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Lavorare in smart working dall’estero per un datore italiano non è automaticamente consentito: occorre valutare la residenza fiscale del lavoratore, i rischi di stabile organizzazione per l’azienda, le regole contributive del paese in cui si lavora e le eventuali autorizzazioni necessarie. L. 81/2017 disciplina il lavoro agile ma non risolve i profili internazionali.
Tabella riepilogativa
| Profilo | Rischio/Adempimento | A chi si applica |
|---|---|---|
| Residenza fiscale | Spostamento se il lavoratore è all’estero >183 giorni | Lavoratore |
| Stabile organizzazione | Rischio per l’azienda se il lavoratore ha poteri di concludere contratti | Datore di lavoro |
| Contribuzione | Dipende dalla convenzione di sicurezza sociale del paese | Datore e lavoratore |
| Autorizzazione interna | Accordo individuale di smart working ex L. 81/2017 | Entrambi |
| Permesso di soggiorno/visto | Necessario per soggiorni lavorativi fuori UE | Lavoratore |
La legge 81/2017 e i limiti internazionali
La legge 81/2017 disciplina il lavoro agile come modalità di esecuzione del rapporto subordinato senza vincolo di luogo, mediante accordo individuale scritto. Tuttavia questa legge regola solo il profilo contrattuale interno: non risolve le questioni fiscali, previdenziali e autorizzative che emergono quando il lavoratore opera fisicamente in un altro paese.
Per questo, prima di autorizzare lo smart working dall’estero, datore e lavoratore devono analizzare separatamente il profilo fiscale, contributivo e di immigrazione.
Residenza fiscale e tassazione del reddito
Un lavoratore italiano che trascorre più di 183 giorni all’estero nell’anno rischia di perdere la residenza fiscale in Italia, con conseguente obbligo di dichiarare il reddito nel paese estero. Anche con residenza mantenuta in Italia, il paese in cui si lavora fisicamente può rivendicare il diritto di tassare il reddito prodotto nel suo territorio, in base alla convenzione bilaterale applicabile.
Il rischio di stabile organizzazione per il datore
Se il lavoratore opera dall’estero con poteri di rappresentanza o di conclusione di contratti in nome del datore, l’azienda italiana può creare involontariamente una stabile organizzazione nel paese estero, con obbligo di registrazione fiscale e pagamento di imposte locali. Anche la disponibilità di una sede fissa (appartamento del dipendente) può in alcuni paesi essere considerata stabile organizzazione. Il rischio va analizzato con un consulente locale.
Contribuzione previdenziale
La regola generale è che si versano contributi nel paese in cui si svolge fisicamente il lavoro. Per i paesi UE/SEE si applicano i regolamenti europei sul coordinamento previdenziale: con il modulo A1 il lavoratore rimane assicurato INPS fino a 24 mesi. Con paesi extra-UE occorre verificare se esiste una convenzione bilaterale di sicurezza sociale; in assenza, possono sorgere obblighi di doppia contribuzione.
Casi pratici
Tizio lavora in smart working dalla Spagna per luglio e agosto (circa 60 giorni). Rimane sotto i 183 giorni: la residenza fiscale non si sposta. Con il modulo A1 la contribuzione resta all’INPS. L’accordo individuale di smart working deve però essere aggiornato per coprire l’attività all’estero.
Caia intende lavorare dal Portogallo da gennaio ad agosto. Supera i 183 giorni: rischia di diventare residente fiscale portoghese. Il datore teme la stabile organizzazione. È necessario un parere di un consulente fiscale portoghese prima di autorizzare il periodo.
Sempronio vorrebbe lavorare dagli Stati Uniti per un mese: serve un visto di lavoro o un visto specifico per remote worker (non sempre disponibile). Il visto turistico non consente attività lavorativa remunerata sul territorio USA. Il datore deve verificare anche il rischio stabile organizzazione.
Domande frequenti
Quanti giorni si può fare smart working dall'estero senza problemi fiscali?
Non esiste una soglia universale: il limite dei 183 giorni riguarda la residenza fiscale, ma ogni paese ha le proprie regole. Per soggiorni brevi (es. 1-4 settimane) i rischi sono in genere contenuti, ma occorre comunque valutare il paese specifico e la convenzione bilaterale applicabile.
È necessario un accordo scritto per fare smart working dall'estero?
Sì. La L. 81/2017 richiede un accordo individuale scritto per il lavoro agile. Se si lavora dall’estero, l’accordo dovrebbe esplicitare il paese in cui si svolge l’attività e i periodi previsti, anche per gestire responsabilità e assicurazioni.
Il datore può rifiutare lo smart working dall'estero?
Sì. Il lavoro agile non è un diritto soggettivo (salvo le categorie prioritarie previste dalla legge); il datore può rifiutare o limitare i periodi all’estero per motivi organizzativi, fiscali o di sicurezza dei dati.
Cosa succede con l'INPS se si lavora dall'estero?
Per paesi UE/SEE è possibile mantenere la contribuzione INPS tramite il modulo A1 per distacchi fino a 24 mesi. Per paesi extra-UE dipende dalle convenzioni bilaterali; in assenza possono sorgere obblighi di contribuzione locale a carico del lavoratore o del datore.
Chi deve gestire le pratiche per lo smart working dall'estero?
La responsabilità è condivisa: il datore deve valutare il rischio stabile organizzazione e gli aspetti contributivi; il lavoratore deve gestire la propria posizione fiscale e, se necessario, richiedere il visto adeguato. È consigliabile coinvolgere consulenti locali per i paesi più complessi.
Questa guida ha finalità divulgativa ed è aggiornata alla normativa vigente nel 2026. Gli importi, le durate e le condizioni possono variare in base al CCNL applicato e alla situazione individuale: per il proprio caso è consigliabile rivolgersi a un consulente del lavoro, al sindacato di categoria, al patronato o all’Ispettorato Territoriale del Lavoro.
Domande frequenti
Quanti giorni si può fare smart working dall'estero senza problemi fiscali?
Non esiste una soglia universale: il limite dei 183 giorni riguarda la residenza fiscale, ma ogni paese ha le proprie regole. Per soggiorni brevi (es. 1-4 settimane) i rischi sono in genere contenuti, ma occorre comunque valutare il paese specifico e la convenzione bilaterale applicabile.
È necessario un accordo scritto per fare smart working dall'estero?
Sì. La L. 81/2017 richiede un accordo individuale scritto per il lavoro agile. Se si lavora dall'estero, l'accordo dovrebbe esplicitare il paese in cui si svolge l'attività e i periodi previsti, anche per gestire responsabilità e assicurazioni.
Il datore può rifiutare lo smart working dall'estero?
Sì. Il lavoro agile non è un diritto soggettivo (salvo le categorie prioritarie previste dalla legge); il datore può rifiutare o limitare i periodi all'estero per motivi organizzativi, fiscali o di sicurezza dei dati.
Cosa succede con l'INPS se si lavora dall'estero?
Per paesi UE/SEE è possibile mantenere la contribuzione INPS tramite il modulo A1 per distacchi fino a 24 mesi. Per paesi extra-UE dipende dalle convenzioni bilaterali; in assenza possono sorgere obblighi di contribuzione locale a carico del lavoratore o del datore.
Chi deve gestire le pratiche per lo smart working dall'estero?
La responsabilità è condivisa: il datore deve valutare il rischio stabile organizzazione e gli aspetti contributivi; il lavoratore deve gestire la propria posizione fiscale e, se necessario, richiedere il visto adeguato. È consigliabile coinvolgere consulenti locali per i paesi più complessi.
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