Testo dell'articoloIn aggiornamento
Materia: Lavoro — mansioni · Riferimento: Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 29 ottobre 2024, n. 27867
- Il danno da demansionamento non è in re ipsa: non discende automaticamente dall’inadempimento del datore.
- Non basta dimostrare la potenzialità lesiva della condotta: il lavoratore deve provare il pregiudizio concreto (patrimoniale o non patrimoniale) e il nesso causale (art. 2697 c.c.).
- La prova può essere data anche per presunzioni, ma il pregiudizio va allegato in modo specifico fin dal ricorso introduttivo.
Il caso
Un lavoratore che ha subito un demansionamento chiede il risarcimento limitandosi a invocare l’inadempimento del datore e la idoneità astratta della condotta a danneggiare la sua professionalità, senza però allegare e dimostrare un pregiudizio concreto. Il giudice del merito rigetta la domanda risarcitoria; la questione arriva in Cassazione.
La decisione
La Corte ribadisce un principio ormai consolidato: il danno non patrimoniale da demansionamento e dequalificazione non è mai in re ipsa, cioè non è una conseguenza automatica dell’illecito. Anche in presenza di un inadempimento datoriale, non è sufficiente dimostrare la mera potenzialità lesiva della condotta: incombe sul lavoratore, ai sensi dell’art. 2697 c.c., l’onere di provare l’esistenza di un concreto pregiudizio — patrimoniale o non patrimoniale — e il nesso di causalità con l’inadempimento.
La prova può essere fornita anche mediante presunzioni gravi, precise e concordanti, ma il pregiudizio (per esempio l’impoverimento della capacità professionale, la lesione della dignità, l’alterazione degli assetti relazionali e delle abitudini di vita) deve essere specificamente allegato già nel ricorso introduttivo: non basta una deduzione generica.
Il principio di diritto
In caso di demansionamento il risarcimento del danno non patrimoniale non è automatico: il lavoratore deve allegare e provare, anche per presunzioni, il concreto pregiudizio subito e il nesso causale con l’inadempimento datoriale, non essendo sufficiente la sola attitudine lesiva della condotta.
Implicazioni pratiche
La pronuncia incide direttamente sulla strategia processuale. Chi agisce per demansionamento non può limitarsi a dedurre l’illegittimità dell’assegnazione: deve descrivere e provare in concreto come il declassamento ha inciso sulla sua professionalità e sulla sua vita (mancato aggiornamento, perdita di competenze, ripercussioni sull’immagine, sulla salute, sui rapporti). È il rovescio della medaglia rispetto ai casi in cui il danno viene riconosciuto: la regola dell’onere della prova dell’art. 2697 del Codice Civile resta il cuore della controversia.
Domande frequenti
Basta dimostrare di essere stato demansionato per ottenere il risarcimento?
No. La Cassazione esclude l’automatismo: occorre provare il danno concreto e il nesso causale con la condotta del datore, non essendo sufficiente la mera idoneità lesiva del demansionamento.
Come si prova il danno da demansionamento?
Anche per presunzioni gravi, precise e concordanti (durata, natura delle mansioni, perdita di competenze), ma il pregiudizio va allegato in modo specifico fin dall’atto introduttivo del giudizio.
Fonti
- Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 29 ottobre 2024, n. 27867.
- Artt. 2103, 2059 e 2697 del Codice civile.
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