Bergamo nel novembre 2001. Il titolo viene rilasciato il 15 gennaio 2002. La concessione viene rilasciata con riferimento alla L. 10/1977 e al D.P.R. 445/2000 (vecchio regime). Tizio si chiede se il titolo sia valido o se debba essere convertito in permesso di costruire ai sensi del TUE.

    Come si legge l’art. 138. Al 15 gennaio 2002 il TUE non era ancora in vigore: la prima proroga (D.L. 411/2001 conv. L. 463/2001) aveva spostato l’efficacia al 30 giugno 2002. La concessione edilizia rilasciata sotto il vecchio regime è pertanto valida e produce pieno effetto abilitativo. L’art. 138 TUE – letto in combinato con le disposizioni transitorie implicite nelle leggi di proroga – non impone alcuna conversione nominale del titolo, il quale equivale a tutti gli effetti al permesso di costruire TUE.

    • Conservare la concessione edilizia originale con la ricevuta di pagamento degli oneri concessori.
    • In caso di compravendita, inserire nell’atto il riferimento alla concessione edilizia come titolo abilitativo valido equivalente al permesso di costruire TUE.
    • Verificare il certificato di agibilità o abitabilità: anche questi atti anteriori al TUE restano pienamente efficaci.

    Caso 2: Abuso edilizio commesso nel primo semestre 2002 – quale normativa sanzionatoria?

    Scenario. Caio realizza un ampliamento non autorizzato della propria abitazione tra febbraio e maggio 2002, prima della prima scadenza prorogata. Il Comune di Pavia avvia un procedimento sanzionatorio nel 2004, dopo l’entrata in vigore del TUE, e applica le sanzioni previste dagli artt. 31 e ss. TUE. Caio contesta l’applicazione retroattiva del TUE.

    Come si legge l’art. 138. L’art. 138 TUE fissa l’entrata in vigore al 30 giugno 2003. Per gli illeciti edilizi vale il principio tempus regit actum: si applica il regime sanzionatorio vigente al momento della commissione dell’abuso. Poiché l’abuso risale al primo semestre 2002 – quando il TUE non era ancora in vigore – il Comune avrebbe dovuto applicare la L. 47/1985. L’applicazione retroattiva delle sanzioni TUE è contestabile.

    • Raccogliere la documentazione che attesta la data di commissione dell’abuso (fatture, foto datate, contratti con l’impresa esecutrice).
    • Verificare quale normativa sanzionatoria era vigente nel primo semestre 2002 (L. 47/1985 e disciplina regionale eventuale).
    • Presentare memorie difensive nel procedimento sanzionatorio evidenziando il principio di irretroattività delle sanzioni amministrative (art. 1 L. 689/1981).
    • In caso di ordinanza di demolizione già adottata, valutare il ricorso al TAR entro 60 giorni dalla notifica.

    Caso 3: Regolamento edilizio comunale non aggiornato al 30 giugno 2003 – conflitto normativo

    Scenario. Il Comune di Frosinone non ha aggiornato il proprio regolamento edilizio all’entrata in vigore del TUE. Nel luglio 2003 Sempronio presenta una SCIA per un intervento di ristrutturazione ordinaria. L’ufficio tecnico comunica che il regolamento locale richiede ancora la presentazione della DIA secondo le forme della L.R. Lazio n. 22/1997. Sempronio chiede se debba seguire la procedura comunale o quella TUE.

    Come si legge l’art. 138. Dal 30 giugno 2003 il TUE prevale sulle discipline locali incompatibili (art. 1, comma 3, TUE; art. 117, comma 3, Cost.: governo del territorio materia concorrente). Il regolamento edilizio comunale non può derogare alla disciplina statale sui titoli abilitativi. La SCIA presentata secondo il modello TUE è valida anche in assenza di aggiornamento locale.

    • Presentare la SCIA secondo il modello ministeriale standardizzato, allegando tutta la documentazione tecnica richiesta dal TUE e dai regolamenti locali compatibili.
    • In caso di richiesta di integrazioni che si ritengono illegittime, rispondere per iscritto richiamando l’art. 138 TUE e la piena vigenza del decreto dal 30 giugno 2003.
    • Conservare la ricevuta di deposito della SCIA con data certa: l’intervento può iniziare decorsi 30 giorni dalla presentazione salvo comunicazione di divieto.

    Caso 4: Due diligence immobiliare su immobile con titoli edilizi degli anni 2001-2003

    Scenario. Mevio acquista un appartamento a Torino costruito tra il 2001 e il 2003. In sede di rogito emergono titoli abilitativi di varia natura: una concessione edilizia del 2001, una DIA depositata nel 2002, un certificato di agibilità rilasciato nel 2003. Il notaio deve verificare la regolarità urbanistica dell’immobile.

    Come si legge l’art. 138. La sequenza dei titoli riflette il periodo di doppia proroga. La concessione del 2001 e la DIA del 2002 sono validi senza conversione. Il certificato di agibilità del 2003 – se rilasciato dopo il 30 giugno 2003 – doveva seguire la procedura TUE (art. 24 TUE); se anteriore, resta regolato dal regime previgente. L’art. 138 è il discrimine temporale: la regolarità si valuta in base alla normativa vigente al momento del rilascio di ciascun titolo.

    • Richiedere al Comune estratto delle pratiche edilizie per l’immobile, comprensivo di tutti i titoli e comunicazioni depositate tra il 2001 e il 2003.
    • Verificare la corrispondenza tra i titoli rilasciati e le opere effettivamente eseguite tramite perizia tecnica asseverata.
    • Controllare che il certificato di agibilità sia stato rilasciato e sia coerente con i titoli abilitativi, indipendentemente dal regime normativo applicato.
    • In caso di difformità minori emerse, valutare la praticabilità di una SCIA in sanatoria prima del rogito.

    Caso 5: Contenzioso amministrativo su diniego di permesso – quale normativa richiamare?

    Scenario. Tiziana presenta domanda di permesso di costruire nel marzo 2003 (TUE non ancora in vigore). Il Comune nega il titolo nel settembre 2003 (TUE già in vigore), richiamando sia la L. 10/1977 sia l’art. 12 TUE. Tiziana impugna il diniego al TAR chiedendo l’annullamento per violazione delle norme procedurali.

    Come si legge l’art. 138. Il procedimento è iniziato sotto il vecchio regime (marzo 2003) ma si è concluso dopo il 30 giugno 2003. Il principio generale in materia procedimentale è che la norma applicabile al procedimento è quella vigente al momento della sua conclusione, salvo che le disposizioni transitorie dispongano diversamente. Il diniego del settembre 2003 doveva pertanto essere adottato in conformità al TUE (art. 20 TUE sul procedimento per il rilascio del permesso di costruire). Il richiamo alla L. 10/1977 è errato e può costituire vizio di legittimità del provvedimento se ha determinato un iter procedimentale difforme da quello TUE.

    • Verificare i termini procedurali TUE: il Comune deve comunicare il responsabile del procedimento entro 10 giorni dalla domanda (art. 20 TUE).
    • Controllare che il diniego sia motivato con riferimento agli strumenti urbanistici vigenti, non genericamente alla normativa previgente.
    • Presentare ricorso al TAR entro 60 giorni dalla notifica, evidenziando l’errata applicazione della normativa procedimentale.

    Quando intervenire

    La questione della corretta vigenza temporale del TUE si pone ogni volta che occorre stabilire quale normativa disciplina un atto o un procedimento collocato tra la pubblicazione del D.P.R. 380/2001 (ottobre 2001) e il 30 giugno 2003. Le situazioni più frequenti: verifica della regolarità urbanistica di immobili edificati nel biennio 2001-2003 in sede di compravendita; contenzioso su sanzioni irrogate dopo il 2003 per abusi anteriori all’entrata in vigore del TUE; impugnazione di provvedimenti comunali che abbiano applicato il regime sbagliato; pratiche di sanatoria in cui il regime sanzionatorio incide sulle somme dovute. Il discrimine è sempre la data del fatto giuridico rilevante – non quella dell’accertamento o del procedimento.

    Norme e fonti

    • Art. 138, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 – Testo Unico Edilizia (norma di chiusura, entrata in vigore)
    • Art. 136, D.P.R. 380/2001 – Abrogazioni espresse delle norme previgenti
    • Art. 1, D.P.R. 380/2001 – Ambito di applicazione e rapporti con la legislazione regionale
    • Art. 12, D.P.R. 380/2001 – Presupposti per il rilascio del permesso di costruire
    • Art. 20, D.P.R. 380/2001 – Procedimento per il rilascio del permesso di costruire
    • Art. 24, D.P.R. 380/2001 – Agibilità degli edifici
    • D.L. 23 novembre 2001, n. 411, conv. L. 31 dicembre 2001, n. 463 – Prima proroga (al 30 giugno 2002)
    • D.L. 20 giugno 2002, n. 122, conv. L. 1° agosto 2002, n. 185 – Seconda proroga (al 30 giugno 2003)
    • L. 28 gennaio 1977, n. 10 – Legge Bucalossi (regime concessorio previgente)
    • Art. 1, L. 24 novembre 1981, n. 689 – Principio di irretroattività delle sanzioni amministrative
    • Art. 73, Costituzione – Vacatio legis e pubblicazione delle leggi
    • Art. 117, comma 3, Costituzione – Governo del territorio come materia concorrente

    Domande frequenti

    Un permesso di costruire rilasciato nel 2002 come «concessione edilizia» è ancora valido?

    Sì. I titoli rilasciati prima del 30 giugno 2003 (concessione edilizia, DIA, autorizzazione) restano validi senza conversione. L’art. 138 TUE non ha efficacia retroattiva: disciplina la data di vigenza del decreto, non quella degli atti già adottati.

    Se un abuso edilizio è stato commesso nel 2002, il Comune può applicare le sanzioni del TUE?

    No. Il principio di irretroattività (art. 1 L. 689/1981) impone di applicare le sanzioni vigenti al momento dell’illecito. Per gli abusi anteriori al 30 giugno 2003 si applica la L. 47/1985, non il TUE.

    Dal 30 giugno 2003 i Comuni possono ancora utilizzare la terminologia della normativa previgente?

    No. Dal 30 giugno 2003 il TUE prevale sulle discipline locali incompatibili. Il ritardo nell’adeguamento dei regolamenti non legittima formalità aggiuntive difformi dal TUE, né sana i provvedimenti adottati con procedure incompatibili.

    Nelle compravendite, come si valuta la regolarità di un immobile edificato tra il 2001 e il 2003?

    Ogni titolo va esaminato in base alla normativa vigente alla data del suo rilascio. Il discrimine è il 30 giugno 2003: titoli anteriori si valutano secondo il regime previgente, titoli successivi secondo il TUE. In sede di due diligence occorre acquisire l’estratto delle pratiche edilizie comunali per ricostruire la cronologia completa.

  • Art. 346 D.Lgs. 209/2005 – Attività di assistenza prestata da enti e società non assicurative

    Art. 346 D.Lgs. 209/2005 – Attività di assistenza prestata da enti e società non assicurative

    D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209 – Codice delle assicurazioni private

    1. 1. Non costituisce esercizio di attività assicurativa nel ramo assistenza: a) la prestazione di servizi di manutenzione o riparazione, di assistenza a clienti e la sola indicazione o messa a disposizione, in qualità di semplice intermediario, di un aiuto; b) l'attività di assistenza effettuata da un soggetto residente o avente sede nel territorio della Repubblica in caso di incidente o di guasto meccanico di un veicolo avvenuti nel medesimo territorio, a condizione che l'attività stessa risulti limitata alle seguenti prestazioni: 1) soccorso sul posto, effettuato utilizzando in prevalenza >personale e mezzi propri; 2) trasporto del veicolo fino all'officina più vicina o più idonea ad effettuare la riparazione ed eventuale accompagnamento, di regola con lo stesso mezzo di soccorso, del conducente e dei passeggeri fino al luogo più vicino, dal quale sia possibile proseguire il viaggio con altri mezzi.

    2. La disposizione di cui al comma 1, lettera b), si applica anche nel caso in cui l'incidente od il guasto siano avvenuti all'estero ed il soggetto che effettua il soccorso od il trasporto del veicolo sia un organismo, analogo ad altro esistente in Italia, del quale chi riceve l'assistenza è membro, che fornisce la prestazione in base ad un accordo di reciprocità con l'organismo nazionale, su semplice presentazione della tessera di membro e senza pagamento di alcun compenso aggiuntivo.

    3. L'attività di assistenza descritta al comma 1, lettera b), se effettuata da un'impresa di assicurazione, costituisce prestazione assicurativa nel ramo assistenza e, fatto salvo quanto previsto all'articolo 2, comma 5, può essere fornita solo da imprese autorizzate al ramo 18.

    4. L' IVASS disciplina, con regolamento, le condizioni di accesso e di esercizio, anche in deroga alle disposizioni dei titoli II, III e VIII, relative all'impresa di assicurazione che esercita unicamente l'attività di assistenza, allorché l'attività comporti soltanto prestazioni in natura, sia limitata ad un ambito territoriale puramente locale e l'importo complessivo annuale dei ricavi non superi duecentomila euro.

  • Polizza decennale acquirenti: casi pratici art. 386 CCII

    L’art. 386 del Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (D.Lgs. 14/2019) ha riformato in profondità le tutele dell’acquirente di immobile da costruire, incidendo sul d.lgs. 122/2005. In questa raccolta di casi pratici sull’art. 386 CCII si esaminano le situazioni concrete più frequenti: dalla nullità relativa per mancata consegna della polizza al ruolo del notaio, dall’escussione della fideiussione fino all’inadempimento del costruttore. Per il testo integrale dell’articolo e il commento sistematico si rinvia alla scheda Articolo 386 CCII su leggeinchiaro.it.

    Quadro normativo

    L’art. 386 CCII modifica l’art. 4 del d.lgs. 122/2005, che obbliga il costruttore a consegnare all’acquirente, contestualmente al rogito, una polizza assicurativa indennitaria decennale postuma a copertura dei danni da rovina o gravi difetti costruttivi ex art. 1669 c.c. La novella rafforza quell’obbligo su tre fronti: introduce la nullità relativa del contratto in caso di mancata consegna; delega a un decreto interministeriale la fissazione di un modello standard per la polizza; coordina l’inadempimento con il meccanismo di escussione della fideiussione ex art. 3 d.lgs. 122/2005. L’obiettivo è garantire all’acquirente una tutela effettiva e non meramente formale contro il rischio di crisi del costruttore.

    Ambito di applicazione

    Le norme si applicano ai contratti aventi ad oggetto il trasferimento di immobili «da costruire» (acquirente persona fisica, costruttore imprenditore, versamento di acconti) ai sensi dell’art. 1 d.lgs. 122/2005. Sono esclusi gli immobili già ultimati e le vendite tra privati. Sul piano oggettivo, la polizza deve coprire i danni materiali diretti all’immobile per dieci anni dal completamento. Il contenuto e il modello standard sono fissati dal decreto interministeriale MISE-Giustizia-MEF da adottarsi entro novanta giorni dall’entrata in vigore; sino a quel momento valgono i requisiti minimi già ricavabili dalla disciplina previgente.

    Profili operativi: nullità relativa e ruolo del notaio

    La modifica più rilevante è l’inserimento della clausola «a pena di nullità del contratto che può essere fatta valere solo dall’acquirente» nel comma 1 dell’art. 4 d.lgs. 122/2005. Si tratta di una nullità di protezione: la legittimazione attiva spetta esclusivamente al soggetto protetto; il costruttore non può invocarla per liberarsi dal vincolo. La nullità è rilevabile d’ufficio dal giudice, ma nell’esclusivo interesse dell’acquirente, in analogia con le nullità bancarie (art. 127 TUB) e consumeristiche (art. 36 cod. cons.). Il notaio, ai sensi del nuovo comma 1-quater, deve menzionare nell’atto gli estremi identificativi della polizza e attestarne la conformità al decreto attuativo; omettere tale verifica espone il pubblico ufficiale a responsabilità disciplinare.

    Caso N. 1: Rogito senza consegna della polizza decennale

    Scenario. Tizio acquista un appartamento in costruzione dall’impresa Alfa S.r.l. Al momento del rogito il costruttore dichiara che la polizza assicurativa decennale postuma è in fase di emissione e verrà consegnata entro trenta giorni. Il notaio procede comunque all’atto.

    Come si legge l’art. 386 CCII. L’art. 386 CCII ha modificato l’art. 4 d.lgs. 122/2005 introducendo la nullità relativa per mancata consegna della polizza all’atto del trasferimento. La promessa di consegna futura non sana il vizio: la polizza deve essere fisicamente trasmessa all’acquirente contestualmente al rogito. Tizio può quindi agire per far dichiarare la nullità del contratto, o – se preferisce mantenere l’acquisto – rinunciare alla nullità senza che Alfa possa opporsi.

    • Conservare tutta la documentazione relativa all’atto (rogito, eventuale dichiarazione del costruttore sulla polizza «in corso di emissione»).
    • Diffidare formalmente Alfa alla consegna immediata della polizza, fissando un termine congruo.
    • Valutare con un professionista abilitato se far valere la nullità o attendere la regolarizzazione.
    • Verificare se la fideiussione ex art. 3 d.lgs. 122/2005 è ancora in essere e se l’inadempimento legittima l’escussione.

    Caso N. 2: Polizza consegnata ma non conforme al modello standard

    Scenario. Sempronio acquista un’unità in un complesso residenziale. Al rogito gli viene consegnata una polizza decennale postuma, ma la stessa presenta massimali inferiori al valore dell’immobile, franchigie elevate e clausole di esclusione per «vizi preesistenti» non meglio definiti. Il decreto interministeriale previsto dall’art. 386 CCII è stato nel frattempo adottato e fissa requisiti minimi precisi.

    Come si legge l’art. 386 CCII. Il nuovo comma 1-bis dell’art. 4 d.lgs. 122/2005 impone che la polizza rispetti il contenuto e le caratteristiche fissate dal decreto interministeriale. Una polizza formalmente rilasciata ma sostanzialmente difforme dal modello standard è equiparabile, ai fini del presidio sanzionatorio, a una polizza non consegnata: la nullità relativa può comunque essere fatta valere da Sempronio. Il comma 1-quater impone al notaio di attestare la conformità al modello; il mancato riscontro di tale conformità in atto è già un segnale di irregolarità.

    • Acquisire copia del decreto interministeriale e confrontarlo clausola per clausola con le condizioni di polizza ricevute.
    • Richiedere all’assicuratore una dichiarazione scritta di conformità al modello standard ministeriale.
    • Se la difformità è confermata, valutare la domanda di nullità del contratto di compravendita o la richiesta di sostituzione della polizza adeguata.
    • Conservare la corrispondenza con il costruttore e con l’assicuratore come prova in caso di contenzioso.

    Caso N. 3: Recesso dell’acquirente ed escussione della fideiussione

    Scenario. Caia ha stipulato un contratto preliminare per l’acquisto di un appartamento da Beta S.r.l., versando un acconto di 60.000 euro garantito da fideiussione ex art. 3 d.lgs. 122/2005. Al momento del rogito Beta non consegna la polizza decennale postuma. Caia vuole recedere dal contratto e recuperare le somme versate.

    Come si legge l’art. 386 CCII. L’art. 386 CCII ha coordinato l’inadempimento relativo alla polizza con il meccanismo di escussione della fideiussione. Il nuovo art. 4, comma 1-ter, d.lgs. 122/2005 prevede che l’acquirente il quale receda ai sensi dell’art. 6 del medesimo decreto possa escutere la fideiussione di cui all’art. 3, comma 3, lett. b). Caia, esercitando il recesso, ha diritto a che il fideiussore le restituisca tutte le somme versate al costruttore a titolo di acconto.

    • Inviare al costruttore Beta S.r.l. una raccomandata a/r o PEC di recesso ai sensi dell’art. 6 d.lgs. 122/2005, indicando espressamente il motivo (mancata consegna della polizza).
    • Notificare contestualmente la dichiarazione di escussione alla banca o all’assicuratore garante, allegando copia del contratto, delle ricevute di pagamento e della comunicazione di recesso.
    • Conservare la prova dell’inadempimento del costruttore (es. verbale notarile che attesta la mancata consegna della polizza al rogito).
    • In caso di rifiuto del fideiussore, rivolgersi a un professionista abilitato per l’azione esecutiva.

    Caso N. 4: Il costruttore entra in crisi prima del rogito

    Scenario. Tizio ha acquistato in via preliminare un appartamento da Gamma S.r.l., versando acconti per 80.000 euro. Prima della firma del rogito Gamma apre una procedura di composizione negoziata della crisi ai sensi del CCII. La polizza decennale postuma non è stata ancora rilasciata.

    Come si legge l’art. 386 CCII. La ratio dell’art. 386 CCII è proprio quella di rafforzare la posizione dell’acquirente in scenari di crisi del costruttore. In questo caso la polizza non può essere consegnata perché l’atto non è ancora perfezionato; tuttavia la fideiussione rilasciata ex art. 2 d.lgs. 122/2005 a garanzia degli acconti rimane escutibile. Tizio può recedere dal contratto preliminare a causa della situazione di crisi e attivare la fideiussione. Se invece sceglie di attendere il perfezionamento del rogito nell’ambito della procedura, dovrà esigere la consegna della polizza conforme prima di firmare.

    • Verificare l’esistenza e la validità della fideiussione rilasciata ex art. 2 d.lgs. 122/2005 per gli acconti versati.
    • Seguire l’evoluzione della procedura di composizione negoziata tramite la piattaforma telematica CCII e valutare l’opportunità di recedere tempestivamente.
    • Se si opta per il rogito nell’ambito della procedura, pretendere la produzione della polizza decennale postuma conforme al modello standard prima di firmare.
    • Consultare un professionista abilitato per coordinare il recesso con l’escussione della fideiussione.

    Caso N. 5: L’atto menziona la polizza ma il documento è intestato a un soggetto diverso

    Scenario. Sempronio acquista un appartamento e il notaio menziona nell’atto gli estremi della polizza decennale postuma. Tuttavia, esaminando il documento, Sempronio constata che la polizza è intestata a Gamma S.p.a. – società controllante del costruttore – e non all’acquirente come beneficiario designato.

    Come si legge l’art. 386 CCII. Il comma 1-quater dell’art. 4 d.lgs. 122/2005 impone che l’atto menzioni gli estremi identificativi della polizza e la sua conformità al decreto attuativo; la polizza deve però coprire specificamente l’immobile trasferito e tutelare l’acquirente come beneficiario (o comunque come soggetto legittimato a far valere le garanzie). Una polizza intestata a un soggetto terzo non realizza la funzione protettiva della norma: Sempronio può contestare la conformità e, in caso di mancata regolarizzazione, azionare la nullità relativa di cui al comma 1.

    • Richiedere copia integrale della polizza e verificare il nominativo del contraente, del beneficiario e dell’immobile assicurato.
    • Contestare per iscritto al costruttore l’irregolarità entro un termine ragionevole, chiedendo la sostituzione con una polizza correttamente intestata.
    • Segnalare al notaio rogante l’anomalia, ai fini della sua responsabilità disciplinare per il mancato controllo di conformità.
    • Valutare con un professionista abilitato l’azione di nullità relativa o la richiesta di risarcimento del danno.

    Quando intervenire

    La parte acquirente deve attivarsi al momento del rogito, senza attendere il manifestarsi di danni all’immobile. La nullità relativa è imprescrittibile, ma agire subito impedisce il consolidarsi della situazione. In concreto: se la polizza manca al rogito, documentare la mancanza e riservarsi l’azione di nullità; se la polizza è difforme dal modello standard, verificarla prima di firmare; se il costruttore entra in crisi dopo il preliminare, attivare tempestivamente la fideiussione sugli acconti. In ogni caso è essenziale conservare tutta la documentazione: preliminare, ricevute di acconto, polizza, fideiussione e corrispondenza.

    Norme e fonti

    • Art. 386, D.Lgs. 14/2019 – Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (CCII)
    • Art. 4, D.Lgs. 122/2005 – Polizza assicurativa decennale postuma (come modificato dall’art. 386 CCII)
    • Art. 2, D.Lgs. 122/2005 – Obbligo di fideiussione a garanzia degli acconti
    • Art. 3, D.Lgs. 122/2005 – Escussione della fideiussione
    • Art. 6, D.Lgs. 122/2005 – Diritto di recesso dell’acquirente
    • Art. 1669, Codice Civile – Rovina di edifici e gravi difetti costruttivi
    • Art. 36, D.Lgs. 206/2005 (Codice del Consumo) – Nullità di protezione consumeristica
    • Art. 127, D.Lgs. 385/1993 (TUB) – Nullità relativa bancaria (per analogia sistematica)

    Domande frequenti

    Il costruttore può far valere la nullità per mancata consegna della polizza?

    No. La nullità introdotta dall’art. 386 CCII è una nullità di protezione, azionabile esclusivamente dall’acquirente. Il costruttore non può invocarla per liberarsi dal vincolo contrattuale: lo scopo della norma è tutelare la parte debole, non consentire al costruttore di eludere le proprie obbligazioni.

    Cosa succede se il decreto interministeriale sul modello standard non è ancora stato adottato?

    Sino all’adozione del decreto interministeriale previsto dal nuovo comma 1-bis dell’art. 4 d.lgs. 122/2005, la polizza deve rispettare i requisiti minimi ricavabili dalla disciplina previgente e dalla prassi assicurativa. L’obbligo di consegna al rogito rimane pienamente efficace; l’assenza del modello standard non esime il costruttore dall’obbligo né sana la mancata consegna.

    La fideiussione sugli acconti copre anche il caso in cui la polizza decennale non venga consegnata?

    Sì, ma in modo indiretto. Il nuovo art. 4, comma 1-ter, d.lgs. 122/2005 consente all’acquirente che receda per mancata consegna della polizza di escutere la fideiussione ex art. 3, c. 3, lett. b), per recuperare le somme versate. La fideiussione non sostituisce la polizza, ma garantisce la restituzione degli acconti in caso di inadempimento del costruttore.

    Il notaio è obbligato a rifiutare il rogito se la polizza non è conforme?

    Il notaio deve menzionare nell’atto gli estremi della polizza e la sua conformità al modello standard (comma 1-quater). Se la polizza è assente o non conforme, deve renderne edotto l’acquirente; procedere senza annotare l’irregolarità espone il notaio a responsabilità disciplinare. L’acquirente mantiene comunque il diritto di azionare la nullità relativa.

  • Entrata in vigore TUF: casi pratici art. 216 D.Lgs. 58/1998

    L’art. 216 del Testo Unico della Finanza fissa il 1° luglio 1998 come data di entrata in vigore del D.Lgs. 58/1998, ponendo fine al regime normativo frammentato che disciplinava fino ad allora i mercati dei capitali italiani. Per approfondire il testo e il commento dell’articolo si rimanda alla scheda Art. 216 TUF – Entrata in vigore. Questa pagina raccoglie i principali casi pratici che emergono dall’applicazione della norma transitoria e dall’inquadramento temporale del TUF nel sistema delle fonti.

    Quadro normativo

    L’art. 216 TUF è la disposizione di chiusura del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58. La sua funzione è esclusivamente temporale: stabilisce che il decreto entra in vigore il 1° luglio 1998, circa quattro mesi dopo l’emanazione. L’intervallo – inusualmente lungo rispetto ai consueti quindici giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale – ha consentito agli intermediari, agli emittenti e alle autorità di vigilanza di adeguare strutture e procedure al nuovo regime derivante dalla recezione delle direttive ISD, UCITS e OPA. L’art. 216 va letto insieme alle disposizioni transitorie (artt. 213-215 TUF) che governano i rapporti già in corso al momento dell’entrata in vigore. La norma non ha contenuto sostanziale autonomo, ma la sua corretta individuazione è determinante per stabilire quale regime – previgente o TUF – si applica a fattispecie sorte a cavallo del 1° luglio 1998.

    Collocazione sistematica e ambito di applicazione temporale

    Il TUF ha abrogato la L. 1/1991 (SIM), la L. 149/1992 (OPA), il D.Lgs. 83/1992 (UCITS) e il D.Lgs. 415/1996 («decreto Eurosim»). L’art. 214 TUF elenca le abrogazioni; l’art. 215 rinvia a regolamentazione secondaria per le disposizioni di attuazione. L’art. 216 chiude il sistema fissando il momento da cui il nuovo ordine normativo diventa cogente. Per i rapporti in corso la regola generale è che si applica la disciplina previgente, salvo rinnovazione o novazione contrattuale successiva al 1° luglio 1998: profilo che ha generato un contenzioso rilevante nel biennio 1998-2000 in materia di gestioni patrimoniali. La data del 1° luglio 1998 opera inoltre come discrimine per la validità delle autorizzazioni degli intermediari: le licenze rilasciate ai sensi della L. 1/1991 richiedevano adeguamento ai nuovi requisiti del TUF entro i termini fissati da Consob e Banca d’Italia.

    Caso 1: Contratto di gestione patrimoniale stipulato nel maggio 1998

    Scenario. Tizio firma con una SIM, nel maggio 1998, un contratto di gestione individuale di portafoglio. Il contratto non è redatto per iscritto e manca del documento sui rischi dell’investimento previsto dalla L. 1/1991. A luglio 2000 Tizio contesta le operazioni effettuate e chiede la nullità del contratto per vizi formali.

    Come si legge l’art. 216. Poiché il contratto è stato stipulato prima del 1° luglio 1998, la normativa applicabile è quella previgente (L. 1/1991 e regolamento Consob n. 5387/1991). Il TUF – entrato in vigore per l’appunto il 1° luglio 1998 ai sensi dell’art. 216 – non può operare retroattivamente per convalidare contratti già perfezionati, né per aggravarne il regime di nullità. La domanda di Tizio va dunque valutata alla luce della L. 1/1991 e della relativa giurisprudenza.

    • Verificare la data di stipula e confrontarla con il 1° luglio 1998 come dies a quo del TUF.
    • Individuare la normativa applicabile in base alla disciplina previgente (L. 1/1991 per le SIM).
    • Consultare il regolamento Consob vigente alla data del contratto per i requisiti formali.
    • Valutare se sia applicabile la normativa sopravvenuta in virtù di clausole di adeguamento contrattuale o di rinnovo tacito successivo al 1° luglio 1998.

    Caso 2: Illecito commesso da un operatore prima del 1° luglio 1998

    Scenario. Sempronio, agente di cambio iscritto al ruolo unico, effettua nel giugno 1998 operazioni di negoziazione per conto proprio su titoli azionari senza le previste autorizzazioni. La Consob avvia un procedimento sanzionatorio nel settembre 1998, quando il TUF è già in vigore.

    Come si legge l’art. 216. Il fatto costitutivo dell’illecito si è perfezionato nel giugno 1998, prima dell’entrata in vigore del TUF fissata dall’art. 216. In materia di sanzioni amministrative, il principio di irretroattività (art. 1 L. 689/1981) impone di applicare la legge vigente al momento della condotta. La Consob deve pertanto qualificare l’illecito in base al D.Lgs. 415/1996 o alla L. 1/1991, a seconda della fattispecie, e non in base alle disposizioni sanzionatorie del TUF, anche se queste fossero più favorevoli o più severe.

    • Accertare la data di commissione dell’illecito rispetto al 1° luglio 1998.
    • Applicare il principio di irretroattività delle sanzioni amministrative ex L. 689/1981.
    • Verificare se il TUF abbia introdotto una disciplina più favorevole e, in tal caso, valutare l’applicabilità del principio di favor rei.
    • Documentare la condotta con riferimento ai regolamenti Consob e Banca d’Italia vigenti prima del 1° luglio 1998.

    Caso 3: Fondo comune istituito sotto il D.Lgs. 83/1992

    Scenario. Caia è titolare di quote di un fondo comune di investimento mobiliare aperto istituito nel 1995 ai sensi del D.Lgs. 83/1992. Dopo il 1° luglio 1998 la SGR che gestisce il fondo intende aggiornare il regolamento del fondo per adeguarlo al TUF senza preventiva approvazione di Banca d’Italia, ritenendo che i nuovi criteri semplificati del TUF si applichino immediatamente anche ai fondi preesistenti.

    Come si legge l’art. 216. Il TUF è entrato in vigore il 1° luglio 1998 e ha abrogato il D.Lgs. 83/1992 (art. 214 TUF). Tuttavia, le disposizioni di attuazione e i provvedimenti di vigilanza emanati ai sensi del D.Lgs. 83/1992 restano in vigore fino alla loro sostituzione con atti adottati ai sensi del TUF (art. 215 TUF). La SGR non può modificare il regolamento del fondo senza seguire la procedura transitoria indicata dalla Banca d’Italia, che ha disciplinato i tempi e le modalità di adeguamento.

    • Verificare se il regolamento del fondo sia stato formalmente adeguato al TUF attraverso la procedura transitoria della Banca d’Italia.
    • Controllare che le modifiche regolamentari successive al 1° luglio 1998 rispettino le disposizioni di attuazione del TUF e non solo quelle previgenti.
    • In caso di controversia con la SGR, identificare la normativa applicabile al momento della condotta contestata.
    • Conservare tutta la documentazione relativa alla data di istituzione del fondo e al regime normativo originario.

    Caso 4: Offerta pubblica di acquisto avviata a cavallo del 1° luglio 1998

    Scenario. Una società quotata, Alfa S.p.A., lancia un’offerta pubblica di acquisto (OPA) obbligatoria il 15 giugno 1998. Il procedimento è regolato dalla L. 149/1992 e dal relativo regolamento Consob. L’OPA si conclude il 10 luglio 1998, quando il TUF è già entrato in vigore. La Consob solleva questioni in merito alla completezza del prospetto informativo.

    Come si legge l’art. 216. L’OPA è stata avviata prima del 1° luglio 1998. La disciplina applicabile – inclusi i requisiti del prospetto informativo – è quella della L. 149/1992, in vigore al momento del lancio. L’entrata in vigore del TUF il 1° luglio 1998 non determina una sostituzione automatica del regime durante un procedimento già in corso: le disposizioni transitorie e il principio del tempus regit actum impongono di applicare la normativa vigente al momento di ogni singolo atto del procedimento, salvo diversa indicazione della Consob in sede regolamentare.

    • Documentare con precisione le date di ciascuna fase procedurale dell’OPA rispetto al 1° luglio 1998.
    • Verificare se la Consob abbia adottato istruzioni specifiche per le OPA in corso alla data di entrata in vigore del TUF.
    • Per gli atti compiuti dopo il 1° luglio 1998, applicare le disposizioni TUF salvo deroga transitoria.
    • Conservare la documentazione che attesta la data di lancio e la normativa comunicata alla Consob al momento della notifica.

    Caso 5: Intermediario privo di autorizzazione adeguata al nuovo regime

    Scenario. Mevio gestisce una società di intermediazione mobiliare autorizzata ai sensi della L. 1/1991 come SIM di tipo A. Dopo il 1° luglio 1998 continua a operare senza adeguare l’autorizzazione ai requisiti del TUF, convinto che l’autorizzazione preesistente abbia valore indefinito.

    Come si legge l’art. 216. L’entrata in vigore del TUF il 1° luglio 1998 ha reso necessario, per molte categorie di intermediari, un aggiornamento dell’autorizzazione secondo le procedure transitorie stabilite dalla Consob e dalla Banca d’Italia. Le autorizzazioni rilasciate ai sensi della L. 1/1991 non sono automaticamente valide a tempo indeterminato sotto il nuovo regime: il mancato adeguamento espone l’intermediario a sanzioni amministrative e, nei casi più gravi, alla revoca dell’autorizzazione.

    • Verificare l’avvenuto adeguamento dell’autorizzazione ai requisiti del TUF entro i termini fissati dalla Consob.
    • Controllare che i servizi effettivamente prestati rientrino nell’oggetto dell’autorizzazione adeguata.
    • Conservare tutta la corrispondenza con Consob e Banca d’Italia relativa alla fase di adeguamento transitorio.
    • In caso di contestazione, documentare le date precise delle comunicazioni agli organi di vigilanza.

    Quando intervenire

    Il riferimento all’art. 216 TUF diventa rilevante ogni volta che occorre determinare quale normativa si applica a fattispecie sorte a cavallo del 1° luglio 1998. In ambito contenzioso, la parte interessata deve verificare la collocazione temporale di ogni atto rispetto a questa data prima di qualificare la fattispecie. Anche in due diligence su portafogli storici o su contratti di gestione di lunga data, il 1° luglio 1998 costituisce il primo discrimine normativo da accertare. Un professionista abilitato potrà orientare nella ricostruzione del regime applicabile, tenendo conto degli artt. 213-215 TUF e dei regolamenti Consob e Banca d’Italia del 1998.

    Norme e fonti

    • D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 – Testo Unico della Finanza, artt. 213, 214, 215, 216
    • L. 2 gennaio 1991, n. 1 – Disciplina dell’attività di intermediazione mobiliare (abrogata dal TUF)
    • D.Lgs. 23 luglio 1996, n. 415 – «Decreto Eurosim» (abrogato dal TUF)
    • D.Lgs. 25 gennaio 1992, n. 83 – Fondi comuni di investimento mobiliare (abrogato dal TUF)
    • L. 18 febbraio 1992, n. 149 – Offerte pubbliche di acquisto (abrogata dal TUF)
    • L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 1 – Principio di irretroattività delle sanzioni amministrative
    • Regolamento Consob n. 11522/1998 – Intermediari (prima attuazione del TUF)
    • Regolamento Consob n. 11971/1999 – Emittenti (prima attuazione del TUF)

    Domande frequenti

    Perché il TUF è entrato in vigore quattro mesi dopo la sua emanazione?

    L’art. 216 ha fissato il 1° luglio 1998 – e non i consueti quindici giorni – per consentire a intermediari, emittenti, Consob e Banca d’Italia di predisporre regolamenti attuativi e adeguare strutture e contratti al nuovo regime.

    I contratti stipulati prima del 1° luglio 1998 sono soggetti al TUF?

    In linea di principio no: si applica la normativa vigente al momento della stipula (L. 1/1991 per le SIM, D.Lgs. 415/1996 per le imprese di investimento europee). Se il contratto è stato rinnovato o modificato dopo il 1° luglio 1998, le nuove clausole devono rispettare il TUF.

    L’art. 216 TUF ha ancora rilevanza pratica oggi?

    Sì: nelle controversie su operazioni del periodo 1998-2000, la corretta individuazione del regime normativo è spesso decisiva; nelle questioni di prescrizione, il dies a quo può dipendere dalla normativa vigente alla data del fatto.

    Come si individua la normativa applicabile a un illecito commesso a cavallo del 1° luglio 1998?

    Il criterio è il principio del tempus regit actum: si applica la legge vigente al momento della condotta. Se il fatto si è protratto oltre il 1° luglio 1998, occorre verificare se il TUF abbia introdotto una disciplina più favorevole e applicare il favor rei (art. 1 L. 689/1981 per gli illeciti amministrativi; art. 2 c.p. per quelli penali).

  • Norme finali TUPI: casi pratici art. 70 D.Lgs. 165/2001

    L’articolo 70 del D.Lgs. 165/2001 è la norma di chiusura del Testo Unico sul Pubblico Impiego: raccoglie clausole di salvaguardia, interpretazioni autentiche e adeguamenti per enti, comparti e regioni speciali. Capire come opera in concreto è essenziale per chi lavora negli enti locali, nelle istituzioni scolastiche o negli enti pubblici sottoposti al titolo I del TUPI. Questo articolo illustra i casi pratici più ricorrenti; per il commento sistematico completo si rinvia alla scheda di Art. 70 TUPI su leggeinchiaro.it.

    Quadro normativo

    L’art. 70 del D.Lgs. 165/2001 svolge una funzione tipica degli articoli finali nei testi unici di riordino: preservare la tenuta sistematica dell’impianto senza cancellare discipline speciali radicate. La norma si articola in più commi eterogenei, ciascuno rivolto a un segmento specifico del pubblico impiego. I commi 1 e 2 tutelano le competenze delle regioni a statuto speciale e dei comparti con tradizioni autonome (segretari comunali, polizia municipale). Il comma 4 impone l’adeguamento ai principi del titolo I a enti e aziende pubbliche storiche. Il comma 6 cristallizza la regola della separazione politica/dirigenza dal 23 aprile 1998, data di entrata in vigore del D.Lgs. 80/1998. Il comma 8 estende l’ambito applicativo del TUPI al personale scolastico, con riserva delle procedure di reclutamento del D.Lgs. 297/1994.

    Ambito di applicazione: chi rientra e con quali deroghe

    La portata dell’art. 70 è trasversale ma selettiva. La Valle d’Aosta e la Provincia autonoma di Bolzano mantengono le proprie competenze in materia di pubblico impiego, comprese le norme sul bilinguismo e sulla riserva proporzionale di posti. La copertura è costituzionale (art. 116 Cost. e statuti speciali): il TUPI fa da cornice generale, ma non può comprimere le riserve statutarie. Per gli enti locali, il rapporto di lavoro resta ancorato ai contratti collettivi di comparto e al TUEL; fanno eccezione i segretari comunali (Titolo IV, Capo II, TUEL) e la polizia municipale (L. 65/1986), che conservano discipline proprie. Il personale scolastico rientra nel TUPI per contrattazione e gestione, ma il reclutamento dei docenti resta governato dal D.Lgs. 297/1994.

    Profili operativi: la separazione politica/dirigenza

    Il comma 6 è il dispositivo operativamente più incisivo: dal 23 aprile 1998 ogni norma che attribuiva agli organi di governo atti di gestione si intende riferita ai dirigenti (art. 4, comma 2, TUPI). Questa interpretazione autentica risolve i conflitti di competenza sorti con la riforma Bassanini. Il comma 7 ne è il complemento: i riferimenti a «dirigenti generali» nelle leggi pre-1998 vanno letti come dirigenti di uffici dirigenziali generali. Sul piano pratico, ogni atto adottato dall’organo politico in materia gestionale dopo quella data è viziato da incompetenza relativa, annullabile in autotutela o davanti al giudice competente.

    Caso 1: dipendente della Provincia autonoma di Bolzano e norme TUPI

    Scenario. Tizio è un funzionario della Provincia autonoma di Bolzano. La sua amministrazione applica alcune disposizioni interne in materia di progressioni economiche che si discostano dal contratto collettivo nazionale di comparto. Tizio chiede se la Provincia sia tenuta a rispettare integralmente il TUPI.

    Come si legge l’art. 70. Il comma 1 dell’art. 70 fa salve le competenze della Provincia autonoma di Bolzano, incluse le norme di attuazione dello statuto speciale e le disposizioni sul bilinguismo. La Provincia può quindi adottare discipline proprie in materia di pubblico impiego, purché non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento e con le previsioni degli statuti speciali. Il TUPI rimane cornice generale di riferimento, ma non si sostituisce integralmente alla normativa provinciale.

    • Verificare se la progressione economica contestata rientra in una competenza espressamente riservata allo statuto speciale.
    • Consultare le norme di attuazione dello statuto speciale in materia di pubblico impiego provinciale.
    • Accertare se il contratto collettivo di comparto è stato recepito dalla Provincia o se si applica una disciplina provinciale autonoma.
    • In caso di dubbio interpretativo, fare riferimento ai precedenti del Tribunale regionale di Bolzano e alle circolari della Presidenza del Consiglio sull’autonomia provinciale.

    Caso 2: delibera del sindaco su atto gestionale

    Scenario. Il Comune di Mezzavia (fictizio) ha adottato una delibera di giunta comunale che assegna un dipendente a un ufficio specifico, senza il coinvolgimento del dirigente competente. Il dipendente Caio, ritenendo l’atto illegittimo, valuta se impugnarlo davanti al giudice del lavoro.

    Come si legge l’art. 70. Il comma 6 stabilisce che dal 23 aprile 1998 le competenze gestionali spettano ai dirigenti, non agli organi di governo. L’assegnazione di un dipendente a un ufficio è un tipico atto di gestione del rapporto di lavoro, riconducibile all’art. 4, comma 2, TUPI. La delibera di giunta che si sostituisce al dirigente è viziata da incompetenza relativa e può essere annullata o disapplicata.

    • Raccogliere copia della delibera di giunta e del provvedimento di assegnazione.
    • Verificare che non vi sia stata delega formale del dirigente alla giunta (ipotesi eccezionale e comunque controversa).
    • Valutare il ricorso al giudice del lavoro ordinario (ex art. 63 TUPI) per far dichiarare la nullità o l’inefficacia dell’atto.
    • Considerare la segnalazione all’Ispettorato per la funzione pubblica ove la prassi sia sistematica.

    Caso 3: segretario comunale e applicazione del TUEL

    Scenario. Sempronia è segretaria comunale di un piccolo comune. La sua amministrazione le applica in via diretta alcune disposizioni del contratto collettivo del comparto Funzioni Locali che riguardano l’orario di lavoro, senza tenere conto delle specificità previste per i segretari dal TUEL. Sempronia vuole capire quale disciplina prevale.

    Come si legge l’art. 70. Il comma 2 dell’art. 70 fa esplicitamente salva la disciplina dei segretari comunali e provinciali contenuta nel Titolo IV, Capo II, del D.Lgs. 267/2000 (TUEL). Ciò significa che le norme speciali del TUEL prevalgono sulle previsioni generali del contratto collettivo di comparto, nelle materie oggetto di riserva. Il TUPI si applica ai segretari solo in quanto compatibile con tali specificità.

    • Identificare quali previsioni del contratto collettivo Funzioni Locali sono state applicate e se rientrano in una materia riservata al TUEL.
    • Consultare il Titolo IV, Capo II, D.Lgs. 267/2000 per verificare la disciplina speciale applicabile ai segretari comunali in materia di orario.
    • In caso di contrasto tra CCNL e TUEL, la norma speciale (TUEL) prevale sulla disciplina generale contrattuale.
    • Rivolgersi all’ANCI o alle associazioni di categoria dei segretari per orientamenti interpretativi aggiornati.

    Caso 4: docente di scuola statale e reclutamento

    Scenario. Tizio è un aspirante docente di scuola secondaria che partecipa a un concorso ordinario bandito dal Ministero dell’Istruzione. Un collega gli sostiene che, essendo il personale scolastico soggetto al TUPI, anche le procedure concorsuali dovrebbero rispettare integralmente il D.Lgs. 165/2001. Tizio vuole capire se è corretto.

    Come si legge l’art. 70. Il comma 8 dell’art. 70 estende il TUPI al personale della scuola, ma con una riserva importante: restano ferme le disposizioni del D.Lgs. 297/1994 (Testo Unico Scuola) in materia di reclutamento. Il rapporto di lavoro, la contrattazione di comparto, la mobilità e la gestione disciplinare seguono il TUPI; il reclutamento dei docenti mediante concorso è disciplinato dalla normativa speciale scolastica e dalle disposizioni ministeriali di attuazione.

    • Verificare che il bando di concorso sia conforme al D.Lgs. 297/1994 e alle circolari ministeriali vigenti al momento della pubblicazione.
    • Le garanzie generali del TUPI (trasparenza, imparzialità, accesso ai documenti) si applicano anche alle procedure scolastiche come cornice di principio.
    • In caso di contestazione sull’esito del concorso, il ricorso va proposto al TAR competente (giurisdizione amministrativa, non ordinaria, per le procedure selettive).
    • Per le controversie successive all’instaurazione del rapporto di lavoro, la giurisdizione passa al giudice del lavoro ordinario.

    Caso 5: ente pubblico economico e adeguamento al titolo I TUPI

    Scenario. Caio è responsabile delle risorse umane di un ente pubblico non economico che rientra nell’elenco del comma 4 dell’art. 70 TUPI. L’ente ha in vigore un proprio regolamento interno sulla selezione del personale che non prevede la separazione tra organi di indirizzo e organi di gestione. Un nuovo dirigente contesta la legittimità del regolamento.

    Come si legge l’art. 70. Il comma 4 impone l’adeguamento ai principi del titolo I del TUPI, con espliciti richiami agli artt. 2, 8 e 60. Tra i principi del titolo I vi è la separazione tra organi di indirizzo politico-amministrativo e dirigenza (art. 4 TUPI). Un regolamento interno che consente agli organi di governo dell’ente di adottare atti di gestione del personale è incompatibile con questo principio e deve essere adeguato.

    • Censire tutte le previsioni del regolamento interno che attribuiscono competenze gestionali agli organi di governo dell’ente.
    • Avviare la procedura di revisione regolamentare, coinvolgendo il settore legale e le organizzazioni sindacali.
    • Allineare il regolamento ai principi degli artt. 2, 4, 8 e 60 TUPI, ridefinendo le sfere di competenza.
    • Comunicare l’avvenuto adeguamento al Dipartimento della funzione pubblica, ove richiesto dalla disciplina di settore.

    Quando intervenire

    L’art. 70 TUPI va considerato ogni volta che emerge un conflitto tra la disciplina generale del testo unico e una normativa speciale di comparto, categoria o territorio. I momenti critici: adozione di atti gestionali da organi politici dopo il 1998 (comma 6); applicazione di contratti collettivi a categorie con disciplina speciale (segretari, polizia municipale, docenti); revisione dei regolamenti di enti soggetti al comma 4; procedure di reclutamento nelle regioni a statuto speciale. In ciascuno di questi casi occorre ricostruire la sequenza normativa applicabile e verificare se la disciplina speciale è coperta da una delle clausole di salvaguardia dell’articolo.

    Norme e fonti

    • D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 70 – Disposizioni finali e di raccordo (norma principale)
    • D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 4 – Indirizzo politico-amministrativo e gestione
    • D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 2 – Fonti e ambito di applicazione
    • D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 63 – Controversie relative ai rapporti di lavoro
    • D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (TUEL), Titolo IV, Capo II – Segretari comunali e provinciali
    • D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297 – Testo Unico Scuola, procedure di reclutamento docenti
    • L. 7 marzo 1986, n. 65 – Legge quadro sull’ordinamento della polizia municipale
    • D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 80 – Riforma Bassanini, separazione politica/dirigenza (entrata in vigore 23 aprile 1998)
    • Costituzione italiana, art. 116 – Regioni a statuto speciale e province autonome
    • Costituzione italiana, artt. 97 e 98 – Principi di buon andamento e imparzialità della PA

    Domande frequenti

    L’art. 70 TUPI si applica anche ai dipendenti regionali?

    Il TUPI si applica alle Regioni come datori di lavoro pubblico. Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano mantengono però competenze proprie salvaguardate dal comma 1. Per le Regioni a statuto ordinario il TUPI si applica integralmente nei limiti della potestà legislativa residuale.

    Un atto di un assessore comunale adottato dopo il 1998 su materia gestionale è automaticamente nullo?

    Non è automaticamente nullo, ma è viziato da incompetenza relativa. Dal 23 aprile 1998 le competenze gestionali spettano ai dirigenti (comma 6). L’atto può essere annullato in autotutela o dichiarato inefficace dal giudice competente: giudice del lavoro per le controversie sul rapporto, giudice amministrativo per gli atti autoritativi.

    Il personale della polizia municipale può invocare direttamente il TUPI?

    Sì, per il rapporto di lavoro in senso lato (contrattazione, disciplina, giudice del lavoro ordinario). Per gli aspetti tipici del servizio – ordinamento, attribuzioni, armamento – si applica la disciplina speciale della L. 65/1986 e dei regolamenti comunali, fatta salva dal comma 2 dell’art. 70.

    Come si distingue la giurisdizione nelle controversie scolastiche?

    Il comma 8 riserva il reclutamento dei docenti al D.Lgs. 297/1994: le controversie sulle procedure concorsuali appartengono al TAR (giurisdizione amministrativa). Una volta instaurato il rapporto di lavoro, le controversie passano al giudice del lavoro ordinario in base all’art. 63 TUPI.

  • Entrata in vigore D.P.R. 600/1973: casi pratici art. 77 Acc

    L’articolo 77 del D.P.R. 600/1973 fissa al 1° gennaio 1974 la data di entrata in vigore del decreto di accertamento delle imposte sui redditi, chiudendo il corpo normativo principale con la formula classica di promulgazione e i due allegati sulla direttiva UE 2003/49/CE. I casi pratici che seguono illustrano le situazioni concrete in cui questa disposizione – e gli allegati che la accompagnano – producono effetti giuridici rilevanti per contribuenti e operatori. Per il testo commentato si rinvia all’articolo 77 Accertamento su leggeinchiaro.it.

    Quadro normativo

    L’articolo 77 del D.P.R. 29 settembre 1973 n. 600 assolve una funzione tipicamente finale: stabilisce che il decreto entra in vigore il 1° gennaio 1974 e ordina la sua inserzione nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. La scelta di questa data non fu casuale: il legislatore delegato volle far coincidere l’avvio del nuovo sistema di accertamento con l’inizio di un esercizio fiscale pieno, evitando periodi d’imposta a cavallo tra vecchio e nuovo regime. Il collegamento con l’art. 71 del medesimo decreto chiarisce che il D.P.R. 600/1973 si applica ai periodi d’imposta che hanno inizio a partire dal 1° gennaio 1974.

    Gli Allegati A e B, aggiunti con il D.Lgs. 30 maggio 2005 n. 143 in attuazione della direttiva 2003/49/CE, ampliano il perimetro dell’articolo: l’Allegato A elenca le forme societarie degli Stati UE ammesse all’esenzione dalla ritenuta su interessi e canoni infragruppo; l’Allegato B le corrispondenti imposte sui redditi societari. Gli elenchi sono stati aggiornati per i nuovi Stati membri (Bulgaria e Romania nel 2007, Croazia nel 2013).

    Ambito di applicazione temporale e intertemporale

    L’art. 77 assume rilievo pratico ogni volta che sorge una questione di diritto intertemporale: per i periodi d’imposta anteriori al 1° gennaio 1974 continua ad applicarsi la normativa previgente (testo unico delle imposte dirette del 1958 e normative complementari). Il contribuente o l’operatore che debba ricostruire situazioni fiscali con decorrenza precedente al 1974 – ad esempio in contenziosi relativi a cessioni di terreni, successioni o accertamenti su redditi d’impresa storici – deve verificare quale regime vigesse al momento del fatto generatore dell’imposta.

    Sul fronte UE, gli Allegati A e B trovano applicazione concreta nell’art. 26-quater del D.P.R. 600/1973, che recepisce la direttiva 2003/49/CE. L’esenzione opera su tre condizioni cumulative: la società pagante e quella beneficiaria devono appartenere a forme giuridiche incluse nell’Allegato A; la società beneficiaria deve essere soggetta a una delle imposte elencate nell’Allegato B; deve sussistere un rapporto di partecipazione qualificata (almeno il 25 per cento del capitale) tra le due società.

    Profili operativi: esenzione sugli interessi e canoni infragruppo

    La direttiva 2003/49/CE – recepita tramite gli allegati all’art. 77 – mira ad eliminare la doppia imposizione sui pagamenti di interessi e canoni tra società consociate di diversi Stati UE. L’esenzione diretta consente di pagare al lordo, previa verifica dei requisiti dell’art. 26-quater: la società beneficiaria deve rilasciare dichiarazione attestante forma giuridica, soglia di partecipazione e assoggettamento all’imposta indicata nell’Allegato B. Il sostituto d’imposta conserva la documentazione a supporto; in caso di controllo l’Ufficio verifica la corrispondenza tra la forma giuridica della beneficiaria estera e quelle dell’Allegato A.

    Caso 1. Accertamento su redditi prodotti prima del 1974

    Scenario. Tizio è erede di un imprenditore individuale deceduto nel 1975. In sede di liquidazione dell’imposta di successione, l’Ufficio notifica un avviso di accertamento relativo a redditi d’impresa del 1972 e del 1973, applicando le disposizioni del D.P.R. 600/1973 in tema di accertamento induttivo.

    Come si legge l’art. 77. L’art. 77 stabilisce che il decreto entra in vigore il 1° gennaio 1974. Per i periodi d’imposta 1972 e 1973 continua ad applicarsi la normativa previgente. L’avviso di accertamento che invochi poteri o presunzioni del D.P.R. 600/1973 per annualità anteriori al 1974 è illegittimo per violazione del principio di irretroattività della legge tributaria (art. 11 preleggi; art. 3, comma 1, L. 212/2000).

    • Verificare la data del fatto generatore del reddito contestato.
    • Richiedere all’Ufficio di indicare la norma di accertamento applicata e la sua vigenza temporale.
    • In sede di ricorso, eccepire l’applicazione retroattiva del D.P.R. 600/1973 con riferimento all’art. 77 e all’art. 71 dello stesso decreto.
    • Produrre documentazione storica attestante il regime fiscale vigente all’epoca (testo unico del 1958).

    Caso 2. Società italiana che paga interessi a una consociata tedesca

    Scenario. Alfa S.p.A., società italiana, corrisponde interessi su un finanziamento infruttifero a Bravo GmbH, società tedesca sua controllante al 100%. Il responsabile amministrativo di Alfa chiede se debba applicare la ritenuta del 26 per cento prevista dal D.P.R. 600/1973 sull’importo degli interessi.

    Come si legge l’art. 77. Gli Allegati A e B all’art. 77 elencano le forme giuridiche e le imposte ammesse alla direttiva 2003/49/CE. La GmbH (Gesellschaft mit beschränkter Haftung) è espressamente inclusa nell’Allegato A (lettera relativa alla Germania) e la Körperschaftsteuer è inclusa nell’Allegato B. Poiché la partecipazione è pari al 100 per cento (superiore alla soglia del 25 per cento richiesta dall’art. 26-quater), l’esenzione dalla ritenuta è applicabile, a condizione che Bravo GmbH fornisca la dichiarazione dei requisiti prevista dalla norma.

    • Acquisire da Bravo GmbH la dichiarazione attestante forma giuridica, quota di partecipazione e assoggettamento alla Körperschaftsteuer.
    • Conservare copia dello statuto della GmbH e della documentazione societaria che dimostri la partecipazione.
    • Pagare gli interessi senza applicare la ritenuta, annotando nel libro giornale il riferimento all’art. 26-quater e all’Allegato A.
    • In caso di variazione della quota di partecipazione sotto il 25 per cento, ripristinare immediatamente l’applicazione della ritenuta.

    Caso 3. Canoni su licenza di software a una consociata francese

    Scenario. Gamma S.r.l. concede in licenza un software a Delta SAS (société par actions simplifiée) francese, sua consociata con partecipazione reciproca del 30 per cento. Gamma deve incassare canoni mensili. Il responsabile finanziario chiede se i canoni siano soggetti a ritenuta d’ingresso in Francia e se Gamma debba subire una ritenuta in uscita in Italia.

    Come si legge l’art. 77. L’Allegato A include la SAS tra le forme societarie francesi; l’impôt sur les sociétés è nell’Allegato B. La partecipazione del 30 per cento supera la soglia. L’esenzione dalla ritenuta in uscita in Italia (art. 26-quater) è applicabile; la Francia, in base al proprio recepimento, non applica a sua volta ritenuta sui canoni in entrata.

    • Acquisire da Delta SAS la dichiarazione dei requisiti ex art. 26-quater, comma 10.
    • Documentare il contratto di licenza (durata, corrispettivo, natura del software).
    • Monitorare variazioni nella struttura societaria di Delta SAS che modifichino la forma giuridica rilevante.

    Caso 4. Nuovo Stato membro UE: forma societaria non presente nell’elenco originario

    Scenario. Epsilon S.p.A. corrisponde interessi su un finanziamento a Zeta d.o.o., società slovena sua consociata al 40 per cento. Il responsabile amministrativo verifica l’Allegato A originario del 2005 e non trova la d.o.o. (družba z omejeno odgovornostjo) nell’elenco. Ritiene pertanto di dover applicare la ritenuta.

    Come si legge l’art. 77. Gli Allegati A e B sono aggiornati progressivamente per i nuovi Stati membri. La d.o.o. slovena è inclusa nell’elenco aggiornato e la relativa imposta sui redditi è nell’Allegato B: l’esenzione è quindi applicabile. L’errore del responsabile deriva dall’uso della versione originaria del 2005, non aggiornata.

    • Consultare sempre il testo coordinato su normattiva.it, non la versione originale del D.Lgs. 143/2005.
    • Acquisire la dichiarazione dei requisiti da Zeta d.o.o. prima di applicare l’esenzione.
    • Documentare l’iter di verifica per dimostrare la buona fede in caso di contestazione.

    Caso 5. Quota di partecipazione sotto soglia: esenzione negata

    Scenario. Eta S.p.A. italiana corrisponde canoni su brevetti alla consociata Theta BV (besloten vennootschap) olandese, con cui ha una partecipazione reciproca del 20 per cento. Il responsabile fiscale vorrebbe applicare l’esenzione ex art. 26-quater.

    Come si legge l’art. 77. Pur essendo la BV olandese inclusa nell’Allegato A e pur essendo la vennootschapsbelasting compresa nell’Allegato B, l’esenzione richiede una partecipazione minima del 25 per cento. Una quota del 20 per cento non soddisfa il requisito. L’esenzione non è applicabile: Eta S.p.A. deve applicare la ritenuta nella misura ordinaria, salvo che la Convenzione contro la doppia imposizione Italia-Paesi Bassi non preveda un’aliquota ridotta applicabile in via convenzionale.

    • Applicare la ritenuta nella misura ordinaria prevista dall’art. 25 del D.P.R. 600/1973.
    • Verificare la Convenzione Italia-Paesi Bassi per verificare l’eventuale aliquota ridotta convenzionale sui canoni.
    • Informare Theta BV del mancato raggiungimento della soglia e della conseguente applicazione della ritenuta.
    • Valutare se una ristrutturazione societaria possa portare la quota di partecipazione al 25 per cento, nel rispetto delle regole antiabuso.

    Quando intervenire

    L’art. 77 e gli allegati richiedono attenzione in tre situazioni: (i) quando si contesti un accertamento su periodi anteriori al 1° gennaio 1974, invocando l’inapplicabilità retroattiva del D.P.R. 600/1973; (ii) ogni volta che si gestiscono flussi transfrontalieri di interessi o canoni infragruppo, verificando la corrispondenza tra la forma giuridica estera e gli Allegati nel testo aggiornato; (iii) in caso di variazioni nelle quote di partecipazione che possano far scendere la soglia sotto il 25 per cento, con adeguamento immediato del regime di ritenuta.

    Norme e fonti

    • Art. 77, D.P.R. 29 settembre 1973 n. 600 – Entrata in vigore e allegati
    • Art. 71, D.P.R. 600/1973 – Decorrenza dell’applicazione del decreto
    • Art. 26-quater, D.P.R. 600/1973 – Esenzione da ritenuta su interessi e canoni
    • Direttiva 2003/49/CE del Consiglio del 3 giugno 2003 – Regime fiscale comune applicabile ai pagamenti di interessi e di canoni tra società consociate di Stati membri diversi
    • D.Lgs. 30 maggio 2005 n. 143 – Recepimento della direttiva 2003/49/CE
    • D.M. 12 ottobre 2007 – Aggiornamento allegati per Bulgaria e Romania
    • D.M. 25 ottobre 2013 – Aggiornamento allegati per la Croazia
    • Art. 3, comma 1, L. 27 luglio 2000 n. 212 (Statuto del contribuente) – Irretroattività delle norme tributarie
    • Art. 11 Preleggi – Efficacia della legge nel tempo

    Domande frequenti

    L’art. 77 ha un contenuto precettivo autonomo o è solo una clausola formale?

    È prevalentemente una clausola formale di entrata in vigore, ma produce effetti giuridici concreti: determina il perimetro temporale di applicazione dell’intero D.P.R. 600/1973. In sede di contenzioso, la data del 1° gennaio 1974 funge da linea di confine netta tra il regime previgente e quello riformato, con rilevanza diretta sulla legittimità degli atti impositivi che invochino poteri di accertamento del decreto per periodi anteriori.

    Se la forma societaria estera non è negli allegati, è possibile ugualmente evitare la ritenuta?

    In assenza del requisito formale previsto dall’Allegato A, l’esenzione ex art. 26-quater non è applicabile. Resta tuttavia la possibilità di invocare la convenzione contro la doppia imposizione bilaterale tra l’Italia e lo Stato di residenza della società beneficiaria, che può prevedere aliquote convenzionali ridotte sui pagamenti di interessi e canoni, da applicare previa acquisizione del certificato di residenza fiscale.

    La soglia del 25 per cento di partecipazione deve essere mantenuta per tutto il periodo di applicazione dell’esenzione?

    Sì. L’art. 26-quater, comma 1, lettera b) richiede che la partecipazione di almeno il 25 per cento sia mantenuta ininterrottamente per almeno un anno. Se la quota scende sotto la soglia nel corso del rapporto, l’esenzione cessa di operare e il sostituto d’imposta è tenuto ad applicare la ritenuta sulle rate successive. Il superamento della soglia non fa venire meno retroattivamente l’esenzione già fruita durante il periodo in cui il requisito era soddisfatto.

    Dove si trova il testo aggiornato degli Allegati A e B?

    Il testo aggiornato è reperibile nel testo coordinato del D.P.R. 600/1973 pubblicato su normattiva.it, dove le integrazioni successive (D.M. 2007 per Bulgaria e Romania, D.M. 2013 per la Croazia) sono incorporate. È consigliabile fare sempre riferimento alla versione vigente su normattiva.it piuttosto che a testi non aggiornati, per evitare di escludere erroneamente forme giuridiche di nuovi Stati membri.

  • Screening ambientale: casi pratici comma 956 LB 2026

    Il comma 956 della Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) è una norma di rinvio: affida a un decreto interministeriale Salute-MEF la definizione dei criteri e delle modalità per l’attuazione dei programmi di screening delle patologie correlate all’inquinamento ambientale finanziati dai commi 954 e 955. Capire come funziona questo meccanismo attuativo è essenziale per Regioni, enti locali, aziende sanitarie e cittadini residenti nelle aree a rischio.

    Quadro normativo

    Il comma 956 si inserisce nel pacchetto salute-ambiente della Legge di Bilancio 2026, a completamento dei commi 954 e 955. Il comma 954 stanzia 2 milioni di euro annui per il biennio 2026-2027 destinati a programmi di screening delle patologie riconducibili all’inquinamento ambientale; il comma 955 contiene disposizioni complementari sulla prevenzione sanitaria in aree ad elevato rischio. Il comma 956 chiude il cerchio operativo: nessuna delle misure finanziate dai commi precedenti può partire concretamente senza il decreto attuativo che ne stabilisce criteri e modalità. Si tratta, in termini tecnici, di una condizione di efficacia operativa differita: le risorse esistono, la finalità è definita, ma l’attuazione resta sospesa fino all’adozione del decreto interministeriale. La norma richiede il concerto tra il Ministro della Salute e il Ministro dell’Economia e delle Finanze, in coerenza con i principi di coordinamento della finanza pubblica ex art. 117, comma 3, della Costituzione.

    Ambito di applicazione

    Il decreto attuativo previsto dal comma 956 riguarda una platea ampia di soggetti: le Regioni e le Province Autonome, in quanto titolari delle competenze in materia di organizzazione sanitaria; le Aziende Sanitarie Locali (ASL) e le Aziende Ospedaliere, chiamate a erogare i programmi di screening; i Comuni e gli enti locali dei territori classificati come Siti di Interesse Nazionale (SIN) ai sensi dell’art. 252 del D.Lgs. 152/2006; infine, i cittadini residenti nelle aree target, che potranno accedere agli screening a condizione che le procedure operative siano state definite e i fondi ripartiti tra le Regioni. Il decreto dovrà verosimilmente individuare le patologie target con riferimento agli studi epidemiologici dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), i criteri di selezione delle popolazioni prioritarie, le modalità di riparto dei fondi e le procedure di rendicontazione.

    Profili operativi e iter del decreto

    Il decreto interministeriale previsto dal comma 956 ha natura non regolamentare: è un decreto ministeriale attuativo con contenuto tecnico-organizzativo, distinto dai regolamenti governativi soggetti alla L. 400/1988. Ciò consente tempi di adozione più rapidi, pur restando obbligatoria la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per l’efficacia esterna. Il concerto con il MEF si traduce nella firma congiunta e nella verifica della compatibilità tra modalità attuative e risorse disponibili. La norma non fissa alcun termine per l’adozione, il che costituisce un rischio concreto di ritardo nell’avvio dei programmi.

    Caso 1: la Regione che vuole anticipare i programmi di screening

    Scenario. La Regione Campania, in ragione della presenza di numerosi SIN sul proprio territorio (area Litorale Domitio-Flegreo, Bagnoli-Coroglio), vuole avviare un programma regionale di screening per patologie oncologiche correlate all’inquinamento prima che il decreto interministeriale sia pubblicato in Gazzetta Ufficiale.

    Come si legge il comma 956. Il decreto attuativo è condizione di efficacia operativa per le misure finanziate dal comma 954. Ciò significa che i fondi statali stanziati non possono essere trasferiti e utilizzati dalle Regioni prima dell’adozione del decreto. Tuttavia, nulla impedisce alla Regione di avviare programmi autonomi con risorse regionali proprie, in esercizio della propria competenza concorrente in materia di tutela della salute (art. 117, comma 3, Cost.). Tali programmi regionali, una volta adottato il decreto statale, potranno essere coordinati con quelli finanziati dal comma 954.

    • Verificare se esistono fondi regionali già stanziati per la prevenzione sanitaria in aree SIN.
    • Monitorare il sito del Ministero della Salute per l’iter del decreto interministeriale.
    • Avviare un tavolo tecnico con ASL e ISS per la definizione delle patologie target a livello regionale.
    • Documentare tutte le spese anticipate con risorse regionali, in previsione di un eventuale concorso con i fondi statali dopo l’adozione del decreto.

    Caso 2: il cittadino residente in un’area SIN che vuole accedere allo screening

    Scenario. Tizio risiede nel Comune di Taranto, incluso nel SIN omonimo. Avendo letto della Legge di Bilancio 2026, chiede alla ASL locale quando potrà accedere al programma di screening per patologie correlate all’inquinamento dell’area siderurgica.

    Come si legge il comma 956. Il comma 956 stabilisce che i criteri e le modalità operative saranno definiti dal decreto interministeriale: finché questo non è adottato e pubblicato in G.U., non vi sono procedure operative né liste di accesso attive. La ASL non può ancora erogare prestazioni nell’ambito del programma statale finanziato dal comma 954. Tizio può tuttavia verificare se la Regione Puglia ha attivato programmi di screening locali autonomi e può rivolgersi al proprio medico di medicina generale per accedere ai percorsi diagnostici già inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) del D.P.C.M. 12 gennaio 2017.

    • Consultare il portale della Regione Puglia e dell’ASL di Taranto per programmi di screening già attivi.
    • Verificare i LEA: alcune patologie oncologiche hanno già percorsi di diagnosi precoce garantiti a livello nazionale.
    • Monitorare la Gazzetta Ufficiale per la pubblicazione del decreto interministeriale atteso.
    • Rivolgersi al medico di base per una valutazione clinica nell’attesa dell’avvio del programma specifico.

    Caso 3: l’ASL che deve pianificare l’assorbimento delle nuove risorse

    Scenario. La direzione amministrativa di un’ASL del Sud Italia deve predisporre il bilancio di previsione 2026. Vuole sapere se può già iscrivere a bilancio i fondi derivanti dal comma 954 della LB 2026 destinati allo screening ambientale.

    Come si legge il comma 956. Il trasferimento delle risorse statali alle Regioni – e da queste alle ASL – dipende dall’adozione del decreto interministeriale che stabilirà i criteri di riparto. Senza decreto, non vi è un titolo giuridico per ricevere e utilizzare quei fondi. L’ASL non può iscrivere a bilancio entrate certe derivanti dal comma 954 prima che il decreto sia adottato e il riparto definito.

    • Non iscrivere a bilancio entrate da comma 954 prima dell’adozione del decreto interministeriale.
    • Inserire eventualmente una nota informativa nel documento di previsione, segnalando la potenziale disponibilità di risorse subordinata all’iter normativo.
    • Attivare un canale informativo con la Regione di riferimento per ricevere aggiornamenti sull’iter del decreto.
    • Predisporre in anticipo il piano organizzativo per l’attivazione rapida dei programmi di screening non appena le risorse saranno disponibili.

    Caso 4: l’ente locale che vuole sollecitare l’adozione del decreto

    Scenario. Il Comune di Casale Monferrato, storicamente colpito dall’inquinamento da amianto, vuole attivarsi per accelerare l’iter del decreto interministeriale previsto dal comma 956 e garantire ai propri cittadini l’accesso prioritario ai programmi di screening.

    Come si legge il comma 956. Il decreto è di competenza ministeriale (Salute + MEF); i Comuni non hanno un potere formale di sollecita nell’iter. Tuttavia, il coinvolgimento delle autonomie regionali nell’attuazione è di fatto obbligato dalla disciplina costituzionale. Il Comune può agire attraverso i canali istituzionali: richiesta formale alla Regione affinché promuova in Conferenza Stato-Regioni l’inserimento delle aree specifiche tra le priorità; presentazione di osservazioni tecniche all’ISS sui dati epidemiologici locali; interlocuzione parlamentare tramite i rappresentanti territoriali.

    • Redigere una delibera consiliare che chieda alla Regione di rappresentare in Conferenza Stato-Regioni le specificità del territorio comunale.
    • Trasmettere all’ISS i dati epidemiologici locali aggiornati sulle patologie correlate all’inquinamento da amianto.
    • Sollecitare i parlamentari della circoscrizione a presentare un’interrogazione al Ministero della Salute sull’iter del decreto.
    • Attivare un Osservatorio locale salute-ambiente in collaborazione con ASL e associazioni di categoria per monitorare l’attuazione.

    Caso 5: il professionista abilitato che assiste un’associazione ambientalista

    Scenario. Sempronio, professionista abilitato in diritto sanitario, assiste un’associazione di cittadini residenti in un’area ex-industriale. L’associazione vuole sapere se può impugnare l’eventuale inerzia del Ministero nell’adozione del decreto previsto dal comma 956.

    Come si legge il comma 956. La norma non prevede un termine per l’adozione del decreto, il che complica l’azione giurisdizionale contro l’inerzia ministeriale. In assenza di un termine legale, il ricorso al silenzio-inadempimento ex art. 31 del D.Lgs. 104/2010 (codice del processo amministrativo) richiede di dimostrare la sussistenza di un obbligo di provvedere non soggetto a discrezionalità temporale. I giudici amministrativi valutano caso per caso; la prova del danno concreto e dell’urgenza può rafforzare la posizione del ricorrente.

    • Verificare se, decorso un congruo termine, vi siano i presupposti per il ricorso al silenzio-inadempimento ex art. 31 D.Lgs. 104/2010.
    • Documentare il pregiudizio concreto per i cittadini dell’area a rischio (dati epidemiologici, mancato accesso alle cure).
    • Valutare la possibilità di presentare un esposto alla Corte dei Conti per danno erariale da ritardo nell’utilizzo delle risorse stanziate.
    • Monitorare eventuali pronunce del TAR o del Consiglio di Stato su fattispecie analoghe di inerzia ministeriale in materia sanitaria.

    Quando intervenire

    I soggetti interessati – Regioni, ASL, enti locali e cittadini residenti in aree SIN – devono attivarsi su due livelli temporali distinti. Prima dell’adozione del decreto interministeriale, è utile monitorare l’iter normativo, predisporre piani organizzativi interni, verificare i programmi di screening già garantiti dai LEA e, ove opportuno, sollecitare le sedi istituzionali competenti. Dopo la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, scatta l’obbligo per le Regioni di organizzare i programmi secondo i criteri stabiliti e per le ASL di attivare le procedure operative. I cittadini residenti nelle aree target potranno da quel momento accedere agli screening nelle modalità definite dal decreto. L’assenza di un termine espresso per l’adozione del decreto rende il monitoraggio continuativo una necessità concreta per tutti gli operatori del settore.

    Norme e fonti

    • L. 30 dicembre 2025, n. 199, commi 954, 955 e 956 (Legge di Bilancio 2026)
    • Art. 117, comma 3, Costituzione (tutela della salute: legislazione concorrente Stato-Regioni)
    • D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 252 (disciplina dei Siti di Interesse Nazionale)
    • D.P.C.M. 12 gennaio 2017 (Livelli Essenziali di Assistenza)
    • L. 23 agosto 1988, n. 400 (disciplina dei regolamenti governativi e decreti ministeriali)
    • D.Lgs. 2 luglio 2010, n. 104, art. 31 (ricorso avverso il silenzio-inadempimento)

    Domande frequenti

    Il decreto interministeriale previsto dal comma 956 è già stato adottato?

    Al momento della redazione di questo articolo, il decreto non risulta ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La norma non fissa alcun termine per la sua adozione, per cui non è possibile indicare una data certa di entrata in operatività dei programmi di screening finanziati dal comma 954. Si raccomanda di monitorare il portale del Ministero della Salute e la Gazzetta Ufficiale.

    I cittadini residenti in aree SIN possono già accedere a screening per patologie ambientali?

    Sì, ma solo attraverso i percorsi già inclusi nei LEA (D.P.C.M. 12 gennaio 2017) o attraverso eventuali programmi regionali autonomi. I programmi specificamente finanziati dal comma 954 della LB 2026 non sono ancora operativi in assenza del decreto attuativo del comma 956.

    Quale ministero ha la competenza principale sull’adozione del decreto?

    Il decreto è adottato dal Ministro della Salute, ma richiede il concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze. Il concerto comporta la firma congiunta e la verifica della compatibilità delle modalità attuative con le risorse stanziate e i vincoli di finanza pubblica.

    Le Regioni sono obbligate a recepire i criteri del decreto o possono derogare?

    Le Regioni sono vincolate ai criteri stabiliti dal decreto interministeriale per l’utilizzo delle risorse statali stanziate dal comma 954. Tuttavia, in virtù della competenza concorrente in materia di tutela della salute, possono integrare tali programmi con risorse proprie e modalità aggiuntive, a condizione che non si pongano in contrasto con i criteri nazionali.

  • Art. 298 D.Lgs. 209/2005 – Sinistri causati da veicoli regolarmente assicurati

    Art. 298 D.Lgs. 209/2005 – Sinistri causati da veicoli regolarmente assicurati

    D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209 – Codice delle assicurazioni private

    1. 1. Nei casi previsti dall'articolo 297, commi 1, lettera a), e 2, gli aventi diritto possono presentare all'Organismo di indennizzo italiano richiesta di risarcimento: a) qualora l'impresa di assicurazione o il suo mandatario per la liquidazione dei sinistri nel territorio della Repubblica non abbiano fornito una risposta motivata sugli elementi dedotti nella richiesta di risarcimento entro tre mesi dalla data in cui gli aventi diritto hanno presentato la propria richiesta di risarcimento all'impresa di assicurazione del veicolo, il cui uso ha provocato il sinistro o al mandatario per la liquidazione dei sinistri; b) nel caso in cui l'impresa di assicurazione non abbia designato un mandatario per la liquidazione dei sinistri nel territorio della Repubblica; in tale caso gli aventi diritto non possono presentare all'Organismo di indennizzo italiano una richiesta di risarcimento, se hanno presentato una analoga richiesta direttamente all'impresa di assicurazione del veicolo il cui uso ha provocato il sinistro e hanno ricevuto una risposta motivata entro tre mesi dalla presentazione della richiesta.

    1-bis. Gli aventi diritto possono altresì presentare all'Organismo di indennizzo italiano richiesta di risarcimento nei casi previsti dall'articolo 297, comma 1-bis.

    70

    2. L'Organismo di indennizzo italiano si astiene o cessa di intervenire a favore degli aventi diritto al risarcimento che hanno intrapreso o intraprendano un'azione legale direttamente contro l'impresa di assicurazione ovvero contro il responsabile del sinistro.

    3. L'intervento dell'Organismo di indennizzo italiano è sussidiario rispetto alla richiesta nei confronti della persona o delle persone che hanno causato il sinistro ovvero nei confronti dell'impresa di assicurazione o del suo mandatario. L'Organismo di indennizzo italiano non può subordinare il risarcimento alla dimostrazione che il responsabile del danno sia insolvente o rifiuti di pagare.

    4. Gli aventi diritto presentano all'Organismo di indennizzo italiano la propria richiesta di risarcimento nelle forme previste dal regolamento, adottato dal Ministro dello sviluppo economico, che dà attuazione al presente titolo.

    5. La persona lesa residente in Italia, entro due mesi dall'accadimento del sinistro, può chiedere l'indennizzo all'Organismo di indennizzo italiano nelle situazioni previste nell'articolo 297, comma 1, lettere b) e c). L'Organismo di indennizzo italiano pone fine al suo intervento in caso di successiva risposta motivata dell'impresa di assicurazione o del suo mandatario per la liquidazione dei sinistri alla richiesta degli aventi diritto al risarcimento, a condizione che tale risposta sia inviata entro il termine di due mesi dalla presentazione della richiesta all'Organismo di indennizzo italiano.

    70

    6. 6. L'Organismo di indennizzo italiano informa immediatamente di aver ricevuto una richiesta di risarcimento dagli aventi diritto e che interverrà entro due mesi a decorrere dalla presentazione di detta richiesta, i seguenti soggetti: a) l'impresa di assicurazione con la quale è assicurato il veicolo che ha causato il sinistro o il mandatario per la liquidazione dei sinistri; b) l'organismo di indennizzo dello Stato membro dello stabilimento dell'impresa di assicurazione che ha stipulato il contratto; c) la persona che ha causato il sinistro, se nota; d) l'ufficio nazionale per l'assicurazione dello Stato ove è avvenuto il sinistro, se il sinistro è stato causato da un veicolo stazionante in un altro Stato rispetto a quello in cui è accaduto il sinistro. d-bis) l'amministratore straordinario o il commissario liquidatore, nel caso in cui l'impresa sia assoggettata, rispettivamente, alla procedura di amministrazione straordinaria o di liquidazione coatta amministrativa. 70

    6-bis. L'impresa di assicurazione del veicolo responsabile del sinistro informa l'Organismo di indennizzo italiano nel momento in cui indennizza o nega la responsabilità in relazione a una richiesta che è stata ricevuta anche dall'Organismo ai sensi del comma 1-bis del medesimo articolo.

    70

    6-ter. Entro tre mesi dalla richiesta, l'Organismo di indennizzo italiano:

    a) formula un'offerta di indennizzo motivata con la quale chiarisce di essere tenuto a provvedere all'indennizzo, in quanto la richiesta non è contestata e i danni sono stati parzialmente o interamente quantificati; o

    b) fornisce una risposta motivata con la quale chiarisce di non essere tenuto a provvedere all'indennizzo, o con la quale neghi la responsabilità ovvero dichiari che la responsabilità non è chiaramente determinata ovvero che i danni non sono stati interamente quantificati.

    70

    6-quater. Laddove l'indennizzo sia dovuto in conformità al comma 6-ter, lettera a), l'Organismo di indennizzo italiano provvede a indennizzare l'avente diritto senza indebito ritardo e, in ogni caso, entro tre mesi dall'accettazione da parte dell'avente diritto dell'offerta motivata di indennizzo. Ove i danni siano stati quantificati solo parzialmente, l'Organismo di indennizzo italiano provvede a indennizzare l'avente diritto entro tre mesi dall'accettazione dell'offerta. La somma corrisposta è imputata alla liquidazione definitiva del danno.

    70

    6-quinquies. L'Organismo di indennizzo italiano coopera, quando necessario, con gli omologhi organismi degli altri Stati membri, con i Fondi di garanzia di cui all' articolo 10-bis della direttiva 2009/103/CE, nonché con gli altri organismi di indennizzo di cui all' articolo 24 della direttiva 2009/103/CE, nonché con le Autorità competenti degli Stati membri e con le altre parti interessate. Tale cooperazione include la richiesta, l'ottenimento e la fornitura di informazioni, compresi i dettagli di richieste di indennizzo specifiche.

    70

    7. L'organismo di indennizzo italiano cui è stata presentata la richiesta di risarcimento è tenuto a rispettare, per la determinazione della responsabilità e la quantificazione del danno, le norme di diritto positivo applicabili nello Stato ove è avvenuto il sinistro.

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