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La Corte costituzionale dichiara in parte manifestamente inammissibili e in parte manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale sull’art. 157 cod. pen. come riformato dalla legge ex-Cirielli (l. 251/2005). Il paradosso denunciato — il termine di prescrizione di tre anni per i reati puniti con sanzioni paradetentive (più gravi) risulta più breve di quello di sei anni per i reati puniti con sola pena pecuniaria (meno gravi) — è risultato o inammissibile per difetto di motivazione o non fondato sul piano della ragionevolezza.

Di cosa si tratta

La riforma della prescrizione operata dalla l. 5 dicembre 2005, n. 251 (cd. ex-Cirielli) aveva introdotto un sistema articolato: il quinto comma dell’art. 157 cod. pen. fissava in tre anni la prescrizione per i reati di competenza del giudice di pace puniti con pene “paradetentive” (permanenza domiciliare e lavoro di pubblica utilità), mentre il primo comma fissava termini di sei anni per i delitti puniti con pena pecuniaria. Numerosi giudici di pace e tribunali avevano rilevato che i reati più gravi (lesioni, diffamazione, minacce) si prescrivevano prima di quelli meno gravi: un’apparente irrazionalità sistematica.

La questione di legittimità costituzionale

Sedici ordinanze di rimessione (da Giudici di pace di Mantova, La Spezia, Cagliari, Firenze, Benevento e da Tribunali di Trento, Biella, Varese, Bari, Reggio Emilia) hanno impugnato l’art. 157, primo e quinto comma, cod. pen., come sostituito dall’art. 6 della l. 251/2005, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, per irragionevolezza nella disciplina differenziata dei termini prescrizionali.

La decisione della Corte

La Corte, riuniti i giudizi, dichiara manifestamente inammissibili le questioni proposte da alcuni rimettenti per carenze di motivazione sulla rilevanza o per erronea individuazione della norma impugnata. Dichiara manifestamente infondato il nucleo delle questioni: il termine più breve per i reati puniti con sanzioni paradetentive trova giustificazione nella natura del sistema del giudice di pace, improntato a “diritto mite” e a rapida definizione dei procedimenti, cosicché la scelta legislativa non è manifestamente irrazionale.

Il principio

Il legislatore gode di ampia discrezionalità nel calibrare i termini di prescrizione in relazione al tipo di sanzione e al sistema processuale di riferimento. Un termine prescrizionale più breve per i reati di competenza del giudice di pace non è in sé irragionevole, anche se riguarda reati puniti con sanzioni formalmente più severe delle pene pecuniarie, poiché risponde a una logica di “diritto mite” coerente con la giurisdizione onoraria.

Domande e risposte

Quali sono i termini di prescrizione per i reati di competenza del giudice di pace?

Dopo la l. 251/2005: tre anni per i reati puniti con permanenza domiciliare o lavoro di pubblica utilità (quinto comma art. 157 cod. pen.); termini più lunghi (quattro o sei anni) per quelli puniti con sola pena pecuniaria in base al primo comma. La Corte ha ritenuto questa differenziazione non irragionevole.

Che cosa sono le “sanzioni paradetentive”?

Sono le pene introdotte per il giudice di pace: la permanenza domiciliare (obbligo di restare in casa nei giorni festivi) e il lavoro di pubblica utilità (prestazione non retribuita a favore della collettività). Sono alternative alla detenzione e meno gravi, ma più incisive della sola pena pecuniaria.

La legge ex-Cirielli ha ridotto la prescrizione per tutti i reati?

No. La l. 251/2005 ha modificato in modo articolato i termini di prescrizione: in alcuni casi li ha ridotti, in altri li ha aumentati (soprattutto per i recidivi). Per i reati di competenza del giudice di pace puniti con sanzioni paradetentive ha previsto un termine triennale.

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A cura di
Andrea Marton — Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale
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