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Materia: Civile — successioni / indegnità · Riferimento: Corte di Cassazione, sezione II civile, 2019, n. 5411
- L’indegnità a succedere (art. 463 c.c.) colpisce chi si rende responsabile di gravi condotte contro il defunto o i suoi più stretti congiunti.
- Non è un’incapacità né uno status: è una sanzione civile di carattere patrimoniale e causa di esclusione dalla successione.
- Va dichiarata con sentenza costitutiva, su domanda della parte interessata, e non è rilevabile d’ufficio dal giudice.
Il caso
Si discute se un soggetto, che ha tenuto una delle condotte che la legge considera causa di indegnità (ad esempio attentato alla vita del de cuius o di un suo stretto congiunto, ovvero gravi falsità sul testamento), possa o meno succedere. Il punto controverso è se l’indegnità operi automaticamente, così che chiunque possa farla valere o il giudice rilevarla d’ufficio, oppure se occorra una pronuncia giudiziale richiesta da chi vi ha interesse.
La decisione
La Corte qualifica l’indegnità non come un’incapacità ad acquistare l’eredità né come uno status della persona, bensì come una sanzione civile di carattere patrimoniale, a fondamento pubblicistico, che dà luogo a una causa di esclusione dalla successione. Pur operando in astratto ipso iure, essa non è rilevabile d’ufficio: deve essere dichiarata su domanda della parte interessata.
Trattandosi dell’effetto di una pronuncia di natura costitutiva, l’indegnità può ritenersi accertata solo dal momento del passaggio in giudicato della relativa sentenza. Fino ad allora l’indegno, se ha accettato, resta a tutti gli effetti erede; sarà la decisione definitiva a escluderlo retroattivamente, con obbligo di restituzione di quanto ricevuto.
Il principio di diritto
L’indegnità a succedere ex art. 463 c.c., pur operando ipso iure, non è rilevabile d’ufficio ma deve essere dichiarata, su domanda dell’interessato, con sentenza di natura costitutiva: essa può quindi considerarsi accertata solo nel momento in cui la relativa pronuncia passa in giudicato.
Implicazioni pratiche
Chi vuole far valere l’indegnità di un coerede deve agire in giudizio con apposita domanda, davanti al tribunale del luogo di apertura della successione, e non può limitarsi a invocarla in via di eccezione o confidare in un rilievo officioso. Va inoltre ricordato che l’indegno può essere riabilitato dal de cuius (art. 466 c.c.) con atto pubblico o testamento, e che il suo eventuale figlio subentra per rappresentazione: l’indegnità colpisce la persona, non la sua discendenza. Approfondimenti nella sezione Codice Civile.
Domande frequenti
L’indegnità a succedere opera in automatico?
No. Pur operando in astratto ipso iure, non è rilevabile d’ufficio: va chiesta in giudizio dalla parte interessata e dichiarata con sentenza costitutiva, efficace dal passaggio in giudicato.
L’indegnità del genitore colpisce anche i figli?
No. L’indegnità è personale; i discendenti dell’indegno possono subentrare per rappresentazione, salvo che ricorrano cause di indegnità a loro carico.
Fonti
- Corte di Cassazione, sezione II civile, sentenza 2019, n. 5411.
- Artt. 463, 464 e 466 del Codice civile (casi di indegnità e riabilitazione dell’indegno).
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