Autore: Andrea Marton

  • Corte cost. n. 304/2009 – Recupero sottotetti Molise, processo estinto

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    La Corte costituzionale dichiara estinto il processo. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha rinunciato al ricorso avverso l’art. 7, comma 4, della legge della Regione Molise n. 25/2008 (recupero sottotetti – trascrizione atti di asservimento parcheggi), dopo che la norma era stata abrogata dalla legge regionale n. 6/2009.

    Di cosa si tratta

    Il Presidente del Consiglio dei ministri aveva impugnato in via principale l’art. 7, comma 4, della legge della Regione Molise 28 luglio 2008, n. 25, recante disposizioni in materia di recupero a fini abitativi dei sottotetti. La norma censurata riguardava le modalità di trascrizione degli atti di asservimento dei parcheggi pertinenziali agli interventi di recupero. I parametri erano gli artt. 117, secondo comma, lettere e) e l), della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il ricorrente sosteneva che la norma regionale, disciplinando le modalità di asservimento dei parcheggi, invadesse le competenze legislative esclusive dello Stato in materia di ordinamento civile e di tutela della concorrenza, riservate dallo Stato dall’art. 117, secondo comma, lettere e) e l), Cost.

    La decisione della Corte

    Il Presidente del Consiglio dei ministri ha rinunciato al ricorso a seguito dell’abrogazione della norma impugnata ad opera della legge della Regione Molise n. 6/2009, che ne ha sostituito il contenuto. La Corte prende atto della rinuncia e dichiara l’estinzione del processo.

    Il principio

    Quando la norma regionale impugnata viene abrogata e il Governo rinuncia al ricorso, il processo costituzionale si estingue. L’abrogazione sopravvenuta, se non retroattiva, non comporta di per sé la cessazione della materia del contendere, ma la rinuncia del ricorrente produce l’estinzione del processo.

    Domande e risposte

    Cosa si intende per “asservimento” del parcheggio al recupero del sottotetto?

    L’asservimento è il vincolo di pertinenzialità tra un’unità abitativa e un parcheggio, che deve essere costituito e trascritto nei registri immobiliari affinché il recupero del sottotetto possa avvenire nel rispetto delle dotazioni minime di parcheggio previste dalla legge.

    Perché il Governo ha rinunciato al ricorso?

    Perché la legge regionale n. 6/2009 ha abrogato e sostituito la disposizione impugnata, venendo meno l’interesse a ottenere una pronuncia di incostituzionalità su una norma non più vigente.

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  • Corte cost. n. 285/2009 – Indennità di frequenza e stranieri disabili

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    La Corte costituzionale ha restituito gli atti alla Corte d’appello di Torino affinché rivalutasse la rilevanza della questione alla luce di due novità legislative sopravvenute: il d.lgs. n. 18/2009, che aveva esteso ai disabili stranieri titolari di permesso CE di lungo periodo il diritto alle prestazioni assistenziali, e l’entrata in vigore per l’Italia della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (New York, 13 dicembre 2006).

    Di cosa si tratta

    Una cittadina albanese, madre di un minore disabile, titolare di permesso di soggiorno di durata superiore a un anno, si era vista negare l’indennità di frequenza (legge n. 289/1990) e l’indennità di accompagnamento (legge n. 18/1980) dall’INPS. La norma censurata – art. 80, comma 19, della legge finanziaria 2001 – limitava alcune provvidenze economiche agli stranieri con carta di soggiorno (oggi permesso CE di lungo periodo), escludendo chi avesse solo il permesso annuale.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Corte d’appello di Torino ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 80, comma 19, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, in riferimento all’art. 117, primo comma, della Costituzione, per contrasto con obblighi internazionali in materia di non discriminazione dei minori disabili stranieri.

    La decisione della Corte

    La Corte ha ordinato la restituzione degli atti al giudice rimettente. Due ius superveniens intervenivano a modificare il quadro normativo: il decreto legislativo 8 gennaio 2009, n. 3, aveva esteso le prestazioni assistenziali ai titolari di permesso CE di lungo periodo; la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità era entrata in vigore in Italia il 14 giugno 2009. Entrambi gli elementi imponevano al giudice a quo di riesaminare la rilevanza della questione nel caso concreto prima di procedere.

    Il principio

    Lo ius superveniens che modifica il quadro normativo di riferimento – inclusa l’entrata in vigore di convenzioni internazionali direttamente incidenti sulla materia – obbliga la Corte a restituire gli atti al giudice rimettente perché rivaluti la rilevanza della questione sollevata alla luce del nuovo assetto normativo.

    Domande e risposte

    Uno straniero con permesso di soggiorno annuale aveva diritto all’indennità di frequenza nel 2009?

    La questione era aperta. La norma originaria richiedeva la carta di soggiorno (ora permesso CE di lungo periodo), ma il d.lgs. n. 3/2009 e la Convenzione ONU del 2006 hanno modificato il quadro, rendendo necessaria una nuova valutazione giudiziale.

    Cosa è la restituzione degli atti al giudice rimettente?

    Non è una decisione nel merito: la Corte non dichiara la norma costituzionale né incostituzionale, ma rimanda al giudice che aveva sollevato la questione perché verifichi se, alla luce delle nuove norme, la questione è ancora rilevante nel processo principale.

    Qual è il legame con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità?

    La Convenzione, ratificata con la legge n. 18/2009, è entrata in vigore in Italia il 14 giugno 2009. Essa impone una normativa di favore per i disabili, inclusi i minori stranieri, influenzando l’interpretazione delle norme interne sulle prestazioni assistenziali.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 303/2009 – Conflitto Camera-magistratura su dichiarazioni Sgarbi

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    La Corte costituzionale dichiara ammissibile, in sede di delibazione preliminare, il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera dei deputati nei confronti della Corte d’appello di Milano. La Camera aveva deliberato l’insindacabilità ai sensi dell’art. 68, comma 1, Cost. per le dichiarazioni rese da Vittorio Sgarbi in una trasmissione televisiva del 2001 nei confronti del dott. Caselli.

    Di cosa si tratta

    La Camera dei deputati ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Corte d’appello di Milano, che aveva condannato il deputato Vittorio Sgarbi per dichiarazioni da lui rese nel corso di una trasmissione televisiva nel 2001 nei confronti del dott. Gian Carlo Caselli, nonostante la Camera avesse deliberato che tali dichiarazioni rientravano nell’insindacabilità parlamentare prevista dall’art. 68, comma 1, della Costituzione.

    La questione

    La Camera sosteneva che le dichiarazioni di Sgarbi fossero espressione di opinioni connesse all’esercizio delle funzioni parlamentari e pertanto coperte dalla garanzia dell’insindacabilità. La Corte d’appello di Milano, non condividendo tale qualificazione, aveva pronunciato condanna nonostante la delibera parlamentare.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara ammissibile il conflitto nella fase preliminare di delibazione e dispone la notifica del ricorso alla Corte d’appello di Milano. Si tratta di una pronuncia che non entra nel merito della questione ma che riconosce la sussistenza dei requisiti formali per procedere all’esame del conflitto.

    Il principio

    Il conflitto di attribuzione tra Camera dei deputati e autorità giudiziaria è ammissibile quando la Camera abbia deliberato l’insindacabilità di dichiarazioni di un proprio membro e il giudice non abbia sospeso il procedimento, determinando una potenziale violazione della prerogativa parlamentare ex art. 68 Cost.

    Domande e risposte

    Che cos’è l’insindacabilità parlamentare?

    L’art. 68, comma 1, Cost. stabilisce che i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Questa garanzia copre anche dichiarazioni rese fuori dal Parlamento se connesse funzionalmente all’attività parlamentare.

    Come si risolve un conflitto di attribuzione tra Camera e magistratura?

    La Corte costituzionale è competente a dirimere i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato. In sede di ammissibilità verifica se il ricorso è proposto da un soggetto legittimato e se descrive una menomazione delle attribuzioni costituzionali dell’organo ricorrente.

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  • Corte cost. n. 302/2009 – Sospensione contributi emergenza Etna e lavoratori pubblici

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    La Corte costituzionale, riuniti i giudizi, dichiara manifestamente inammissibile la prima questione (per contraddittorietà della prospettazione) e manifestamente infondata la seconda questione sull’art. 6, comma 1-bis, del d.l. 263/2006, che limita ai datori di lavoro privati il beneficio della sospensione dei contributi previdenziali concessa a fronte dell’emergenza vulcanica Etna 2002.

    Di cosa si tratta

    Il Tribunale amministrativo regionale della Sicilia, sezione staccata di Catania, ha sollevato con due distinte ordinanze questioni di legittimità costituzionale dell’art. 6, comma 1-bis, del decreto-legge 9 ottobre 2006, n. 263, aggiunto dalla legge di conversione 6 dicembre 2006, n. 290. Tale norma, nel disciplinare la sospensione dei versamenti contributivi concessa a fronte dell’emergenza Etna 2002, ne limitava l’applicabilità ai soli datori di lavoro privati, escludendo le pubbliche amministrazioni. I dipendenti pubblici (tra cui Vigili del fuoco e Guardia di finanza) lamentavano di non poter beneficiare della misura.

    La questione di legittimità costituzionale

    Con la prima ordinanza il TAR censurava la norma in riferimento agli artt. 2, 3, 4, 24, 32, 35, 36, 77 secondo comma, 97, 101, 102 e 104 Cost.; con la seconda in riferimento agli artt. 2, 3, 4, 32, 35, 36 e 97 Cost. Il comune denominatore era la denunciata disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti da datori pubblici e privati, entrambi colpiti dalla medesima emergenza naturale.

    La decisione della Corte

    Riuniti i giudizi, la Corte dichiara la manifesta inammissibilità della prima questione per contraddittorietà intrinseca della prospettazione: il TAR aveva prima identificato il thema decidendum nella contesta del piano di recupero dei contributi sospesi, poi aveva mutato oggetto parlando del diritto alla corresponsione del beneficio, rendendo impossibile verificare la rilevanza. La seconda questione è dichiarata manifestamente infondata, in conformità alla sentenza n. 325 del 2008 con cui la Corte aveva già giudicato non irragionevole la scelta del legislatore di limitare il beneficio ai datori privati.

    Il principio

    Non è irragionevole la scelta legislativa di limitare il beneficio della sospensione del versamento contributivo in caso di calamità naturale ai soli datori di lavoro privati, in quanto le pubbliche amministrazioni, a differenza delle imprese private, dispongono di una capacità organizzativa e di risorse idonee a fronteggiare le situazioni di emergenza.

    Domande e risposte

    Qual era il beneficio previsto dall’ordinanza del Presidente del Consiglio per l’emergenza Etna 2002?

    L’o.P.C.m. n. 3254 del 2002 aveva previsto la sospensione dei versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali a favore dei soggetti operanti nel territorio colpito dall’eruzione. Il piano di recupero prevedeva la restituzione in un arco temporale di otto volte i mesi di sospensione.

    Perché i dipendenti pubblici erano esclusi dal beneficio?

    L’art. 6, comma 1-bis, del d.l. 263/2006 aveva chiarito che il beneficio spettava ai soli datori di lavoro privati. La Corte ha ritenuto non irragionevole tale limitazione, poiché la pubblica amministrazione non persegue fini lucrativi e non è esposta alle stesse pressioni economiche di un’impresa privata colpita da una calamità.

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  • Corte cost. n. 301/2009 – Confisca per equivalente e irretroattività

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    La Corte costituzionale dichiara manifestamente infondata la questione sulla confisca per equivalente nei reati tributari (art. 322-ter c.p. e art. 1, comma 143, legge 244/2007). La confisca per equivalente ha natura sanzionatoria e non retroagisce: si applica solo ai reati commessi dopo l’entrata in vigore della norma che la prevede.

    Di cosa si tratta

    Il GIP del Tribunale di Napoli ha sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 200 e 322-ter del codice penale e dell’art. 321, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui, combinati con l’art. 1, comma 143, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (legge finanziaria 2008), consentirebbero di applicare retroattivamente la confisca per equivalente ai reati tributari commessi prima dell’entrata in vigore di tale norma. I parametri invocati erano gli artt. 3, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il rimettente dubitava che applicare la confisca per equivalente a reati tributari anteriori all’introduzione di tale misura violasse i principi di uguaglianza (art. 3 Cost.) e di rispetto degli obblighi internazionali (art. 117, primo comma, Cost.), in relazione al principio convenzionale di legalità delle pene.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta infondatezza della questione. La confisca per equivalente ha natura sanzionatoria – non di misura di sicurezza – e pertanto non può operare retroattivamente. L’art. 200 c.p. riguarda le misure di sicurezza, categoria distinta dalla confisca per equivalente. L’interpretazione corretta della normativa esclude già la retroattività, e la questione è perciò manifestamente infondata.

    Il principio

    La confisca per equivalente, avendo natura di sanzione penale e non di misura di sicurezza, non soggiace al regime dell’art. 200 c.p. e non può essere applicata retroattivamente a reati commessi prima dell’entrata in vigore della norma che la prevede.

    Domande e risposte

    Che differenza c’è tra confisca per equivalente e misura di sicurezza?

    La misura di sicurezza ha funzione preventiva e può essere applicata retroattivamente secondo l’art. 200 c.p. La confisca per equivalente, invece, ha natura sanzionatoria e deve rispettare il principio di irretroattività sfavorevole tipico delle pene.

    A quali reati tributari si applica la confisca per equivalente?

    Ai reati tributari commessi dopo l’entrata in vigore dell’art. 1, comma 143, della legge 244/2007 (1° gennaio 2008), che ha esteso a tali reati la misura già prevista dall’art. 322-ter c.p. per i reati contro la pubblica amministrazione.

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  • Corte cost. n. 300/2009 – Giurisdizione tributaria sulla TIA

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    La Corte costituzionale dichiara manifestamente inammissibile la questione sull’art. 2, comma 2, del d.lgs. 546/1992 in materia di giurisdizione tributaria sulle controversie relative alla tariffa di igiene ambientale (TIA). Il giudice rimettente aveva già applicato la norma censurata e la prospettazione risultava contraddittoria.

    Di cosa si tratta

    La Commissione tributaria regionale della Toscana ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario), nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alla tariffa di igiene ambientale (TIA). Il parametro invocato era l’art. 102, secondo comma, della Costituzione, che vieta l’istituzione di giudici speciali.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il giudice rimettente dubitava che attribuire alla giurisdizione tributaria le controversie sulla TIA violasse il divieto costituzionale di istituzione di giudici speciali di cui all’art. 102, secondo comma, Cost., posto che la TIA è una tariffa e non un tributo in senso stretto.

    La decisione della Corte

    La Corte dichiara la manifesta inammissibilità della questione. Risultava, in modo contraddittorio con la censura proposta, che il giudice rimettente aveva già affermato la propria giurisdizione sulla controversia e aveva applicato la norma che poi censurava. La prospettazione era pertanto intrinsecamente contraddittoria e non consentiva alla Corte di valutare la rilevanza della questione.

    Il principio

    È inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata da un giudice che abbia già fatto applicazione della norma censurata nel giudizio principale, in quanto la prospettazione risulta intrinsecamente contraddittoria e la rilevanza non può essere adeguatamente valutata dalla Corte.

    Domande e risposte

    Che cos’è la TIA?

    La tariffa di igiene ambientale (TIA) è un corrispettivo istituito dal d.lgs. 22/1997 per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, che ha progressivamente sostituito la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU) in molti comuni.

    Perché la questione è inammissibile?

    Perché il giudice rimettente aveva già esercitato la giurisdizione tributaria sulla controversia, applicando quindi la stessa norma che poi censurava. Questo comportamento contraddittorio impedisce alla Corte di verificare se la questione sia effettivamente rilevante nel giudizio.

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  • Corte cost. n. 342/2009 – Soppressione enti pubblici e competenza regionale

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    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile il ricorso della Regione Liguria contro l’art. 26, comma 1, del d.l. n. 112/2008 (norma sulla soppressione degli enti pubblici), proposto in via cautelare nel timore che la norma potesse applicarsi anche agli enti pubblici regionali. Poiché entrambe le parti concordavano che la norma si applica solo agli enti pubblici nazionali, il conflitto era meramente astratto e la questione inammissibile.

    Di cosa si tratta

    L’art. 26, comma 1, del d.l. n. 112/2008 prevedeva la soppressione o la privatizzazione degli enti pubblici non economici aventi meno di cinquanta dipendenti. La Regione Liguria aveva impugnato la norma “a titolo cautelativo”, nel timore che potesse intendersi applicabile anche agli enti pubblici regionali e locali, con conseguente violazione dell’autonomia organizzativa regionale. Il Presidente del Consiglio, tuttavia, aveva confermato che la norma riguarda esclusivamente gli enti pubblici statali.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Liguria ha censurato l’art. 26, comma 1, d.l. n. 112/2008 in riferimento all’art. 117, quarto e sesto comma, della Costituzione e al principio di leale collaborazione, nell’ipotesi – prospettata come soltanto possibile – che la norma si applicasse anche agli enti pubblici regionali e locali. La Regione stessa, tuttavia, riteneva più probabile che la norma riguardasse solo gli enti pubblici nazionali e aveva impugnato solo per precauzione.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione. Entrambe le parti – la Regione ricorrente e il Presidente del Consiglio – concordavano nell’interpretare la norma come applicabile ai soli enti pubblici statali. Questa convergenza rendeva meramente astratta la questione: non vi era alcun contrasto reale sull’interpretazione, e quindi nessuna effettiva menomazione delle competenze regionali. Un ricorso proposto in via cautelare su una questione puramente ipotetica e non effettivamente controversa è inammissibile.

    Il principio

    Nel giudizio costituzionale in via principale, le questioni promosse in via cautelativa su interpretazioni prospettate come solo possibili sono ammissibili solo se tali interpretazioni siano effettivamente plausibili e non meramente astratte o pretestuose. Se le parti concordano sull’interpretazione della norma come non lesiva delle competenze regionali, la questione è priva di effettivo contenuto controverso e va dichiarata inammissibile.

    Domande e risposte

    Cos’è un ricorso “in via cautelare” davanti alla Corte costituzionale?

    Non esiste una vera e propria misura cautelare nel giudizio costituzionale in via principale. Con questa espressione si intende un ricorso proposto nel dubbio che una norma possa interpretarsi in modo lesivo delle competenze regionali, pur ritenendo che l’interpretazione corretta sia diversa. La Corte ammette questi ricorsi entro certi limiti, purché l’interpretazione prospettata non sia implausibile.

    A chi si applica la norma “taglia-enti” dell’art. 26, comma 1?

    Agli enti pubblici statali non economici con meno di cinquanta dipendenti. Non si applica agli enti pubblici regionali e locali, che rientrano nella competenza organizzativa di Regioni ed enti locali ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera g), e quarto comma, della Costituzione.

    Cosa succede quando le parti concordano sull’interpretazione di una norma?

    La Corte non può pronunciarsi su questioni meramente astratte o su conflitti solo apparenti. Se la questione sollevata si riduce a una richiesta di statuizione formale su un’interpretazione già condivisa da tutti, la Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso per carenza di interesse.

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  • Corte cost. n. 341/2009 – Tetto retribuzioni sanitarie e spesa universitaria

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    La Corte costituzionale ha risolto i ricorsi di sette Regioni e della Provincia autonoma di Trento contro l’art. 61 del d.l. n. 112/2008, che imponeva tagli alle retribuzioni nel settore sanitario e riduzioni alla spesa universitaria. Ha dichiarato illegittimo il comma 17 nella parte in cui si applica all’Università della Valle d’Aosta e il comma 14 nella parte applicabile alle Province autonome di Trento e Bolzano. Ha invece respinto la gran parte delle censure delle altre Regioni, ritenendo le norme legittime espressione del coordinamento della finanza pubblica.

    Di cosa si tratta

    L’art. 61 del d.l. n. 112/2008 conteneva un ampio pacchetto di misure di contenimento della spesa pubblica: riduzione dei compensi ai dirigenti e ai sindaci delle strutture sanitarie regionali (commi 8 e 9), riduzione del contributo statale alle Università (commi 14 e 16, con misure che riguardavano anche l’Università della Valle d’Aosta), tagli alla spesa universitaria (comma 17), e altri interventi sulle retribuzioni nel settore pubblico. Sette Regioni e la Provincia autonoma di Trento avevano impugnato varie combinazioni di queste disposizioni, lamentando violazioni dell’autonomia finanziaria regionale e del principio di leale collaborazione.

    La questione di legittimità costituzionale

    I ricorrenti censuravano l’art. 61, in diverse combinazioni di commi, in riferimento agli artt. 117, 119 della Costituzione e al principio di leale collaborazione. La Provincia autonoma di Trento invocava anche le norme dello statuto speciale del Trentino-Alto Adige. La Regione Valle d’Aosta denunciava la violazione dell’art. 48-bis del suo statuto speciale.

    La decisione della Corte

    Comma 17 (tetti alla spesa universitaria): illegittimo nella parte in cui si applica all’Università della Valle d’Aosta, interamente finanziata dalla Regione con fondi propri. Comma 14 (risorse sanitarie per riduzione ticket): illegittimo nella parte in cui si applica alle Province autonome di Trento e Bolzano, che finanziano interamente il proprio servizio sanitario senza contributo statale. L’effetto si estende anche alla Provincia di Bolzano. La Corte ha invece dichiarato cessata la materia del contendere sul comma 8 (abrogato nel frattempo) e ha respinto la gran parte delle altre questioni, ritenendo le misure legittime nell’ambito del coordinamento della finanza pubblica.

    Il principio

    Le misure statali di coordinamento della finanza pubblica – comprese le riduzioni di spesa che incidono sui bilanci regionali – sono legittime se lasciano alle Regioni margini di scelta su come conseguire gli obiettivi di risparmio. Non si applicano, tuttavia, alle autonomie speciali che finanziano integralmente con proprie risorse i settori oggetto del taglio: in quei casi, il presupposto del coordinamento finanziario (la partecipazione statale alla spesa) viene meno.

    Domande e risposte

    Perché l’Università della Valle d’Aosta è diversa dalle altre università?

    Perché è finanziata esclusivamente dalla Regione Valle d’Aosta con risorse proprie, senza contributo statale. Di conseguenza, lo Stato non può imporre tagli a una spesa che non finanzia.

    Cosa significa che le Province autonome finanziano “interamente” il proprio servizio sanitario?

    Le Province autonome di Trento e Bolzano provvedono al finanziamento del loro servizio sanitario senza alcun apporto a carico del bilancio statale (ai sensi dell’art. 34, comma 3, della legge n. 724/1994). Non ricevendo fondi statali per la sanità, non hanno senso le misure di “cofinanziamento” di un’eventuale abolizione del ticket.

    Le altre Regioni hanno perso tutti i ricorsi?

    In larga parte sì. La Corte ha ritenuto che le riduzioni delle retribuzioni dei dirigenti sanitari e le misure connesse al ticket rientrassero nei legittimi poteri statali di coordinamento della finanza pubblica, che possono imporre obiettivi di risparmio alle Regioni purché non prescrivano in modo puntuale le modalità.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 340/2009 – Variante urbanistica patrimonio immobiliare enti locali

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    La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’art. 58, comma 2, del d.l. n. 112/2008, che stabiliva che la delibera del consiglio comunale di approvazione del piano di alienazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare costituisce variante allo strumento urbanistico generale senza necessità di verifiche di conformità agli atti di pianificazione regionale e provinciale. La norma violava la competenza concorrente delle Regioni in materia di governo del territorio, introducendo una disciplina di dettaglio che non lasciava spazi al legislatore regionale.

    Di cosa si tratta

    Il d.l. n. 112/2008 aveva introdotto l’obbligo per Regioni ed enti locali di predisporre un “piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari” dei beni non strumentali. Il comma 2 dell’art. 58 prevedeva un meccanismo automatico: l’approvazione del piano da parte del consiglio comunale vale come variante allo strumento urbanistico generale, senza necessità di verifiche di conformità agli atti di pianificazione sovraordinata (piani regionali e provinciali), salvo per i terreni agricoli e per le variazioni volumetriche superiori al 10%. Quattro Regioni (Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana) avevano impugnato questa disposizione.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Regioni censuravano l’art. 58, comma 2, d.l. n. 112/2008 in riferimento all’art. 117, terzo comma, della Costituzione. In materia di governo del territorio (competenza concorrente), lo Stato può fissare solo principi fondamentali, spettando alle Regioni la normativa di dettaglio. La disposizione impugnata, invece, stabiliva in modo puntuale e automatico l’effetto di variante urbanistica e le eccezioni a tale regola, bypassando il controllo di conformità regionale e provinciale senza che vi fosse un interesse unitario che giustificasse l’intervento statale di dettaglio.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 58, comma 2, d.l. n. 112/2008 (esclusa la sola proposizione iniziale sulla classificazione come patrimonio disponibile). La norma, stabilendo l’effetto di variante e le percentuali volumetriche specifiche, non si limitava a fissare criteri e obiettivi ma introduceva una disciplina dettagliata che azzerava il potere normativo regionale. Ha invece dichiarato inammissibili o non fondati diversi aspetti del comma 1 dello stesso art. 58.

    Il principio

    In materia di governo del territorio (competenza legislativa concorrente), la normativa statale deve limitarsi a prescrivere criteri e obiettivi, lasciando alle Regioni l’individuazione degli strumenti concreti. Una norma statale che, disponendo l’automatica validità come variante urbanistica di delibere comunali e escludendo il controllo di conformità alla pianificazione sovraordinata regionale e provinciale, nega qualsiasi spazio di intervento al legislatore regionale, viola l’art. 117, terzo comma, Cost.

    Domande e risposte

    Cosa è il piano delle alienazioni e valorizzazioni immobiliari?

    Un documento che gli enti locali erano tenuti a predisporre elencando i beni immobili non strumentali all’esercizio delle loro funzioni istituzionali, da alienare o valorizzare. Aveva finalità di risanamento della finanza pubblica.

    Perché era problematico che l’approvazione del piano valesse come variante urbanistica automatica?

    Perché in materia urbanistica le Regioni hanno competenza legislativa concorrente e i piani territoriali regionali e provinciali costituiscono il quadro di riferimento per le scelte comunali. Rendere la delibera comunale sufficiente come variante – anche in contrasto con la pianificazione regionale – svuotava le competenze regionali.

    Cosa si può fare con i beni immobili pubblici dopo questa sentenza?

    La classificazione come patrimonio disponibile è rimasta valida (non era stata impugnata). Per le variazioni di destinazione urbanistica, occorre seguire le procedure previste dalle leggi regionali, che garantiscono il controllo di conformità con i piani sovraordinati.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 339/2009 – Strategia energetica nazionale e leale collaborazione

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    La Corte costituzionale ha dichiarato parzialmente illegittimo il d.l. n. 112/2008 in materia energetica. L’art. 8, comma 3 (modalità delle procedure competitive per i giacimenti di idrocarburi marginali) e l’art. 10 (programmi del Ministero per il Fondo rotativo infrastrutture) violano il principio di leale collaborazione perché non prevedono un adeguato coinvolgimento delle Regioni. L’art. 7 (Strategia energetica nazionale) è invece non fondato: la partecipazione delle Regioni è già garantita dall’ordinamento vigente.

    Di cosa si tratta

    Il d.l. n. 112/2008 aveva introdotto nuovi strumenti di politica energetica: la Strategia energetica nazionale deliberata dal Consiglio dei ministri (art. 7), la procedura per assegnare a nuovi titolari i giacimenti di idrocarburi marginali non produttivi (art. 8) e la previsione che i fondi del Fondo rotativo per le imprese venissero assegnati prioritariamente ai progetti coerenti con i programmi ministeriali (art. 10). Le Regioni Piemonte ed Emilia-Romagna avevano impugnato queste norme sostenendo che incidevano su materie di competenza concorrente (energia, governo del territorio) senza prevedere adeguate forme di coinvolgimento regionale.

    La questione di legittimità costituzionale

    Le Regioni censuravano le norme in riferimento all’art. 117, terzo comma, Cost. (competenza concorrente in materia di energia) e al principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni. Chiedevano che le procedure per la Strategia energetica, l’assegnazione dei giacimenti marginali e i programmi infrastrutturali prevedessero l’intesa o il parere della Conferenza Stato-Regioni.

    La decisione della Corte

    Art. 7 (Strategia energetica): non fondata. La normativa vigente prevede già il coinvolgimento regionale, confermato dall’art. 27 della legge n. 99/2009. Art. 8, comma 3 (procedure competitive giacimenti marginali): parzialmente illegittimo. Il decreto ministeriale che fissa le modalità delle procedure competitive interseca materie di competenza concorrente; senza coinvolgimento regionale, viola la leale collaborazione. Art. 10 (Fondo rotativo infrastrutture): illegittimo nella parte in cui non prevede il parere della Conferenza Stato-Regioni sui programmi del Ministero dello sviluppo economico.

    Il principio

    Nelle materie di legislazione concorrente tra Stato e Regioni (energia, governo del territorio), gli atti statali che definiscono criteri e modalità operative devono prevedere forme di coinvolgimento regionale (intesa o parere) proporzionate all’impatto sulle competenze regionali. La mancata previsione di tali strumenti viola il principio di leale collaborazione sancito dalla Costituzione.

    Domande e risposte

    Cosa è la Strategia energetica nazionale?

    Un documento di pianificazione deliberato dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministro dello sviluppo economico, che indica le priorità nel settore energetico per il breve e il lungo periodo. Oggi disciplinata dal d.lgs. n. 199/2021 e dai successivi aggiornamenti.

    Cos’è un giacimento di idrocarburi marginale?

    Un giacimento di gas o petrolio ritenuto economicamente non conveniente da sfruttare in via ordinaria. Il d.l. n. 112/2008 prevedeva procedure per assegnare questi giacimenti ad altri operatori, anche ai fini della produzione di energia elettrica.

    Quando serve l’intesa e quando basta il parere delle Regioni?

    La Corte ha distinto: per le procedure di assegnazione delle concessioni di giacimenti (che incidono sul governo del territorio) occorre un adeguato coinvolgimento che la legge deve determinare; per i programmi ministeriali del Fondo rotativo (dove concorrono competenze esclusive statali come la tutela della concorrenza) è sufficiente il parere della Conferenza Stato-Regioni.

    Norme collegate

  • Corte cost. n. 338/2009 – Tasso sostitutivo BOT clausole bancarie nulle

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    La Corte costituzionale ha dichiarato manifestamente inammissibile la questione sollevata dal Tribunale civile di Milano sull’art. 5, comma 1, lettera a), della legge n. 154/1992 e l’art. 117, comma 7, del T.U.B., nella parte in cui fissano il tasso sostitutivo legale – per le clausole bancarie nulle perché indeterminate – con riferimento ai BOT dei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto. Il rimettente non aveva esplorato l’interpretazione alternativa che esclude l’applicabilità della norma ai contratti stipulati prima della sua entrata in vigore.

    Di cosa si tratta

    Alcuni correntisti avevano convenuto in giudizio la propria banca per ottenere la restituzione di interessi addebitati in base a clausole nulle (perché rinviavano agli “usi bancari” per determinare il tasso passivo). Quando una clausola è nulla, il T.U.B. prevede un tasso sostitutivo legale pari al rendimento dei BOT dei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto. Il Tribunale di Milano rilevava un’anomalia: se quei BOT rendevano molto (contratti stipulati negli anni 1983-1992, quando i tassi erano alti), il cliente che faceva valere la nullità finiva per pagare interessi più alti di quelli che avrebbe pagato con la clausola nulla.

    La questione di legittimità costituzionale

    Il Tribunale civile di Milano ha censurato l’art. 5, comma 1, lettera a), della legge n. 154/1992 e l’art. 117, comma 7, T.U.B., in riferimento all’art. 3 della Costituzione. Secondo il rimettente, il riferimento ai BOT “al momento della conclusione del contratto” è irragionevole per i rapporti di conto corrente di lunga durata, nei quali il tasso di mercato cambia nel tempo: il tasso sostitutivo si cristallizza a un momento storico che può essere molto penalizzante per il cliente.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione. Il rimettente non aveva considerato una possibile lettura alternativa – sostenuta da parte della giurisprudenza di legittimità e di merito – secondo cui la norma sulla sostituzione automatica della clausola nulla, essendo sopravvenuta ai contratti in causa, non si applicherebbe a questi ultimi: per essi opererebbe il meccanismo ordinario dell’art. 1284, terzo comma, c.c. (interesse legale). Prima di sollevare la questione, il giudice avrebbe dovuto verificare se questa interpretazione adeguatrice fosse percorribile e avrebbe eliminato il problema.

    Il principio

    Il giudice che dubita della legittimità costituzionale di una norma è tenuto a verificare se sia possibile un’interpretazione conforme a Costituzione prima di sollevare la questione. Se un’interpretazione alternativa è sostenibile in giurisprudenza e avrebbe eliminato il problema di costituzionalità, la mancata esplorazione di tale interpretazione rende inammissibile la questione.

    Domande e risposte

    Cosa succede se una clausola bancaria sugli interessi è nulla?

    Ai sensi del T.U.B., la clausola nulla viene automaticamente sostituita con il tasso corrispondente al rendimento annuo dei BOT o altri titoli simili emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto. Se non ci sono tali titoli, si applicano gli interessi legali.

    Perché il cliente avrebbe potuto essere penalizzato dalla nullità?

    Perché nei contratti stipulati negli anni ’80, i BOT rendevano tassi molto elevati (anche 10-15% annuo). Il tasso sostitutivo cristallizzato a quel momento storico avrebbe potuto superare il tasso che la banca stava concretamente applicando, risultando paradossalmente più oneroso per il cliente che faceva valere la nullità.

    Perché la questione è stata dichiarata inammissibile e non infondata?

    L’inammissibilità deriva da un vizio di metodo: il rimettente non aveva tentato di interpretare la norma in senso conforme a Costituzione prima di sollevare la questione. Non si trattava di una questione fondata o infondata nel merito, ma di una questione prematura.

    Norme collegate

    • Art. 3 della Costituzione — principio di ragionevolezza, asseritamente violato dalla cristallizzazione del tasso sostitutivo
  • Corte cost. n. 337/2009 – Corte dei conti e attività amministrativa Assemblea regionale siciliana

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    La Corte costituzionale ha risolto il conflitto di attribuzione promosso dalla Regione Siciliana contro la Procura regionale della Corte dei conti, dichiarando che spettava allo Stato richiedere all’Assemblea regionale siciliana gli atti relativi a un parere reso dalla VI Commissione legislativa permanente su un atto aggiuntivo alla convenzione con la Croce Rossa Italiana. La Commissione aveva svolto una funzione amministrativa, non legislativa, e come tale era soggetta alla giurisdizione contabile.

    Di cosa si tratta

    La Procura regionale della Corte dei conti per la Sicilia, indagando su una possibile ipotesi di danno erariale relativa a una convenzione tra la Regione Siciliana e la Croce Rossa Italiana, aveva richiesto all’Assemblea regionale siciliana (A.R.S.) gli atti della VI Commissione legislativa, che aveva espresso un parere vincolante sull’atto aggiuntivo a quella convenzione. La Regione Siciliana aveva sollevato conflitto di attribuzione sostenendo che l’attività della Commissione rientrava nelle funzioni parlamentari coperte dall’insindacabilità ex art. 6 dello statuto speciale.

    La questione di legittimità costituzionale

    La Regione Siciliana lamentava la violazione degli artt. 5, 68, 103, 116 e 122 della Costituzione, nonché degli artt. 4, 6 e 12 del regio decreto legislativo n. 455 del 1946 (statuto della Regione siciliana) e del regolamento interno dell’A.R.S. Sosteneva che il parere reso dalla VI Commissione fosse espressione della funzione di indirizzo politico dell’Assemblea nei confronti della Giunta, coperta dall’insindacabilità statutaria.

    La decisione della Corte

    La Corte ha dichiarato che spettava allo Stato, e per esso alla Procura regionale della Corte dei conti, adottare le note istruttorie. L’attività svolta dalla VI Commissione non era riconducibile a funzioni legislative né di indirizzo politico: la Commissione aveva espresso un parere vincolante – previsto dalla legge regionale n. 36/2000 – su un atto aggiuntivo alla convenzione, approvandolo con emendamenti che la Giunta era tenuta a recepire. Si trattava quindi di un concorso all’azione amministrativa dell’esecutivo regionale, soggetto alla giurisdizione contabile.

    Il principio

    L’insindacabilità dei deputati regionali si estende alle funzioni tipicamente legislative e a quelle direttamente strumentali all’esercizio della funzione legislativa, nonché alle attività di genuino indirizzo politico. Non copre invece le attività amministrative che, pur compiute da organi dell’assemblea legislativa, consistono nel concorso all’azione provvedimentale dell’esecutivo: queste restano soggette alla giurisdizione della Corte dei conti.

    Domande e risposte

    Un parere della Commissione consiliare è sempre coperto da insindacabilità?

    No. Dipende dalla natura del parere. Se esprime un orientamento politico di carattere generale dell’Assemblea verso la Giunta, può rientrare nelle funzioni di indirizzo politico e godere dell’insindacabilità. Se invece la Commissione partecipa a un procedimento amministrativo della Giunta rendendo un parere vincolante su un atto concreto (come nel caso in esame), l’attività è di natura amministrativa e soggetta a sindacato.

    Cosa può chiedere la Corte dei conti a un’assemblea legislativa regionale?

    Ai sensi dell’art. 74 del r.d. n. 1214/1934, la Corte dei conti può richiedere atti e documenti alle “autorità amministrative”. Per gli atti di natura amministrativa compiuti dagli organi dell’assemblea, la Corte ha ritenuto che la richiesta istruttoria sia legittima; non lo è invece per atti genuinamente legislativi o di indirizzo politico.

    Questa decisione vale anche per i Consigli regionali delle Regioni a statuto ordinario?

    I principi enunciati dalla Corte – distinzione tra funzioni legislative/di indirizzo e funzioni amministrative – sono di carattere generale e si applicano in modo analogo a tutti gli organi legislativi regionali, con le specificità che derivano dai rispettivi statuti.

    Norme collegate