Dottore in Economia e Finanza · Divulgatore giuridico e fiscale
Cura Legge in Chiaro: la spiegazione in linguaggio chiaro dei testi normativi italiani, dal TUIR al Codice Civile, dai contratti collettivi alla Legge di Bilancio, sempre a partire dalle fonti ufficiali.
Metodo editoriale
Ogni scheda parte dal testo vigente pubblicato su Normattiva, non da rielaborazioni di terzi.
Le tabelle retributive CCNL sono ricostruite dai PDF ARAN e dai testi contrattuali depositati dalle parti firmatarie.
Vigenze e rinnovi sono verificati alla fonte e riportati con la data della verifica: quando un contratto viene rinnovato, le schede collegate vengono corrette.
Importi, aliquote e scadenze sono verificati sulle fonti primarie indicate in fondo a ogni scheda, con la data della verifica.
Gli errori segnalati vengono corretti e la correzione resta visibile nella pagina.
Fonti consultateNormattiva · Gazzetta Ufficiale · ARAN · Agenzia delle Entrate · INPS · INAIL · Banca d’Italia
I contenuti pubblicati hanno finalità esclusivamente informativa e divulgativa: non costituiscono consulenza professionale e non sostituiscono il parere di un professionista abilitato. Per la valutazione del caso concreto occorre sempre rivolgersi a un professionista.
L’art. 25 del DPR 600/1973 obbliga il sostituto d’imposta (imprese, professionisti, condominio) a operare una ritenuta del 20% a titolo di acconto IRPEF sui compensi di lavoro autonomo, con obbligo di rivalsa.
La ritenuta si applica ai compensi per prestazioni di lavoro autonomo, anche non abituale, e ai compensi dell’amministratore di condominio.
Per i soggetti non residenti la ritenuta è del 30% a titolo d’imposta (definitiva).
Non si applica ai compensi corrisposti nell’esercizio di impresa (es. fattura di una ditta o società).
La norma (art. 25, comma 1, DPR 600/1973)
«I soggetti indicati nel primo comma dell’art. 23, che corrispondono a soggetti residenti nel territorio dello Stato compensi comunque denominati […] per prestazioni di lavoro autonomo, ancorché non esercitate abitualmente […] devono operare all’atto del pagamento una ritenuta del 20 per cento a titolo di acconto dell’Irpef dovuta dai percipienti, con l’obbligo di rivalsa. […] La ritenuta non deve essere operata per le prestazioni effettuate nell’esercizio di imprese.»
Percipiente
Ritenuta
Titolo
Professionista/lavoratore autonomo residente
20%
Acconto IRPEF
Lavoro autonomo occasionale residente
20%
Acconto IRPEF
Soggetto non residente
30%
Imposta (definitiva)
Prestazione nell’esercizio d’impresa
Nessuna ritenuta
–
Tre casi pratici
Fattura di un professionista in regime ordinario
Un’azienda riceve una parcella di 1.000 € + IVA da un consulente: deve versare la ritenuta.
Cosa fare: Trattenere il 20% sull’imponibile (200 €), pagare al professionista il netto, versare la ritenuta con F24 entro il 16 del mese successivo e certificarla nella CU.
Compenso a un forfettario
Un cliente sta per applicare la ritenuta a un professionista in regime forfettario.
Cosa fare: Non operare la ritenuta: i forfettari non sono soggetti a ritenuta d’acconto; la fattura deve riportare l’apposita dicitura di esclusione.
Prestazione occasionale di un privato
Si paga un compenso occasionale di 500 € a chi non ha partita IVA.
Cosa fare: Applicare comunque la ritenuta del 20% sul compenso: il lavoro autonomo occasionale è soggetto a ritenuta anche senza partita IVA.
Spunti pratici
La ritenuta va versata con F24 (codice tributo 1040) entro il 16 del mese successivo al pagamento.
Il sostituto deve rilasciare la Certificazione Unica e indicare le ritenute nel modello 770.
Per il percipiente la ritenuta è un acconto scomputabile in dichiarazione: va conservata la prova del netto incassato.
DPR 29 settembre 1973, n. 600, art. 25 (testo consolidato Agenzia delle Entrate)
TUIR, DPR 917/1986, art. 53-54 (redditi di lavoro autonomo)
L. 190/2014 (regime forfettario, esclusione da ritenuta)
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Chi opera in forma societaria o collettiva deve istituire assetti adeguati (art. 2086, comma 2).
Gli assetti sono organizzativi, amministrativi e contabili, proporzionati a natura e dimensioni.
Servono a rilevare tempestivamente la crisi e la perdita di continuità aziendale.
L’imprenditore deve attivarsi senza indugio per superare la crisi.
La carenza di assetti può fondare la responsabilità degli amministratori.
Art. 2086 c.c.: il testo dell’articolo
La rubrica è «Gestione dell’impresa». Il primo comma è rimasto quello del 1942: «L’imprenditore è il capo dell’impresa e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori». Il secondo comma, che contiene l’obbligo degli adeguati assetti, è riportato qui sotto.
Il secondo comma: l’obbligo degli adeguati assetti
«L’imprenditore, che operi in forma societaria o collettiva, ha il dovere di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.»
Il secondo comma (e la nuova rubrica) sono stati introdotti dall’art. 375 del Codice della crisi (D.Lgs. 14/2019), in vigore dal 16 marzo 2019: trenta giorni dopo la pubblicazione del decreto nella Gazzetta Ufficiale del 14 febbraio 2019 (art. 389, comma 2). La norma sposta il baricentro dalla cura della crisi alla sua prevenzione: l’impresa deve “vedere” la crisi prima che diventi irreversibile. Il testo vigente è su Normattiva.
Cosa sono gli “adeguati assetti” in concreto
Tipo di assetto
Esempi concreti
Organizzativo
Organigramma, deleghe e procure, separazione di funzioni, mansionari
Amministrativo
Procedure interne, regole di processo, budget e pianificazione
Contabile
Contabilità affidabile e tempestiva, flussi di cassa, indicatori, reporting periodico
Il criterio è la proporzionalità: una micro-impresa non ha bisogno della struttura di una grande società, ma deve comunque avere strumenti minimi che facciano emergere per tempo tensioni di liquidità e segnali di crisi.
Assetti e responsabilità degli amministratori
L’obbligo di istituire assetti adeguati ricade sugli amministratori (il codice civile lo dice in modo espresso: l’istituzione degli assetti «spetta esclusivamente agli amministratori» nelle società di persone, art. 2257, e nelle SRL, art. 2475; per le SpA l’art. 2380-bis). La loro mancanza o inadeguatezza può fondare la responsabilità ex artt. 2476 (SRL) e 2392 (SpA) per i danni derivati dal ritardo nell’emersione della crisi; in caso di prosecuzione dell’attività dopo la perdita della continuità rileva anche l’art. 2486 per la quantificazione del danno.
Art. 2086 c.c. e art. 3 del Codice della crisi: i segnali da intercettare
L’art. 3 del Codice della crisi completa l’art. 2086. L’imprenditore individuale deve adottare «misure idonee» a rilevare per tempo lo stato di crisi; l’imprenditore collettivo deve istituire l’assetto adeguato «ai sensi dell’articolo 2086». In entrambi i casi gli strumenti devono permettere di rilevare squilibri patrimoniali o economico-finanziari, di verificare la sostenibilità dei debiti e le prospettive di continuità almeno per i dodici mesi successivi, e di intercettare i segnali elencati dalla legge.
I segnali di crisi dell’art. 3, comma 4, CCII
Segnale
Soglia fissata dalla norma
Debiti per retribuzioni
Scaduti da almeno 30 giorni e pari a oltre la metà del monte retribuzioni mensile
Debiti verso fornitori
Scaduti da almeno 90 giorni e di importo superiore ai debiti non scaduti
Esposizioni verso banche e intermediari
Scadute da più di 60 giorni, o oltre il fido da almeno 60 giorni, se pari almeno al 5% del totale delle esposizioni
Debiti verso creditori pubblici
Le esposizioni indicate dall’art. 25-novies, comma 1, CCII
Fac-simile: checklist degli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili
Non esiste un modello ufficiale. Questa traccia mette in fila, per ciascuna area, che cosa verificare e quale documento lo dimostra: va adattata a natura e dimensioni dell’impresa, come chiede l’art. 2086.
Checklist degli adeguati assetti (traccia da adattare)
Area
Cosa verificare
Documento che lo prova
Organizzativo
Chi decide cosa: deleghe, procure, separazione tra chi autorizza e chi paga
Organigramma, verbali di delega, mansionari
Amministrativo
Procedure per ciclo attivo e passivo, incassi, pagamenti, magazzino
Procedure scritte, budget annuale
Contabile
Contabilità aggiornata e situazioni infrannuali in tempi utili
Situazioni periodiche, scadenziario clienti e fornitori
Tesoreria
Previsione dei flussi di cassa almeno sui dodici mesi successivi (art. 3, comma 3, CCII)
Piano di tesoreria aggiornato
Segnali di allerta
Monitoraggio dei quattro segnali dell’art. 3, comma 4, CCII
Report periodico all’organo amministrativo
Reazione
Chi si attiva e con quale strumento se i segnali si accendono
Verbali con le decisioni prese e le motivazioni
Tre casi pratici
Caso 1 – PMI senza pianificazione finanziaria
Scenario. Una piccola SRL non monitora i flussi di cassa.
Inquadramento. Anche per le PMI l’art. 2086 impone strumenti minimi di monitoraggio: l’assenza di un piano di tesoreria e di indicatori espone a una crisi non rilevata per tempo e a responsabilità.
Cosa introdurre
budget e piano di cassa;
indicatori di allerta;
reporting periodico;
procedure amministrative scritte.
Caso 2 – Segnali di crisi ignorati
Scenario. Emergono tensioni di liquidità ma non si interviene.
Inquadramento. La norma impone di “attivarsi senza indugio”: ignorare i segnali e proseguire l’attività ordinaria aggrava il dissesto e la posizione degli amministratori.
Cosa fare
analisi tempestiva della situazione;
valutazione degli strumenti di regolazione della crisi;
composizione negoziata se opportuna;
verbalizzazione delle scelte.
Caso 3 – Verifica degli assetti dopo un’operazione
Scenario. Dopo una crescita o un’acquisizione la struttura non è aggiornata.
Inquadramento. Gli assetti vanno riadeguati alle nuove dimensioni: l’adeguatezza è dinamica e va verificata nel tempo.
Cosa rivedere
organigramma e deleghe;
procedure e controlli;
sistema informativo/contabile;
indicatori aggiornati.
Spunti pratici
Proporziona gli assetti a natura e dimensioni: non serve sovrastrutturare, ma nemmeno improvvisare.
Punta sulla liquidità: il piano di cassa è il primo indicatore di crisi.
Documenta assetti e decisioni: è la prova della diligenza.
Attivati subito ai primi segnali: il ritardo è la fonte di responsabilità.
Collega all’organo di controllo (art. 2477): controllo e assetti lavorano insieme.
D.Lgs. 14/2019 (Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza): art. 3 (misure e assetti), art. 375 (modifica dell’art. 2086), art. 389 (entrata in vigore) – Normattiva.
Domande frequenti
Cosa dice l’art. 2086 del codice civile?
La rubrica è «Gestione dell’impresa». Il primo comma stabilisce che l’imprenditore è il capo dell’impresa e che da lui dipendono gerarchicamente i collaboratori. Il secondo comma impone all’imprenditore che opera in forma societaria o collettiva di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche per rilevare tempestivamente la crisi e la perdita della continuità aziendale, e di attivarsi senza indugio per superarla.
Vale solo per le grandi imprese?
No. L’obbligo riguarda chiunque operi in forma societaria o collettiva, comprese le PMI: gli assetti vanno proporzionati (‘adeguati’) alla natura e alle dimensioni dell’impresa.
Vale anche per la ditta individuale?
L’art. 2086, secondo comma, riguarda l’impresa in forma societaria o collettiva. Per l’imprenditore individuale l’art. 3, comma 1, del Codice della crisi prevede un obbligo più leggero: adottare misure idonee a rilevare tempestivamente lo stato di crisi e assumere senza indugio le iniziative necessarie.
Cosa sono in concreto gli ‘adeguati assetti’?
Strumenti di organizzazione e controllo proporzionati: organigramma e deleghe, procedure amministrative e contabili affidabili, pianificazione finanziaria, monitoraggio di flussi di cassa e indicatori che segnalino per tempo una crisi.
Quali segnali di crisi devono intercettare gli assetti?
Quelli dell’art. 3, comma 4, CCII: debiti per retribuzioni scaduti da almeno 30 giorni pari a oltre la metà del monte retribuzioni mensile; debiti verso fornitori scaduti da almeno 90 giorni superiori ai debiti non scaduti; esposizioni bancarie scadute o sconfinate da oltre 60 giorni pari almeno al 5% del totale; le esposizioni verso i creditori pubblici indicate dall’art. 25-novies.
Cosa rischiano gli amministratori senza adeguati assetti?
La mancata istituzione di assetti adeguati può fondare la responsabilità degli amministratori (artt. 2476 e 2392) per i danni derivati dal ritardo nell’emersione e nella gestione della crisi, anche ai fini della quantificazione del danno (art. 2486).
Da quando vige questo obbligo?
Dal 16 marzo 2019. Il secondo comma dell’art. 2086 è stato aggiunto dall’art. 375 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (D.Lgs. 14/2019), che per questa norma ha previsto l’entrata in vigore anticipata al trentesimo giorno dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (14 febbraio 2019).
L’art. 36-bis del DPR 600/1973 disciplina il controllo automatizzato di tutte le dichiarazioni: un confronto informatico tra dati dichiarati e versamenti, crediti e detrazioni risultanti all’anagrafe tributaria.
Riguarda errori materiali e di calcolo, detrazioni o crediti esposti oltre il dovuto, omessi o tardivi versamenti: non valutazioni di merito sull’imponibile.
Se emerge una maggiore imposta, l’ufficio invia una comunicazione di irregolarità (avviso bonario): il contribuente ha 30 giorni per fornire chiarimenti o pagare.
Pagando entro 30 giorni la sanzione è ridotta a un terzo (10% invece del 30%). Il contraddittorio preventivo generalizzato del 2024 non si applica a questi controlli, considerati automatizzati.
La norma (art. 36-bis, commi 1 e 3, DPR 600/1973)
«1. Avvalendosi di procedure automatizzate, l’amministrazione finanziaria procede […] alla liquidazione delle imposte, dei contributi e dei premi dovuti, nonché dei rimborsi spettanti in base alle dichiarazioni presentate dai contribuenti e dai sostituti d’imposta. […] 3. Quando dai controlli automatici eseguiti emerge un risultato diverso rispetto a quello indicato nella dichiarazione […] l’esito della liquidazione è comunicato al contribuente o al sostituto d’imposta […] lo stesso può fornire i chiarimenti necessari all’amministrazione finanziaria entro i trenta giorni successivi al ricevimento della comunicazione.»
Fase
Termine / effetto
Comunicazione di irregolarità (avviso bonario)
Inviata dopo la liquidazione automatica
Chiarimenti o pagamento del contribuente
30 giorni dal ricevimento
Sanzione se si paga entro 30 giorni
Ridotta a 1/3 (10%)
Mancato pagamento
Iscrizione a ruolo e cartella di pagamento
Tre casi pratici
Versamento omesso ma in realtà eseguito
L’avviso bonario contesta un F24 non versato che invece il contribuente ha pagato.
Cosa fare: Trasmettere entro 30 giorni la quietanza del versamento all’ufficio o tramite il canale CIVIS: l’errore di abbinamento viene corretto senza sanzioni.
Credito d’imposta ridotto dal sistema
Il controllo riduce un credito riportato dall’anno precedente per un errore di trascrizione.
Cosa fare: Verificare la dichiarazione precedente: se il credito è reale si fornisce documentazione; se l’errore è solo formale si regolarizza pagando l’imposta con sanzione ridotta.
Avviso bonario per detrazione non spettante
Viene ridotta una detrazione esposta oltre il limite di legge.
Cosa fare: Se la detrazione è corretta si replica con i documenti; altrimenti conviene pagare entro 30 giorni per la sanzione al 10% ed eventualmente rateizzare.
Spunti pratici
L’avviso bonario non è un atto impugnabile autonomamente: contiene un invito al pagamento, non una pretesa definitiva.
Il controllo automatico non può risolvere questioni interpretative o di merito: se lo fa, la cartella che ne deriva è illegittima secondo la giurisprudenza di legittimità.
Il pagamento può essere rateizzato; la decadenza dalla rata fa perdere il beneficio della sanzione ridotta.
DPR 29 settembre 1973, n. 600, art. 36-bis (testo consolidato Agenzia delle Entrate)
D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 462 (riscossione delle somme da controllo automatizzato)
Agenzia delle Entrate, comunicazioni di irregolarità – controllo automatico
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Inventario, canone e obblighi di gestione vanno scritti bene.
Dipendenti, licenze e contratti possono seguire l’azienda.
Debiti e crediti pregressi vanno separati con attenzione.
Il contratto deve reggere anche se il rapporto finisce male.
Prima degli esempi: affittare azienda significa consegnare un organismo vivo
L’art. 2562 c.c. richiama la disciplina dell’usufrutto d’azienda anche per l’affitto d’azienda. Il contratto riguarda un complesso organizzato, non un locale vuoto.
Nella pratica l’affitto d’azienda è usato per passaggi generazionali, test di gestione, crisi temporanee, ingresso di nuovi operatori o vendita futura.
La qualità del contratto dipende da inventario, canone, manutenzioni, dipendenti, licenze, magazzino, debiti, divieto di concorrenza e modalità di restituzione.
Prima della firma
inventario;
canone;
dipendenti;
licenze;
debiti pregressi.
Caso 1: ristorante dato in affitto
Scenario. Il proprietario affitta azienda con licenze, attrezzature e personale.
Come si legge in pratica. Serve inventario dettagliato e regole su manutenzione, scorte, dipendenti e restituzione.
Contratto
licenza;
attrezzature;
personale;
magazzino;
canone.
Caso 2: affitto prima della vendita
Scenario. L’acquirente vuole gestire l’azienda per un anno prima di comprare.
Come si legge in pratica. Il contratto deve prevedere opzione, prezzo, condizioni e cosa succede se la vendita non si chiude.
Exit
opzione;
prezzo;
durata;
restituzione;
penali.
Caso 3: debiti fornitori precedenti
Scenario. L’affittuario riceve richieste da fornitori per debiti del concedente.
Come si legge in pratica. Prima della firma serve elenco debiti e patti chiari. La confusione distrugge margini e rapporti commerciali.
L’art. 1337 c.c. impone di comportarsi secondo buona fede nelle trattative e nella formazione del contratto, anche prima che il contratto esista.
Tipici illeciti: recesso ingiustificato da trattative ormai avanzate, omessa informazione di cause di invalidità (art. 1338), condotte sleali o reticenti.
Il danno risarcibile è di regola l’interesse negativo: spese inutilmente sostenute e perdita di altre occasioni, non l’utile del contratto mai concluso.
La natura della responsabilità è discussa: l’orientamento tradizionale e prevalente la qualifica come extracontrattuale (art. 2043); una pronuncia (Cass. 14188/2016) l’ha ricondotta al “contatto sociale”.
La libertà di non concludere resta: si risponde solo se si è violata la buona fede creando un affidamento e poi tradendolo.
Cosa dice l’art. 1337 c.c.
«Le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede.»
È la regola che governa la fase prima del contratto. Non obbliga a concludere – ognuno resta libero di non firmare – ma impone che la trattativa si svolga con lealtà e correttezza. Chi viola questo dovere risponde dei danni causati alla controparte.
Quando scatta la responsabilità
I casi più frequenti riconosciuti dalla giurisprudenza:
Recesso ingiustificato dalle trattative quando hanno raggiunto uno stadio tale da generare un ragionevole affidamento nella conclusione del contratto, e l’abbandono avviene senza un giustificato motivo.
Omessa informazione di una causa di invalidità del contratto nota a una parte e ignota all’altra (art. 1338 c.c.).
Reticenza o inganno su elementi rilevanti, oppure trattative condotte senza reale intenzione di concludere.
Contratto valido ma svantaggioso concluso per effetto di una condotta scorretta: la violazione delle regole di buona fede dà luogo a responsabilità risarcitoria, non alla nullità del contratto.
Quanto si può chiedere: l’interesse negativo
Il risarcimento è circoscritto all’interesse negativo, cioè a ciò che la parte non avrebbe perso se non avesse confidato nella conclusione del contratto:
Voce
Risarcibile come interesse negativo?
Spese sostenute per la trattativa (consulenze, perizie, viaggi)
Sì
Perdita di altre occasioni di affare rinunciate per confidare in quella trattativa
Sì
Utile che si sarebbe ricavato dal contratto se fosse stato concluso (interesse positivo)
No
Che tipo di responsabilità è (e perché conta)
La qualificazione incide su prescrizione e onere della prova. L’orientamento tradizionale e tuttora prevalente considera la responsabilità precontrattuale di natura extracontrattuale (aquiliana), con prescrizione di 5 anni; una nota pronuncia (Cass. n. 14188/2016) l’ha invece ricondotta alla responsabilità “da contatto sociale”, di tipo contrattuale (prescrizione decennale). In pratica conviene agire con tempestività e documentare bene la condotta scorretta e i danni.
Tre casi pratici
Caso 1 – Trattativa avanzata abbandonata all’improvviso
Scenario. Dopo mesi di trattative, scambio di bozze e richieste di documenti, una parte interrompe senza motivo proprio prima della firma.
Inquadramento. Se l’affidamento nella conclusione era ragionevole e l’abbandono ingiustificato, scatta la responsabilità ex art. 1337: risarcibili spese e occasioni perse (interesse negativo).
Cosa conservare
email e bozze che mostrano lo stato avanzato;
spese sostenute;
altre offerte rifiutate per quella trattativa;
assenza di un motivo per il recesso.
Caso 2 – Causa di invalidità taciuta
Scenario. Una parte sa che il contratto è viziato (es. mancanza di un’autorizzazione) ma non lo dice; l’altra scopre dopo il danno.
Inquadramento. È la fattispecie dell’art. 1338: chi conosce o deve conoscere la causa di invalidità e non ne informa la controparte risarcisce il danno da questa subito per aver confidato nella validità.
Cosa conservare
elemento di invalidità e chi lo conosceva;
prova della reticenza;
spese fatte confidando nella validità;
cronologia.
Caso 3 – Trattativa “civetta” senza intenzione di concludere
Scenario. Un’impresa avvia trattative solo per carpire informazioni o tenere impegnato un concorrente, senza reale volontà di firmare.
Inquadramento. La condotta è contraria a buona fede: il comportamento sleale nelle trattative è fonte di responsabilità precontrattuale.
Cosa conservare
contenuto e durata delle trattative;
informazioni richieste/ottenute;
segnali di assenza di reale interesse;
danni subiti.
Spunti pratici
Metti per iscritto lo stato delle trattative: più sono avanzate, più cresce l’affidamento tutelato.
Se ti ritiri, abbi un motivo e comunicalo: il recesso giustificato non è illecito.
Dichiara ciò che sai su possibili cause di invalidità: tacere costa (art. 1338).
Conserva le spese e traccia le occasioni alternative rinunciate: sono il cuore dell’interesse negativo.
Valuta una lettera di intenti che chiarisca cosa è vincolante e cosa no.
Codice civile: art. 1337 (trattative e buona fede), art. 1338 (conoscenza delle cause d’invalidità), art. 1375 (buona fede nell’esecuzione), art. 2043 (risarcimento per fatto illecito).
Corte di Cassazione, sentenza 12 luglio 2016, n. 14188 (natura della responsabilità precontrattuale).
Domande frequenti
Sono libero di non concludere un contratto?
Sì. L’art. 1337 non obbliga a firmare: impone solo di comportarsi con lealtà. Si risponde se si interrompe una trattativa avanzata senza giustificazione, tradendo l’affidamento creato.
Quando il recesso dalle trattative è illecito?
Quando le trattative hanno raggiunto uno stadio tale da far ragionevolmente confidare nella conclusione e l’abbandono avviene senza un giustificato motivo.
Cosa posso ottenere come risarcimento?
L’interesse negativo: le spese sostenute per la trattativa e la perdita di altre occasioni rinunciate. Non l’utile del contratto che non è stato concluso (interesse positivo).
Che natura ha la responsabilità precontrattuale?
È discussa: l’orientamento prevalente la considera extracontrattuale (art. 2043, prescrizione 5 anni); una pronuncia (Cass. 14188/2016) l’ha qualificata come responsabilità da contatto sociale, di natura contrattuale.
Cosa succede se mi tacciono una causa di invalidità?
Chi conosce o deve conoscere una causa di invalidità e non la comunica risarcisce il danno subito da chi ha confidato senza colpa nella validità del contratto (art. 1338 c.c.).
Serve una lettera di intenti?
È utile: chiarisce cosa è vincolante e cosa no nelle trattative complesse, riducendo le incertezze sull’affidamento e sulle responsabilità.
Quando si verifica una causa di scioglimento, la gestione cambia obiettivo.
Gli amministratori devono conservare integrità e valore del patrimonio sociale.
Nuovi rischi, nuovi debiti e operazioni speculative possono generare responsabilità.
Bilanci, situazioni contabili e verbali diventano prove decisive.
Il danno si valuta confrontando patrimonio e scelte gestorie.
Prima degli esempi: quando la gestione deve diventare conservativa
L’art. 2486 c.c. riguarda la fase in cui una società si trova in presenza di una causa di scioglimento. Da quel momento gli amministratori non possono più gestire come se l’impresa fosse in piena continuità ordinaria: devono conservare integrità e valore del patrimonio sociale.
Il punto pratico è capire quando gli amministratori sapevano, o avrebbero dovuto sapere, della causa di scioglimento. Perdite rilevanti, patrimonio netto negativo, impossibilità di proseguire, debiti scaduti e assenza di prospettive non vanno ignorati.
Non ogni operazione successiva è vietata. Sono possibili atti coerenti con la conservazione del valore, incasso crediti, completamento commesse convenienti, vendita ordinata di asset. Diventano rischiose le operazioni che aggravano il dissesto senza ragione economica.
Fascicolo di crisi
situazione contabile aggiornata;
data emersione perdite;
verbali amministratori e soci;
nuovi contratti stipulati;
evoluzione debiti e patrimonio.
Caso 1: perdite che azzerano il capitale ma l’attività continua
Scenario. La SRL chiude il trimestre con patrimonio netto negativo e continua ad acquistare merce a debito.
Come si legge in pratica. Serve verificare se c’era un piano realistico o se la gestione ha solo aumentato l’esposizione verso fornitori e fisco.
Controlli
bilancio intermedio;
ordini successivi;
piano incassi;
verbali soci;
debiti nuovi.
Caso 2: nuova commessa presa in perdita
Scenario. Gli amministratori accettano una commessa sottocosto per generare liquidità immediata.
Come si legge in pratica. La liquidità di breve non basta se l’operazione produce perdita certa e aggrava il passivo. Va ricostruita la convenienza economica al momento della scelta.
Prove
preventivo;
margine atteso;
costi diretti;
tempi incasso;
ragioni della decisione.
Caso 3: vendita urgente del magazzino
Scenario. La società vende scorte con sconto forte per pagare stipendi e fornitori essenziali.
Come si legge in pratica. L’atto può essere conservativo se evita danni maggiori ed è documentato. Prezzo, urgenza e uso della liquidità sono decisivi.
Il conduttore in mora nella restituzione deve il canone convenuto fino alla riconsegna (art. 1591 c.c.).
In più deve il maggior danno, ma solo se il locatore lo prova.
Sono due obbligazioni autonome: il canone (automatico) e il maggior danno (da dimostrare).
Il maggior danno si prova anche per presunzioni (Cass. 1372/2012), ma in concreto (Cass. 9545/2002).
I danni materiali all’immobile sono altra cosa (art. 1590).
Cosa dice l’art. 1591 c.c.
«Il conduttore in mora a restituire la cosa è tenuto a dare al locatore il corrispettivo convenuto fino alla riconsegna, salvo l’obbligo di risarcire il maggior danno.»
La norma tutela il locatore quando l’inquilino, finito il contratto, non rilascia l’immobile: continua a dover pagare e, se il locatore subisce un pregiudizio ulteriore, deve risarcirlo.
Le due obbligazioni dell’art. 1591
Obbligazione
Cosa comprende
Prova
Corrispettivo fino alla riconsegna
Il canone convenuto, finché l’immobile non è restituito
Automatica (basta la mora)
Maggior danno
Il pregiudizio che eccede il canone (es. occasione di nuova locazione persa)
A carico del locatore, in concreto
Le due voci hanno natura diversa: il canone è un’obbligazione di valuta (produce interessi dalla domanda); il maggior danno è un’obbligazione di valore.
Come si prova il maggior danno
La Cassazione (n. 9545/2002) ha precisato che la condanna al maggior danno richiede la prova specifica della sua esistenza e del suo ammontare concreto: non basta affermarlo, e non coincide con un generico danno da perdita di chance. La Cassazione (n. 1372/2012) ha però chiarito che la prova può essere fornita anche per presunzioni, tenendo conto che la mancanza di concrete offerte di locazione è giustificata proprio dalla persistente occupazione dell’immobile da parte del conduttore. In pratica: il locatore deve portare elementi (trattative interrotte, richieste di canone più alto, contratto pronto) da cui desumere il danno.
Tre casi pratici
Caso 1 – L’inquilino resta dopo la scadenza
Scenario. Finito il contratto, il conduttore non rilascia l’immobile.
Inquadramento. Deve il canone convenuto fino alla riconsegna (art. 1591), a prescindere dal danno. Il locatore agisce per il rilascio e per le somme dovute.
Cosa fare
costituzione in mora/diffida al rilascio;
conteggio dei canoni dalla scadenza;
avvio della procedura di rilascio;
documentazione delle comunicazioni.
Caso 2 – Nuovo conduttore già pronto
Scenario. Il locatore aveva un nuovo inquilino disposto a pagare di più.
Inquadramento. È un classico maggior danno: va provato (anche per presunzioni, Cass. 1372/2012) con la proposta del nuovo conduttore e la differenza di canone persa.
Cosa conservare
proposta del nuovo conduttore;
differenza di canone;
date e trattative;
prova del nesso con il ritardo.
Caso 3 – Immobile riconsegnato in ritardo e danneggiato
Scenario. L’inquilino restituisce tardi e con danni.
Inquadramento. Due piani distinti: il ritardo segue l’art. 1591 (canone + maggior danno); i danni materiali seguono l’art. 1590 (restituzione nello stato, salvo il normale deterioramento d’uso).
Cosa documentare
verbale di riconsegna;
stato dell’immobile (foto);
preventivi di ripristino;
distinzione tra ritardo e danni.
Spunti pratici
Il canone decorre fino alla riconsegna: conteggialo dalla scadenza.
Costituisci in mora e documenta ogni comunicazione.
Per il maggior danno servono prove: trattative, offerte, differenze di canone.
Distingui ritardo e danni materiali (art. 1591 vs art. 1590).
Verbale di riconsegna con foto: chiude il conteggio e fotografa lo stato.
Cass. civ. n. 9545/2002 e n. 1372/2012 (prova del maggior danno).
Domande frequenti
Cosa deve l’inquilino che non restituisce l’immobile?
Il conduttore in mora a restituire la cosa deve al locatore il corrispettivo convenuto fino alla riconsegna, salvo l’obbligo di risarcire il maggior danno (art. 1591 c.c.).
Cos’è il “maggior danno” dell’art. 1591?
È il danno che eccede il canone, ad esempio una nuova locazione a condizioni migliori andata persa. Va provato dal locatore nella sua esistenza e nell’ammontare, anche tramite presunzioni (Cass. 9545/2002; 1372/2012).
Il canone continua a decorrere anche dopo la scadenza?
Sì: finché il conduttore non riconsegna, è tenuto a versare il corrispettivo convenuto. È un’obbligazione automatica, distinta dal risarcimento del maggior danno.
Devo provare il maggior danno o è automatico?
Non è automatico. Il canone è dovuto in ogni caso fino alla riconsegna; il maggior danno richiede prova specifica dell’esistenza concreta e dell’ammontare.
Cosa succede se l’immobile è restituito danneggiato?
È una questione distinta, regolata dall’art. 1590 (restituzione nello stato in cui è stato consegnato, salvo il normale deterioramento d’uso): il risarcimento dei danni materiali segue regole proprie.
L’art. 7-ter del DPR 633/1972 stabilisce dove si considerano effettuati i servizi ai fini IVA.
B2B (committente soggetto passivo): il servizio si tassa nel Paese del committente.
B2C (committente privato): il servizio si tassa nel Paese del prestatore.
Per i servizi B2B ricevuti da fornitori esteri l’IMU italiana si applica con il meccanismo del reverse charge (autofattura o integrazione).
La norma (art. 7-ter, comma 1, DPR 633/1972)
«1. Le prestazioni di servizi si considerano effettuate nel territorio dello Stato: a) quando sono rese a soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato; b) quando sono rese a committenti non soggetti passivi da soggetti passivi stabiliti nel territorio dello Stato.»
Tipo di rapporto
Luogo di tassazione
Adempimento
B2B – committente italiano da fornitore estero
Italia (committente)
Reverse charge
B2B – committente estero da prestatore italiano
Estero (committente)
Fuori campo IVA in Italia
B2C – prestatore italiano
Italia (prestatore)
IVA italiana
Tre casi pratici
Consulenza acquistata da società UE
Un’azienda italiana riceve una consulenza da un fornitore tedesco.
Cosa fare: Operazione tassata in Italia: integrare la fattura UE con l’IVA italiana (reverse charge) e annotarla nei registri vendite e acquisti.
Servizio reso a cliente estero
Uno studio italiano fattura una prestazione a una società francese.
Cosa fare: Servizio tassato in Francia: emettere fattura senza IVA italiana con dicitura ‘inversione contabile’ e presentare il modello INTRASTAT servizi.
Servizio a un privato estero
Un professionista italiano presta un servizio generico a un privato residente all’estero.
Cosa fare: Per il B2C generico vale la regola del prestatore: si applica l’IVA italiana, salvo le deroghe per servizi specifici.
Spunti pratici
Le regole generali dell’art. 7-ter hanno deroghe per servizi immobiliari, trasporti, ristorazione, eventi e servizi elettronici (artt. 7-quater e seguenti).
Per gli acquisti di servizi intra-UE va presentato il modello INTRASTAT.
Verificare sempre lo status del committente (soggetto passivo o privato) e la sua stabile organizzazione.
L’art. 20 del DPR 131/1986 (TUR) stabilisce come si interpreta un atto ai fini dell’imposta di registro.
L’imposta si applica secondo l’intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato, anche se non corrispondono al titolo o alla forma apparente.
La valutazione si basa solo sugli elementi desumibili dall’atto, prescindendo da elementi extratestuali e da atti collegati (riforma 2017-2018).
La Corte Costituzionale (sentenze n. 158/2020 e n. 39/2021) ha confermato la legittimità di questa lettura: l’imposta di registro è un’imposta d’atto.
La norma (art. 20, DPR 131/1986)
«L’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente, sulla base degli elementi desumibili dall’atto medesimo, prescindendo da quelli extratestuali e dagli atti ad esso collegati, salvo quanto disposto dagli articoli successivi.»
Aspetto
Regola attuale
Oggetto della tassazione
Effetti giuridici del singolo atto
Elementi extratestuali
Irrilevanti
Atti collegati
Non considerati
Riqualificazione abusiva
Solo con l’art. 10-bis (abuso del diritto)
Tre casi pratici
Conferimento d’azienda e cessione di quote
Un’operazione realizza un conferimento d’azienda seguito dalla cessione delle quote: l’ufficio vorrebbe tassarla come cessione d’azienda.
Cosa fare: Eccepire l’art. 20: ogni atto si tassa per i propri effetti giuridici, senza collegare conferimento e cessione. L’eventuale contestazione deve passare dall’abuso del diritto (art. 10-bis), con le relative garanzie.
Atto qualificato erroneamente dalle parti
Un contratto è intitolato in un modo ma produce effetti giuridici diversi.
Cosa fare: L’imposta segue l’intrinseca natura e gli effetti reali dell’atto, non il nome dato dalle parti: verificare la corretta qualificazione sostanziale.
Pluralità di atti per la stessa operazione
Le parti stipulano più atti distinti collegati economicamente.
Cosa fare: Ciascun atto si registra e si tassa autonomamente per i propri effetti: il collegamento economico non consente di tassare un risultato unitario diverso.
Spunti pratici
La modifica all’art. 20 è stata qualificata come interpretazione autentica (L. 145/2018) con effetto retroattivo, confermato dalla Cassazione.
Per contestare i vantaggi fiscali indebiti l’ufficio deve usare l’abuso del diritto (art. 10-bis dello Statuto), non l’art. 20.
La distinzione tutela la certezza nelle operazioni straordinarie e immobiliari.
L. 30 dicembre 2018, n. 145 (interpretazione autentica)
Corte Costituzionale, sentenze n. 158/2020 e n. 39/2021
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L’art. 90 del TUIR riguarda gli immobili patrimonio: quelli che non sono né strumentali né beni-merce dell’impresa.
I loro redditi concorrono secondo le regole dei redditi fondiari (rendita catastale) o, se locati, sul canone ridotto forfettariamente.
Per gli immobili locati, se il canone (ridotto fino al 15% per spese di manutenzione documentate) supera la rendita, si tassa il canone.
I costi relativi agli immobili patrimonio sono in linea generale indeducibili, a differenza degli immobili strumentali.
La norma (art. 90, comma 1, TUIR)
«I redditi degli immobili che non costituiscono beni strumentali per l’esercizio dell’impresa, né beni alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività dell’impresa, concorrono a formare il reddito nell’ammontare determinato secondo le disposizioni del capo II del titolo I per gli immobili situati nel territorio dello Stato […]. In caso di immobili locati, qualora il canone risultante dal contratto di locazione ridotto, fino ad un massimo del 15 per cento […] risulti superiore al reddito medio ordinario dell’unità immobiliare, il reddito è determinato in misura pari a quella del canone […].»
Immobile
Reddito
Costi
Patrimonio non locato
Rendita catastale
Indeducibili
Patrimonio locato
Canone ridotto fino al 15%
Indeducibili
Strumentale
Concorre ai costi/ricavi d’impresa
Deducibili (ammortamento)
Tre casi pratici
Appartamento dato in locazione dalla società
Una società possiede un appartamento non strumentale e lo affitta.
Cosa fare: Tassare il canone ridotto fino al 15% per le spese di manutenzione documentate, se superiore alla rendita catastale; ricordare che i costi dell’immobile non sono deducibili.
Immobile patrimonio sfitto
La società detiene un immobile abitativo non utilizzato nell’attività e non locato.
Cosa fare: Far concorrere al reddito la rendita catastale rivalutata: anche se sfitto, l’immobile patrimonio genera reddito figurativo, senza deduzione dei costi.
Immobile di interesse storico
La società possiede un immobile vincolato di interesse storico-artistico.
Cosa fare: Applicare la riduzione del 50% del reddito medio ordinario prevista dalla norma per gli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico.
Spunti pratici
La distinzione tra immobile strumentale e patrimonio determina deducibilità dei costi e regime del reddito.
Gli immobili merce (di chi costruisce/rivende) seguono le regole dei ricavi, non l’art. 90.
Il fondo patrimoniale destina alcuni beni ai bisogni della famiglia (art. 167 c.c.).
La protezione non è assoluta: l’esecuzione è vietata solo per i debiti che il creditore sapeva estranei ai bisogni familiari (art. 170 c.c.).
I debiti fiscali spesso restano aggredibili: niente presunzione assoluta, valutazione caso per caso (Cass. ord. n. 29111/2025).
Crearlo dopo il debito espone alla revocatoria (art. 2901 c.c.).
È opponibile ai terzi solo con l’annotazione a margine dell’atto di matrimonio.
Cosa dicono gli artt. 167 e 170 c.c.
Art. 167 (costituzione):
«Ciascuno o ambedue i coniugi, per atto pubblico, o un terzo, anche per testamento, possono costituire un fondo patrimoniale, destinando determinati beni, immobili o mobili iscritti in pubblici registri, o titoli di credito, a far fronte ai bisogni della famiglia. […] La costituzione può essere fatta anche durante il matrimonio. I titoli di credito devono essere vincolati rendendoli nominativi con annotazione del vincolo o in altro modo idoneo.»
Art. 170 (limite all’esecuzione):
«La esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia.»
Il fondo, dunque, non è uno “scudo” generale: protegge solo verso i debiti estranei ai bisogni della famiglia e conosciuti come tali dal creditore.
Quando il fondo protegge e quando no
Tipo di debito
Beni del fondo aggredibili?
Debito estraneo ai bisogni della famiglia e conosciuto come tale dal creditore
No (art. 170)
Debito contratto per i bisogni della famiglia
Sì
Debito d’impresa/professionale che concorre al mantenimento
Spesso sì
Debito tributario
Caso per caso; onere della prova sul debitore (Cass. 29111/2025)
Fondo costituito dopo il debito
Sì, salvo revocatoria (art. 2901)
Cosa sono i “bisogni della famiglia”
La nozione è ampia: non solo lo stretto necessario, ma le esigenze di mantenimento, sviluppo e tenore di vita del nucleo. Per questo molti debiti d’impresa o professionali finiscono per esservi ricondotti, quando l’attività è (anche parzialmente) fonte del sostentamento familiare. È il punto debole del fondo: più l’attività serve a mantenere la famiglia, più i relativi debiti la “raggiungono”.
Fondo patrimoniale e debiti fiscali
La Cassazione (ord. n. 29111/2025), in linea con un orientamento consolidato, ha chiarito che non esiste una presunzione assoluta che i debiti tributari siano estranei ai bisogni della famiglia: ciò che conta non è la natura tributaria del debito, ma il collegamento tra il fatto generatore dell’obbligazione e i bisogni familiari, da verificare caso per caso. L’onere della prova dell’estraneità grava sul debitore ed è particolarmente gravoso. In pratica, contro il Fisco il fondo offre una tutela spesso fragile.
Tre casi pratici
Caso 1 – Debito dell’impresa del coniuge
Scenario. Un creditore agisce per un debito dell’attività d’impresa del coniuge.
Inquadramento. Se l’attività concorre al mantenimento della famiglia, il debito può essere ricondotto ai bisogni familiari: i beni del fondo restano aggredibili (art. 170). La protezione opererebbe solo se il creditore sapeva che il debito era estraneo ai bisogni della famiglia.
Cosa valutare
natura e scopo del debito;
conoscenza del creditore;
collegamento con il sostentamento;
data di costituzione del fondo.
Caso 2 – Cartella esattoriale e ipoteca sul fondo
Scenario. L’Agente della riscossione iscrive ipoteca su un immobile del fondo.
Inquadramento. Per opporsi, il debitore deve dimostrare l’estraneità del debito tributario ai bisogni della famiglia (Cass. 29111/2025): prova difficile, soprattutto se il tributo deriva dall’attività che mantiene il nucleo.
Cosa serve
prova della destinazione del reddito;
documentazione dell’attività;
tempistica del debito e del fondo;
valutazione dell’opposizione.
Caso 3 – Fondo costituito dopo il debito
Scenario. Il fondo nasce quando i debiti già esistono.
Inquadramento. È il caso più rischioso: la costituzione può essere revocata con l’azione revocatoria ordinaria (art. 2901) perché atto a titolo gratuito che riduce la garanzia patrimoniale; in ambito concorsuale opera la revocatoria fallimentare.
Attenzione a
cronologia debito/fondo;
gratuità dell’atto;
pregiudizio per i creditori;
termini della revocatoria.
Spunti pratici
Non è uno scudo universale: protegge solo dai debiti estranei ai bisogni della famiglia e conosciuti come tali.
Contro il Fisco è fragile: l’onere di provare l’estraneità è tuo (Cass. 29111/2025).
Tempismo: costituirlo dopo il debito espone alla revocatoria.
Annotazione a margine dell’atto di matrimonio: senza, non è opponibile ai terzi.
Valuta alternative (es. separazione dei beni, polizze, trust) secondo l’obiettivo reale.
Cass. civ., ord. n. 29111/2025 (fondo patrimoniale e debiti tributari).
Domande frequenti
Cos’è il fondo patrimoniale?
È un vincolo con cui uno o entrambi i coniugi, o un terzo, destinano determinati beni (immobili, mobili registrati o titoli di credito) a far fronte ai bisogni della famiglia (art. 167 c.c.). Si costituisce per atto pubblico.
Il fondo patrimoniale protegge da tutti i debiti?
No. L’art. 170 c.c. vieta l’esecuzione sui beni del fondo solo per i debiti che il creditore sapeva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia. Per i debiti legati ai bisogni familiari i beni restano aggredibili.
I debiti fiscali possono colpire il fondo patrimoniale?
Spesso sì. La Cassazione (ord. n. 29111/2025) ha escluso una presunzione assoluta di estraneità: la valutazione è caso per caso e l’onere di provare che il debito è estraneo ai bisogni della famiglia grava sul debitore.
Posso costituire il fondo per mettere al riparo la casa dai creditori?
È rischioso: il fondo costituito dopo il sorgere del debito, per sottrarre beni alla garanzia, è esposto all’azione revocatoria (art. 2901 c.c.) e, in ambito concorsuale, alla revocatoria fallimentare.
Quando finisce il fondo patrimoniale?
Cessa con lo scioglimento o l’annullamento del matrimonio; se vi sono figli minori dura fino alla maggiore età dell’ultimo figlio. Va annotato a margine dell’atto di matrimonio per essere opponibile ai terzi.
L’art. 15 del DPR 633/1972 elenca le somme che non concorrono a formare la base imponibile IVA.
Le anticipazioni in nome e per conto della controparte, se regolarmente documentate, sono escluse da IVA (fuori campo).
Sono esclusi anche interessi moratori e penalità, gli sconti e abbuoni previsti contrattualmente e le somme a titolo di rivalsa IVA.
È diverso dal riaddebito di costi sostenuti in nome proprio, che invece concorre alla base imponibile.
La norma (art. 15, DPR 633/1972)
«Non concorrono a formare la base imponibile: 1) le somme dovute a titolo di interessi moratori o di penalità per ritardi o altre irregolarità nell’adempimento degli obblighi del cessionario o del committente; 2) il valore normale dei beni ceduti a titolo di sconto, premio o abbuono […]; 3) le somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, purché regolarmente documentate; […] 5) le somme dovute a titolo di rivalsa dell’imposta sul valore aggiunto.»
Somma
Trattamento IVA
Anticipazione in nome e per conto documentata
Fuori campo IVA (art. 15)
Riaddebito di costo sostenuto in nome proprio
Imponibile
Interessi moratori e penalità
Esclusi
Sconti e abbuoni contrattuali
Esclusi
Tre casi pratici
Imposta di bollo o di registro anticipata
Un professionista anticipa per il cliente bolli o diritti pagati a enti pubblici.
Cosa fare: Riaddebitare la somma come anticipazione ex art. 15, fuori campo IVA, conservando la documentazione intestata al cliente.
Spese di trasporto sostenute in proprio
Un fornitore paga un trasporto a proprio nome e lo riaddebita al cliente.
Cosa fare: Il riaddebito concorre alla base imponibile e va assoggettato a IVA: non è un’anticipazione in nome e per conto.
Penale per ritardato pagamento
Il contratto prevede interessi moratori a carico del cliente in ritardo.
Cosa fare: Gli interessi moratori sono esclusi dalla base imponibile IVA: vanno addebitati senza imposta.
Spunti pratici
La differenza chiave è in nome di chi è sostenuta la spesa: in nome del cliente (escluso) o in nome proprio (imponibile).
Le anticipazioni vanno documentate con giustificativi intestati alla controparte.
La rivalsa IVA non fa parte della base imponibile: è l’imposta stessa addebitata in fattura.
Informazione di carattere generale. I calcoli e le indicazioni di questa pagina hanno finalità divulgativa e si basano sulle fonti ufficiali indicate nel metodo editoriale. Non sostituiscono il parere di un professionista abilitato: per la valutazione del caso concreto è necessario rivolgersi a un avvocato, a un commercialista o a un consulente iscritto al proprio albo.