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Informazione giuridica di carattere generale. Il presente contenuto costituisce informazione giuridica di carattere generale e non sostituisce in alcun modo il parere di un avvocato iscritto all’Albo. La norma riportata è tratta da fonti ufficiali (Normattiva, Gazzetta Ufficiale) e il commento ha finalità divulgativa. Per la valutazione del caso specifico è necessario consultare un professionista abilitato.

Lavori da remoto e sogni di gestire la tua partita IVA italiana girando il mondo? Si può fare, ma la domanda giusta non è “posso”, è dove pago le tasse. Finché resti residente fiscale in Italia, dichiari qui i tuoi redditi ovunque prodotti e puoi tenere la partita IVA (anche in forfettario). Ma se passi oltre 183 giorni in un altro Paese, o sposti lì il centro della tua vita, quel Paese può reclamarti come residente — e rischi di pagare due volte. C’è poi un’insidia tecnica che pochi conoscono: lavorando stabilmente da un altro Stato puoi creare lì una stabile organizzazione tassabile. Questa guida spiega come stare in regola senza brutte sorprese.

Il punto di partenza: dove sei residente fiscale

Tutto ruota attorno alla residenza fiscale, non alla partita IVA. Se per la maggior parte dell’anno (più di 183 giorni) mantieni in Italia la residenza, il domicilio (dal 2024 inteso come centro delle relazioni personali e familiari) o anche solo una presenza fisica significativa, resti residente fiscale italiano. Conseguenza: dichiari in Italia i redditi ovunque prodotti e puoi tranquillamente operare con la partita IVA italiana, ovunque ti trovi fisicamente.

Perdi la residenza fiscale italiana solo se, per oltre 183 giorni, nessuno di quei criteri si radica più in Italia. Iscriversi all’AIRE è un passaggio necessario ma non sufficiente: se la famiglia e il centro dei tuoi interessi restano qui, per il Fisco sei ancora italiano a tutti gli effetti.

Tenere la partita IVA italiana lavorando all’estero

È perfettamente possibile lavorare da remoto in altri Paesi mantenendo la partita IVA italiana, soprattutto se ti sposti spesso e nessuno Stato diventa la tua “base”. Il regime forfettario resta accessibile per chi è residente in Italia: imposta sostitutiva al 5% per i primi cinque anni (in presenza dei requisiti delle start-up), poi al 15%, sul reddito forfettizzato.

Una nota tecnica utile: il forfettario è aperto anche ai soggetti residenti in un altro Stato UE o SEE, a condizione che producano almeno il 75% del reddito complessivo in Italia. Fuori da questa ipotesi, il trasferimento della residenza all’estero impone di rivedere l’intera posizione.

L’insidia tecnica: la stabile organizzazione

È il rischio meno conosciuto e più sottovalutato. Se ti fermi a lungo in un Paese e vi lavori in modo continuativo, potresti configurare lì una stabile organizzazione: una presenza che attribuisce a quello Stato il diritto di tassare il reddito prodotto sul suo territorio. L’Agenzia delle Entrate, dal canto suo, verifica se un nomade formalmente “estero” mantenga in realtà in Italia gli elementi che lo rendono tassabile qui. Il risultato può essere una doppia pretesa impositiva, da districare con le convenzioni internazionali.

Il mito del “non residente da nessuna parte”

Molti nomadi pensano che, non risiedendo stabilmente in nessuno Stato, non debbano pagare tasse da nessuna parte. È un errore pericoloso. In assenza di una nuova residenza effettiva altrove, l’Italia continua a considerarti residente in base ai criteri visti sopra. E se ti “trasferisci” in un Paese a fiscalità privilegiata, scatta una presunzione di residenza italiana che ribalta su di te l’onere della prova. Non esistere fiscalmente da nessuna parte, nella pratica, significa quasi sempre restare tassabili in Italia.

Doppia imposizione: le convenzioni e il tie-breaker

Quando due Stati ti considerano entrambi residente, interviene la convenzione contro le doppie imposizioni tra l’Italia e il Paese in questione, con i criteri a cascata (tie-breaker): abitazione permanente, centro degli interessi vitali, soggiorno abituale, nazionalità. Spettano inoltre crediti per le imposte pagate all’estero. Anche qui, la posizione va documentata: dove dormi, dove lavori, dove tieni i conti e gli affetti diventano elementi di prova.

Due casi pratici

Caso 1 – Tizio, sviluppatore in viaggio continuo. Tizio mantiene casa e famiglia in Italia, gira il Sud-est asiatico qualche mese l’anno ma non si ferma mai oltre poche settimane in un Paese. Resta residente fiscale italiano: tiene la partita IVA in forfettario, dichiara tutto in Italia, nessuna stabile organizzazione estera. La posizione è lineare.

Caso 2 – Caia, otto mesi in Spagna. Caia passa otto mesi l’anno a Barcellona, dove affitta un appartamento e lavora stabilmente. La Spagna può considerarla residente (e ipotizzare una stabile organizzazione); se in Italia non resta più il centro dei suoi interessi, deve rivedere residenza, AIRE e regime. Qui il fai-da-te è sconsigliato.

Gli errori che costano caro

Pensare che basti l’AIRE. Conta la sostanza: famiglia, casa, interessi.
Fermarsi troppo in un solo Paese. Oltre 183 giorni, o con presenza stabile, l’altro Stato può reclamarti.
Ignorare la stabile organizzazione. Lavorare a lungo da un Paese può creare lì un obbligo fiscale.
Credere di non pagare da nessuna parte. Senza nuova residenza effettiva, resti tassabile in Italia.
Trasferirsi in un paradiso fiscale senza prove. Scatta la presunzione di residenza italiana.

Domande frequenti

Posso tenere la partita IVA italiana vivendo all’estero?

Sì, soprattutto se resti residente fiscale in Italia o ti sposti senza fermarti stabilmente in un Paese. Il forfettario resta accessibile ai residenti; per i residenti UE/SEE serve produrre almeno il 75% del reddito in Italia.

Dove pago le tasse se sono sempre in giro?

Dove sei residente fiscale. Finché lo sei in Italia, dichiari qui i redditi ovunque prodotti. Se diventi residente altrove, cambia tutto, con possibili obblighi anche nello Stato in cui lavori.

Cosa succede se resto più di sei mesi in un Paese?

Quel Paese può considerarti residente e, in presenza di una sede di lavoro stabile, ipotizzare una stabile organizzazione tassabile. Si rischia la doppia imposizione, da risolvere con la convenzione applicabile.

Conviene mantenere la residenza fiscale in Italia?

Spesso sì, se si beneficia del forfettario e non c’è un trasferimento reale e stabile altrove. La scelta va valutata sui numeri e sullo stile di vita effettivo.

Se non risiedo stabilmente da nessuna parte, non pago tasse?

No. In assenza di una nuova residenza effettiva, l’Italia continua a considerarti residente. Il “nomade senza residenza” resta quasi sempre tassabile nel Paese di provenienza.

Fonti normative

• Art. 2 TUIR — residenza fiscale delle persone fisiche (criteri 2024, D.Lgs. 209/2023)
• Art. 162 TUIR e Modello OCSE, art. 5 — stabile organizzazione
• L. 190/2014 — regime forfettario (accesso anche a residenti UE/SEE con 75% del reddito in Italia)
• Convenzioni contro le doppie imposizioni (Modello OCSE, art. 4) — criteri tie-breaker

Guida aggiornata a giugno 2026. La posizione del nomade digitale dipende dai Paesi e dal tempo trascorso in ciascuno: il contenuto ha finalità informativa e non sostituisce una valutazione professionale.

In sintesi

Nomade digitale con partita IVA italiana: finche' resti residente fiscale in Italia (criteri 2024: residenza, domicilio familiare, presenza) dichiari qui i redditi mondiali e tieni la p.iva, anche in forfettario. Oltre 183 giorni in un Paese o con presenza stabile rischi la residenza estera e una stabile organizzazione tassabile, con doppia imposizione da risolvere con le convenzioni. Il 'nomade senza residenza' resta tassabile in Italia.
Ultimo aggiornamento redazionale: 2026-06-26
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A cura di
Andrea Marton — Dottore in Economia e Finanza, praticante commercialista
Fondatore e responsabile editoriale di Legge in Chiaro, portale di divulgazione giuridica e fiscale gratuita su 101 testi e codici italiani. I contenuti sono curati e rivisti da un team di laureati in economia; hanno scopo informativo e divulgativo e non costituiscono consulenza professionale. Profilo completo →
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