Testo dell'articoloVigente
Art. 342 c.p.c. – Forma dell’appello
Testo vigente – R.D. 1443/1940 (aggiornato da Normattiva)
L’appello si propone con citazione contenente le indicazioni prescritte nell’articolo 163 e deve essere motivato in modo chiaro, sintetico e specifico. Per ciascuno dei motivi, a pena di inammissibilità, l’appello deve individuare lo specifico capo della decisione impugnato e in relazione a questo deve indicare:
1) le censure proposte alla ricostruzione dei fatti compiuta dal giudice di primo grado;
2) le violazioni di legge denunciate e la loro rilevanza ai fini della decisione impugnata.
Tra il giorno della citazione e quello della prima udienza di trattazione devono intercorrere termini liberi non minori di novanta giorni se il luogo della notificazione si trova in Italia e di centocinquanta giorni se si trova all’estero.
In sintesi
Indice dei contenuti
L'appello si propone con citazione contenente indicazioni fissate dalla legge; deve essere motivato e indicare le parti impugnate e le modifiche richieste.
Ratio
L'articolo regola la forma dell'appello: come deve essere proposto per essere ammissibile. La ratio è duplice: (a) garantire l'ordine processuale e la correttezza delle forme; (b) assicurare che il ricorrente non agisca al buio, ma esponga chiaramente le ragioni della sua impugnazione. La motivazione obbligatoria è una salvaguardia contro il ricorso strumentale o dilatatorio: chi ricorre deve provare di avere argomentazioni concrete. La legge 353/1990 ha irrigidito i requisiti di motivazione per scoraggiare ricorsi non meritevoli.
Analisi
Il primo comma rimanda all'art. 163 c.p.c., che fissa le indicazioni obbligatorie: parti (attore e convenuto), giudice adito, conclusioni, firma dell'avvocato. L'appello non è un ricorso libero, ma un atto processuale strutturato. Il secondo comma impone la motivazione: «l'appello deve essere motivato». La motivazione non è generica, ma deve contenere due elementi tassativi: (a) «l'indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare», cioè, quei capi della sentenza, quel dispositivo specifico che è ritenuto errato; (b) «l'indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge», non solo dire «il giudice ha sbagliato», ma spiegare come e perché, quale norma è stata violata e quale fatto la contraddice. Il terzo comma aggiunge il requisito temporale: tra la citazione di appello e la prima udienza di trattazione devono intercorrere «termini liberi» non minori di quelli dell'art. 163-bis (40 giorni di cui all'art. 163-bis, secondo modifiche).
Quando si applica
Caso: Tizio ricorre contro una sentenza che lo condanna. Non può fare un ricorso generico («ritengo che il tribunale ha sbagliato»): deve indicare esattamente quale capo della sentenza impugna (la condanna al pagamento, la liquidazione dei danni, il capo sulle spese), deve indicare quale norma il giudice ha violato (es., «la norma sul contratto di cui all'art. 1176 c.c., perché il giudice ha considerato la prestazione impossibile quando invece era possibile»), deve fornire i fatti concreti che provano la violazione.
Connessioni
L'articolo si innesta sull'art. 163 c.p.c. (requisiti della citazione), art. 163-bis c.p.c. (termini liberi), art. 366 c.p.c. (ricorso in Cassazione con requisiti simili). Rimanda a principi generali di motivazione delle sentenze (art. 133 c.p.c.) e a disposizioni sulla ricevibilità delle impugnazioni (artt. 360 ss. c.p.c.). È correlato a norme sulla decadenza da appello per mancata motivazione (art. 366 bis c.p.c., per la Cassazione; per l'appello, la mancanza di motivazione rende il ricorso inammissibile).
Casi pratici
Caso 1: Caso 1
Caio è condannato dal tribunale al pagamento di 10.000 euro a Sempronio per responsabilità civile. Caio ricorre in appello. Nel ricorso, Caio non si limita a dire «non sono d'accordo con la sentenza»; deve specificare: «Impugno il capo della sentenza che mi condanna al pagamento dei 10.000 euro, nella parte in cui il giudice ha ritenuto la mia responsabilità, perché ha violato l'art. 2043 c.c. (responsabilità civile) affermando che io avessi causato il danno quando, in realtà, la prova della causalità non sussiste, come risulta dal documento allegato X». In assenza di questa esposizione precisa, il ricorso è inammissibile.
Caso 2: Caso 2
Mevio ricorre contro una sentenza del tribunale che lo condanna al pagamento di contributi fiscali. Nella memoria d'appello, Mevio deve indicare: (a) quale capo della sentenza impugna (la condanna ai contributi); (b) quale norma il giudice ha violato (es., «l'art. 57 del decreto legislativo n. 241/1997 sulla dichiarazione dei redditi», indicando che il giudice ha sbagliato nel calcolo dei giorni di competenza); (c) quale fatto o documento contraddice la violazione. Se Mevio si limita a dire «il giudice ha sbagliato il calcolo», la memoria è insufficientemente motivata e il ricorso è inammissibile.
Domande frequenti
Come devo presentare il mio appello?
L'appello si presenta con una citazione (un atto processuale formale) che contiene i dati delle parti, del giudice e le tue conclusioni. La forma deve rispettare l'art. 163 c.p.c.
Cosa significa che l'appello deve essere 'motivato'?
La motivazione significa che devi spiegare nel dettaglio perché ritieni che la sentenza sia sbagliata. Non basta dire 'non mi piace', devi indicare quale capo impugni, quale norma è stata violata, e perché.
Se non motivo bene il mio appello, cosa succede?
Se la motivazione è insufficiente o generica, il tuo appello è inammissibile e viene rigettato dal giudice senza nemmeno entrare nel merito della tua impugnazione.
Devo specificare quale capo della sentenza impugno?
Sì, è obbligatorio. Non puoi impugnare la sentenza nel complesso; devi indicare esattamente quali capi (quale condanna, quale dichiarazione, quali danni) intendi contestare.
Quanto tempo devo aspettare tra la citazione di appello e la prima udienza?
Deve intercorrere un intervallo minimo di termini liberi non inferiore a quelli previsti dall'art. 163-bis c.p.c. (normalmente 40 giorni), per garantire tempo sufficiente alla preparazione della difesa.