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«Aumento medio di 165 euro», «136 euro al mese»: cifre che riempiono i titoli, ma che non corrispondono a ciò che entra davvero in busta paga. Quegli importi sono sempre lordi. Tra l’annuncio e il netto si frappongono due prelievi — contributi e imposte — che riducono l’incremento secondo un meccanismo identico in tutti i comparti. Capirlo permette di stimare da soli il netto, senza farsi illusioni né allarmismi.
Perché il numero annunciato non è quello in busta paga
Quando si legge un aumento «medio», si tratta sempre di un importo lordo mensile. Il lordo è la base su cui si calcolano contributi e imposte: il netto, cioè quanto effettivamente entra in busta paga, è inevitabilmente inferiore. È un punto di partenza, non di arrivo.
I due prelievi che riducono l’aumento
Sull’incremento lordo intervengono, in sequenza, due prelievi:
- Acconti, Concordato, IVA e dichiarazioni: le date che contano nel 2026
- Contributi previdenziali a carico del lavoratore: per il pubblico impiego incidono in genere intorno al 9,19% della retribuzione imponibile;
- IRPEF e addizionali (regionale e comunale): l’aumento si somma al reddito già percepito e viene tassato con l’aliquota marginale, cioè quella dello scaglione più alto raggiunto.
È per questo che chi ha un reddito più alto vede «assottigliarsi» di più l’aumento netto: paga l’IRPEF marginale più elevata. L’ordine conta: prima si tolgono i contributi, ottenendo l’imponibile fiscale aggiuntivo, poi si applica l’IRPEF.
Un esempio pratico
Ipotizziamo un aumento lordo di 150 euro al mese. Tolti i contributi (circa il 9,19%, ossia poco meno di 14 euro), l’imponibile fiscale aggiuntivo è di circa 136 euro. Applicando un’aliquota marginale del 33% l’IRPEF aggiuntiva è di circa 45 euro, a cui si sommano le addizionali. Il netto dell’aumento si colloca così, in via puramente indicativa, intorno agli 85-90 euro mensili. Sono cifre esemplificative: il risultato esatto dipende dallo scaglione, dalle detrazioni e dalle addizionali del proprio Comune e della propria Regione.
| Passaggio | Importo indicativo |
|---|---|
| Aumento lordo mensile | 150 € |
| − Contributi previdenziali (~9,19%) | − ~14 € |
| = Imponibile fiscale aggiuntivo | ~136 € |
| − IRPEF (aliquota marginale, es. 33%) + addizionali | − ~45 € e oltre |
| = Netto indicativo in busta paga | ~85-90 € |
L’esempio usa il 33% (aliquota 2026 della fascia 28.000-50.000 euro) solo come aliquota plausibile: con uno scaglione più basso il netto sale, con uno più alto scende.
Una possibile attenuante: la detassazione
In alcune annualità il legislatore ha previsto forme di tassazione agevolata sugli incrementi contrattuali o su quote di salario, per ridurre il prelievo IRPEF. È un elemento che può cambiare il conto del netto e che va verificato anno per anno nelle norme della legge di bilancio: non è una regola permanente, ma una misura che torna periodicamente.
Spunti pratici
Tizio, funzionario, e Caio, operatore, ricevono entrambi un aumento lordo. Caio, con reddito più basso, si trova in busta paga una quota netta proporzionalmente maggiore, perché la sua aliquota marginale è più bassa. Tizio, con reddito più alto, vede invece «mangiarsi» di più l’aumento dall’IRPEF marginale. Lo stesso aumento lordo, insomma, vale netti diversi a seconda del reddito di partenza. Per stimare il proprio netto, la regola pratica è: togli circa un decimo per i contributi, poi applica la tua aliquota IRPEF marginale al resto.
Citazioni utili
Il prelievo fiscale segue gli artt. 11 e 13 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), che fissano gli scaglioni e le aliquote IRPEF e le detrazioni per lavoro dipendente: è la progressività di queste norme a determinare quanto dell’aumento lordo resta netto. La quota contributiva a carico del dipendente pubblico discende invece dalla disciplina della gestione previdenziale pubblica. Sono riferimenti strutturali: cambiano le percentuali nel tempo, ma il meccanismo — contributi prima, IRPEF marginale poi — resta lo stesso.
Quanto incide sul netto?
Calcola lo stipendio netto dal lordo con IRPEF, addizionali e contributi, per vedere l'effetto reale in busta paga.
Domande frequenti
Perché in busta paga arriva meno dell’aumento annunciato?
Perché l’importo annunciato è lordo: vanno tolti i contributi previdenziali (circa il 9,19%) e poi IRPEF e addizionali, calcolate con l’aliquota marginale.
Quanto è il netto di un aumento?
Dipende dal reddito, ma come ordine di grandezza spesso si colloca intorno al 60-70% del lordo. Eventuali detassazioni possono migliorare il risultato.
Le altre schede della guida
Fonti
- Aliquota contributiva a carico del dipendente pubblico (gestione previdenziale pubblica); artt. 11 e 13 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), per scaglioni, aliquote e detrazioni IRPEF.
Domande frequenti
Perché in busta paga arriva meno dell'aumento annunciato?
Perché l'importo annunciato è lordo: vanno tolti i contributi previdenziali (intorno al 9,19%) e poi IRPEF e addizionali, calcolate con l'aliquota marginale dello scaglione più alto raggiunto.
Quanto è il netto di un aumento?
Dipende dal reddito, ma come ordine di grandezza si colloca spesso intorno al 60-70% del lordo. Eventuali detassazioni previste dalla legge di bilancio possono migliorare il risultato.
Cos'è l'aliquota marginale?
È l'aliquota IRPEF dello scaglione più alto che il reddito raggiunge: l'aumento, sommandosi al reddito esistente, viene tassato con quella, non con un'aliquota media.
Chi guadagna di più perde una quota maggiore dell'aumento?
In genere sì: a reddito più alto corrisponde un'aliquota marginale più elevata, quindi una quota maggiore dell'aumento lordo se ne va in IRPEF.
I contributi previdenziali si pagano sull'aumento?
Sì: la quota a carico del dipendente pubblico, intorno al 9,19% dell'imponibile, si applica anche all'incremento, riducendolo prima ancora del prelievo fiscale.